Di presente si può morire. L’urgenza archivistica della conservazione digitale


Il presente, soprattutto quando ci si muova sul terreno delle discipline documentarie, degli archivi, o, più in generale di tutto quello che può in qualche modo avere a che fare con quella parola splendida e subdola che è “memoria”, può rivelarsi denso di insidie. Può diventare, appunto, una categoria filosofica, l’incapacità di dare spessore diacronico alla realtà. Può arrivare a sconfinare nel “presentismo”, cioè nella capacità di condizionare in maniera profonda il nostro modo di essere e di agire. Una sintesi efficace di ciò che i filosofi definiscono presentismo è quella che ad esempio dà Carlo Rovelli, in un libro che parla soprattutto di fisica, ma che sa confrontarsi con una articolata rappresentazione dell’idea di tempo e investe quindi anche la dimensione propria a chi con il tempo in qualche modo lavora, come fanno gli archivisti.

“Di solito – scrive Rovelli al riguardo – chiamiamo reali le cose che esistono adesso. Nel presente. Non ciò che è esistito tempo fa o esisterà in futuro. Diciamo che le cose nel passato “erano” reali o “saranno” reali ma non che “sono” reali. I filosofi chiamano presentismo l’idea che solo il presente sia reale (…)”[1].

La formula magica dell’archivistica da sempre è stata invece la mirabile capacità di dar corpo anche al passato, consentendo di prevedere il futuro rendendolo tangibile, passando per un presente che non esaurisce la realtà ma, anzi, si fa tramite verso la costruzione del futuro. L’archivistica, come la fisica, riesce a interpretare il tempo, perché si nutre di tutti i presenti che hanno costruito e costruiranno gli archivi. Passato e futuro in archivistica sono reali, ci si fanno i conti, li si riesce a pre-vedere.

Nella congiuntura attuale, immersi come siamo in una vera e propria pirotecnia digitale che agisce in profondità proprio sulle testimonianze tangibili del tempo, cioè sugli archivi o, almeno su quello che gli archivi sono diventati e diventeranno, è lecito chiedersi se sarà possibile per l’archivistica e per gli archivisti continuare a portare avanti questo raffinato gioco con il concetto e le manifestazioni del tempo. Per tentare di rispondere a un quesito centrale come questo bisogna innanzitutto tornare a ribadire il ruolo raffinatamente strumentale che le tecnologie dell’informazione giocano nei processi di trasformazione, anche profonda, della società contemporanea. Ormai molti anni fa Paul Saffo scriveva che “It’s my belief that technology does not drive change. Technology merely enables changes. It creates options and opportunities that as individuals and as communities and as entire cultures we choose to exploit. And it’s our response to the technologies that drive change. In other words, first we invent our technologies and then we use our technologies to reinvent ourselves”[2]. L’elemento decisivo, insomma, sta nel fattore umano, indipendentemente da qualsiasi scenario tecnologico. Continua ad esistere, cioè, anche quando l’algocrazia sembra aver preso il sopravvento, e dentro ai meandri dell’intelligenza artificiale le macchine si muovono con un’autonomia talvolta inquietante, la scintilla del libero arbitrio umano, del governo ineludibile di quella tecnologia che noi tentiamo disperatamente ogni giorno di rendere simile alla nostra tangibile capacità di giudizio e di discernimento.

Il digitale è in sé una macchina che produce presente, che tende a schiacciare il tempo. Per effetto del digitale viviamo in una realtà documentale aumentata. Per questi motivi la disciplina che da sempre governa gli archivi si trova in difficoltà. I metodi e gli strumenti tradizionali, che essa da sempre governa, sembrano non bastare più ad amministrare, o forse ad ammaestrare, il tempo, ad addomesticarlo e a piegarlo alle caleidoscopiche esigenze della memoria.

Cosa può essere allora dunque archivisticamente il futuro? Ovvero, detta in altri termini, dentro a questi scenari che ribollono di innovazione esiste un futuro per una disciplina impastata di passato come l’archivistica?

Se stiamo ai fatti, alla realtà che possiamo toccare con mano, dentro agli archivi o ai loro simulaci contemporanei il futuro sarà essenzialmente tecnologia, una tecnologia sempre più raffinata e drammaticamente autonoma. La mole di dati generati e i sistemi di analisi e classificazione dei medesimi vanno alla fine oltre gli archivi come li conosciamo. Giano è interdetto. Indietro e tra le ultime maglie del presente ci sono archivi complessi ma “umani”.  In prospettiva, invece, questa visione si dissolve dentro a sistemi potenzialmente sempre più distanti dal governo archivistico in senso classico.

Per queste ragioni cambiano i tempi e i modi della conservazione, cioè del fine ultimo della professione archivistica, del caposaldo dello statuto professionale di questa disciplina. Gli archivisti, ormai lo sappiamo bene, hanno oggi pesanti responsabilità non tanto e non solo di fronte al passato quanto di fronte al futuro. Il tema della conservazione in tutta la sua centralità deve essere declinato secondo metodi e prassi diversi da quelli tradizionali. La conservazione non è più un’attività ex post. Bisogna intervenire nel presente. Se si guarda con occhio scevro da pregiudizi e da condizionamenti metodologici pregressi, se insomma ci si cala nelle maglie della produzione documentaria contemporanea è inevitabile cogliere innanzitutto una molteplicità di modelli e sistemi di produzione cui si accompagna una archivisticamente ansiogena dispersione di dati e documenti. Dentro a questo tipo di realtà finisce con l’andare in crisi un concetto fondamentale come quello del rapporto univoco tra archivio e soggetto produttore. Sappiamo ormai bene, inoltre, che anche che il rapido invecchiamento di hardware e software mette a rischio la conservazione nel tempo dei documenti digitali e impone un monitoraggio attento fin dal momento della concezione dei sistemi di produzione documentale, se si vuole perseguire l’obiettivo della conservazione, e di una conservazione di qualità, nel tempo. Se, come è altrettanto assodato, la strategia ritenuta più efficace per combattere l’obsolescenza è la migrazione, si manifesta immediatamente l’esigenza di progettare la conservazione nel tempo, mettendo mano in maniera drastica anche alla percezione che abbiamo sempre avuto di ciclo vitale. Dentro a questa realtà, infatti, il ciclo vitale non è più quel segmento che si sviluppa lungo l’asse di un tempo tutto sommato amico, ma tende a manifestarsi in maniera circolare, nel ripetersi quasi ossessivo di una serie di attività indispensabili a garantire la conservazione nel lungo periodo[3]. In altre parole, un documento informatico, per sua natura, sembra destinato a non poter godere di quella stabilità conservativa che è privilegio di quello cartaceo, neppure quando abbia perduto la sua urgenza giuridica e operativa. I documenti informatici anche nella fase di conservazione permanente dovranno quindi essere periodicamente sottoposti a quelle procedure che ne garantiscano la effettiva conservazione e utilizzazione. Per queste ragioni noi oggi diamo per assodato il fatto che la conservazione digitale è una conservazione dinamica, fatta di azioni ripetute nel tempo. Questo modello conservativo, piuttosto distante da quello tradizionale, incardinato su una rete di soggetti in grado di sviluppare nel tempo le azioni necessarie a garantire una conservazione ex post, è quasi del tutto da scrivere. Soprattutto nella normativa intesa nel suo complesso. Il Codice dell’Amministrazione Digitale, e la galassia di regole e norma che gli gravitano intorno, non forniscono infatti risposte adeguate rispetto al concetto che potremmo definire archivistico di conservazione. Questo nuovo modello conservativo non si può governare con impianti costruiti per far fronte alle esigenze conservative che si manifestavano nel XX secolo e, soprattutto, ha bisogno di essere pensato alla luce di una non indifferente disponibilità di risorse. Prima di tutto umane[4], in termini di nuove competenze, e poi economiche.

Fin qui abbiamo sviluppato quelle che possiamo definire una serie di premesse, sostanzialmente condivise da almeno una parte della comunità scientifica e indispensabili a una corretta contestualizzazione del fenomeno conservativo. Giunti a questo punto sembra opportuno però entrare più a fondo nel merito della questione, tentare di dare un contributo concreto alla causa della conservazione digitale di lungo periodo.

Per far questo mi sembra molto utile fare riferimento alle idee, ai modelli e alle sensazioni emerse nel corso di un recente convegno, orientato appunto a fornire concrete coordinate sullo stato reale della conservazione digitale in Italia e tenutosi a Cosenza gli scorsi 9 e 10 maggio[5]. Diciamo subito al riguardo che si è trattato di un momento di riflessione particolarmente significativo in merito a un tema assolutamente centrale sia sul piano archivistico che su quello, molto più ampio, della reale sostenibilità del processo di dematerializzazione della società italiana, nelle sue componenti pubbliche e private. Dematerializzare, come ormai è chiaro, non significa cambiare di supporto, forzare le realtà analogica, cioè la carta, dentro a modelli gestiti con tecnologie dell’informazione più o meno sofisticate. Il processo di dematerializzazione è molto più complesso, molto più penetrante. Comporta radicali trasformazioni nel comportamento e nella prassi, investe con forza, potremmo dire, il modo di pensare. Prima di agire digitale bisogna appunto a imparare a pensare digitale, con quello che ne consegue ad ogni livello. Al riguardo le giornate cosentine, da cui qui si è deciso di prendere spunto, sono state eloquenti sotto molti punti di vista e suggeriscono più di una riflessione anche sul terreno archivistico.

La prima considerazione in merito va fatta sul programma dell’iniziativa, che ben rappresentava la realtà della conservazione in questo momento. Quella vera. All’interno della quale, purtroppo, non sembrano trovare realisticamente spazio né voce in capitolo le istituzioni archivistiche. Partecipavano ai lavori la Presidenza del Consiglio dei Ministri, cioè i vertici della politica, AGID[6], ASSINTEL[7] , l’Associazione dei conservatori accreditati[8] e punte avanzate della realtà accademica come il Laboratorio di Documentazione dell’Università della Calabria[9]. Scelte precisi degli organizzatori si potrà obiettare. Il che è anche vero, ma scelte basate appunto sulla realtà, di una realtà all’interno della quale la voce degli archivisti tradizionalmente intesi è decisamente flebile. E questo dato di fatto è, tutto sommato, abbastanza comprensibile. Si tratta, a ben guardare, della naturale conseguenza delle politiche ministeriali (lato MIBAC, cui compete o dovrebbe competer in linea del tutto teorica la materia)  e di un atteggiamento quanto meno tiepido degli archivisti nei confronti di queste tematiche e del loro reale svilupparsi. Ma sono crudeli gli “altri” o debolucci gli archivisti? Io credo che si debba propendere per la seconda ipotesi e ammettere che o la comunità archivistica, intesa come articolata espressione di una disciplina e di una professione che mettono o dovrebbero mettere al centro delle loro attenzioni il fenomeno archivio in tutte le sue espressioni, riescono a cambiare passo e soprattutto riferimenti e referenti oppure, se va bene, gli archivisti sono destinati allo zoo. A tornare nella contemporaneità quegli animaletti innocui e benefici cari all’immaginario di Benedetto Croce.

Certo, come dicevamo, parlare di comunità archivistica è fare riferimento a un arcipelago quanto meno articolato, sia dal punto di vista scientifico che da quello delle prassi. Già metterlo a fuoco è un’impresa ardua. Metterlo d’accordo poi può risultare quasi impossibile. Vi si agitano quelli che a volte ricordano gli spettri del centralismo postunitario, l’amministrazione archivistica con la DGA e il suo punto di riferimento nell’obsoleto Ministero dei Beni culturali, gli spaesati accademici, cioè l’archivistica dentro all’anello debole dell’Università[10], l’associazione professionale con le sue incerte politiche[11], sospese tra desiderio di ministero ed esigenze della realtà, i professionisti, raccolti sotto la bandiera della partita IVA o riuniti sotto le insegne di imprese o cooperative e ancora gruppi e gruppuscoli di opinione che fanno sentire la loro voce attraverso il WEB[12]. Si potrebbe entrare più nel dettaglio, ma queste rapide pennellate possono bastare a definire i tratti salienti del quadro.

Quella che noi definiamo comunità archivistica, a dire il vero, nelle sue diverse anime e sensibilità presenta forti tratti di disomogeneità, che oscillano tra un incondizionato amore verso un pur glorioso passato e il vorrei ma non posso della sfida al digitale, sul terreno della gestione e della conservazione.  Questa comunità si riconosce in una dimensione innanzitutto etica che trova forma in un codice deontologico[13] e in un sistema valoriale condivisi, ma poi li declina a seconda delle diverse sensibilità o, più spesso, di diversi interessi consolidati. In generale prevale un approccio, per così dire, “passatistico” ai temi della memoria e della gestione documentale. Enfatizzato dalla decennale dipendenza da un ministero, quello dei beni culturali, che non è proprio all’avanguardia nell’interpretare il futuro e nemmeno il presente. La partita della conservazione invece si gioca soprattutto sul terreno di questi due tempi storici e sulla capacità, che dovrebbe essere scontata per gli archivisti, di conoscere e interpretare i fenomeni che sono alla base della produzione, della gestione e soprattutto della conservazione degli archivi digitali.

L’archivistica italiana, invece, con rare eccezioni[14], si è mantenuta decisamente fedele al proprio imprinting storico, di bonainiana e bongiana memoria. Il tema della conservazione è stato insomma declinato quasi costantemente ex post, interpretato all’interno di modelli teorici e pratici legati alla descrizione, all’ordinamento e all’inventariazione. Attività, va precisato, degne della massima attenzione e di una qualità scientifica e culturale indubbia. La ricchezza e la potenza della tradizione non vanno infatti messe in secondo piano. Anzi, proprio nel momento in cui si invoca una dimensione anche archivistica per la conservazione digitale, esse vanno tenute nella massima considerazione. Senza sapere da dove si proviene è infatti difficile comprendere dove si vuole andare. E va detto anche, come si è potuto apprezzare proprio a Cosenza, che la conservazione digitale, intesa come fenomeno complesso che necessita di una profondità cronologica che al momento non conosce, ha un bisogno disperato di archivistica. Di prassi e di valori che sono essenzialmente archivistici. Il mercato, il vero e proprio business della conservazione però non lo sa, o finge di non saperlo, e per certi versi è comprensibile. Comprensibile ma, in fondo, non accettabile né, tantomeno condivisibile. Come si dice in questi casi, insomma, bisogna fare qualcosa al riguardo. Gli archivisti, o almeno una parte di essi devono fare qualcosa.

Per poter immaginare azioni concrete, oltre che poter contare su un rinnovato approccio culturale e metodologico, bisogna intanto intendersi sul significato che in archivistica si deve dare al termine conservazione e recepirlo, o meglio, farlo recepire con la necessaria consapevolezza. Nella accezione archivistica, quella che a noi sta a cuore, conservare non è limitarsi a stoccare dati, magari nel cloud, per mantenere integra la possibilità di esibizione nel breve periodo dei documenti che da quei datti possono (ma anche non possono) scaturire. Conservare significa, invece, come sappiamo, garantire il lungo periodo, consentire all’informazione, ai dati, di sedimentarsi, di trasformarsi in memoria a garanzia dell’identità e del profilo storico e culturale della società che li ha generati. I dati contro la memoria, questi sono gli estremi del problema. Riuscire a inoculare in un processo al momento piuttosto sterile e vincolato a ferrei tecnicismi, il germe del concetto di un passato possibile da ricordare. Il motivo cioè per cui esistono gli archivisti.

Qui il discorso potrebbe allargarsi, e molto, a quelle che potremmo chiamare le fenomenologie archivistiche contemporanee, al progressivo liquefarsi dei complessi documentari e alle modifiche che sono intervenute nelle dinamiche istituzionali e operative dei cosiddetti soggetti produttori. Ma seguire questo tipo di ragionamento ci porterebbe un po’ troppo lontano dagli obiettivi che ci poniamo in questa sede. Basterà dire che col passare del tempo questa consapevolezza va facendosi strada anche in ambito archivistico. Il problema diventa allora quello di capire come l’archivistica possa inserirsi in queste dinamiche, agendo a tutto vantaggio anche della politica, degli stessi conservatori e di tutti coloro che manifestano interesse al tema spinoso della conservazione digitale. Mi sembra, questo, innanzitutto un problema di natura antropologica e culturale che rimanda al bisogno di contaminazione e di interdisciplinarietà che dovrebbe caratterizzare il fenomeno nel suo complesso.

Ma, tornando all’esperienza cosentina che abbiamo scelto come possibile filo conduttore di queste note, confesso che al momento di formulare qualche valutazione di merito si è manifestata una sensazione sgradevole. Molti dei temi affrontati in quella occasione, peraltro espressi in maniera più politico/propagandistica che altro, non hanno infatti tenuto in minima considerazione problematiche realmente vicine alla sensibilità archivistica.

L’archivistica e i suoi principi sono sostanzialmente ignorati all’interno di meccanismi orientati in maniera decisamente diversa da quelli che una comunità archivistica più solida e consapevole potrebbe e dovrebbe aspettarsi. Certo, in alcuni passaggi si allude al bisogno di un’adozione consapevole del digitale, e quindi di una valutazione a 360 gradi di tutte le implicazioni connesse a questa scelta, e si mette il tema della conservazione al centro del processo, evocando, sia pure in maniera sfumata e non del tutto pertinente a una lettura archivistica, la dimensione culturale in senso ampio della dematerializzazione. Niente però che abbia a che vedere con una concezione diacronica e profonda della conservazione stessa. Non sembra insomma che né a livello politico né a livello tecnico ci si ponga un problema centrale, quello della costruzione non solo di una memoria a breve termine, fatta sostanzialmente di dati e metadati, ma anche di una memoria culturale dove accanto ai dati e ai metadati giuochino il loro ruolo anche concetti come sistemi di relazioni, contesto, durata nel tempo. La risposta a tali quesiti sembra non discostarsi dal solito ritornello, con le altrettanto solite nefaste conseguenze. A questi aspetti  ci si dice- dovrà pensare il MIBAC, ignorando o fingendo di ignorare che il MIBAC, per le ragioni che conosciamo, è a questo riguardo sostanzialmente inerme. Dentro a questo defatigante gioco di specchi, ovvero dentro a questo vero e proprio corto circuito normativo, politico e culturale, all’interno del quale scarsa rilevanza hanno gli aspetti tecnici duri e puri, la questione della conservazione di lungo periodo degli archivi digitali resta in sospeso, mentre il tempo corre pericolosamente e si dilata la produzione documentaria digitale. A voler essere brutali e assai poco scientifici si potrebbe dire che sembra chiaro che nessuno intende occuparsi seriamente della memoria culturale digitale, almeno a livello politico e tecnico, e chi magari vorrebbe o potrebbe farlo non ne ha la forza e la capacità.  Tutto ciò è inscritto non in un crudele e ineluttabile disegno divino ma nella semplice, inevitabile ignoranza e nell’identità genetica dei soggetti realmente coinvolti nel “fare” la conservazione. Questo è quanto, se servivano prove ulteriori. La domanda che sorge spontanea allora è: cosa possiamo fare come comunità scientifica e professionale? Francamente sono piuttosto scoraggiato, ma credo che come minimo si debba tentare in tutte le sedi, più o meno istituzionali, di rivendicare il diritto di cittadinanza della dimensione archivistica nel fenomeno conservativo digitale. Sarebbe importante che tutta la nostra comunità, senza che nessuno rinunci al proprio ruolo e alle proprie peculiarità, individuasse il tema della conservazione digitale come la vera emergenza scientifica e professionale per gli archivisti del terzo millenni inoltrato. Rimane insomma intatta la prima impressione cosentina: rabbia. La rabbia di constatare il bisogno che c’è di un’archivistica consapevole, proprio mentre l’archivistica in genere preferisce guardare altrove, preferibilmente dentro sé stessa. Al netto delle barriere innalzate che anche l’uso di un linguaggio tecnico e specialistico fortemente connotato contribuisce ad incrementare, linguaggio che dobbiamo comunque tentare di decodificare e comprendere, i conservatori si scontrano con problemi che gli archivisti conoscono bene e alla cui soluzione potrebbero proficuamente contribuire. Primo fra tutti quelli della descrizione (archivistica appunto, come recitano in coro gli standard) intesa come processo ineluttabile di conoscenza e organizzazione dei documenti e degli archivi e, quindi, attività propedeutica a qualsiasi altra.

Il concetto di descrizione archivistica nel mondo dei conservatori sembra venir quasi inconsapevolmente declinato in termini di generazione di metadati e ontologie non rinunciando, in maniera sempre meno incerta, a compiacenti puntate verso l’intelligenza artificiale,

Su questo terreno, proprio su questo terreno, credo invece che una convergenza tra modalità descrittive proprie del mondo digitale ed esperienza archivistica potrebbe dare risultati interessanti e utili per ognuna delle parti. Una volta di più si può insomma tornare a sottolineare il bisogno di archivistica che l’universo digitale manifesta non appena si abbandonino punti di vista tutto sommato consunti o comunque estranei alle logiche e alle meccaniche degli archivi digitali che per brevità, ma non troppo, faremo coincidere con quelli espressi dal Ministero cui certa politica continua ad attribuire un ruolo centrale nella salvaguardia della memoria informatica.

Immaginare scenari diversi, a trazione realmente archivistica e non intrisi di un benicultarilismo spicciolo, è invece possibile, a patto, come si è ripetuto più volte, di svincolare la percezione dell’archivio o di ciò che l’archivio è diventato e sta diventando, da ipoteche inesorabilmente passatiste. In questa direzione forse si potrebbe provare ad immaginare qualche scenario diverso, che si ponga in sufficiente discontinuità col passato. Probabilmente gioverebbe a tutti. Soprattutto agli archivi. E a un po’ di archivisti.

Detto questo, non si può negare che esista una dimensione squisitamente tecnica e tecnologica della produzione, gestione e conservazione dei documenti e degli archivi informatici, e tale dimensione agli effetti pratici  non può essere trascurata. Esistono norme, regole tecniche, linee guida. Ci sono frotte di specialisti che ormai da decenni se ne preoccupano. E tra le mille difficoltà che la dimensione necessariamente e costantemente sperimentale di un fenomeno come questo comportano, emergono indicazioni importanti e utili anche a tentare di interpretare il fenomeno stesso in chiave più strettamente archivistica. Mi sembra che un punto centrale della questione stia proprio qui, nella capacità che gli archivisti, la maggior parte degli archivisti, devono acquisire di non vivere il documento informatico e le sue conseguenze in maniera conflittuale. Solo un dialogo aperto ad ogni forma di contaminazione e il rispetto per l’indispensabile lavoro altrui può consentirci, mi metto nel mucchio, di portare il nostro importante contributo alla causa della conservazione, di entrare a pieno titolo nel processo di dematerializzazione. AGID, gli stessi conservatori, che pure di errori ne fanno e di difetti ne hanno, non sono necessariamente dei nemici, ovvero dei marziani, essi rappresentano semplicemente punti di vista, imprinting e sensibilità diverse. In questo momento peraltro prevalenti dentro a scenari che, complice anche l’insipienza politica e culturale di altri soggetti, sono dominanti. I nemici, ammesso poi che questa categoria sia utile da individuare, li dovremmo piuttosto cercare al nostro interno. Nei rappresentanti talvolta protervi di una feroce autoreferenzialità disciplinare. Ma non servono nemici. Questo anzi mi sembra che dovrebbe essere il tempo dell’ecumenismo, dell’apertura, del dialogo. Come abbiamo detto il confronto con la realtà è impietoso. I modelli, ma vorrei dire i comportamenti e gli atteggiamenti applicati fin qui non hanno pagato. Se c’è un dato certo è che per sperare in qualche risultato occorre cambiare registro. Cambiare non tanto le persone, o forse anche, ma cambiare soprattutto la mentalità. Che poi forse è la stessa cosa. Il problema centrale non è tanto quello, sia pure di decisiva rilevanza, di formare adeguate competenze, quanto quello di far passare prima di tutto un messaggio, di acquisire la capacità di trasmettere e far riconoscere determinate esigenze.  Infatti, anche al netto di una spiccata e per certi versi legittima tendenza a rinchiudersi nella tradizione di alcuni settori dell’archivistica, soprattutto a livello internazionale gli archivisti si sono già interrogati a fondo sulla questione. Gli esempi che si potrebbero fare sono molti, sia dal punto di vista della letteratura scientifica che della progettualità sviluppata, a partire dal progetto Interpares[15] e da molti altri possibili spunti che un diuturno processo di ricerca genera. Ma, soprattutto se circoscriviamo l’analisi a un ambito fondamentalmente impermeabile all’innovazione come quello italiano, questo bagaglio di competenze non impatta come dovrebbe sulla realtà vera della conservazione. Non si riesce insomma a farlo recepire, a farlo in ultima analisi entrare nel circolo virtuoso della gestione documentale generalmente intesa. Esiste un gap antropologico tra i settori avanzati della ricerca in ambito documentario e i suoi esiti nello sviluppo di metodi e prassi condivisi da una comunità ancora piuttosto miope al riguardo.

Come abbiamo già avuto modo di vedere anche nella realtà italiana non mancano infatti progettualità o linee di ricerca che sappiano confrontarsi in maniera rigorosa e innovativa con questi temi. Ma tutto questo alla fine tende a non passare all’esterno. Viene piuttosto recepito in maniera frammentaria o relegato a una dimensione sostanzialmente teorica e speculativa. Quando si pronuncia la parola archivistica molti, troppi soggetti determinanti nella partita che stiamo giocando, nel migliore dei casi trattengono a stento un moto di fastidio. La mente, ancora e inevitabilmente, corre solo al passato, alla polvere e a tutto un armamentario di luoghi comuni che conosciamo bene.

Ma qui il bandolo della matassa torna in mano agli archivisti e, soprattutto, a quelli più attivi dal punto di vista della ricerca di punta in materia. Non si tratta di contrapporsi al passato o a visioni francamente superate. Non serve. Si tratta piuttosto di adoperarsi per far sì che le sensibilità e le competenze specifiche accumulate con tanto sforzo passino all’esterno. Non basta o non basta più la sola ricerca. Che è destinata a rimanere sterile se non conosce una concreta dimensione applicativa. Credo al riguardo, forse ingenuamente, che qualche appunto possa essere mosso anche a quei contesti che negli ultimi anni hanno conseguito risultati importanti per definire un concetto di conservazione digitale archivisticamente sostenibile. In questo senso, lo ripeto, la sola ricerca non basta. Bisogna avere anche la capacità e l’umiltà di trasmetterla a tutti. Bisogna insomma cercare di cambiare le cose anche dall’interno, senza trascurare il peso e l’utilità dell’intera comunità archivistica a livello politico e metodologico. La ricerca di punta, quando si isola o semplicemente si chiama fuori da quello che è il suo contesto di partenza, perde parte della sua efficacia. Non può vivere di splendida solitudine. Splendida ma spesso arida. Deve, a mio avviso, farsi carico anche del compito di trascinare con sé un intero settore. Per quanto arroccato su posizioni sostanzialmente retrive esso sia. Poi ognuno farà le sue scelte, certo. Ma quello che davvero ci serve è un restyling dell’intero settore, non solo e non tanto iperspecializzazioni, magari sostenute da intuizioni geniali. Che si voglia o no questa partita si vince con la compattezza e l’aiuto di un intero settore, non con fughe in avanti che finiscono con il rivelarsi controproducenti. Questo naturalmente mette in gioco una pluralità di soggetti, di competenze, di sensibilità e di approcci. Chiama in causa i professionisti, le associazioni, l’accademia, i responsabili delle politiche culturali. A tutti, proprio da parte dei settori di punta della ricerca, si deve porre una domanda semplice: a cosa serve e cosa è o può essere l’archivistica nel terzo millennio? Ovviamente ne uscirà il consueto caleidoscopio, ma, probabilmente, dentro a questa pluralità di risposte, confidando nella onesta intellettuale di tutti, si potrà cogliere anche l’inevitabile esigenza di far aderire la disciplina e la professione alla realtà della produzione documentaria contemporanea. E quindi si legittimerà, ma in maniera profondamente condivisa, l’esigenza di spingere l’archivistica stessa fuori dal suo guscio. Questo dovrebbe consentire in definitiva di alzare la voce con gli altri soggetti coinvolti, di acquisire una maggiore credibilità. I pionieri finiscono sempre con l’essere sopraffatti dagli indiani. Per vincere le battaglie ci vogliono eserciti solidi. E nel nostro caso la solidità sta nella pur articolata compattezza di una intera disciplina. Non ci servono colpi di genio. Quelli, alcuni li hanno già avuti e continueranno ad averli. Ci serve innanzitutto compattezza; qualche passo indietro da parte di qualcuno potrebbe far compiere passi da gigante a una disciplina che continuando a sonnecchiare nel limbo pseudo culturale non si accorge di quanto potrebbe essere utile e importante. E, soprattutto, non riesce a farlo credibilmente presente a chi mena le danze. Con il risultato di mettere a rischio il significato profondo e reale del concetto stesso di dematerializzazione. Alla nostra società, io credo, non servono infatti potenziali, gigantesche amnesie digitali. Serve piuttosto uno sviluppo armonico, radicato, prospettico di nuovi metodi per gestire e conservare informazione e memoria. E a questo livello, lo si voglia o no, il contributo archivistico è decisivo. A patto che si riesca a renderlo spendibile.

Tornando al punto di partenza, al confronto ineludibile con il presente, credo che non si possa evitare di concludere con una speranza doverosa, quella di una evoluzione culturale e metodologica innanzitutto della disciplina archivistica nel suo complesso. Una evoluzione che a mio avviso passa innanzitutto per una rinnovata sensibilità nei confronti della fase di formazione degli archivi e per un enorme sforzo metodologico di adattare competenze maturate nel corso dei secoli a una realtà in vertiginoso cambiamento. Tutto ciò nel tentativo, eticamente imprescindibile, di continuare a farsi portatori di valori di cui qualsiasi società, e soprattutto una società come la nostra, spesso sopraffatta da una pericolosa superficialità digitale, non può fare a meno. Occorre, in definitiva, acquisire la capacità di trasformare la vocazione al ruolo di mediazione che da sempre accompagna gli archivisti in strategie per la difesa della memoria. Indipendentemente dal formato su cui essa venga scritta.



[1] ⁠Carlo Rovelli, L’ordine del tempo (Milano: Piccola Biblioteca Adelphi, 2017), p. 93

[2]   Paul Saffo, InfoWorld Futures Project Interview, 2000

[3] Sul concetto di record continuum si vedano tra i molti i contributi disponibili a https://www.sciencedirect.com/topics/computer-science/record-continuum

[4] Queste considerazioni rimandano inevitabilmente al tema della formazione archivistica e dei suoi modelli. Tema ampiamente dibattuto in letteratura e di continua attualità. In questa sede, però, pur consapevoli della sua rilevanza si preferisce non approfondirlo, non entrando nel merito degli sconfinati riferimenti bibliografici che costellano la pubblicistica archivistica al riguardo.

[5] Stati Generali della conservazione. La conservazione del digitale in Italia tra rischi e opportunità, Cosenza 9 – 10 maggio2019. Per il programma del convegno e per tutti gli approfondimenti al riguardo si veda, sul sito del Laboratorio di Documentazione dell’Università della Calabria http://www.labdoc.it/convegno-stati-generali-della-conservazione-la-conservazione-del-digitale-in-italia-tra-rischi-e-opportunita/.

[6] Sull’Agenzia per l’Italia Digitale si veda https://www.agid.gov.it/.

[7] Sull’Associazione nazionale delle imprese ICT si veda https://www.assintel.it/

[8] Sull’associazione cei conservatori, costola di Assintel, si veda https://www.assintel.it/assintel/chi-siamo/assoconservatori-accreditati/

[9] http://www.labdoc.it/

[10] Sull’Associazione Italiana Docenti di Scienze Archivistiche, AIDUSA, si veda http://www.aidusa.it/

[11] Si veda a riguardo http://www.anai.org/anai-cms/

[12] Mi riferisco in particolare all’interno della vera e propria galassia social in materia di archivi, archivistica e memoria storica all’associazione Archivisti in movimento, ARCH.I.M (https://archivistinmovimento.org/), e al gruppo Archivistica attiva (https://www.facebook.com/groups/1290584064370346/). Come detto, accanto a queste due pur distinte manifestazioni web esiste una pluralità di soggetti che con soluzioni diverse dibatte su questi temi attraverso la rete. Tra tutti, per le sue posizioni spesso controcorrente, ma senza dubbio spesso suggestive, vorrei segnalare il blog l’Anarchivista (https://anarchivistica.wordpress.com/) , che, per quanto inficiato dalla scelta dell’anonimato, merita in molti casi una attenta lettura

[13] Si veda al riguardo per il caso italiano il codice approvato nel 2017 dall’assemblea ANAI, http://www.anai.org/anai-cms/cms.view?munu_str=0_0_5&numDoc=14

[14] Restando fermi al panorama italiano che qui ci interessa, non mancano, naturalmente, lodevoli eccezioni in questo senso, alcune anche piuttosto datate, a dimostrazione di come il problema si stato avvertito abbastanza precocemente. Impossibile non rimandare in questo senso addirittura agli anni Novanta del Novecento e alla figura di Oddo Bucci. Il convegno “L’archivistica alle soglie del 2000” diede poi vita al volume L’ archivistica alle soglie del 2000, curato da Oddo Bucci, Renato Grispo, Paola Carucci, uscito per la Libreria Universitaria nel 1992, che rappresenta in qualche modo la protostoria del digitale italiano. Successivamente una sistematizzazione è stata tentata, compatibilmente alla sensibilità e al quadro tecnologico dell’epoca, da Mariella Guercio nel suo Archivistica informatica. I documenti in ambiente digitale, edito da Carocci nel 2010. Allo stesso periodo e con una profondità cronologica più distesa risalgono gli studi condotti al riguardo da Luciana Duranti, archivista italiana “prestata” all’università canadese, per i quali per ragioni di brevità, si rimanda a https://slais.ubc.ca/profile/luciana-duranti/. Più di recente e a più riprese è tornato su questi temi S. Pigliapoco in particolare con uno dei suoi ultimi lavori, Progetto archivio digitale. Metodologia, sistemi, professionalità, edito da Civita Editoriale nel 2016. A questi lavori si accompagna inoltre anche la frenetica ma piuttosto scomposta attività formativa di ANAI. Sul piano della formazione da segnalare anche i master di delle università di Macerata (http://masterarchividigitali.unimc.it/) e Cosenza (http://www.labdoc.it/formazione/progetti-e-corsi/perseo/). Su un versante orientato più ai temi tipici della documentazione accanto ai contributi comparsi nel tempo sulla rivista AIDA Informazioni (http://www.aidainformazioni.it/), si segnalano gli studi di Roberto Guarasci per i quali, vistane la consistenza si rimanda a https://www.unical.it/portale/strutture/dipartimenti_240/dlse/personale/primafascia/curriculum/curriculum_breve_R.%20Guarasci.pdf. Molti spunti possono cogliersi in contributi comparsi nel tempo sulle riviste “Archivi e computer” (http://www.titivillus.it/periodico.php?id=15) e “Jlis.it” (https://www.jlis.it/).

[15] Inevitabile a questo riguardo il riferimento a un progetto di lunga durata sul terreno della conservazione digitale come Interpares che dimostra in maniera esauriente la qualità e la quantità delle riflessioni e delle soluzioni archivistiche in materia di difesa della memoria digitale di lungo periodo. http://www.interpares.org/

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    By: Federico Valacchi

    Federico Valacchi è docente di Archivistica e Archivistica Informatica presso l’Università di Macerata dal 2002. I principali ambiti di ricerca sono quelli legati al rapporto tra risorse tecnologiche e archivi storici, con particolare riferimento al web e alle problematiche di conservazione di lungo periodo del documento informatico

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