Acqua e sale. Le cure di mare a Viareggio tra XIX e XX secolo

1. Introduzione

Il presente lavoro intende essere un contributo allo studio dell’infanzia abbandonata in età moderna e alle cure assistenziali attuate dagli enti alla fine del XIX secolo in Italia. La ricerca si è avvalsa della consultazione diretta e analisi di fonti archivistiche fino ad oggi studiate solo in minima parte, quelle dell’Archivio della Pia Casa di Beneficenza di Lucca, conservato presso l’Archivio Storico Comunale di Lucca.

Nel corso dell’età moderna, in una società minacciata da epidemie, eventi bellici, povertà e precarie condizioni di vita, merita particolare attenzione il tema dell’assistenza alle frange più deboli della popolazione, poste ai margini della società civile. Nel contesto italiano fin dagli inizi del XIV secolo furono promosse iniziative benefiche ecclesiastiche e laiche, quali istituti di beneficenza, ospizi, conservatori, pie case di lavoro, alberghi dei poveri e ospedali che provvidero con modalità diverse ad assistere poveri, vecchi, donne in difficoltà e bambini abbandonati.

In questo settore della società costituito da individui fragili ed emarginati, un problema che assunse nel corso dei secoli dimensioni sempre più consistenti fu quello dell’infanzia povera e abbandonata. Il tema degli esposti e dei trovatelli è stato oggetto privilegiato di studio da parte della ricerca storica internazionale a partire dalla seconda metà del Novecento[1] mentre risale agli ultimi venti anni l’attenzione rivolta all’infanzia specificatamente orfana ed emarginata.

Nell’Ottocento in Toscana si riscontrava una variegata tipologia di istituzioni per l’infanzia povera e fragile. Accanto a iniziative di assistenza e cura vi erano istituti di correzione e di rieducazione, entrambi cercavano di dare una risposta ai bisogni formativi dei bambini poveri e allo stesso tempo di indirizzare i loro destini sociali, evitando che incorressero nel rischio della delinquenza, del vagabondaggio e della prostituzione. Le diverse iniziative risentivano delle riforme leopoldine del 1770, che avevano ribadito l’importanza di promuovere l’educazione nelle classi più povere e disagiate della popolazione, come mezzo di sviluppo civile e fattore di progresso sociale.

In Toscana i bambini tradizionalmente assistiti dalla beneficenza pubblica e privata erano gli esposti e gli orfani, mentre a partire dalla seconda metà del XIX secolo divennero oggetto di assistenza anche quei bambini privi della guida morale della famiglia. Nell’Ottocento un’articolata rete di istituti toscani si occupava di accogliere, allevare e seguire l’educazione dei bambini abbandonati. Per lo più si trattava di ospizi, già esistenti nei secoli precedenti l’Unità, che continuarono a prendersi cura di questi bambini, mentre pochi furono quelli fondati dopo l’unificazione del Regno.

Nel momento in cui l’Italia cerca affannosamente una sua unità e idea di Stato, le istituzioni si trovano ad affrontare, tra i problemi più urgenti della popolazione, anche la questione dell’infanzia fragile ed emarginata.

A Lucca, subito dopo l’Unità, gli istituti preposti ad aiutare l’infanzia abbandonata ed emarginata sono due: l’ospedale di San Luca e la Pia Casa di Beneficenza, pronta ad accogliere varie categorie di adulti e bambini, in prevalenza orfani, vagabondi e abbandonati “moralmente” ed economicamente dalle famiglie. E’ proprio la Pia Casa di Beneficienza a costituire un luogo che offre ai fanciulli, orfani e abbandonati, nuove chances di vita, possibilità di ricevere cure e trattamenti e le basi per una futura realizzazione individuale[2].

2. Le fonti d’archivio

L’archivio della Pia Casa di Beneficenza è conservato presso l’Archivio Storico Comunale di Lucca e dispone di una documentazione di 1800 unità archivistiche che ricopre il periodo dal 1806 al 1992. In questa ricerca sono state analizzate le fonti relative alla seconda metà del XIX secolo, esaminando la documentazione dei 261 bambini entrati nella Pia Casa di Beneficenza di Lucca nel decennio 1876-1885 e quella dell’istituto nello stesso periodo[3].

L’archivio comprende un ricco repertorio di documenti riguardante l’attività ospitaliera ed elemosiniera, significativa per qualità e quantità di informazioni sull’attività dell’istituto e sul suo rapporto con la città e il territorio. Le fonti oggetto di questo studio riguardano in particolare i rapporti intercorsi tra la Pia Casa e l’Ospizio marino di Viareggio e la ricostruzione dei trattamenti, delle cure e delle condizioni di salute dei bambini che soggiornavano nella stagione estiva nell’ospizio.

Le informazioni sono principalmente ricavate dalla lettura dei registri di Ammissioni e dai corrispondenti Esiti, integrata dalle Scritture del protocollo, dal Consiglio Generale e dal Consiglio di Amministrazione.

I registri delle Ammissioni sono una fonte nominativa per ogni alunno, di cui vengono annotate innumerevoli informazioni personali. Inoltre per ogni individuo è prevista un’ampia colonna sui rapporti di famiglia e annotazioni relative, con le più svariate informazioni sui motivi di ritorno dalla tenuta o dal permesso, eventuali fughe, premi e punizioni, informazioni sulla condotta, sulle menomazioni fisiche e mentali, sullo stato di salute e gli eventuali soggiorni di cura presso gli ospizi marini e termali.

Altra fonte strettamente connessa alle Ammissioni sono gli Esiti: veri e propri fascicoli personali costituiti da una serie di documenti organizzati dall’apparato amministrativo nel corso della permanenza in istituto del bambino. Le cartelle sono ordinate a partire dall’evento più recente, che di solito è documentato dal motivo di congedo e dalla richiesta di lavoro da parte di un datore. Ciascuna cartella personale può contenere vari certificati, a cominciare da quelli necessari all’ingresso in istituto. Nello spoglio dei fascicoli si possono rintracciare anche il certificato di nomina del tutore, il contratto della tenuta firmato dal Direttore e dal tenutario del fanciullo, il certificato di moralità della famiglia tenutaria e anche il certificato medico per la richiesta di cure all’esterno, come all’Ospizio marino di Viareggio.

3. La salute dei bambini: le cure di mare a Viareggio

 Nella gestione dei numerosi enti assistenziali italiani, che nel corso del XIX secolo offrirono il loro aiuto alle frange più deboli della società, si assistette al passaggio dalle istituzioni caritatevoli alle istituzioni di assistenza qualificata, che inclusero nel proprio personale un apparato medico, particolarmente attento all’infanzia.

Secondo i nuovi principi igienici si rese sempre più necessaria l’adozione di buone pratiche sanitarie, che garantissero costantemente il controllo delle condizioni dei numerosi soggetti ammessi negli stabilimenti. Si trattò quindi di commisurare nuovi provvedimenti e nuove regole comportamentali per uscire dalla situazione di degrado fisico e morale in cui versavano molti degli enti assistenziali dopo l’unificazione e in particolare di arginare le precarie condizioni igienico-ambientali, causa di quell’elevata mortalità infantile registrata da sempre nei brefotrofi italiani[4].

Lucca alla fine del XVII era stata la prima città italiana a proclamare la necessità di combattere la tubercolosi come malattia sociale e nel 1699 la Repubblica Lucchese aveva stabilito l’obbligo della denuncia dei casi di tubercolosi anche sospetta, di disinfezioni accurate e di disporre a domicilio la separazione del malato dai sani, oltre al divieto assoluto di cura negli ospedali[5]. L’amministrazione centrale dei Regi Spedali e Ospizi di Lucca già nella prima metà dell’Ottocento aveva operato interventi di cura della salute dei bambini poveri e bisognosi, istituendo soggiorni termali presso l’Ospedale Demidoff a Bagni di Lucca[6].

Sulla scia di queste innovazioni igienico-sanitarie l’azione dei Regi Spedali allargò i propri interventi attraverso l’istituzione di uno stabilimento balneare a Viareggio, anch’esso dipendente dall’amministrazione centrale. Nel 1842 fu istituito l’ospizio marino di Lucca, con sede a Viareggio sotto la direzione dell’ospedale lucchese. Fra i promotori dell’iniziativa vi furono due illustri medici: Giuseppe Giannelli, già autore nel 1833 di un Manuale per i bagni di mare[7] e Antonio Ghivizzani. Giannelli aveva individuato le potenzialità dello iodio nella cura delle malattie scrofolose e nella tisi polmonare, oltre che nella cura delle eruzioni sulla pelle con le «fregazioni di iodio»[8].

Secondo i suoi suggerimenti, l’acqua del mare non era limitata al solo utilizzo per i bagni ma poteva essere assunta anche come bevanda, togliendo dalla superficie le sostanze più leggere con un cucchiaio e lasciando sedimentare le più pesanti in un vaso[9].

Grazie all’iniziativa di Giannelli e Ghivizzani, l’ospizio marino di Lucca divenne il primo istituto in Italia capace di curare i bambini affetti da tubercolosi extrapolmonare e precedette di qualche anno l’istituzione dell’ospizio marino di Firenze[10].

L’istituto divenne promotore dell’importanza della talassoterapia ed elioterapia per la cura delle malattie di origine tubercolare. Tali terapie cercarono non tanto di debellare la malattia quanto di rafforzare l’organismo e le sue difese.

La struttura marina fu edificata in Via della Caserma, dove i gettatelli dei due sessi diagnosticati linfatici o scrofolosi poterono essere inviati di anno in anno durante la stagione estiva.

Sull’epigrafe posta all’entrata dell’edificio si legge:

in questa casa nel 1842/ prima in Italia/ l’amministrazione del- l’Ospedale ed Ospizi/ di Lucca/ ricoverava per la cura marina/ i pic- coli esposti/ affetti da morbo scrofoloso/ commemorando/ Giuseppe Barellai.

I primi bambini ospitati nell’ospizio marino furono gli esposti malati di tubercolosi extrapolmonare, poi, in seguito a maggiori possibilità economiche e logistiche, si iniziò ad accogliere anche i bambini legittimi poveri e malati. Nel 1842 i bambini ricoverati nell’ospizio furono 103 (41 femmine e 62 maschi), dopo due anni 100, per lo più trovatelli scrofolosi inviati dall’ospedale di San Luca di Lucca. Per circa 2 anni l’ospizio ospitò solo gli esposti, fino a quando nel 1864 vi furono ammessi per la prima volta anche i legittimi, purché di misera estrazione e aventi realmente bisogno di cure marine. Tra il 1865 e 1866 ad opera del Direttore Antonio Brugi l’ospizio fu ampliato e riordinato per accogliere anche fanciulli legittimi bisognosi di cure provenienti dall’intera provincia[11].

In quegli anni entrarono 50 gettatelli ma, da questo momento in poi, i posti disponibili nell’ospizio marino furono ripartiti fra gli esposti, che erano sotto la tutela dei Regi ospedali ed ospizi di Lucca, e i bambini più bisognosi di cure, inviati dalla Provincia, che si impegnò a pagare le spese relative al loro mantenimento.

Il compito dell’ospizio marino oltre che curare e prevenire l’insorgere di certe malattie, doveva trasmettere ai giovani l’importanza dell’igiene personale e della salubrità del luogo dove vivevano, fornendo loro un’alimentazione regolare – con tre pasti al giorno a base di carne, legumi, verdura e frutta – affiancata da una quotidiana attività fisica e momenti per l’istruzione. L’edificio doveva rispondere a ottimi requisiti ambientali, quindi essere ben ventilato, con dormitori areati e un cambio frequente della biancheria da letto. Il tutto controllato da un personale interno, costituito da una maestra delle orfane, un assistente degli orfani, un cuoco, un bagnino, una bagnina e un uomo di fatica.

Le richieste contenenti le domande per l’ammissione dovevano essere inviate entro il 5 giugno di ogni anno e correda- te da un attestato municipale di miserabilità con la certificazione medica comprovante lo stato di scrofoloso del fanciullo, il grado di malattia e il bisogno di bagni marini. Il limite di età era fissato a 12 anni per i maschi e a 14 per le femmine[12].

Secondo le istruzioni dell’ospizio marino di Viareggio, la Deputazione Provinciale dei Regi Spedali ed Ospizi di Lucca offriva a tutte le Comunità un determinato numero di posti gratuiti, di cui fruiva anche la Pia Casa per i suoi bambini fino a 14 anni, dopo di che il soggiorno sarebbe diventato a paga- mento. Prima di ogni stagione estiva il Direttore della Pia Casa preparava nei mesi di aprile e maggio le richieste di ammissione dei ragazzi, maschi e femmine minori di 14 anni, che erano stati ritenuti dal medico-chirurgo della Pia Casa bisognosi di ricevere cure di mare, perché affetti per lo più da scrofolosi e oftalmia. Di seguito la Soprintendenza medica dei Regi ospedali ed ospizi effettuava la scelta dei ragazzi da inviare allo stabilimento marino.

Ad esempio, per la stagione estiva del 1876, la Pia Casa inviò un elenco di 15 fanciulli, tra maschi e femmine, dichiarati bisognosi di cure marine e tra questi i Regi ospedali ed ospizi scelsero 6 maschi e 6 femmine[13].

Il Direttore poteva far richiesta di un’ulteriore assegnazione di posti gratuiti e usufruire di quelli vacanti nell’ospizio marino per inviare altri ragazzi della Pia Casa, oppure, come accadde nel giugno del 1876, ottenere l’assegnazione di un numero di posti commisurato all’ampliamento dello stabilimento marino[14].

Di solito le ammissioni erano scaglionate in quattro turni, ciascuno di due settimane, e i bambini giungevano all’ospizio marino accompagnati dal custode della Pia Casa che portava con sé il relativo elenco numerato progressivamente a seconda della gravità.

Come è facile immaginare, il numero delle domande della Pia Casa era sempre superiore rispetto alle reali capacità di accoglienza dell’ospizio, cui spettava il compito di effettua re una drastica selezione delle richieste. Nel 1877 si rileva che i bambini nella Pia Casa al di sotto dei 14 anni siano stati 106, di cui 63 maschi e 43 femmine, e che, a detta del Direttore, almeno un terzo di essi avesse avuto bisogno di soggiorni marini.

Durante il periodo esaminato, il 33,3% dei bambini (pari a 87 casi) ebbe l’opportunità di soggiornare nel periodo estivo presso l’ospizio marino di Viareggio e quindi beneficiare degli effetti curativi del sole e delle acque marine.

A completare il quadro dell’invio all’ospizio marino si considera il numero dei ricoveri. Infatti, dall’analisi incrociata dei registri delle Ammissioni e delle carte contenute nei fasci- coli personali, si evidenzia che nel decennio considerato un terzo dei bambini della Pia Casa (43,7%) usufruì almeno una volta di cure all’ospizio marino di Viareggio.

I motivi più frequenti del soggiorno nell’ospizio marino di Viareggio erano causati da infezioni oftalmiche, scrofolosi, pertosse e disturbi alle ovaie. Nello stabilimento i bambini erano organizzati in squadre guidate da caporali e monitrici. La giornata seguiva una scansione prestabilita, con momenti di ricreazione, due bagni al giorno di sabbia e acqua – distinti per sesso e per malattia – medicazioni, movimento all’aria aperta e al sole e sedute su terrazze coperte.

Alcuni bambini però non facevano in tempo a godere delle cure marine e morivano prima dell’invio, oppure per altri il soggiorno al mare non aveva consentito una completa guarigione e le loro condizioni si erano aggravate al punto da essere ricoverati all’ospedale[15].

Nel 1868 le malattie più frequenti tra i ricoverati nell’ospizio marino erano «ingorghi glondulari», «affezioni alle ossa» e oftalmie scrofolose.

Il numero dei bambini accolti nell’ospizio marino aumentò talmente che nel 1872 fu necessario costruire un nuovo edificio, l’ospizio Umberto I, che iniziò la sua attività nel 1876. Dopo quello di Viareggio, che era stato il primo ospizio marino in Italia, ne seguirono altri, tanto che nel 1882 se ne contavano già 20 sul territorio nazionale[16].

4. Conclusioni

L’iniziativa dell’ospedale di Lucca segnò la svolta decisiva per una profilassi che pose la città all’avanguardia nell’uso di tale forma di medicina sociale e nella promozione della talassoterapia e della elioterapia, per la cura della scrofolosi, del rachitismo e delle malattie polmonari.

Possiamo in conclusione affermare che l’intervento sinergico tra i comuni della Provincia, le istituzioni assistenziali, come la Pia Casa di Beneficienza di Lucca, che richiedeva soggiorni per i propri bambini e fanciulli e l’amministrazione centrale dei Regi Ospedali e Ospizi diviene lo strumento per una qualificata assistenza sanitaria dei bambini più emarginati e bisognosi, appartenenti alle classi più disagiate di tutta la Provincia nel lungo Ottocento e fino a tutto il primo Novecento.

Un intervento innovativo e democratico, ispirato da una profonda sensibilità che mira a garantire il riconoscimento universale, anche per le frange più deboli della società e per le future generazioni, del diritto alla salute, e interviene sull’abbattimento delle disuguaglianze socio-sanitarie prevedendo l’accessibilità alle cure.

Bibliografia

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J. HENDERSON, R. WALL (eds), Poor Women and Children in the European Past, Routledge, London 1994. L’infanzia abbandonata a Malta in età moderna


[1] La bibliografia sull’infanzia abbandonata in Italia nell’età moderna e contemporanea è molto vasta. In questa sede si rimanda ai principali lavori di sintesi di A. SEMERARO, Cattedra, altare, foro. Educare e istruire nella società di Terra d’Otranto tra Otto e Novecento, Milella, Lecce 1984; G. DI BELLO, Senza nome né famiglia. I bambini abbandonati nell’Ottocento, Manzuoli, Pian di San Bartolo (Firenze) 1989; V. HUNECKE, I trovatelli di Milano. Bambini esposti e famiglie espositrici dal XVII al XIX secolo, Il Mulino, Bologna 1989; G. DA MOLIN, Nati e abbandonati. Aspetti demografici e sociali dell’infanzia abbandonata in Italia nell’età moderna, Cacucci Editore, Bari 1993; G. DI BELLO, Identità inventata. Cognomi e nomi dei bambini abbandonati a Firenze nell’Ottocento, Centro Editoriale Toscano, Firenze 1993; G. DA MOLIN (a cura di), Trovatelli e balie in Italia. Secc. XVI-XIX, Atti del Convegno «Infanzia abbandonata e baliatico in Italia (secc. XVI-XIX)» (Bari, 20-21 maggio 1993), Cacucci Editore, Bari 1994; J. HENDERSON, R. WALL (a cura di), Poor Women and Children in the European Past, Routledge, London 1994; E. BAIO DOSSI, Le Stelline. Storia dell’orfanotrofio femminile di Milano, FrancoAngeli, Milano 1994; J.P. BARDET, O. FARON, Bambini senza infanzia. Sull’infanzia abbandonata in età moderna, in E. Becchi, D. Julia (a cura di), Storia dell’infanzia, 2 voll., Laterza, Roma-Bari 1996, vol. II, Dal Settecento a oggi, pp. 100-131 e, nella stessa opera il contributo di C.A. CORSINI, Infanzia e famiglia nel XIX secolo, pp. 250-281; G. DA MOLIN (a cura di), Senza famiglia. Modelli demografici e sociali dell’infanzia abbandonata e dell’assistenza in Italia (secc. XV-XX), Cacucci Editore, Bari 1997; A.J. GRIECO, L. SANDRI (a cura di), Ospedali e città. L’Italia del Centro-Nord, XIII- XVI secolo, Le Lettere, Firenze 1997; L. TREBBI, La «ruota» di via S. Maria a Pisa (1808-1814). Storie di infanzia abbandonata, Edizioni ETS, Pisa 1997; A. SEMERARO (a cura di), L’infanzia e le sue storie in Terra d’Otranto, Conte, Lecce 1999; A. CARBONE, Esposti e orfani nella Puglia dell’Ottocento, Cacucci Editore, Bari 2000; R. RUSSO DRAGO, I figli dello Stato. L’infanzia abbandonata nella provincia di Siracusa dal secolo XVI al fascismo, Arnoldo Lombardi, Siracusa 2000; G. DA MOLIN, I figli della Madonna. Gli esposti all’Annunziata di Napoli (secc. XVII- XIX), Cacucci Editore, Bari 2001; T. TAKAHASHI, Il Rinascimento dei trovatelli. I brefotrofi, le città e le campagne nella Toscana del XV secolo, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2003; A. CARBONE, Vita nei Sassi. Famiglia, infanzia e assistenza a Matera in età moderna, Cacucci Editore, Bari 2005; A. PALOMBARINI, Gettatelli e trovatelli: i bambini abbandonati nelle Marche (secc. XVI-XX), Affinità Elettive, Ancona 2005; B. DE SERIO, Abbandoni e solitudini. Storie di infanzia e di maternità negate, Aracne, Roma 2009; R. DEL PRETE, Piccole tessitrici operose. Gli orfanotrofi femminili a Benevento nei secoli XVII-XIX, FrancoAngeli, Milano 2010; G. DA MOLIN (a cura di), Ritratti di famiglia e infanzia. Modelli differenziali nella società del passato, Atti del Convegno Internazionale S.I.De.S. «Demografia e diversità: convergenze e divergenze nell’esperienza storica italiana» (Napoli, 5-7 novembre 2009), Ca- cucci Editore, Bari 2011; S. FILIPPONI, E. MAZZOCCHI, L. SANDRI (a cura di), Figli d’Italia. Gli Innocenti e la nascita di un progetto nazionale per l’infanzia (1861-1911), Catalogo della mostra (Firenze, Istituto degli Innocenti, 3 dicembre 2011-18 marzo 2012), Alinari 24 Ore, Firenze 2011; L. VANNI (a cura di), Iconografie d’infanzia. Momenti, modelli, metamorfosi, Anicia, Roma 2012; M. FEDERIGHI, Dall’abbandono all’assistenza. L’infanzia emarginata a Lucca nell’Ottocento, Cacucci, Bari 2013; F. LOMASTRO, F. REGGIANI (a cura di), Per la storia dell’infanzia abbandonata in Europa. Tra Est e Ovest: ricerche e confronti, Viella, Roma 2013; G. DA MOLIN, Storia sociale dell’Italia moderna, La Scuola Editrice, Brescia 2014.

[2] Uno studio esauriente sulla storia della Pia Casa di Beneficenza di Lucca, in particolare per quanto riguarda il XIX secolo è stato condotto da M. FEDERIGHI, Dall’abbandono all’assistenza, cit., pp. 21-65.

[3] M. CHIARLO et al. (a cura di), Guida all’Archivio storico comunale, Maria Pacini Fazzi, Lucca 2007, pp. 213-228; ivi è contenuta un’ampia descrizione dell’archivio aggregato della Pia Casa di Beneficenza, confluito a partire dal 1990 nell’Archivio Storico Comunale di Lucca. Esso comprende oltre ai documenti dell’istituto anche quelli del Comitato di Pubblica Beneficenza e dell’Ufficio di Beneficenza, precedenti l’istituzione della Pia Casa.

[4] La mortalità infantile era molto diffusa nei brefotrofi italiani. Le cause vanno ricercate non solo nella scarsa alimentazione, ma anche nell’insalubrità dei locali affollati, nella promiscuità, nella morbilità, quindi principalmente nel- le scarse condizioni igieniche e di salute; a tal proposito si veda lo studio sulla Santa Casa dell’Annunziata di Napoli tra XVII e XIX secolo condotto da G. DA MOLIN, I figli della Madonna. Gli esposti all’Annunziata di Napoli (secc. XVII- XIX), Cacucci Editore, Bari 2001. L’Ottocento e, in particolare, la fine del secolo, segna la svolta per quanto riguarda le nuove riforme in ambito igienico e sanitario nei brefotrofi italiani, con la nascita della pediatria; si veda a questo proposito P. GUARNIERI (a cura di), Bambini e salute in Europa 1750-2000, Poli- stampa, Firenze 2004; G. COSMACINI, Le spade di Damocle. Paure e malattie nella storia, Laterza, Roma-Bari 2006; P. SORCINELLI, Viaggio nella storia sociale, Bruno Mondadori, Milano 2009.

 Nel 1869 il dottor Luigi Somma, medico alla Santa Casa dell’Annunziata di Napoli condusse un viaggio nei principali istituti per esposti italiani, da cui trasse un Trattato d’igiene per gli ospizi degli esposti, dettagliatamente analizzato da G. DA MOLIN, Luigi Somma, un medico all’Annunziata di Napoli a fine Ottocento, in Ead., Famiglia e infanzia, cit., pp. 295-317.

[5] T. DE HIERONYMIS, La lotta antitubercolare a Lucca. Glorie e insegna- menti del passato, Atti della Reale Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti, Tipografia Giusti, Lucca 1931, pp. 187-200.

[6] Cfr. G. DA MOLIN- M. FEDERIGHI, Salute e cure termali come forma di assistenza ai giovani nel lungo Ottocento nella Provincia di Lucca, in G. DA MOLIN (a cura di), Quaderni Cirpas, Giovani: stili di vita e salute dalla storia all’attualità, Cacucci, Bari 2019, SBN 9788866118312 (in corso di stampa).

[7] G. GIANNELLI, Manuale per i bagni di mare, Ducale Tipografia Bertini, Lucca 1833.

[8] Ivi, p. 31.

[9] Ivi, p. 42.

[10] Nel 1861 il dottor Giuseppe Barellai fondò l’ospizio marino di Firenze e Viareggio, cfr. C. GABRIELLI ROSI, Il palazzo delle Muse, Maria Pacini Fazzi, Lucca 1973, pp. 74-78; S. CACCIA, L’ospizio marino di Firenze: un’importante vicenda architettonica nella Viareggio ottocentesca, in G. Borella (a cura di), I palazzi pubblici di Viareggio, ETS, Pisa 2003, pp. 193-205.

[11] CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA, Ospizio marino permanente e colonia alpina. L’assistenza ai predisposti alla tubercolosi nella Provincia di Lucca, Tipografia Giusti, Lucca 1911, p. 10.

[12] C. GABRIELLI ROSI, Il palazzo delle Muse, cit., p. 99.

[13] La Pia Casa propose un numero ben superiore di bambini (15 maschi e 9 femmine) rispetto all’effettiva assegnazione finale di posti; cfr. ASCLu, Pia Casa di Beneficenza, Scritture del protocollo, a. 1877, n. 183, “Bagni marini e termali 1877”. Nel 1877 la lista definitiva dei bambini da inviare all’ospizio marino contava 10 maschi e altrettante femmine, ma i Regi ospedali ed ospizi l’avrebbero ridotta a 12 posti gratuiti, da ripartirsi tra 6 maschi e 6 femmine.

[14] ASCLu, Pia Casa di Beneficenza, Scritture del protocollo, a. 1876, n. 152, “Invio di Alunni nell’Ospizio Marino in Viareggio e allo Spedale Demidoff – Lucca 3 giugno 1876”.

[15] ASCLu, Pia Casa di Beneficenza, Scritture del protocollo, a. 1876, n. 152, “Invio di Alunni nell’Ospizio Marino in Viareggio e allo Spedale Demidoff”, lettera del dottor Raffaello Giorni datata Lucca 20 luglio 1876: «Il sotto- scritto certifica che Silvio Pinchi non è ancora completamente guarito di due fistole uretrali, e perciò non può ancora recarsi ai bagni di mare».

[16] Ad esempio, in Puglia l’iniziativa di fondare a Lecce sulla costa di San Cataldo un ospizio marino risale al 1889, cfr. L. BRUNO, L’ospizio marino di San Cataldo per la cura dei bambini gracili, scrofolosi e rachitici poveri, in A. Semeraro (a cura di), L’infanzia e le sue storie in Terra d’Otranto, Conte, Lecce 1999, pp. 241-249.

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    By: Maria Federighi

    Maria Federighi is Ph.D in Historical Demography at the University of Bari, has been lecturer in Social History and is collaborating with C.I.R.P.A.S. on topics about history of childhood, history of assistance and welfare systems, migrations and gender conditions from the past to the present.

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