La costante ricerca del vero senso nazionale di appartenenza

“E se la patria è morta,
essi muoiono per la patria,
e il loro cuore è la pietra sulla quale sʼinnalzerà domani,
in un mondo liberato,
una patria nuova e immortale”
(Salvatore Satta, De profundis)

Sulle categorie di “Patria” e di “identità nazionale” in Italia lʼattenzione pubblica si è concentrata a fasi alterne e in anni recenti ha svelato un panorama non confortante, segnato da revanscismi e richiami evocativi a regimi totalitari: sono forti segnali di ammonimento che mettono in guardia su come certe fratture ideologiche non siano mai state del tutto superate, ma, al contrario risultino ancora capaci di generare risentimenti e nostalgie.

In questi ultimi anni a seguito dellʼincrementarsi di «memorie diversificate e spesso antagoniste»[1], nonché «miti interpretativi e luoghi comuni sistematicamente utilizzati nellʼagone politico»[2], si è fatta sempre più forte lʼesigenza di unʼanalisi critica della storia della Nazione, lontana dallʼutilizzo pubblico e politicamente strumentale. Dal momento che i fatti di cronaca ci portano a dover fare quotidianamente i conti con il passato, sarebbe decisamente opportuno catalizzare lʼattenzione su nodi irrisolti della nostra storia nazionale, senza per questo motivo essere tacciati di revisionismo.

La riluttanza a fare i conti con le contraddizioni di tale storia costituisce un grave torto che noi riserviamo alle generazioni future, ma anche alla cultura del nostro Paese. Proprio la cultura del resto, a cominciare dalla formazione scolastica, si è dimostrata talvolta inadeguata a favorire la costruzione di una coscienza critica, fornendo invece un repertorio di preconcetti, sui quali si stenta a creare in Italia un senso civico nazionale di appartenenza. Allora vi è da chiedersi se una democrazia abbia effettivamente bisogno di una integrazione culturale che derivi dalla consapevolezza dei suoi cittadini, dalla volontà di costruire una comunità con una storia e una identità comune, e che coincida con lʼappartenenza nazionale, per quanto sofferta e contrastata essa sia[3]. La risposta, che in tal caso sento di dare, è affermativa. 

Per oltre settantʼanni lʼItalia si è auto-incoraggiata nella coltivazione dei suoi “miti assolutori”[4] per opera di un’impostazione storiografica che ha voluto, per ragioni ideologiche tanto quanto politiche, collegare il nuovo sistema democratico con lʼantifascismo “militante”, descrivendo quest’ultimo come patrimonio quasi esclusivo della sinistra e favorendo spesso la creazione di stereotipi, tra i quali, ad esempio, la visione della Resistenza come fenomeno popolare di massa[5].

Partendo da questo presupposto il discorso sulla legittimazione della Repubblica risulta complesso, poiché tocca le fondamenta della società italiana postbellica, che ha condiviso ventʼanni di dittatura fascista, ha combattuto una guerra, ha vissuto tragicamente la Resistenza e subito catastroficamente la sua parte di guerra civile, ha visto la frantumazione del tessuto nazionale[6]. In effetti, il 25 aprile del 1945 fu realmente un momento in cui la Resistenza diventò un movimento di massa, ma è ardito dedurne che tutto il popolo italiano si mostrò unito nella lotta contro il nazifascismo, quando invece quella combattuta per due anni fu anche guerra-scontro acerrimo fra connazionali.

La valenza del 25 aprile come il giorno della liberazione dallo straniero ha concorso inoltre a rinforzare il concetto di Resistenza come movimento “patriottico” di liberazione, equiparandola ad un «secondo Risorgimento», fondato su di una partecipazione popolare più ampia del primo, ma ha altresì contribuito ad oscurare ciò che accadde “prima” e “dopo” quella data[7], come è avvenuto nel caso della Venezia Giulia, ai tempi dell’occupazione jugoslava.

Ha scritto in proposito Massimo Legnani:

Era senza dubbio un richiamo ricco di ambivalenze, ma se da un lato accreditava la guerra di liberazione come ripresa del moto nazionale di un secolo prima (e dunque poneva ai margini ogni tensione e progetto che non si risolvesse nella conquista dellʼindipendenza), dallʼaltro consentiva anche di rivelare tutte le angustie e limiti del primo Risorgimento, lʼaccumulo di contraddizioni che (sulla scia delle analisi prodotte dalla cultura antifascista) sembrava inevitabile leggere come lontani prodromi della crisi che avrebbe più tardi precipitato il Paese sotto la dominazione fascista[8].

Lʼantifascismo pertanto non è sinonimo di democrazia, ma è una premessa affinché essa si realizzi, quindi è bene ragionare non solo in termini di storia politica, poiché la Resistenza «incarna una realtà più complessa di quella che per scelta è assurta a mito fondante»[9] della Nazione, e semmai può considerarsi  un “elemento fondante” della Repubblica.

La letteratura “grigia”, in cui confluisce la molteplice memoria dei testimoni e protagonisti di quella stagione appassionata, rischia di essere dimenticata, ed è per questo motivo che è necessario tenere viva lʼattenzione, facendo conoscere al pubblico tale vissuto, affinché esso non si disperda e conservi invece il suo valore pedagogico, in quanto vissuto di una generazione di individui devoti ai richiami risorgimentali di quella Italia che Alessandro Manzoni, in “Marzo 1821”, aveva definito «una dʼarme, di lingua, dʼaltare, di memorie, di sangue e di cor» e che desiderava a tutti i costi liberare lʼItalia dallʼoppressione, per portarla verso una rinascita democratica.

La Seconda guerra mondiale si colloca come conseguenza ultima di una estrema esaltazione dei principi e dei valori nazionali, perpetrata da Italia e Germania che, avendo fatto del nazionalismo una loro prerogativa, si diedero dei regimi «che giustificavano la soppressione delle pubbliche libertà con lʼurgenza di convogliare tutte le energie verso la tutela dei supremi interessi nazionali»[10].

Gli esiti furono ben diversi da quelli sperati ed a lungo promessi dalla propaganda fascista. La Seconda guerra mondiale rivelò infatti che lo scarto fra ambizioni e risorse – e quindi, forza effettiva – che aveva fin dalle origini caratterizzato la politica estera dello stato unitario, non si era attenuato rispetto ai tempi dell’Italietta liberale, ma si era, anzi, terribilmente aggravato, trasformando l’Italia da “peso determinante” in “ventre molle”. Drammaticamente indebolito era anche il tessuto etico-politico, dentro il guscio dell’apparenza assertiva del regime. Aveva palesato lʼinadeguatezza storica, politica e materiale, la passività, e la viltà[11]. La reazione del Paese a Caporetto era stata la mobilitazione nazionale, quella allo sbarco in Sicilia il crollo del fronte interno.

La società italiana, che aveva sperato che la guerra finisse presto, dopo lʼarmistizio si divise, conclusione quanto mai ovvia, trovandosi costretta a prendere una decisione: scegliere da che parte stare[12]. Una scelta di tal fatta però, rappresentava una “trasgressiva ribellione”, ragionevole, ragionata, e rivoluzionaria: il credo negli ideali. Immolarsi per la propria Patria dopo lʼ8 settembre del 1943, rivelava questo. Eʼ da questo punto che si genera la «guerra civile», che diventa lotta di liberazione, ridefinendo così i criteri di una nuova identità politica nazionale[13] collettiva, e che si riscopre attraverso una «solidarietà molecolare»[14].

Lʼ8 settembre, data simbolica della memoria divisa, si designa come punto di non ritorno del conflitto, con conseguente rovesciamento delle alleanze e mutamento dei fronti. In molti lʼhanno definito il giorno della «morte della patria»[15], come espressione dello sfaldamento morale dellʼidentità nazionale italiana, ma fu piuttosto morte di un progetto di nazione che il fascismo aveva in parte acquisito, piegato, logorato e poi successivamente distrutto[16].

Pure il 25 luglio, giorno della caduta di Mussolini, ha la stessa valenza simbolica, se si considera lo stato di «ambiguità nel quale non si trovò neanche il coraggio [e in sostanza la forza reale] di chiamare “tedeschi” [i nuovi avversari] i tedeschi, ripiegando su una formula ambigua che si aggiunse allʼimpreparazione [e alle incertezze] in cui erano state lasciate le Forze Armate»[17].

Gli effetti collaterali della proclamazione dellʼarmistizio, provocarono il collasso immediato dellʼimpianto statale con lo sbandamento ed il crollo delle Forze Armate[18]. La ragione per la quale dal Comando Supremo italiano non vennero prese le dovute disposizioni[19], rimane ancora in parte incomprensibile: le difficoltà di comunicazione a causa delle distruzioni e dellʼinfiltrazione tedesca furono reali, ma certamente a qualcuno fece comodo affermare di non aver ricevuto ordini indiscutibili e comunque la segretezza con cui venne ordito l’armistizio si ritorse più contro i comandi italiani, clamorosamente impreparati all’emergenza, che non a quelli germanici, pronti invece ad applicare i piani già predisposti[20].

Così ricorda la sua esperienza il cap. inglese del SOE, Patrick Martin Smith “Pat.”[21]:

Dopo la caduta di Mussolini e la firma dellʼarmistizio, gli Italiani avevano sperato nella pace, ma ben presto era apparso chiaro che la guerra non sarebbe […] finita. I più attenti avevano capito che, se lʼItalia voleva guadagnarsi un posto di diritto tra gli Alleati e non rimanere un tollerato penitente, cʼera bisogno di fare qualcosa di più che cambiare parte. Era sentito il bisogno di ritrovare il proprio prestigio di popolo. Per quanto amari o cinici gli Italiani possano sembrare riguardo al loro Paese, essi possiedono un profondo e fondato orgoglio nellʼItalia e nellʼ«italianità»: il cinismo è per i ventʼanni di fascismo, lʼorgoglio per i venti secoli di civiltà e di cultura[22].

LʼItalia repubblicana nasce anche dalla Resistenza delle Forze Armate[23], nonostante quest’ultima sia stata lasciata spesso in sordina: non ovviamente dalle celebrazioni ufficiali, ma da una parte della storiografia concentratasi piuttosto sulla Resistenza partigiana in quanto guerra di popolo, per tanti versi alternativa alla guerra “fascista”[24] fino a quel momento combattuta dalle Forze Armate, nonché agli stessi valori – gerarchia, obbedienza, ordine costituito – che gli ordinamenti militari tradizionalmente ispiravano. “Non c’è tenente, né capitano, né colonnello, né generale” intonava una nota canzone partigiana, mentre la “banda partigiana” come laboratorio di democrazia diretta mitizzata dagli azionisti, si collocava agli antipodi rispetto all’esperienza storica del Regio esercito. Indubbiamente, per i militari si è trattato di un problema di amore per la Patria, di senso del dovere e virtù guerriera, ma non si può rinnegare che «sotto la divisa, cʼè lʼuomo con la sua infinita problematica, con le sue insopprimibili aspirazioni, con le sue piccole e grandi idealità»[25]. Antinazismo, antifascismo, solidarietà, tradizioni risorgimentali sono dirette espressioni della partecipazione italiana alla Resistenza.

Eʼ sulla base di questi sentimenti che parteciparono alla Resistenza, anzi iniziarono la Resistenza, anche un vasto numero di combattenti con le stellette, al di là di ogni estrazione politica, nonostante da parte della popolazione italiana sia mancata a livello empatico la volontà di calarsi nellʼanimo dei soldati italiani, che per anni avevano combattuto con coraggio una guerra da loro incompresa, lontani dagli affetti e dal luogo in cui erano nati.

Il processo interiore individuale di questi uomini è difficile da comprendere: il motto «credere, obbedire, combattere» con cui erano stati formati, e dal quale erano stati martellati, da anni aveva ormai perso significato e lʼeffetto si era riversato nel disorientamento complessivo e nella totale impreparazione politica[26]. Il sentimento antifascista maturò lentamente, non fu immediato, se non nei rari casi di alcuni comandanti e in regioni come il Friuli e la Venezia Giulia, dove la Resistenza fu combattuta diversamente, con lʼassillo delle rivendicazioni territoriali straniere.  

Storiografia, memorialistica e letteratura hanno ben messo in evidenzia come il processo decisionale che condusse alla militanza resistenziale – come pure nel suo opposto, il collaborazionismo armato – fu tutt’altro che semplice o lineare. Come ha testimoniato Primo Cresta, partigiano della Iᵃ Brigata Osoppo:

Solo un osservatore superficiale o legato a certi pregiudizi di «civiltà superiore» può pensare che gli italiani avessero compiuto con rara tempestività e pronta comprensione dei fatti, una scelta consapevole sì che da una parte fossero ormai schierati i buoni e dallʼaltra i cattivi. In realtà ci furono solo tanti giovani che furono gettati improvvisamente in mare senza saper nuotare: molti impararono quasi subito a stare a galla, altri affondarono o corsero il rischio di farlo. Per uscire di metafora, ognuno poteva e doveva in quel momento decidere sul da farsi, ma quella decisione era seriamente condizionata dalla capacità soggettiva di liberarsi più o meno rapidamente di unʼeducazione e di una propaganda corruttrice loro inculcata fin dalla prima infanzia. Ognuno si trascinava dietro il suo bagaglio di conoscenze ed esperienze personali: la categoria sociale alla quale apparteneva, gli studi fatti, lʼambiente frequentato, il reparto nel quale aveva prestato servizio militare, il grado; ogni cosa aveva il suo peso spesso determinante[27].

Si trattava in ogni caso di una scelta carica di responsabilità, che presupponeva un atto di disubbidienza collettiva a fronte di due giuramenti prestati, il primo al re e il secondo al duce,dal momento che per anni la popolazione era cresciuta ed era stata educata a ottemperare gli ordini dati dal duce, sotto la vigilanza apparente di re Vittorio Emanuele III. Così al riguardo Claudio Pavone chiariva:

Il primo significato di libertà che assume la scelta resistenziale è implicito nel suo essere un atto di disobbedienza. Non si trattava tanto di disobbedienza a un governo legale, perché proprio chi detenesse la legalità era in discussione, quanto di disobbedienza a chi aveva la forza di farsi obbedire. Era cioè una rivolta contro il potere dellʼuomo sullʼuomo, una riaffermazione dellʼantico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù. Che il potere contro il quale ci si rivoltava potesse essere poi giudicato illegale oltre che illegittimo in senso forte, non fa che completare il quadro. […] Il fatto era di particolare rilevanza educativa per la generazione che, nella scuola elementare, aveva dovuto imparare a memoria queste parole del libro unico di Stato: «quale deve essere la prima virtù di un balilla? Lʼobbedienza! E la seconda? Lʼobbedienza!» (in caratteri più grandi) «E la terza? Lʼobbedienza» (in caratteri enormi)[28].

Assai arduo infatti risultava concettualizzare uno Stato che non fosse fascista, quando il fascismo si era infiltrato allʼinterno delle istituzioni e della pubblica amministrazione, come pure era difficile, per lʼintensa opera pedagogica di educazione della società al rispetto delle regole, ipotizzare un fascismo che non si riconoscesse nello Stato e viceversa. In sostanza: «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»[29]. Così, anche coloro che aderirono alla Repubblica Sociale, compirono una scelta di rottura, quella di rimanere fedeli al partito piuttosto che allo Stato legale, che con il fascismo era entrato in piena collisione.

Come comportarsi dunque con quelli che rimasero «fedeli al regime» e con quelli che furono costretti a diventarlo per necessità, a fronte della mancata epurazione del fascismo dallʼItalia? Si poteva considerare reato il fascismo?

Tra gli italiani cʼera chi nutriva perfino rancore verso quanti avevano scelto lʼesilio, verso i fuoriusciti, considerandoli o intellettuali viziati che potevano permettersi di passare il tempo sulla riviera francese (cosa che, ovviamente, rispondeva al vero solo in rari casi) oppure, ancora peggio, traditori coinvolti in cospirazioni internazionali contro lʼItalia[30].

Vi erano anche coloro che credevano nellʼautorità dello Stato poiché non vedevano altre figure istituzionali, se non Badoglio e Vittorio Emanuele III, che potessero salvaguardare lo Stato italiano in quel momento.

La forma democratica, auspicata dagli uomini e le donne che avevano condiviso anni drammatici segnati da morte, torture, violenze, nel dopoguerra sarebbe dovuta essere pura e priva di quegli aggettivi consequenziali con cui spesso è stata descritta: «formale, sostanziale, liberale, borghese, sociale, progressiva, socialista, proletaria e persino polemicamente fascista»[31].

I partiti italiani invece, già travolti dallʼaffermarsi del fascismo e riorganizzatisi con la Resistenza, non rappresentavano una piena continuità organizzativa ed istituzionale dei partiti preesistenti, ma la convergenza di militanti, proletari, borghesi, intellettuali, con il loro pesante bagaglio di vita vissuta (chi imprigionato in carcere, chi mandato in esilio, chi costretto a vivere nelle clandestinità) e delle culture di formazione. Il Comitato di Liberazione Nazionale (Cln), costituito il 9 settembre del 1943, prefigurava il quadro resistenziale come espressione di lotta per un secondo Risorgimento, con una chiamata del popolo alle armi:

Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per conquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni […] Oggi per i figli dʼItalia, cʼè solo un fronte: quello contro i tedeschi e contro la quinta colonna fascista. Alle armi![32].

Lʼerrore dei partiti è stato quello di misurare con intransigenza, nel corso dei successivi decenni, la qualità della crescita della democrazia in Italia alla luce delle grandi speranze nutrite dai resistenti, senza però tener conto del consenso che il regime fascista aveva ottenuto in larghi strati della società italiana e del fatto che la scelta resistenziale era stata comunque patrimonio di minoranze.

La democrazia nata dalle ceneri del regime totalitario andava considerata non solo sul piano delle idealità, ma anche nella sensibilità popolare, smarrita ed incerta sullʼavvenire. Lʼesperienza della guerra infatti non aveva certamente contribuito a rendere la Nazione più unita, ma anzi aveva approfondito le differenze che riguardavano tutte le sfere – dagli squilibri territoriali all’economia, la società e la cultura – evidenziando un profondo e generale stato di arretratezza che il regime fascista aveva cercato più che di risolvere, di occultare[33].

Alcune di quelle eredità sono tuttora presenti.

Tuttavia rimane un dubbio: se per le istituzioni celare o al contrario rinvigorire “vecchi affari di famiglia”, non sia un modo per esorcizzare tabù, assilli e ossessioni. La risposta istituzionale attende, ma non deve essere unʼazione di pacificazione, ma la chiara volontà e ammissione di comprendere un passato che deve essere contestualizzato anche nelle sue contraddizioni: proprio quelle contraddizioni che costituiscono il punto di partenza nella ricerca storica.


[1] R. Pupo, Per una storia critica delle vicende del confine orientale, in M. Castoldi (a cura di), 1943-1945:«I bravi» e «i cattivi». Italiani e tedeschi tra memoria, responsabilità e stereotipi, Donzelli, Roma, 2016, p. 49.

[2] Ibidem.

[3] Cfr. G. E. Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione: tra etnodemocrazie regionali e cittadinanza europea, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 80.

[4] Intesi non solo come miti politici fondanti, ma anche in termini di narrazione strumentale alla funzione politica.

[5] Cfr. R. De Felice, in P. Chessa (a cura di), R. De Felice, Rosso e Nero, Baldini&Castoldi, Milano, 1995, p. 55. 

[6] Cfr. A. M. Vinci, Per quale italianità? La nuova mitologia della patria al confine orientale nel secondo dopoguerra, in D. DʼAmelio, A. Di Michele, G. Mezzalira (a cura di), La difesa dellʼitalianità. Lʼufficio per le zone di confine a Bolzano, Trento e Trieste (1945-1954), Il Mulino, Bologna, 2015, p. 331. Sulla guerra civile consumata tra gli italiani, il volume di riferimento è: C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2015.

[7] Cfr. M. Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, Editori riuniti: LʼUnità, Roma, 2008, p.5.

[8] M. Legnani, Il ʼ45, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari, 1997, p. 273.

[9] P. Neglie, Il pericolo rosso: comunisti, cattolici e fascisti fra legalità ed eversione, Lint, Milano, 2017, p. 16.

[10] R. Romeo, Italia mille anni. Dallʼetà feudale allʼItalia moderna ed europea, Le Monnier, Firenze, p. 169.

[11] Cfr. R. De Felice, Mussolini lʼalleato. LʼItalia in guerra, Tomo II, Einaudi, Torino, 1990, pp. 828-829.

[12] A tal proposito C. Pavone: «Una scelta tanto più autentica quanto più la situazione obbligava a scegliere, e la posta in gioco poteva essere espressa dalla formula «piuttosto la morte che…»», in C. Pavone, Una guerra civile…, cit., p. 25.

[13] Cfr. G. E. Rusconi, Se cessiamo…, cit., p. 15.

[14] P. Scoppola, Lezioni sul Novecento, Laterza, Roma-Bari, 2010, p. 31.

[15] Espressione utilizzata da S. Satta, De Profundis, Adelphi, Milano, 1980, p. 16. Si veda anche E. Galli Della Loggia, La morte della patria, Laterza, Roma-Bari,1996.

[16] P. Scoppola, Lezioni sul Novecento…,cit., p. 33.

[17] A. Bartolini, Per la patria e la libertà. I soldati italiani nella Resistenza allʼestero dopo lʼ8 settembre, Mursia, Milano, 1986, p. 8.

[18] Si veda E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando. Lʼarmistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, Il Mulino, Bologna, 2003.

[19] Si fa riferimento ai Promemoria 1 e 2, alla Memoria 44 Op. Si veda S. Lepri, Lʼ8 settembre 1943 al comando della 5ᵃ armata, in “Nuova Storia Contemporanea”, n° 6, novembre-dicembre 2003, p. 118 e consultabile sul sito: http://www.sergiolepri.it/l8-settembre-1943-al-comando-della-5a-armata/.

[20] Cfr. A. Bartolini, Per la patria e la libertà…, cit., p. 202.

[21] Patrick Martin Smith era ufficiale di Fanteria nel periodo della guerra dal 1939 allʼaprile del 1944. Seguì un corso di paracadutismo, partecipò agli sbarchi in Sicilia, a Salerno, nella baia di Napoli, in Corsica, all’Elba, ecc. Nellʼaprile del 1944 entrò nella N.1 Special Force a Monopoli (Bari). Fu paracadutato il 19 luglio del 1944 in Friuli con lo scopo di stringere dei rapporti per costituire una resistenza austriaca e fungere da Ufficiale di collegamento con i partigiani italiani. Per la sua biografia si veda: P. M. Smith, Friuliʼ44. Un Ufficiale britannico tra i partigiani, Del Bianco, Udine, 1990.

[22] Ivi, p. 90.

[23] Cfr. P. Iuso, Esercito, guerra e nazione. I soldati italiani tra Balcani e Mediterraneo orientale 1940-1945, Ediesse, Roma, 2008, p. 24.

[24] Cfr. E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando…, cit., p. 12.

[25] A. Bartolini, Per la patria e la libertà…, cit., p. 14.

[26] Ibidem.

[27] P. Cresta, Un partigiano dellʼOsoppo al confine orientale, Del Bianco, Udine, 1969, p. 58.

[28] C. Pavone, Una guerra civile…, cit., pp. 25-26.

[29] G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna, 2006, p. 14-15.

[30] R. P. Domenico, Processo ai fascisti 1943-1948: Storia di una epurazione che non cʼè stata, Rizzoli, Milano, 1996, p. 9. 

[31] G. E. Rusconi, Se cessiamo…, cit., p. 85.

[32] G. Galli, I partiti politici italiani (1943-2004), Rizzoli, Milano, 2010, p. 20.

[33] P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia (1945-1990), Il Mulino, Bologna, pp. 82-84.

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