Una Italian Public History per la seconda Repubblica

La Public History è una disciplina strategica per gli storici contemporanei. Soprattutto per le ultime due generazioni, i cui studi si sono intrecciati con una serie di condizioni che hanno mutato il rapporto con il presente. Da circa vent’anni, stiamo assistendo alla diminuita autorevolezza dello Stato nazionale, sotto la duplice pressione di globalizzazione e localismo. È modificato il rapporto con la memoria pubblica. Il “patto” collettivo, su cui si era costruito l’albero genealogico della nazione, si è riconfigurato intorno a rituali celebranti l’individuo quale paradigma della contemporaneità. Il pensiero unico neoliberista ha sconfitto l’idea stessa di società. La fine del Welfare ha frantumato la sicurezza sociale. La mutazione individualista ha travolto la democrazia: il sistema politico si è trasformato in una partitocrazia senza partiti. La società, inglobata in un indistinto ceto medio (frazionato in corporazioni d’interessi), si è in gran parte spoliticizzata. Un processo visibile in Italia sin dagli anni del primo miracolo economico, anche se allora non appariva ancora irreversibile. Sarà il secondo miracolo economico, versione italiana delle politiche Thatcheriane e Reaganiane, in una situazione già marcata dai segni della crisi e dalla contestuale fine dell’Impero sovietico, a dare la definitiva spallata alla società del benessere.

«L’aforisma della signora Thatcher su individui e società condensa… il senso profondo di una rivoluzione culturale… che ispira il decennio immediatamente precedente alla fine del comunismo e della guerra fredda. Gli anni Ottanta si avviano infatti nel segno di uno storico cambio di paradigma nelle teorie e nelle pratiche economiche: la quasi cinquantennale egemonia del keynesismo… viene scalzata da un nuovo corso che assume l’inflazione come pericolo prioritario e ne ricava rigide ortodossie monetariste… Torna così in auge una rinnovata e radicalizzata fiducia nei meccanismi trickle down (di sgocciolamento verso il basso della ricchezza) teoricamente proprio del libero mercato […] Il ceto medio indipendente orienta il senso comune più generale e quindi pesa più del proprio volume quantitativo, in termini di intraprendenza, dinamismo, fiducia, speranza ottimismo rincorsa di una qualità materiale della vita, “privatismo”. La terza Italia dei microimprenditori è quindi il prodotto più vistoso della mobilitazione individualistica degli anni Ottanta»[1]. L’ascesa delle Tv commerciali in quel decennio inaugura la stagione della “post-democrazia”: «si coniuga a una trasformazione della partecipazione politica dei cittadini, che diviene più fluttuante, meno ideologica, più difensiva e one issue, cioè legata a singoli problemi grandi e globali… meno fiduciosa nella capacità della politica di costruire futuro. L’uso dei media da parte del ceto politico innalza i costi della presenza nella vita pubblica ma non inverte la tendenza a una disaffezione crescente, puntualmente misurata dai sondaggi che rilevano indici di popolarità calante dei partiti e delle istituzioni. Il ciclo aperto dalla rivoluzione neoliberista di Thatcher e Reagan non riesce a rinnovare davvero la politica e anzi la rende più elitaria. Dal canto loro, le televisioni commerciali private non sono interessate al cambiamento politico: sono interessate a vendere pubblico agli inserzionisti e il rinnovamento che portano con sé va nella direzione dell’intrattenimento spoliticizzato di human interest, ispirato alla vita quotidiana»[2].

Eppure, ciò non basta a spiegare la complessità della mutazione individualista che, in verità, è strettamente connessa all’affermarsi della rivoluzione digitale. Il computer, con la sua potenza di calcolo, ha riassegnato all’uomo la centralità dello sviluppo, sostituendosi al macchinismo della fabbrica. L’informatica ha cambiato il mondo al punto da definire gli adolescenti “nativi digitali”. Ciò non significa che è finita l’epoca industriale, ma mutano i rapporti di forza, così come è avvenuto in passato tra agricoltura e industria. Internet, con la sua somma di individui connessi, ha reimpostato le coordinate geografiche: non esiste più un nord o un sud, un est o un ovest, ma un click che traccia forme di cooperazione glocale. Dietro un gesto individuale si aprono, paradossalmente, scenari socioeconomici capaci di superare anche la carenza di infrastrutture materiali. La condanna all’isolamento sembra svanire nel momento stesso in cui l’uomo, sempre più solitariamente, si impossessa della rete digitale. Se muta la dimensione dello spazio inevitabilmente cambia anche la percezione del tempo. Nell’ambiente virtuale tutto è in real time. Quando si accede ad un social network si ha davanti un wall, una “bacheca” continuamente aggiornata. Un post dopo un’ora non è più rintracciabile, schiacciato da migliaia di altri post che lo hanno reso “passato”. Il mondo di internet non ha distanze, né fusi orari: da qualsiasi parte del pianeta si entri nella rete si è sempre «qui, adesso». Se dopo un’ora un’informazione è già coniugata al passato, e il futuro deve ancora venire, siamo di fronte ad un tempo “sempre presente”. I nativi digitali vivono ormai parte della loro esistenza nell’ambiente virtuale. La loro immagine pubblica è costruita dal multitasking compulsivo: un sé digitale identificato dalle fotografie, dai video, dagli «I like», dagli status, dai tags e dalle amicizie nei social network. Questa generazione è esposta, più di ogni altra, alla dimensione del “sempre presente”: la storia diventa un buco nero dal quale si ha paura di essere inghiottiti. Il “presente immobile” del digitale pare abbia fagocitato anche la società reale. L’individualismo neoliberale, da cui discente la tecnologia informatica, ha spezzato la catena sociale creando un tempo diviso tra un passato da rinnegare e un futuro di cui temere. Tocca, allora, alla generazione di mezzo – quella che gli americani chiamano migranti digitali – entrare in gioco (con l’ausilio di “buoni maestri”, già in cammino su questa impervia strada) per restituire al tempo la spessore della profondità. All’interno di questa generazione, chi fa il mestiere di storico non può eludere il confronto con la civiltà informatica e la tecnologia del web 2.0. Quanti ricercatori o docenti hanno un profilo Facebook su cui caricano materiali digitali di carattere storico esponendosi ai commenti di un pubblico di non addetti ai lavori? La domanda in sé è già la misura del cambiamento. Lo storico, ormai, non può rinunciare ad un rapporto diretto con un’audience extra-universitaria che sente forte il bisogno di storia. Se è vero che si è diffuso l’uso pubblico di Clio è anche vero che non si è radicato un “senso pubblico” della storia. Alla metà degli anni Novanta, Giovanni De Luna, durante una lezione all’Università di Salerno già definiva lo storico, in rapporto al pubblico, come un link. Oggi questa prospettiva è superata. Il public historian non è solo un divulgatore scientifico o un “passatore di storia” ma è un “mediatore pluricodicale” che applica al passato le tecnologie, le metodologie e i linguaggi del presente. Si muove in un contesto in cui la mutazione individuale ha cambiato il rapporto tra teoria e pratica, tra cultura scientifica e cultura materiale, tra università e società, tra scienze umane e scienze tecnologiche, tra ricerca scientifica e didattica, tra storia e memoria, tra singole discipline e interdisciplinarietà, tra divulgazione e pubblicistica, tra istituzioni e territorio, tra imprese e consumatori, tra locale e globale, tra analogico e digitale, tra reale e virtuale e, naturalmente, tra passato e presente. La Società italiana per lo studio della storia contemporanea (Sissco) non può ignorare simili urgenze. Il rischio immediato è quello di lasciare il racconto del passato nelle mani degli “scienziati del sempre presente”. Questi hanno abusato ideologicamente di Clio, attuando le tecniche proprie della Public History. La Lega ha inventato nuovi riti collettivi mitizzando una falsa storia a sostegno di un’identità politica; i neoborbonici praticano il re-enactment con intenti revisionistici; i luoghi del mussolinismo sono diventati siti di turismo nostalgico, gestiti da imprenditori privati che sfruttano il marketing ideologico; il berlusconismo, per accreditarsi tra i soggetti fondatori della seconda Repubblica, ha fatto del revisionismo un fattore ideologico tendente ad abbattere i pilastri identitari della prima Repubblica (antifascismo, Costituzione, partitocrazia) seguendo una logica mercatistica: il capitalismo, più che lo Stato, ha prodotto la democrazia sconfiggendo tutti gli avversari ideologici; la pubblicistica, dominata dalle regole del mercato editoriale, è stata affidata a giornalisti che pretendono di ricostruire il nation building con una visione parziale. In più occasioni, infatti, mi sono trovato di fronte a gruppi di studenti e cittadini che, dopo aver letto queste opere, erano convinti che i briganti fossero gli antenati dei partigiani, oppure che l’invasione americana fosse l’origine della riorganizzazione mafiosa nelle regioni meridionali. Senza dimenticare i numerosi libri secessionisti che teorizzano la formazione di stati autonomi nel corpo della nazione. Bisogna agire prima che si stratifichi una storiografia revisionista che può diventare, a sua volta, fonte storica. Un revisionismo «preoccupato solo dell’immediata attualità che… concepisce la storia dal punto di vista… di un presente assoluto in cui il rapporto con il passato è piegato alle leggi dello spettacolo»[3].

Una condizione che, a mio parere, deriva dall’assenza di una religione civile che avrebbe potuto colmare il vuoto lasciato dai partiti di massa della prima Repubblica. Il crollo del sistema politico, nel quinquennio 1989-1994, ha svelato l’inconsistenza del legame tra cittadini e istituzioni repubblicane. Una lacuna a cui hanno cercato di dare una risposta da un lato il Quirinale, dall’altro i movimenti civili fondati sulla preservazione della memoria collettiva delle vittime.

Per la Sissco la Public History, insieme alla Digital History, può diventare una branca strategica. Come già rifletteva Lydia Bronte (Rockefeller foundation, 1979) può essere una risorsa per nuovi sbocchi professionali, data la drammatica carenza di posizioni universitarie. Bisogna, quindi, rimodulare il mestiere sulle opportunità offerte dal mercato del lavoro. Lo storico, come lavoratore autonomo connesso alla comunità scientifica di appartenenza, può offrire consulenza alle imprese, agli enti pubblici, ai media. La tematizzazione dei canali, realizzata dal digitale terrestre, con un più agevole trasferimento dei contenuti televisivi nella rete, offre nuove occasioni di impiego. Del resto, ogni grande gruppo ha il suo canale di storia. Ma non è l’unica possibilità. Vi sono anche nuovi temi da affrontare: la sostenibilità, la globalizzazione, la rivoluzione digitale, l’ecologismo, le influenze della cultura materiale, l’evoluzione della mentalità, il revisionismo e così via. Nuove opportunità per la didattica che potrebbe essere ampliata con l’organizzazione di master interdisciplinari qualificanti o con l’inserimento della disciplina nei corsi di pubblicistica, editoria, scienze della comunicazione, scuole di giornalismo, con una particolare attenzione al divenire delle tecnologie digitali. Nuovi contesti da sviluppare: ambienti virtuali in cui si possa dialogare tra pari e contemporaneamente con il pubblico interessato. E, infine, una maggiore facilità di accesso alle fonti, che significa anche maggiore dispersione, come in un labirinto senza soluzione. Uno dei compiti della Public History, pertanto, dovrebbe essere la catalogazione dei materiali presenti nel web. Si potrebbe cominciare a riordinare l’esistente: su Youtube sono già caricati milioni di documenti digitali che attendono di essere vagliati come fonte storica. Il rinnovamento professionale passa anche dalla capacità di ristrutturare il linguaggio. Non basta più scrivere in maniera comprensibile, bisogna modulare l’espressione del sapere storico a seconda dell’audience. Una cosa è la monografia o il saggio su una rivista scientifica, altro è l’articolo per un blog generalista che richiede un testo breve in cui le citazioni sono sostituite da link che rimandano ad altri contenuti multimediali. Nella cassetta degli attrezzi del public historian ci devono essere nozioni di informatica, di comunicazione, di semiotica e tutto quanto sia necessario per la realizzazione di prodotti multimediali. La nuova frontiera è la “crossmedialità”, ovvero un libro cartaceo che rimanda il lettore, grazie all’inserimento di «Qr-code» (scaricabile su qualsiasi smartphone), ad un sito internet su cui sono stati inserti i contenuti digitali citati nel testo. La prima sperimentazione è stata compiuta da un giornalista, Michele Mezza, che, nel capitolo introduttivo di Avevamo la luna, dichiara esplicitamente di voler realizzare un’opera di storia pubblica. Il periodo considerato è il quadriennio 1960-1964 sviluppato come un cronotopo semantico, ovvero come scrive Mezza: «un meta-motore di ricerca… per bighellonare negli anfratti della storia, rimbalzando fra documenti, testimonianze o ambientazioni in cui quel mondo parallelo della rete ci risucchia»[4]. Un continuo confronto tra «gli eventi storici e i loro indotti contemporanei, incrociando anche situazioni che la tradizione non riferisce naturalmente al processo storico esaminato»[5]. L’industria editoriale non informativa potrebbe essere la chiave di volta. Il libro resiste con maggior vigore alla diffusione di internet rispetto ai quotidiani, grazie alla sua atemporalità. A differenza di una news, può essere riposto e ripreso, finito e ricominciato. Le notizie non vivono questo processo di conservazione. Non è un caso che l’e-book faccia fatica ad esplodere mentre il web ha quasi completamente soppiantato il quotidiano cartaceo e le riviste, lasciando intravedere, alle spalle del Moloch virtuale, la sostenibilità ecologica (ovvero la progressiva diminuzione dell’uso della carta) indotta dall’editoria digitale.

In Italia si realizza molta storia pubblica al di fuori delle università: musei virtuali, portali web, mostre fotografiche e di oggetti, rievocazioni storiche, festival popolari, parchi tematici, monumenti evocativi. La maggior parte sono prodotti statici su supporti dinamici. Per esempio, alcuni portali della memoria non sono altro che storia orale digitale. Il verso della ricerca rimane quello dell’alto verso il basso. Invece, la Public & Digital history dovrebbe invertire il flusso delle fonti (l’esempio analogico più prossimo è l’Archivio diaristico nazionale di Pieve S. Stefano). Così, il public historian assolverebbe a due funzioni: 1) stimolare e raccogliere le esigenze reali del bisogno pubblico di storia; 2) verificare e catalogare i materiali caricati dagli utenti per destinarli ad un corretto uso pubblico. Manca un social network della storia che, in connessione con gli altri social generalisti e basandosi su una policy di certificazione delle fonti, sia riconosciuto come uno strumento digitale a disposizione della comunità scientifica e di un’utenza non specialistica. Dovremmo cominciare ad imparare l’uso degli hashtags per realizzare contenitori storici riconoscibili e validi in cui immagazzinare i dati digitali pubblicati nei social networks. Lavorare alla impostazione di trending topics, nazionalmente localizzati, da un lato può permettere agli storici di trovare più facilmente un messaggio collegato ad un argomento e orientare la discussione della comunità virtuale, dall’altro di lanciare un nuovo tema indicandolo ai vari networkers. Per la prima volta durante i Cantieri di Storia 2013 sono state coniate le etichette #cantieridistoria2013 e #sissco veicolate attraverso Twitter, Facebook e Instagram, per convogliare, in un vaso digitale, le discussioni affrontate nei diversi panel tematici.

Un tentativo sperimentale è Fanmemory[6]. Si tratta di un canale tematico realizzato da Fanpage. Questo quotidiano digitale in soli tre anni ha conquistato il terzo posto tra i giornali online con un milione di click al giorno. Ha 2 milioni di fans su Facebook, è disponibile in app per supporti mobili e ha una piattaforma video (Youmedia) che raggiunge 30 milioni di visualizzazioni al mese. Con la cattedra di Storia contemporanea del corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno si è deciso di stimolare la memoria dei lettori sul settantesimo anniversario della caduta del fascismo (25 luglio 1943), dello sbarco nel capoluogo campano e dell’armistizio (8/9 settembre 1943). Gli utenti diventano soggetti attivi della divulgazione storica (citizen history). L’intenzione è preservare il passato incorporando le voci e le testimonianze di chi ha vissuto quel periodo.

Il risultato della sperimentazione è stato incoraggiante. Il post di richiamo, relativo agli argomenti in questione, è stato calibrato, attraverso la pagina fan di Facebook[7], su un target di over 65 al fine di stimolare il pubblico che avrebbe potuto sicuramente custodire ricordi personali di quei giorni. Sono arrivati 300 commenti, di cui solo una piccolissima parte (4%) ha un valore reale, e 7 fotografie legate al vissuto quotidiano. Tuttavia, emergono degli aspetti da non sottovalutare: 1) la call targettizzata e riferita ad una data storica precisa attira un consistente flusso di internauti disposti a condividere virtualmente il bagaglio dei ricordi personali; 2) si stabilisce tra l’emittente e il ricevitore un rapporto fiduciario, direttamente proporzionale alla credibilità del medium, che induce a riportare fatti ed eventi in forma diaristica (memory blogging); 3) si nota un uso pubblico della storia che giustifica il permanere di una “divisione della memoria” sulla fase di transizione aperta dalla caduta del regime; 4) affiorano, soprattutto nei commenti più superficiali, luoghi comuni e stereotipi metastorici dal forte contenuto ideologico; 5) si coglie l’impatto prodotto dall’assenza di “senso pubblico della storia” nelle nuove generazioni e il rapporto debole esistente tra l’ambiente scientifico-accademico e la società civile.

Fanmemory potrebbe diventare un archivio virtuale in cui versare i materiali che ognuno ha disposizione a portata di mano, ma anche un social network al quale postare fotoriproduzioni digitali utili a ricostruire il contesto storico. L’obiettivo è duplice: da un lato attivare percorsi di testimonianza conservando e trasformando la memoria in fonte storica; dall’altro stabilire una connessione tra la comunità scientifica e il pubblico della rete per intrecciare i fili della memoria con chi ha partecipato ai grandi eventi della storia nazionale in qualità di semplice cittadino.

La memoria è il campo d’azione privilegiato della Public History. Tuttavia, nella seconda Repubblica la storia pubblica italiana ha indossato le vesti fragili della memorialistica e della testimonianza individuale o familiare, private della rigorosità scientifica in virtù della sovrabbondanza pubblicistica prodotta dal paradigma vittimario. Accanto alle tradizionali celebrazioni repubblicane hanno attecchito cerimonie che esaltano il ruolo della vittima. Persino alcune fonti istituzionali cominciano ad essere catalogate sulla preponderanza del paradigma[8]. Il ricordo delle vittime delle mafie, del terrorismo, della Shoa, delle foibe, delle catastrofi naturali, del lavoro e del dovere ha dato vita a una “geografia della memoria” fondata su rinnovate “infrastrutture identitarie”: parchi storici, organizzazioni museali, calendari festivi, rituali civili, cerimonie istituzionali, toponomastica ecc. Una Italian Public History dovrebbe porsi l’obiettivo di riequilibrare il rapporto tra storia e memoria, vagliando il ricordo del passato con metodo critico. Per valutare l’impatto del paradigma vittimario nella seconda Repubblica ho seguito la strada della toponomastica. L’odonomastica, sebbene sia considerata una fonte abbastanza desueta e priva di uno studio metodologico, si colloca «come uno degli elementi essenziali e più suggestivi nel rinnovamento storiografico in corso, soprattutto se si pensa che l’attribuzione dei nomi delle vie, al pari dei monumenti o delle feste, offre… il duplice vantaggio di confermare (o rivedere) i caratteri originali della tradizione locale e insieme di assecondare la “confluenza di qualche significativo ‘pezzo’ di storia della ‘piccola patria’ nell’alveo della ‘grande patria’»[9]. Rappresenta, quindi, uno dei più significativi terreni di riconoscibilità di una geografia dell’eroismo nazionale all’interno della quale si iscrive il «patriottismo espiativo» della Repubblica, ovvero il riconoscimento delle «patrie locali»: città, province e regioni che hanno vissuto in prima linea lo scontro tra forze avverse, lasciando sul campo decine di cittadini inermi. Le onorificenze offerte dallo Stato alle famiglie e alle comunità colpite dai lutti è stato – ed è – un modo per saldare le virtù civiche a una più vasta gamma di valori patriottici: si fa leva sulla forza del radicamento territoriale dei personaggi, anche utilizzando la compagine parentale, per proiettare il dolore e la dignità individuale oltre gli steccati locali, in una dimensione compiutamente nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale il conflitto armato non richiama più l’orgoglio epico del guerriero. Declina la figura dell’eroe lasciando spazio al tema del martirio, ovvero alla celebrazione delle vittime innocenti che struttura una retorica in cui coloro che paiono illuminati dalla grazia non sono più forti e valorosi combattenti che scelgono di lottare – ed eventualmente perire – per difendere la patria. La toponomastica repubblicana, a partire dagli anni di piombo, diventa il campo concreto di espiazione e di partecipazione al lutto nazionale in cui i dolori e le disgrazie vengono trasfigurati sino ad apparire come il prezzo da pagare per lavare il senso di colpa collettivo.

L’evoluzione consequenziale è stata la scelta di indirizzare la ricerca verso un obiettivo originale, ovvero la ricostruzione della geografia dell’eroismo nazionale nella cosiddetta seconda Repubblica. Del resto la sostituzione di vecchi toponimi, con denominazioni che ricordino date memorabili e nomi illustri scomparsi, rinvia a una tendenza sempre presente in tutti i momenti di transizione da un assetto politico ad un altro. Lo studio sul lungo periodo della toponomastica permetterebbe di “misurare” il grado di intensità, simbolica ed emotiva, di quei mutamenti e della percezione che ne ebbero le élites sociali e politiche alla testa delle amministrazioni municipali[10]. Le mutazioni toponomastiche hanno caratterizzato tutti i passaggi salienti della storia nazionale: l’unificazione, la prima guerra mondiale, il fascismo e la Repubblica. Ognuno di questi eventi ha avuto un impatto immediato nelle comunità locali con la ridefinizione della odonomastica: i nomi rappresentativi di un regime anteriore vengono sostituiti con l’intitolazione di piazze e strade a protagonisti o a eventi salienti del regime subentrante. Si tratta di una cesura che diviene parte integrante del vissuto quotidiano. Le coordinate urbane mutano. I rappresentanti degli enti locali per adeguarsi al nuovo stato di cose, o per sottolineare un particolare indirizzo politico-sociale, rinominano i luoghi della geografia cittadina ridisegnando la memoria comunitaria con un processo di selezione che attribuisce ad alcuni attori il ruolo di genius loci.

Negli oltre 150 anni di storia unitaria le sostituzioni dei toponimi possono suddividersi secondo due assi periodizzanti: 1) i passaggi relativi all’unificazione, alla prima guerra mondiale, al fascismo e alla Repubblica; 2) le figure e gli avvenimenti riguardanti la storia repubblicana. Nel primo caso le comunità locali hanno cambiato i nomi rappresentativi di un regime anteriore, omaggiando gli emblemi del nuovo ordine costituito; nel secondo caso siamo di fronte a modifiche, o aggiunte toponomastiche (dovute allo sviluppo urbanistico della seconda metà del Novecento), dedicate a esponenti istituzionali, politici, ecclesiastici, militari e civili non solo per il loro rilevante ruolo pubblico ma anche in quanto vittime di avvenimenti connessi a fenomeni storici che hanno messo in crisi le libertà costituzionali (catastrofi, stragismo, lotta al terrorismo e alle mafie). La ricerca si è concentrata, dunque, sulla periodizzazione repubblicana e, in particolare, sul quinquennio 1989-1994, considerato dalla storiografia, oramai in maniera concorde, come la fase di transizione dalla prima alla seconda Repubblica. Il fulcro sono gli eventi del 1992, zenit del quinquennio 1989-1994. Ho convogliato l’attenzione sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. La morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, come scrisse l’Eurispes nel rapporto del 1993, segna «la fine di un’epoca ricordandoci come… ogni grande processo di cambiamento sia scandito da eventi luttuosi. La prima Repubblica muore con i funerali di Falcone e Borsellino». La toponomastica mi ha aiutato a comprendere se la memoria del lutto abbia marcato la crisi della Repubblica dei partiti, lasciando una traccia indelebile nella composizione di “un’altra” territorialità civica.

Negli 8.092 comuni italiani, dal ’92 ad oggi, 820, ovvero il 10,10% del totale, ha intitolato una strada o una piazza a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per quanto riguarda i capoluoghi di provincia: su 117, 40, il 34,18% del totale, hanno modificato l’odonomastica per onorare la memoria dei giudici. Il nord ha il primato delle intitolazioni, anche in rapporto al maggior numero di comuni presenti. Tuttavia, è giusto sottolineare che durante gli anni della seconda Repubblica, proprio nelle aree geografiche in cui si è radicato il fenomeno del leghismo, la odonomastica riconosceva il sacrificio di due cittadini meridionali, consacrando la lotta alle mafie come un valore nazionale unificante. Inoltre, dalla lettura degli atti, i comuni amministrati dal centro-sinistra hanno con maggiore frequenza attribuito l’intitolazione al solo Giovanni Falcone, quelle di centro-destra prevalentemente al solo Paolo Borsellino (confermando una memoria divisa, piegata all’uso pubblico della storia). Dalla osservazione delle mappe urbane emerge, invece, un dato costante: nei piccoli centri e nelle città medie i nomi dei magistrati sono stati inseriti in nuovi nuclei di espansione urbana o in strade che non avevano ancora avuto una intestazione; nelle grandi città si è scelto di rinominare alcune vie del centro urbano o nei pressi di luoghi significativi (spesso adiacenti ai tribunali). In totale, nel 50% dei casi, il toponimo, sia individuale sia congiunto, è collocato in una zona della città in cui l’odonomastica è dedicata alle vittime innocenti delle mafie. È anche il caso di sottolineare che durante la ricerca sono venuti alla luce altri possibili sviluppi: molti municipi, che non hanno intitolato una via o una piazza a Falcone e Borsellino, hanno provveduto a rinominare altri luoghi di rilevanza pubblica (auditorium, aule consiliari, scuole, biblioteche, centri sociali, ecc…). Una simile indagine può essere allargata ai “martiri” della lotta al terrorismo (per esempio Aldo Moro), ma anche ai protagonisti della “Repubblica dei partiti” (per esempio Bettino Craxi) per verificare concretamente quanta memoria rimane di quella storia nella territorialità civica del nostro paese. Per compiere la ricerca ho utilizzato le infrastrutture cibernetiche del web 2.0 che hanno reso possibile una e-research. Il lavoro quantitativo principale è stato effettuato su Google maps avvalendomi della geo-localizzazione e delle immagini tridimensionali di Street view. Con i due strumenti non solo ho individuato i comuni che hanno intestato uno spazio pubblico ai giudici ma ho potuto individuarli sulla mappa e visualizzare l’ambiente urbano in cui il toponimo è collocato.

La toponomastica applicata allo stragismo mafioso assimila l’antimafia alla Resistenza che, a sua volta, come in un gioco di specchi, riflette lo stereotipo del «canone risorgimentale». L’odonomastica lascia scorgere il lungo fluire di una storia civica in cui permane un’ansia celebrativa della borghesia provinciale che evidenzia l’esigenza, soprattutto nei momenti di transizione, di difendere un legame territoriale fondato sul nesso locale-nazionale. Ma nel caso delle vittime innocenti delle mafie, oltre alla retorica del martirio, l’odonomastica assume anche una funzione di marketing politico: gli amministratori comunali intitolando alla loro memoria uno spazio pubblico potranno manifestare di fronte alla comunità di aver contribuito alla lotta contro il crimine organizzato.

«Si dice che Falcone propendesse per la sinistra moderata e Borsellino per il Movimento sociale. Ma questo è esattamente ciò che rende la loro immagine inattaccabile. Magistrati che lottavano insieme contro la mafia nonostante le loro diverse opinioni politiche. Essi, cioè, si situano su un piano più alto dell’ideologia e quindi diventano espressioni di ciò che unisce o dovrebbe unirci tutti, la patria, la nazione, l’interesse collettivo»[11].

I martiri della Repubblica, incorporati nel tessuto urbano dalla toponomastica, simboleggiano la infinita lotta tra il Bene e il Male. Le loro virtù meta-politiche, cioè la Giustizia come patrimonio collettivo, trasformano piazze e vie cittadine in un palcoscenico dell’orgoglio nazionale: «Attribuire un nome ad una via significa… assegnarle una funzione pedagogica, investendola di un’eloquenza simile a quella che ispirano la statuaria pubblica o i manuali di educazione civica»[12].

La città diventa allora un «pantheon» del quotidiano in cui si avvera il mito del Risorgimento perenne: in ogni fase di crisi o di transizione si rinnovano le immagini, i simboli e i miti che hanno caratterizzato lo spirito unitario. Così è stato per la prima guerra mondiale, tramandata come ultima guerra di indipendenza; così è stato per il fascismo che ha giustificato la dittatura plagiando il pensiero mazziniano, presentandosi quale avveramento della rivoluzione nazionale; così è stato per la Resistenza in quanto lotta alla tirannia, guerra allo straniero e conquista della libertà; così è stato per la lotta al terrorismo che ha verificato la saldezza delle istituzioni repubblicane; così è stato per il movimento antimafia che ha reso il tema del contrasto ai poteri criminali protagonista di una nuova stagione di difesa delle libertà democratiche. Un gioco di specchi che riflette i valori del Risorgimento nella Resistenza e dalla Resistenza all’Antimafia. Pertanto le vittime, illustri o meno, sono i nuovi patrioti, fanno parte tutti di una incessante storia civile italiana. Una storia che si aggiorna ciclicamente grazie al continuo divenire dell’idea di patria. Come un fiume carsico in alcuni tratti del suo percorso si inabissa, così la Patria sembra scomparire periodicamente agli occhi degli italiani; ma il suo lento fluire prosegue imperterrito, dal Risorgimento alla Repubblica, sedimentando una memoria collettiva che riemerge nei momenti di crisi per suscitare un rinnovato senso di appartenenza. Il concetto di patria non muore ma cambia con il mutare della società italiana, così come mutano i nomi celebrati dall’odonomastica. Allora, ricostruire la toponomastica delle vittime delle mafie non è un mero esercizio retorico, ma un contributo, seppur minimo, alla divulgazione di un patriottismo civile di lunga durata che restituisce senso pubblico alla storia nazionale recente.

 

 


[1] G. Gozzini, La mutazione individualista. Gli italiani e la televisione 1954-2011, Laterza, Roma-Bari, 2001, pp. 109, 123

[2] Ivi, p. 142

[3] P. P. Poggio, Nazismo e revisionismo storico, manifestolibri, Roma, 1997, p. 112

[4] M. Mezza, Avevamo la luna. L’Italia del miracolo sfiorato vista cinquant’anni dopo, Donzelli, Roma, 2013, p. 31

[5] Ibidem

[6] La scelta di Fanpage di realizzare un contenitore mediale sulla memoria collettiva ha provocato la reazione immediata del gruppo editoriale l’Espresso che ha chiesto ai lettori di «Repubblica.it» di raccontare le vicende della tragedia del Vajont (in vista del 50° anniversario) postando resoconti scritti e materiali audiovisivi sul sito web del quotidiano.

[7] La sponsorizzazione del post su Facebook permette una “conversione” fino a 30 volte maggiore rispetto a quella di un post non sponsorizzato.

[8] La sottosezione “Visite del Presidente”, dell’Archivio storico del Quirinale, è suddivisa in: Cerimonie rievocative di eventi bellici e delle Resistenza; Cerimonie funebri; Calamità naturali e sciagure; Eventi legati a delitti di mafia e ‘ndrangheta; Eventi legati a episodi di terrorismo e stragi.

[9] M. Morandi, La costruzione dell’identità locale: Cremona e Mantova nell’odonomastica del secolo Ottocento, in «Memoria e Ricerca», n. 20, settembre-dicembre 2005, p. 134

[10] M. Ridolfi, Il nuovo volto delle città. La toponomastica negli anni della transizione democratica e della nascita della Repubblica, in «Memoria e Ricerca», n. 20, settembre-dicembre 2005, pp. 158, 159

[11] A. Dal Lago, Eroi di carta. Il caso Gomorra ed altre epopee, manifestolibri, Roma, 2010, p. 83

[12] M. Morandi, La costruzione dell’identità locale, op. cit., p. 141

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