L’immagine della donna italiana nelle riviste femminili durante gli anni del Fascismo

Nel secondo decennio del XX secolo si assistette alla nascita e all’affermazione di un nuovo tipo di donna più libera e autonoma, dedita al lavoro e interessata alla cura della propria immagine. Questa nuova donna è stata descritta con sagacia e ironia da Umberto Notari nel suo libro La Donna tipo Tre come una “nuova creatura di sesso femminile, frutto diretto della macchina, ossia di quella civiltà meccanica e industriale che la macchina ha creato”. La Grande guerra fu una specie di spartiacque tra la vecchia e la nuova donna che dovette iniziare a sostituire l’uomo nelle attività lavorative. La donna moderna o “donna tipo tre è colei che dai proventi del proprio onorevole lavoro trae i mezzi di sussistenza e si trova di fronte all’uomo – padre, fratello, marito o amante – in condizioni di assoluta indipendenza economica” [1]. Questa nuova figura prende piede e modifica tutti gli aspetti della vita femminile, cambiando totalmente il comportamento e le abitudini delle donne italiane.

Le riviste femminili riportarono questi cambiamenti del costume ampliando lo spazio dedicato alla nuova donna italiana che, acquisito il diritto a uscire di casa, aveva ormai “l’abitudine di andare sola per la strada, la necessità di far presto per recarsi all’ufficio o allo stabilimento, di prendere svelta un tram, di inforcare alla lesta una bicicletta, di sgusciare rapida in ascensore, di sgambettare nelle sale di lavoro fra le macchine” e quindi “a semplificare tutti gli elementi ingombranti dell’abbigliamento, a razionalizzarlo, a ridurlo all’essenziale” [2].

 

 

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Foto n.1 Articolo apparso sulla rivista Cordelia n.10 ottobre 1938 pag.358

 

Influenza del Fascismo nella Moda

Fra gli anni Venti e la fine della Seconda guerra mondiale il Fascismo si interessò e si occupò in modo sempre più insistente della moda, forse capendo che poteva essere un campo nel quale far nascere nuove risorse produttrici o migliorare quelle già esistenti per potenziare il prodotto italiano. Il Regime voleva che tutti i campi del settore tessile, dell’abbigliamento e delle pellicce producessero il massimo sforzo per il lancio di una moda italiana autonoma da quella straniera e in particolar modo da quella francese. Diverse furono le iniziative tese all’affermazione dello stile nazionale. Le spinte e le finalità furono di ordine economico e nazionalistico.

Alcuni entusiasti sostenitori del regime si impegnarono in attività volte alla diffusione della moda nazionale: i più attivi furono Fortunato Albanese e Lydia Dosio De Liguoro, fautori della nascita della moda italiana. Nel 1918 Albanese promosse un comitato di nobildonne romane per l’incremento e la diffusione della moda, nel 1919 organizzò a Roma il primo Congresso nazionale dell’industria e del commercio dell’abbigliamento e nel 1928 fondò l’Istituto artistico nazionale della moda italiana.

Lydia Dosio De Liguoro, nel 1919 fondò “Lidel”, rivista patinata e lussuosa piena di pubblicità di oggetti costosi, che diresse fino al 1923[3]. In seguito aderì al Fascio femminile di Milano e assunse la direzione di “Fantasie d’Italia” organo della Federazione nazionale fascista dell’industria e dell’abbigliamento, pubblicazione schierata contro il lusso[4]. La De Liguoro, nella relazione conclusiva al Secondo congresso nazionale dell’Industria, affermò che non bisognava combattere il lusso, ma solo quello che proveniva dall’estero, cercando così di tacitare gli industriali preoccupati dagli sviluppi della campagna contro il lusso. “Lidel” fu lo strumento più efficace per la diffusione dell’idea di moda nazionale fino alla sua chiusura avvenuta nel 1935[5].

Gaetano Polverelli, capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, nel 1931 emanò una serie di direttive per le pubblicazioni periodiche. Alle riviste femminili si raccomandava di presentare un’immagine sana delle donne nei disegni e nelle fotografie che pubblicavano e di eliminare le immagini di figure troppo magre e mascoline.

Nel 1932 fu costituito l’Ente autonomo per la mostra permanente nazionale della moda a Torino. L’Ente aveva il compito di organizzare il settore dell’abbigliamento e assicurare che la produzione avesse in Italia tutto il suo ciclo. Poco dopo il governo cambiò la denominazione e, nel 1935, nacque l’Ente nazionale della moda (E.N.M.)[6] con lo scopo di diffondere una moda nazionale e conquistare il mercato italiano secondo la volontà del duce. L’Ente aveva un grande potere e una serie di competenze stabilite in appositi articoli, che miravano ad ottenere il controllo e la tutela di tutto il settore della moda, ma sul piano pratico la sua azione non fu chiara e lineare[7]. Tra i compiti dell’Ente vi era quello di valorizzare tutte le forze artistiche, artigiane e industriali coinvolte nel campo dell’abbigliamento e di vietare ogni riferimento agli abiti prodotti all’estero. Il primo articolo costitutivo dell’Ente obbligava a certificare la garanzia italiana di ogni creazione. Le creazioni dovevano essere “italianissime” e le sartorie italiane erano obbligate a produrre il 25 per cento delle collezioni in linea italiana e presentare le loro produzioni all’Ente che apponeva un marchio di garanzia con la dicitura: “Ideazione e produzione nazionale”[8]. Le sartorie avevano quindi l’obbligo di denunciare all’Ente tutta la loro produzione e dovevano inviare, a proprie spese, una fotografia e un campione del tessuto per ogni capo e pagare per ogni modello a cui veniva accreditata la marca di garanzia. Gli abiti venivano così valutati solo attraverso una fotografia. Vi furono lamentele circa la facilitazione della concessione della marca, tanto che Ester Lombardo, direttrice della rivista “Vita femminile”, propose di creare un riconoscimento particolare per distinguere le creazioni di alta moda da quelle delle sartorie minori[9].

 

 

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Foto n.2 Articolo apparso sula rivista Cordelia n.11-12 novembre-dicembre 1938 pag.413

 

La Moda Autarchica

Verso la fine del 1938, un breve articolo apparso sulla rivista “Cordelia” indicava i principi su cui si basava l’autarchia. Si affermava che “non deve restare una definizione, ma diventare un modo di vita; una necessità fisica oltre che una obbedienza spirituale. La donna deve essere la guida e l’incitatrice per questa battaglia. L’azione deve partire dalla casa, dove la donna è la dominatrice, per estendersi in tutti i luoghi […] Autarchia vuol dire non sprecare anche ciò che sembra inutilizzabile. Autarchia vuol significare l‘impiego intelligente di tutto ciò che adoperiamo […] Autarchia è potenza. Per il suo conseguimento tutti dobbiamo lottare “ [10].

Motivo delle nuove direttive imposte dal fascismo furono le difficili relazioni internazionali del governo italiano che stavano portando il paese verso una forma di autosufficienza economica e che finì per coinvolgere tutti gli aspetti della vita nazionale .

La ricerca dell’autonomia economica voleva anche essere un segno di affermazione nazionale e di indipendenza.

La causa principale che spinse verso la moda autarchica furono le sanzioni economiche imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni dopo l’invasione dell’Etiopia e adottate nel novembre del 1935.

Venivano quindi a mancare rifornimenti e materie prime, e la conseguenza fu il lancio di un’accesissima campagna che invitava il popolo a rifiutare in blocco tutto quello che proveniva dall’estero, a meno che non si trattasse di prodotti delle “nostre colonie”. Si arrivò a modificare la lingua escludendo termini stranieri, soprattutto francesi, da sempre utilizzati nella moda. Diventò sempre più difficile per le signore avere come punto di riferimento la moda parigina, non circolavano più neppure le riviste straniere come “Vogue” o “Marie Claire”. Le italiane dovevano vestirsi italianamente, seguendo le indicazioni delle case di moda, delle industrie tessili e dei giornali italiani, tutti dovevano essere allineati alle direttive dell’Ente. Si decise di puntare su abiti che si rifacessero alla nostra tradizione, ai nostri costumi storici, in particolar modo al Medioevo e al Rinascimento. Ci si ispirò anche agli abiti delle colonie e a quelli religiosi. Il revival degli abiti popolari era iniziato nel 1934 dopo la pubblicazione del volume Il costume popolare in Italia della pittrice Emma Calderini e la recensione su “Lidel” nella quale auspicava che le tradizioni popolari rinsaldassero lo spirito unitario.

Nel maggio del 1940, durante l’inaugurazione della Mostra della moda autarchica a Torino vi fu una grande sfilata dove i principali sarti italiani presentarono le loro creazioni fra le quali vi erano molte pellicce e abiti guarniti in volpe, capi desiderati e apprezzati dalle signore italiane. L’anno successivo, sul primo numero di “Bellezza”, la foto di uno zibellino creato da Melloni definito “pelliccia fuori classe” è testimonianza delle risorse tecniche e delle capacità dei pellicciai italiani di trattare ogni genere di materiali[11]. Durante la mostra doveva svolgersi il Congresso nazionale abbigliamento autarchico che non si tenne a causa della guerra, ma il lavoro preparatorio ai convegni che avrebbero dovuto precederlo produsse molti elaborati che spaziavano in tutti i campi della moda dagli accessori alla pellicceria, da quelli tecnici e organizzativi ai problemi da risolvere per rendere la moda realmente autarchica. Il fascismo voleva un rinnovo generale della moda italiana che, con spirito rivoluzionario e dedizione alla nazione, mostrasse al mondo il valore del popolo italiano. La rivista “La donna fascista” si fece portavoce di questi desideri suggerendo ai sarti di ispirarsi ai costumi regionali.

 

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Foto n.3 Copertina della rivista Moda n.1 gennaio 1931

 

Le riviste di moda

Nei primi decenni del Ventesimo secolo, i contenuti e la struttura delle riviste non presentavano molte differenze rispetto ai giornali femminili più in voga nell’Ottocento fra i quali il più elegante era forse “Margherita”[12].

Vi era una maggiore attenzione all’attualità, interesse per la fotografia e il cinema; le differenze con il passato si evidenziarono nella nascita di nuove figure professionali che si occupavano di moda. Sempre più rilevante divenne il ruolo della redattrice di moda che acquistò maggiore visibilità e dignità. Ciò è evidenziato dal fatto che si perse l’uso comune di firmare gli articoli con uno pseudonimo in favore del proprio nome. Altre innovazioni furono dovute al miglioramento delle tecnologie. Lo sviluppo della fotografia permise di aumentare le pagine di cronaca. Le fotografie furono largamente utilizzate per testimoniare la vita della famiglia reale, dei nobili, della famiglia Mussolini, degli attori del teatro e del cinema. A Milano nacquero nuove case editrici, tra cui, nel 1921 la Mondadori, che conquistò gli spazi di mercato lasciati liberi dalla casa editrice Treves; la Mondadori, l’anno successivo, acquisì la rivista “Moda” che, nata a Roma nel 1919, si trasferì a Milano nel 1929 dove divenne la rivista ufficiale della Federazione nazionale fascista dell’industria e dell’abbigliamento, che terminò le pubblicazioni nel 1941 e fu sostituito da “Bellezza”[13]. Nacque anche la casa editrice Domus, fondata dall’architetto Giò Ponti, che oltre alla rivista di architettura Domus ne pubblicò altre dedicate ai lavori femminili a maglia o al ricamo[14].

Le riviste negli anni Trenta pubblicavano un numero sempre maggiore di fotografie di arredamento, di moda e di ritratti. Soprattutto quelle di moda furono sempre più utilizzate.

Mentre affermavano il valore della creatività italiana e la necessità di sostenere i prodotti nazionali, non sempre erano coerenti con le indicazioni che provenivano dal potere politico. Infatti, anche allineandosi alla politica del Regime, molte riviste continuavano a pubblicare foto di abiti di sarti francesi senza dichiararlo, poiché non ricevevano dall’Ente un numero adeguato di fotografie di abiti prodotti in Italia. Era d’ostacolo anche il rifiuto delle sartorie di mettere a disposizione i loro capi; così erano ancora molto utilizzati i disegni e i figurini nelle pagine di moda. I figurini di moda sulle riviste servivano a rappresentare la figura umana, mettendo però in risalto l’abito che indossava allo scopo di definirne la linea per permettere di realizzare il capo [15].

I figurini e le copertine pubblicati sulle riviste erano opera di illustri disegnatori, molti dei quali erano donne. Edina Altara, Brunetta Muretti Mateldi[16], Maria Pezzi[17] erano le disegnatrici italiane più famose che non sempre seguivano i dettami del regime che tentava di imporre una donna florida e robusta.

Negli anni Trenta l’abbigliamento delle impiegate e il guardaroba da lavoro occupava poco spazio nelle riviste di moda mentre i temi ricorrenti erano gli abiti da teatro o da sera. Le riviste raramente parlavano dei colletti bianchi, simbolo delle impiegate, e se lo facevano era per proporne un uso fuori dall’ordinario[18]. Nel 1941 Il colletto bianco era descritto come accessorio per illuminare gli abiti di gioia e freschezza. Dovevano essere guarnizioni bianche, lavabili, che era possibile staccare con facilità e avere gli orli rifiniti in modo che non si rovinassero durante il lavaggio e la stiratura. In quell’anno i più in voga erano i colli alla collegiale simbolo di giovinezza[19] .

La principale lettrice delle riviste era la donna borghese, che era la protagonista assoluta della moda: il suo stile di vita e la sua cultura le permettevano di indirizzare e anticipare il costume ispirando i creatori italiani. Le fotografie pubblicate testimoniano la nascita di una moda italiana che non era solo abiti ma anche rappresentazione delle donne che li indossavano e dei contesti nei quali si muovevano. La borghesia industriale negli anni Trenta era una realtà consolidata e grazie ad essa si poté affrontare il periodo dell’autarchia e della guerra[20].

A causa degli avvenimenti bellici le riviste femminili furono chiamate a svolgere nei confronti del pubblico un’azione di sensibilizzazione rispetto alla necessità di economizzare sul vestiario. Riviste come “Fili-Moda” o “Cordelia” insegnavano alle donne italiane come modificare gli abiti per poterli utilizzare nuovamente, senza drammatizzare ma usando nel modo migliore le risorse disponibili[21].

Le riviste femminili più diffuse erano: “Lidel”, “La Donna”, “Moda”, “Cornelia”, “Fili-Moda”, “Bellezza”.

Questo studio riguarda solo alcune delle testate più diffuse e verrà in futuro approfondito. La scelta delle riviste studiate si deve alla loro presenza presso la biblioteca dell’Accademia di costume e di moda di Roma, dove le ricerche sono state effettuate.

 

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Foto n.4 servizio di moda apparso sulla rivista Cordelia n.11 novembre 1939 pag. 26

 

“La Donna”

“La Donna”, rivista mensile di moda, nacque a Torino nel 1905 come supplemento illustrato de “La Stampa” di Torino e de “La Tribuna” di Roma. Si rivolgeva a un pubblico femminile borghese con rubriche sulla cura della casa, la bellezza e l’igiene, già nel 1906 era allegato solo a “La Tribuna”. Si occupava di temi culturali e di attualità con rubriche di letteratura, musica, teatro, arte. Dava informazioni sulle professioni femminili con particolare attenzione alla partecipazione della donna alla vita pubblica e al suo inserimento nella vita lavorativa, interessandosi a importanti figure femminili italiane e straniere portate ad esempio e descritte in articoli monografici.

Vi erano la rubrica Piccola posta per comunicare con le lettrici e numerose pagine dedicate alla pubblicità. Direttore era Nino Giuseppe Caimi. Largo spazio era dedicato alla moda tanto che già nel 1909 pubblicava Quattro grandi supplementi annuali di 60 pagine dedicati alle mode delle 4 stagioni[22]. Dopo il 1915 divenne una testata indipendente, nel 1916 l’influenza della guerra si avvertiva già dal sottotitolo Bollettino quindicinale illustrato dell’opera femminile italiana per la guerra mutato nel 1917, quando la rivista diventò un mensile in Bollettino dell’attività femminile italiana per la guerra. Fino ad allora veniva pubblicato il giorno 5 e 20 di ogni mese in fascicoli di 36 pagine illustrate. Con Mondadori cui era stata ceduta nel 1922, divenne un mensile particolarmente curato e lussuoso, con una peculiare attenzione alla cronaca mondana. Nello stesso anno Edina Aldara iniziò a collaborare con la rivista disegnando 2 copertine, riprendendo poi la collaborazione soltanto nel 1930.

“La Donna” vantava collaboratori di prestigio quali Ugo Ojetti, Ada Negri, Mario Sironi, Sergio Tofano. Nel 1927 Mondadori la cedette ad Angelo Rizzoli. Negli anni Trenta oltre i servizi di moda, vi erano articoli sul giardinaggio, l’arredamento, la letteratura. Non potendo sottrarsi alle imposizioni del regime nei confronti della stampa, aumentò la cronaca politica dando particolare rilievo alle manifestazioni organizzate dal regime e alla politica estera.

Negli anni Quaranta la rivista subì delle trasformazioni che la portarono a rappresentare meglio le nuove esigenze mostrando abiti “decisamente ispirati alle circostanze. Vediamo così cascatelle di stelline dorate ornare i risvolti delle giacche o trattenere la corta manichina dell’abito stampato”. Anche gli accessori si adeguarono alla realtà: un esempio era “la cintura portatessera che è una graziosa trovata che si applica soprattutto su abiti di intonazione e carattere sportivo”[23] .

“La Donna” aveva rubriche fisse di salute e bellezza, negli anni Trenta pubblicava consigli per aiutare le donne a mantenere la linea e articoli per insegnare loro come migliorare il proprio aspetto e conservare la salute. Vi erano anche diverse pubblicità di prodotti utili per dimagrire come la Endoxidina e il Mundial Kaly prodigioso liquido parigino che “grazie alle miracolose virtù dei succhi d’erbe che lo compongono, stimola l’attività dei muscoli facciali, riattiva il tono delle fibre, rassoda le carni facendo sparire le irregolarità, le screpolature, per sole 10 lire e senza spese postali”. Altro prodigio erano le Pilules orientales “pillole meravigliose che hanno la proprietà di sviluppare e rassodare e ricostruire il seno tanto nella donna che nella signorina” prodotte da un farmacista parigino . Nel 1931 Jeannette nella sua rubrica Consigli di igiene e di bellezza raccomandava, ancora non consapevole della nocività degli stessi l’uso dei “prodotti a base di cadmio, che sostituiscono assai bene la polvere di riso e mentre aderiscono in modo perfetto e durevole, vellutano meravigliosamente il derma e ne combattono eruzioni acne e comedoni” anche se l’autrice avvertiva che “alle signore di pelle irritabile, non sempre convengono simili prodotti”. Altri consigli erano meno pericolosi come quello rivolto ad un’altra lettrice di non lavarsi con l’acqua fredda e il sapone ma di usare acqua di crusca in cui sciogliere del borace[24].

Apparvero anche articoli rivolti alla cura delle giovani per salvaguardare il loro futuro. Diventò necessario “occuparci delle cure igieniche dell’adolescenza e della prima giovinezza” in modo che le giovani crescessero sane e fiorenti e diventassero mogli e madri come spiegato nella rubrica Difesa della Bellezza. Soprattutto il momento dello sviluppo richiedeva una attenta vigilanza e molti riguardi. Infatti ogni affaticamento in quel particolare periodo della vita poteva, secondo il pensiero del tempo, far diventare brutte o causare anemia e crisi nervose fino al sopraggiungere di gravi disturbi e malattie[25].

Nel 1942 fu unita alla rivista “Cordelia”.

 

 

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Foto n.5 Servizio modelli Cordelia apparso sulla rivista Cordelia n.11 novembre 1939

 

 

“Cordelia”

Cordelia, Rivista mensile della donna italiana, fu fondata a Firenze nel 1881 da Angelo De Gubernatis , che la ideò per la terza figlia Cordelia. Uscì, per la prima volta il 6 novembre 1881, in 8 pagine, con lo scopo di “educare le giovinette”.

Ida Baccini la diresse dal 1884 fino alla sua morte nel 1911. Sempre nel 1884 il giornale fu venduto agli editori Ademollo e Bossi. La Baccini diede un nuovo impianto alla rivista decidendo di diffonderla anche attraverso le edicole e non più solo in abbonamento e trattando di teatro, antologie femminili, novelle, resoconti di viaggi e poesie esaltando sempre la cultura e l’educazione borghese. La sostituì la marchesa Maria Majocchi Plattis, nota come autrice di romanzi “per signorine” che firmava con lo pseudonimo di Jolanda e che fece della rivista una della più lette dalle donne italiane. Con la sua direzione iniziò la rubrica di moda che era pubblicata sotto forma di supplemento trimestrale. Poiché non amava allontanarsi da casa, la Majocchi Plattis trasferì la sede del giornale da Firenze a Cento dove viveva.

“Cordelia” dal 1917 al 1935 fu diretta da Rita Maria Pierazzi con il sottotitolo di “rivista quindicinale per signorine”, poi modificato in “rivista per signorine”poiché non era più pubblicato periodicamente. La Pierazzi, letterata molto stimata in quegli anni, cercò di conciliare l’ideologia fascista con il desiderio di maggior libertà della donna. Durante la sua direzione il giornale pubblicò anche cronache di viaggi correlate da piccole fotografie, come il resoconto di M. Sandri di una crociera in Tunisia [26] o il racconto di Cipriano Giacchetti di un viaggio a Gerusalemme[27].

La rubrica di moda si intitolava Cordelia e la moda e in seguito La nostra moda e la sua autrice si firmava Chiffon. Nei suoi articoli spiegava come la semplicità fosse sinonimo di eleganza poiché la donna elegante non lo è solo fuori di casa “ma forse di più nell’intimità del suo regno che in ogni angolo rispecchia il suo gusto e la sua anima”[28]. Nell’inverno del 1934 proponeva una moda che era creativa e varia. Scriveva di giacche corte come di abiti eleganti che riportavano al romanticismo e altri le cui fogge si rifacevano al periodo del Direttorio, di casacche russe e tuniche cinesi. I figurini, che completavano gli articoli illustravano le creazioni descritte. Si trattava di abiti naturali e portabili realizzabili dalle lettrici in lana semplice o operata o in velluto, se indossati durante una passeggiata, oppure in tessuti leggeri adatti alla vita attiva “delle donne che non possono essere solo oggetti di lusso” tra questi emergeva un abito a rigature diagonali adatto alle figure un po’ formose e, per ogni abito è riportano il tipo e la metratura di tessuto occorrente per realizzarli[29].

Fra i collaboratori vi erano Guglielmo Bonuzzi, Amina Polito Fantini, Rina Maria Pierazzi, Mino Doletti.

Sotto la direzione della contessa Elena Muzzati Morozzo Della Rocca, fascista tesserata, “Cordelia” si rivolgeva soprattutto ad un pubblico femminile appartenente alla piccola-media borghesia. Lo si deduce dai cartamodelli inseriti nella rivista, che consentivano alle donne italiane di cucire gli abiti da sole, dalla pagina riservata alle “massaie rurali”, dal livello medio delle pagine culturali. Le rubriche erano intitolate Panorami Teatrali, Biblioteca, Grafologia, Appunti di vita domestica, Vita Cordeliana.

Nel 1937 nelle rubriche non vi era più traccia della cultura e della moda straniera. Gli abiti erano presentati in fotografie piccole, in bianco e nero, spesso prive di sfondi o in disegni non firmati. L’intento era quello di lanciare una linea italiana naturale senza “forzati ristringimenti, né sproporzionati allargamenti”[30]. La linea del vestito doveva aderire al corpo femminile, senza comprimerlo o renderlo goffo. In una doppia pagina con quattro figurini in bianco e nero si mostrano gli abiti, ma una breve descrizione dei capi è presente solo in una pagina, alla fine del giornale, dove sono riportate solo brevi note per descrivere i figurini. Fra le note possiamo leggere delle “coloriture che si dividono in due categorie, colori brillanti e colori ombrati” e dell’ampiezza delle gonne che si accentua dalla vita stretta mentre “le forme naturali sono sottolineate e messe in risalto” [31].

Nel numero di ottobre del 1938, sempre seguendo i principi fascisti, alle donne che dimagrivano venivano attribuiti preoccupanti disturbi di carattere nervoso, abbassamento della vista, deficienza mentale e si dava merito alle donne italiane coscienti che “ ben altra funzione è chiamata la donna ed è lo scopo sommo della sua vita: quella della maternità”[32]. Nel dicembre del 1938 la contessa Morozzo della Rocca morì e la direzione fu affidata nuovamente alla Pierazzi.

Nel febbraio 1939 la redazione si trasferì a Milano. In novembre veniva pubblicato l’articolo: La donna che piace di più è quella che vuole il fascismo. La rivista creò una vera e propria vita associativa per coinvolgere le proprie lettrici. Nella primavera del 1939, nel programma di rilancio generale della rivista e dopo l’ampliamento e la riorganizzazione della redazione, “Cordelia” lanciò un concorso con il quale dava alle lettrici la possibilità di diventare collaboratrici ordinarie e retribuite inviando un articolo anonimo, mentre i dati anagrafici dovevano essere indicati in una busta separata. Ogni mese sarebbe stata pubblicata una graduatoria degli articoli meritevoli e alla fine del concorso, in luglio, sarebbero state proclamate le vincitrici. Tutti gli articoli pubblicati furono retribuiti[33]. Sullo stesso numero iniziò una rubrica di profumi intitolata Per la vostra bellezza-Profumi autarchici, firmata da Italico, che aveva lo scopo di dare “insegnamenti pratici in fatto di cura della bellezza ed igiene, informazioni di cui ogni lettrice, ne siamo certi, farà tesoro”. L’autore esaltava le capacità produttive dell’Italia e le sue bellezze naturalistiche grazie alle quali il nostro paese aveva tutte le caratteristiche per diventare un importante produttore di profumi e cosmesi, industria nella quale ormai non vi era più empirismo ma scienza profonda, concludendo che “la donna italiana, sposa e madre per eccellenza, come sa scegliere per il suo abbigliamento indumenti semplici e autarchici, saprà anche nel campo profumi e cosmetici convergere la sua attenzione e i suoi acquisti verso i prodotti fabbricati in Italia”[34]. Nel 1942 “Cordelia” fu unito a “La donna”.

 

 

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Foto n.6 Servizio la casa moderna apparso sulla rivista Cordelia n.11-12 novembre-dicembre. 1938

 

 

 

“Bellezza”

“Bellezza”, mensile di alta moda, arte e vita culturale italiana ideato da Giò Ponti, iniziò le pubblicazioni nel gennaio del 1941, edita dall’E.N.M. di Torino. Il nome “Bellezza” pare sia stato scelto da Mussolini. Il duce, quando una delegazione dell’E.N.M, si recò a Palazzo Venezia per presentargli e farsi autorizzare il progetto della nuova rivista, che avrebbe dovuto chiamarsi “Linea”, suggerì il nome Bellezza vergandolo su un foglio datato Torino XVIII. Il foglio fu poi pubblicato sul primo numero della rivista[35] che fu la prima, in Italia, a divulgare fotografie di alta qualità e in numero superiore a quelle degli anni Trenta. Il fotografo che collaborò di più con Bellezza fu Luxardo, fotografo alla moda delle attrici e delle donne più eleganti del tempo ma spesso la responsabile delle fotografie era la redattrice Elsa Robiola. Per ogni fotografia era studiata l’inquadratura e la scenografia; lo scopo delle fotografie non era quello di dare modelli e indicazioni per farsi i vestiti in casa ma di pubblicizzare con il prestigio dovuto le creazioni italiane.

Fra i suoi collaboratori annoverava: Irene Brin, Elena Celani, Anna Banti, Luigi Barzini, Emilio Cecchi, Maria Pezzi, Brunetta Mateldi. “Bellezza”, sorretta da mezzi ingenti, riuscì a superare il periodo della guerra senza essere costretta a subire ridimensionamenti editoriali, si affermò come la rivista ufficiale della moda italiana e venne diffusa e letta anche all’estero[36]. Ciò che distinse, fin dal primo numero, “Bellezza” dalle riviste che l’avevano preceduta era l’idea di concezione unitaria dell’arte, che legava in un’unica visione tutte le espressioni artistiche, fra le quali anche la moda, di cui si occupava. “Bellezza”, in ogni articolo, di ogni numero pubblicato fra il 1941 e il 1945 realizzò una precisa idea volta a creare un gusto, un clima, uno stile ben preciso, che erano poi quelli del suo creatore Giò Ponti. Si trattava di un progetto culturale e civile ideato da un gruppo di intellettuali che ruotavano intorno la figura di Giò Ponti che tentavano di raggiungere un compromesso con l’ideologia dominante in quel periodo. Dopo la caduta del regime, nel maggio del 1943, Ponti si dimise, continuando però a collaborarvi. Nei mesi successivi lasciarono altri esponenti della direzione. Rimasero solo i veri appassionati di moda con la caporedattrice Elsa Robiola che continuarono a parlare di moda e di vita incoraggiando le lettrici a pensare al presente, perché come scriveva Elena Celani, bisognava “vivere con tutte le proprie forze ogni giorno, senza rimpianti”[37].

Dopo il numero di gennaio-febbraio 1945 la rivista interruppe le pubblicazioni per riprenderle solo in novembre; ma era diventata una semplice rivista di moda, non più un complesso progetto culturale.

 

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Foto n.7 Crociera in Tunisia apparso sulla rivista Cordelia n.9 settembre 1929

 

 

“Fili-Moda”

La rivista “Fili”, della casa editrice Domus nacque a Milano nel 1934 per volontà della giornalista Emilia Rosselli Kuster, detta Bebe, donna colta e cosmopolita che propose a Giò Ponti di creare una rivista dedicata ai tradizionali lavori femminili e alla moda in generale. Il successo della pubblicazione fu tanto vasto che la casa editrice iniziò le pubblicazioni di “Fili-Moda” e “I Bimbi di Fili”. Durante la guerra la direttrice era Paola Moroni Fumagalli ed una delle collaboratrici era Maria Pezzi.

In un articolo Giò Ponti dichiara la sua grande ammirazione per il lavoro di ricamo e per i lavori a maglia definiti “una delle più delicate, belle e gentili espressioni del lavoro umano: lo dobbiamo altamente rispettare nelle nostre donne” perché pensava che questi lavori fossero simili ad espressioni d’arte che educavano le donne al buon gusto e alla finezza[38]. A causa dei bombardamenti la direzione, del giornale e di tutta la Domus, fu spostata da Milano a Bergamo.

Molti articoli e figurini negli anni di guerra erano dedicati al cambiamento delle abitudini delle donne. Gabriella de’Bosdari Robillant scrisse dell’Oscuramento e di come questo complicasse la vita delle italiane che dopo aver pensato “con questo buio, non usciremo mai” si adattarono e organizzarono ed impararono a servirsi dei i tram che, sostituendo le auto di lusso, diventarono le carrozze di tutti con i quali andare al lavoro ma anche a teatro e alle cene. Si continuava a ricevere in casa, anche se, ai pranzi, il numero degli ospiti era inferiore a quello degli anni precedenti. Un altro modo di trascorrere le serate casalinghe diventò l’abitudine a lavorare con i ferri da calza per produrre teorie di sciarpe, maglie e guanti di lana per i soldati[39]. “Fili-Moda” con i disegni e le didascalie di Brunetta documenta l’attenzione alla mondanità nelle case della borghesia milanese. Mentre con i disegni di Maria Pezzi si suggeriva alle donne come trasformare capotti e abiti già presenti nell’armadio, e si anticipavano invenzioni adatte all’epoca come il reggiseno con portafoglio incorporato antirapina disegnato per la Pirelli [40]. Sotto il titolo “Economia di guerra” si davano istruzioni con figurini e didascalie a firma GMG su “come utilizzare un paio di pantaloni e un panciotto che vostro marito non usa più” [41].

 

 

Fili-Moda uniformandosi alle direttive del regime affidò a Maria Pezzi alcune doppie pagine a colori nelle quali le nuove creazioni traevano spunto e ispirazione da particolari dei tradizionali costumi folkloristici. I figurini della Pezzi illustravano anche articoli nei quali venivano magnificate le tradizioni e i costumi popolari delle regioni italiane[42], come quello sulla Venezia Giulia dove l’uniformità dei costumi indossati dimostravano il carattere unitario della cerchia montana alpina.

“Fili-Moda” terminò le pubblicazioni nel 1947.

 

Da queste brevi note possiamo notare come le riviste femminili tentarono, anche durante gli anni più duri della Guerra, di incoraggiare le donne ad avere una maggior cura della propria persona e del proprio intelletto. Le riviste cercarono di insegnare loro ad essere operose e attente a ciò che avveniva intorno a loro, ma anche a cercare e mantenere una maggiore libertà di vita e di pensiero.

 

 

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Annamaria Ruggiero

Lavora presso l’archivio e la biblioteca dell’Accademia di costume e di moda di Roma, laureata in Lettere con indirizzo storico, in possesso del diploma di laurea in Archivista Paleografo della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari e del diploma di archivista dell’Archivio segreto Vaticano. Oltre all’archivio Profughi e internati di guerra, ha riordinato e schedato numerosi fondi archivistici in istituti culturali, associazioni ed enti (Real Academia de España, Presidenza nazionale della San Vincenzo de’Paoli, Royal College of Surgeons of London, Casa generalizia dei Fratelli Maristi).

 

 


[1]

[1] U. Notari, La Donna Tipo Tre, Milano, Società Anonima Notari, 1929, pagg. 9-13 . Umberto Notari, giornalista e scrittore Futurista, amico di Marinetti, pubblicò La Donna tipo tre, nel 1929 con la casa editrice Società Anonima Notari da lui stessa fondata.

[2]

[2] Ivi, pagg. 120-121.

[3]

[3] “Lidel” era una delle riviste femminili più prestigiose, rivolta ad una donna colta e disinvolta, amante del lusso e dell’abito all’ultima moda. Ricca di pubblicità di beni di lusso e di rubriche di cronaca mondana aveva anche una offerta culturale molto vasta (romanzi italiani e stranieri, articoli e arte e storia, spartiti musicali) e collaboratori prestigiosi fra i quali Grazia Deledda, Massimo Bontempelli e Ada Negri. La rivista era rivolta alla donna auspicata dal fascismo, morigerata ma anche destinataria delle accattivanti pubblicità pubblicate sulla rivista.

[4]

[4] S. Gnoli, La donna, l’eleganza, il fascismo: la moda italiana dalle origini all’Ente nazionale della moda, Catania, Edizioni del Prisma, 2000, pagg.25-26

[5]

[5] Ivi, pag. 46.

[6]

[6] Ente Nazionale Moda, Decreto legge 31 ottobre 1935.

[7]

[7] S. Gnoli, La donna, l’eleganza, il fascismo, cit., pag.18-

[8]

[8] B. Giordani Aragno, Il disegno dell’Alta moda italiana 1940-1970, Roma, De Luca Editore, pagg.16-17.

[9]

[9] S. Gnoli, Un secolo di moda italiana 1900-2000, Roma, Universale Metemi, 2005. pagg.75-76.

[10]

[10] “Cordelia”, novembre-dicembre 1938, pag. 442.

[11]

[11]“Bellezza”, gennaio 1941, pag. 64.

[12]

[12]S. Franchini, Editori, lettrici e stampa di moda: giornali di moda e di famiglia a Milano, dal Corriere delle Dame agli editori dell’Italia unita, Milano, Franco Angeli, 2007, pag.293. “Margherita”, nato nel 1878 come “giornale delle signore italiane di gran lusso, di mode e di letteratura”. Si rivolgeva alle lettrici delle classi medio-alte con articoli sull’alta società, regole di galateo, consigli per gestire la casa e la famiglia. Pubblicava romanzi e racconti di autori italiani ed usciva in due edizioni, una delle quali di lusso. Chiuse le pubblicazioni nel 1921.

[13]

[13] S. Gnoli, La donna, l’eleganza, il fascismo, cit., pag. 47.

[14]

[14] Rita Carrarini, La stampa di moda dall’Unità a oggi in Carlo Marco Belfanti, Fabio Giusberti (a cura di), La moda, Annali 19, Torino, Einaudi, 2003, pp. 810-815.

[15]

[15] B. Giordani Aragno, Il disegno dell’Alta moda italiana, cit. pagg.71-72.

[16]

[16]G. Vergari, Maria Pezzi: una vita dentro la moda, Milano, Skira, 1998, pagg.147-149. Brunetta Mateldi, nota come Brunetta, nata ad Ivrea, studiò all’Accademia di Belle arti di Torino e Bologna, a Milano sposò Filippo Mateldi scenografo e pittore. Lavorò molto in Italia e all’estero per riviste quali “Bellezza”, “Harper’s Bazaar”. Brunetta trasformava le più comuni figure in personaggi, spogliandole con i suoi occhi e rivestendole con la sua matita.

[17]

[17]Ivi, pagg. 18-26. Di famiglia alto borghese, Maria Pezzi, dopo l’incontro a Parigi con René Gruau, iniziò a disegnare figurini di moda, con collaborazioni saltuarie con giornali come “Grazia” e altri. La sua prima collaborazione fissa fu con “Fili-Moda” sotto la direzione di Paola Morolli Fumagalli, in seguito lavorò anche per “Bellezza”.

[18]

[18] S. Grandi A. Vaccari, Vestire il Ventennio: moda e cultura artistica in Italia tra le due guerre, Bologna, Bononia University Press., 2004, pagg.142-143.

[19]

[19] “Fili-Moda” n.2, primavera 1941, pag.37.

[20]

[20] Federica Di Castro, Tra gusto e stile. Figure femminili del XX secolo in 1900 1960 L’Alta Moda Capitale. Torino e le sartorie torinesi. Collezione Roberto Devalle, Torino, Fabbri Editori, 1991, pagg.24-34.

[21]

[21] Rita Carrarini, La stampa di moda dall’Unità a oggi in Carlo Marco Belfanti e Fabio Giusberti (a cura di), La moda, Annali 19, Torino, Einaudi, 2003, pp. 797-834, pp.821-822.

[22]

[22] “La Donna”, copertina, n.101, 1909.

[23]

[23]“La Donna” aprile 1942 ,p. 7

[24]

[24] “La Donna”, gennaio 1931, pp.26-28

[25]

[25] “La Donna”, aprile 1943, p. 46

[26]

[26] “Cordelia”, settembre 1929, pp.445-447

[27]

[27] “Cordelia”, dicembre 1931, pp.591-593

[28]

[28] “Cordelia”, dicembre 1931, pp. 617-618.

[29]

[29] “Cordelia”, novembre 1934, pp. 571-573.

[30]

[30] “Cordelia”, febbraio 1937, p.126.

[31]

[31]“Cordelia”, febbraio 1940, pp.26-33

[32]

[32] “Cordelia”, ottobre, 1938, p. 346

[33]

[33] “Cordelia”, aprile-maggio, 1939 p. 37

[34]

[34] Cordelia, aprile-maggio, 1939 p. 44

[35]

[35] “Bellezza”, gennaio 1941

[36]

[36] B. Giordani Aragno, Il disegno dell’Alta Moda italiana 1940-1970, Roma, De Luca Editore, 1982, p.65.

[37]

[37] “Bellezza”, agosto 1944, pp.3-4.

[38]

[38] “Fili-Moda”, luglio 1939, p.11

[39]

[39] “Fili-Moda”, febbraio 1941, pp.20-27

[40]

[40] G. Vergari, Maria Pezzi una vita dentro la moda, cit., p. 36.

[41]

[41] “Fili-Moda”, gennaio 1943, pp.38-39.

[42]

[42] G. Vergari, Maria Pezzi una vita dentro la moda, cit., pp. 34-35.

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