Trasfomazioni

 

Il senso di una parola

Questo numero della rivista è dedicato alle trasformazioni degli archivi e dei contesti all’interno dei quali essi si generano, con particolare riferimento al contesto contemporaneo. Come si avrà modo di vedere il termine trasformazione è stato però declinato secondo modalità e sensibilità diverse dagli autori. Credo infatti che non ci si debba far troppo irretire dalla strisciante sensazione di un cambiamento assoluto che a un momento dato stravolgerebbe un mondo e la sua continuità. Fatti nuovi ce ne sono e molti, certo, ma non c’è, né ci deve essere, rivoluzione. Abbiamo bisogno di calare le trasformazioni, che spesso come vedremo sono solo meccaniche, nel solco di una continuità valoriale e metodologica che in fondo rimane la sola garanzia di governo del nuovo. Questa parola è infatti l’etichetta di una categoria complessa, diacronica e dagli ampi ambiti di applicazione. Non ci si trasforma per magia ma attraversando il tempo e lo spazio che portano con sé i germi del cambiamento. Non frattura insomma ma, casomai, discontinuità costante.

Del resto le trasformazioni degli archivi non sono un fenomeno contemporaneo. Le trasformazioni sono connaturate agli archivi da sempre. Perché gli archivi sono espressione della società e la società si trasforma. Così come cambiano i supporti e le tecniche di produzione nonché i metodi e le prassi di gestione. Certo il dato recente, con la diffusione del digitale, è particolarmente significativo perché interviene su aspetti metodologici consolidati. Investe i percorsi formativi, stravolge i modelli conservativi, carica di responsabilità nuove la disciplina e chi la pratica. Trasformarsi però non significa limitarsi a prendere atto di obsolescenza, migrazioni, metadati. Questo è un ineludibile adeguamento tecnico. La trasformazione che la congiuntura impone è invece piuttosto di ordine antropologico e culturale e investe sia la sfera digitale che quella del sedimentato analogico. Riguarda il modo di percepirsi degli archivisti e, a cascata, interessa l’intera società. Le trasformazioni portano con sé responsabilità che vanno ben oltre l’archivistica tecnica. Investono piuttosto quella che possiamo definire l’archivistica pubblica, dimensione che enfatizza la componente civica e civile del lavoro sugli archivi. La vera trasformazione è questa, il passaggio che va da un approccio storicistico e tecnicistico all’assunzione di un ruolo di riferimento sociale nel presente. Questa è la battaglia appunto culturale e antropologica da combattere. Immagino in questo senso gli archivisti come dei tecnici consapevoli dell’impatto delle loro azioni non solo e non tanto sugli archivi quanto sul tessuto sociale. Non credo infatti, lo ripeto, che ci si possa limitare ad enfatizzare le mutate modalità di produzione, gestione e conservazione dei documenti. Questa interpretazione, meccanica e per certi versi limitativa, non dà infatti conto delle reali esigenze di archivi e archivisti di fronte alle sfide cui periodicamente la società li sottopone. Le trasformazioni, lo abbiamo detto, negli archivi sono all’ordine del giorno. Talvolta radicali e capaci di ribaltare un intero universo logico, talvolta invece striscianti ma forse non meno incisive. Storicamente, come tutti sappiamo, la trasformazione delle trasformazioni è quel passaggio da memoria autodocumentazione a memoria fonte che al volgere del XVIII secolo getta le basi di quella che sarà l’archivistica che oggi definiamo storica. Conseguenza di questo importante scatto del meccanismo documentale è il progressivo affermarsi di una visione passatista dei sistemi documentali capace, sia pure con molti e significativi aggiustamenti, di giungere fino ai nostri giorni. Non solo nella percezione comune e, peggio, in quella informata ai luoghi comuni, gli archivi sono retaggio del passato. Quiete, non moto. E di conseguenza e naturalmente polveroso patrimonio di un tutto sommato ristretto numero di studiosi, di storici per l’esattezza. A questa visione e a questo approccio si piega a ben pensare anche il metodo di organizzazione dell’informazione contenuta negli archivi che, non a caso, si chiama appunto storico. Il metodo storico è un altro terreno dove si manifestano modificazioni significative dall’assolutismo cencettiano al relativismo pavoniano. Sono gli archivi stessi a guidare le danze del cambiamento, mai l’archivistica. O meglio a imporre trasformazioni è di volta in volta la mutata sensibilità politica, sociale e culturale che accompagna “i tempi nuovi”. Un ragionamento questo che funziona però solo fino a un certo punto e sposta marcatamente la questione su un terreno che vorrei definire squisitamente politico. Non ci accorgiamo, infatti, irretiti da trasformazioni meccaniche e in buona misura anarchivistiche, che da cinquanta anni non cambia proprio niente al livello più importante, quello appunto politico e decisionale. Il CAD, da solo, agli archivisti e all’archivistica non serve a molto. Anzi è una pericolosissima arma a doppio taglio, così come tutte le regole tecniche che lo accompagnano. Il CAD, che pure alcune indicazioni le dà, dovrebbe agire di concerto con una normativa squisitamente archivistica di più ampio respiro e soprattutto informata ai reali bisogni della società contemporanea. Anche l’archivista storico più incallito, asserragliato nel più remoto deposito analogico è costretto ad ammettere che l’Italia e il mondo del 2018 sono piuttosto diversi da quelli degli anni Sessanta. La legge archivistica, che nella sostanza tiene le fila di un sistema documentario articolato e complesso, è vecchia di 50 anni e il legislatore per quanto sapiente non possedeva certo doti divinatorie. Allora bisogna dire con forza che le vere trasformazioni archivistiche le attendiamo, non le viviamo.

Allo stesso tempo la comunità archivistica subisce quasi senza colpo ferire trasformazioni meccaniche, prime tra tutte quelle indotte dalla diffusioni di archivi informatici sostanzialmente estranei al controllo della disciplina. Non basta infatti qualche codicillo nelle regole tecniche o qualche segnale di apertura (peraltro mai raccolto) da parte di AGID a tranquillizzarci. La vera trasformazione, l’unica possibile è quella di una nuova legge archivistica, frutto di un equilibrato confronto politico e tecnico. Che, solo per fare un esempio, potenzi l’istituto della vigilanza, mettendo le soprintendenze in condizione di svolgere con incisività effettiva l’indispensabile controllo su un sistema conservativo che va sbriciolandosi nelle maglie della rete dei conservatori accreditati (quis custodiet ipsos custodes?). Ma l’inanità della politica italiana, la sua disgraziata superficialità si coglie anche, e verrebbe da dire soprattutto, a questo livello. Non esistono la sensibilità né la volontà di governare efficienza e memoria. Le agende non hanno spazio per questi temi, ritenuti inspiegabilmente minori tanto più nei tempi oscuri che stiamo attraversando. Certo, a rendere di ordine inferiore le tematiche che ci stanno a cuore ha contribuito per la sua parte anche la comunità archivistica quando si è arroccata in una dimensione storico tecnicistica condita di sufficiente autocompiaciuta incomunicabilità. Assumendo una posizione che nel tentativo condivisibile di difendere un patrimonio e una tradizione ha finito con l’allontanare l’archivistica dalla realtà, erigendo monumenti descrittivi incomprensibili o quasi al resto del mondo. Anche e soprattutto su questo bisogna interrogarsi. Come dicevamo all’inizio trasformarsi significa prendere atto che gli archivi sono da sempre figli di presenti, che l’archivistica stessa nel pieno esercizio delle sue funzioni è una disciplina del presente. Ora più che mai, quando il digitale rischia di deformare o addirittura distruggere la memoria futura.

Prima di entrare nel merito di considerazioni più tecniche intorno al lemma trasformazione sembra a questo punto opportuno chiedersi cosa si può fare. Credo che al riguardo esista innanzitutto un livello personale, individuale per così dire. Cosa provo se mi guardo intorno? Che tipo di riscontro ho dalla mia attività o, meglio, perché un riscontro morale può sempre esserci, quanto incide quello che faccio sulla qualità del contesto all’interno del quale mi muovo? Da qui dovrebbe scaturire il bisogno di tirar fuori dal cappello della storia il coniglio della responsabilità civile. Non solo e non tanto un’archivistica di servizio per certi versi autoappagantesi ma un’archivistica combattiva, figlia del presente e non mite nipotina della storia. Non è tanto l’ambito di applicazione della professione a essere dirimente quanto l’approccio fortemente politicizzato alla professione stessa. Laddove politica non è naturalmente la politica “politicheggiata” ma, appunto, la volontà di incidere con ogni mezzo sul presente. Insomma ci tocca, a tutti quanti, un esame di coscienza, poi ognuno trarrà le sue conseguenze.

Per cambiare però non bastano le buone intenzioni dei singoli, peraltro propedeutiche al rinnovamento. Esistono infatti nella comunità archivistica come in altri settori lobbies e gruppi di potere fortemente connotati. Se vogliamo essere sinceri tra questi gruppi la collaborazione parlata è massima, quella praticata di gran lunga inferiore. Di nuovo eventuali sinergie si colgono a livello tecnico, progettuale, nella preponderante dimensione tecnica che ignora o finge di ignorare la questione politica. Non si collabora a livello politico e neppure a livello di politiche culturali. Ognuno è depositario di un pezzo di verità che quasi mai si incastra con quelli degli altri. L’ANAI, la DGA, l’Università e più di recente gruppi numerosi e autogestiti come ARCHIM o Archivistica attiva tendono a manifestarsi come monadi più o meno grandi, più o meno incisive e portatrici di altrettante verità quanto è il loro numero. Ed ecco allora un’altra trasformazione attesa e non vissuta, il compattamento di questa piccola comunità. La rinuncia agli orticelli e a qualche risibile rendita di posizione a vantaggio di una maggiore prestanza fisica della disciplina. Un tema questo molto complesso e di difficile soluzione ma nel quale non smetto personalmente di sperare.

Insomma ci sono trasformazioni meccaniche che innegabilmente stiamo vivendo e trasformazioni strutturali in cui stiamo sperando e da cui dipende, è opportuno dirlo, la sopravvivenza stessa della disciplina.

Ma, parlando di trasformazioni bisogna avere la capacità di andare oltre di noi e forse questa è la trasformazione più radicale. Bisogna chiederci come e per chi lavoriamo, in qualsiasi segmento del ciclo vitale. Sulla carta la risposta è scontata: per gli utenti. Ma lo è anche sul campo o invece, appunto, bisogna cambiare qualcosa? Il rigore descrittivo figlio degli standard che attraversa ad esempio i nostri sistemi informativi archivistici è davvero pane quotidiano per tutti gli utenti o a qualcuno invece risulta indigesto? Sicuramente dal rigore descrittivo non si prescinde e non esiste un processo di descrizione archivistica che non sia quello validato dal punto di vista scientifico. Prima descrivere e ordinare poi pensare al resto, insomma. Ma pensarci seriamente, ponendosi il problema del rapporto e delle modalità di comunicazione e rappresentazione. Ogni descrizione del resto, e lo sappiamo da tempo, è una rappresentazione e ogni ordinamento un racconto soggettivo. Sono la potenza evocativa dell’immaginazione e il dispiegarsi imprevedibile delle vicende della conservazione a tessere la trama della riorganizzazione dell’informazione archivistica secondo canoni solo apparentemente neutri, “storici”. Forse uno scatto che il meccanismo può fare sorretto in questo già dalle intuizioni di Claudio Pavone è quello di smettere di pensare all’archivio come memoria. Dalle pagine di Pavone e dalle riflessioni che abbiamo appena abbozzato sopra sembra piuttosto di dover riconoscere all’archivio il ruolo di serbatoio di memoria culturale, di una memoria cioè fortemente elaborata, figlia più delle successive rivisitazioni che dei fatti da cui è effettivamente scaturita. In quest’ottica il concetto stesso di contesto si trasforma, si amplia, si dilata fino ad assumere le sembianza di una lunga storia che accompagna i documenti. Guardare o, forse, vedere così gli archivi può impattare probabilmente anche sulla possibilità di percepirli in maniera eccessivamente strutturata ed evitarci quindi restituzioni per così dire inamidate.

A sostegno di queste considerazioni vorrei richiamare un testo in apparenza tutt’altro che archivistico. Mosè l’egizio è un libro di Jan Assmann pubblicato da Adelphi nel 2000 che fin dal sottotitolo “decifrazione di una traccia di memoria” ha invece molto di archivistico. O, quanto meno impone di riflettere intorno a concetti che troppo spesso liquidiamo con battute scontate. Protagonista indiscussa è la memoria ma non tanto la memoria dei fatti quanto la memoria culturale, i meccanismi con cui il mito e i fatti vengono tramandati e ricordati. A ben guardare l’archivistica stessa, come dicevamo, fa i conti con questi fenomeni, il mito dell’ordine originario che si traduce in una tradizione culturale, in una elaborazione che può portare anche lontano dagli “avvenimenti in sé”. Le considerazioni di Assmann sono preziose istruzioni per l’uso trasversali, istigazione alla riflessione sui modelli di montaggio della memoria. Sotto certi punti di vista, infatti, l’archivistica più che una disciplina evenemenziale è un esercizio di stile mnemostrorico, per richiamare quella categoria di mnemostoria, cioè potremmo dire di studio del ricordo, che Assmann introduce e che gli è tanto cara. Quando inevitabilmente ricostruiamo contesti attingiamo più o meno consapevolmente a rappresentazioni culturali. Tra i fatti duri e puri (esistono?) e la loro rappresentazione c’è per l’appunto un fenomeno mnemostorico. I contesti sono infatti memoria culturale plasmata dal tempo e da fenomeni complessi e diversificati. Insomma bisogna fare i conti con il sogno del passato.

E allora, concludendo, appare inevitabile come il solo accennare al termine trasformazione in archivistica spalanca veri e propri baratri. Alcuni hanno profondità, dignità e continuità storica. I cambiamenti che si accompagnano all’evoluzione del modello sociale e culturale nonché alla congiuntura politica. Altri, ma spesso in maniera contigua ai precedenti, hanno invece ricadute tecniche: produzione gestione conservazione nella loro dimensione più pragmatica. E il documento digitale sta qui a testimoniarlo al nostro tempo. Ma a ben guardare le trasformazioni più profonde proprio per il nostro tempo sono quelle che devono venire e chissà se verranno mai. Cambiamenti che facciano realmente e realisticamente dell’archivistica una disciplina pubblica con tutte le conseguenze di cui abbiamo cercato di dar conto.

 

I contributi

La contemporaneità è al centro di molti dei contributi che si presentano in questa sede. Una contemporaneità che, sembra di poter dire, gli autori, giovani quasi tutti per scelta redazionale,  individuano come bisogno morale e professionale ancor prima che come campo cronologico di azione. Il presente è carico di suggestioni, è spesso territorio più inesplorato del passato remoto, per vizi e culture archivistiche pregresse e radicate. Parlare di presente, di contemporaneità, di archivi meno obbedienti alle strutture e ai processi di siusizzazione significa però assumersi la responsabilità di entrare nei meandri del presente stesso. Individuare domande,  cercare risposte. La maggior parte di questi contributi lo fa e ne esce un quadro ovviamente non sistematico ma stimolante, capace di agganciarsi ad altre suggestioni e di dire qualcosa anche in merito al metodo. Un metodo che anche nelle sue rivisitazioni più elastiche appare forse datato. Un metodo che ha esso stesso bisogno di un bagno nella contemporaneità. Allo stesso modo e anche questo emerge dagli articoli, gli archivisti hanno bisogno di rinnovarsi, come del resto fanno da sempre. I cambiamenti sono in prima battuta antropologici, culturali, programmatici e solo dopo scientifici e pragmatici. Le trasformazioni vere, quelle con cui confrontarsi infatti sono, come già detto, quelle strutturali non quelle meccaniche. Possiamo dominare o almeno contenere i documenti informatici a botte di metadati sempre più puntuali e generando sistemi di produzione, gestione e conservazione sempre più efficaci. Ma non servirà a niente se le norme e la cultura archivistica non saranno l’innesco di questi pur ineludibili fenomeni. Quello che potremmo definire l’arcipelago archivistico è vasto e frastagliato sia nella prospettiva metodologica che in quella applicativa e professionale. L’archivistica è ormai indubbiamente una disciplina plurale e con questa pluralità bisogna inevitabilmente fare i conti. Una pluralità che innesca complesse trasformazioni e impone per così dire stati d’animo elastici e l’infinita umiltà di inseguire gli archivi sul loro terreno. Pretendere di essere esaustivi di fronte a un fenomeno di tale complessità sarebbe stato quanto meno peccare di hybris. Quello che si è tentato di fare invece è una serie di carotaggi da cui inizi a risultare come le trasformazioni –e lo abbiamo ripetuto più volte – siano di natura diversa e non legate esclusivamente all’alluvione digitale. Quello archivistico è un mondo che si trasforma al passo delle trasformazioni politiche, sociali, culturali che si adegua ripartendo ogni volta dai propri inossidabili valori.

Il primo contributo è quello di Francesco Antoniol che guarda in maniera particolare al mondo della libera professione, agli archivisti non strutturati. A uno dei molteplici modi cioè di esercitare la professione all’interno di un mercato del lavoro avventuroso e per molti versi immaturo. I liberi professionisti, sono in qualche modo i battitori liberi del mestiere, sospesi tra gli archivisti di Stato o comunque pubblici (che nella nostra cultura da sempre sono stati “gli archivisti) e le aziende più o meno grandi di servizi archivistici. Un mondo difficile quello dei liberi professionisti, poco tutelato e sicuramente fortemente ansiogeno. Antoniol nel suo breve contributo parte dalle categorie di percezione del ruolo e formazione. Una formazione articolata quella che auspica, con apertura anche in questo caso al contemporaneo e capace di fornire solide basi teoriche: “un archivista sul mercato deve essere imprenditore di se stesso, con relativi oneri, più che onori” scrive l’autore. E poi quello che in maniera condivisibile Antoniol chiama l’addestramento, l’archivistica sul campo, elemento anch’esso indisipensabile a “costruire” un archivista. A questo livello torna a manifestarsi il tema della pluralità archivistica e l’esigenza forte di una specializzazione rispetto a tipologie documentarie e contesti cronologici. L’archivista con tutta evidenza non è uno e trino. Lo si deve assumere se si vogliono evitare quelli che Antoniol con efficacia chiama “spezzatini” documentari. “Non è che questa tendenza a voler far tutto, saper tutto, ci ha portato a non saper più far nulla e al conseguente, severo ma giusto, giudizio del mondo”? si domanda giustamente, riflettendo anche sulle conseguenze che un approccio generalista può avere sulla percezione stessa che l’archivista ha di sé, influenzandone i tratti psicologici e perfino la personalità.

Ancora sulla figura dell’archivista e in una prospettiva anche storica il contributo di Giorgia Di Marcantonio che affronta un tema delicato e di lunga durata: quello delle trasformazioni della figura dell’archivista. L’archivista è da sempre un mutante e questo suo trasformismo si accentua probabilmente nel caleidoscopio digitale. E’ per certi versi l’approccio antropologico, fortemente condizionato da quello culturale e giuridico a fare dell’archivista quello che è o almeno quello che vorrebbe essere. Questa figura professionale, misticamente padre e figlia degli archivi che produce ed è chiamata a governare, si piega costantemente al vento delle trasformazioni della società ma è stata storicamente capace di tramandare solidi valori di base che si traducono in una dimensione etica per molti versi aliena al cambiamento. Tutela, conservazione, memoria, identità sono punti di riferimento validi per ogni stagione, compresa quella piuttosto burrascosa che stiamo attraversando. La Di Marcantonio tratteggia tutti questi temi affrontandoli in prospettiva storico evolutiva per arrivare a una conclusione forte, che amplifica le riflessioni già a suo tempo formulate da Isabella Zanni Rosiello: l’archivista contemporaneo è una figura antropologicamente dissociata. Una dissociazione che in termini tecnici si risolve nell’obbligo del confronto con gli strumenti e i metodi di una disciplina divenuta plurale e a tratti isterica. La risposta alla dissociazione è la specializzazione, la presa d’atto che tutto non si può fare. Ma è anche, come sottolinea la di Marcantonio, il rinnovamento dell’approccio. Uscire dal tempio, scendere in piazza, l’autrice usa queste efficaci espressioni per iniziare a tratteggiare la figura di un archivista che sia protagonista attivo delle dinamiche sociali che lo circondano e in cui è immerso e non più relitto dissociato, relegato al mero passaggio di carte.

Fin qui, con i primi due saggi ci siamo confrontati con la figura dell’archivista. Ma a definire un archivista, come abbiamo detto sono soprattutto gli archivi che frequenta. A questo livello, come vedremo, le trasformazioni che andiamo cercando nel loro molteplice manifestarsi si fanno frequenti e per certi versi insidiose, imponendo comportamenti nuovi, non disgiunti da una rinnovata riflessione metodologica

Tra i molti cambiamenti che la progressiva diffusione di tecnologia dell’informazione ha portato nel mondo degli archivi forse quelli metodologicamente più significativi sono la frammentazione e la delocalizzazione dei complessi documentari. Gli archivi contemporanei, quelli informatici, non sono più infatti statici monoliti ma fluiscono liquidi e tendono a manifestarsi (e potenzialmente a disperdersi) in mille rivoli. La trasformazione non è di mero carattere materiale ne è dovuta semplicemente al cambio di supporto. Essa deve essere riportata a un progressivo processo di reingegnerizzazione dei dati costitutivi di quelli che forse un po’ ostinatamente continuiamo a chiamare soggetti produttori, quando sarebbe più opportuno definirli soggetti “coproduttori”. Prima dei sistemi di produzione, ovvero per effetto dei sistemi di produzione, in una circolarità difficile da dipanare, cambia infatti il modello di procedere delle organizzazioni e con esso cambia la società. Gli archivi diventano entità multiple e si diversificano gli strumenti di produzione, gestione e comunicazione. Mi sembra quindi che l’articolo di  Lorenzana Bracciotti dedicato all’archiviazione del web si collochi bene dentro al quadro di trasformazioni più o meno evidenti di cui questo numero della rivista si occupa. Il web, almeno certo web, è archivio, porzione di archivio. E’ deposito e punto di accesso ai dati, veicolo potente di comunicazione e strumento di gestione. La Bracciotti valuta a mio modo di vedere correttamente il web nella prospettiva delle fonti o, meglio, del possibile permanere nel tempo delle potenziali fonti che lo popolano. Il problema centrale per una realtà naturalmente e intrinsecamente mutevole come il web è infatti certamente quello della conservazione, della cattura dei dati per farne sistemi di fonti. In questo l’articolo si rivela puntuale e concreto fin dalle premesse. Nel prosieguo si dettagliano con puntualità le fasi e le attività di un processo di archiviazione del web. Particolarmente stimolanti, nel quadro di un contributo esaustivo le riflessioni sul processo (ancora in corso) di definizione dei metadati finalizzati al processo di conservazione di risorse web. Nel complesso un utile vademecum per continuare a riflettere su un tema che si deve dire è stato relativamente trascurato da una comunità archivistica, incapace per una serie di motivi essenzialmente politici di fare quel salto di qualità che gli consentirebbe di contribuire a governare la quotidianità e i relativi processi documentali.

Per certi versi anomalo e per questo stimolante l’articolo di Gloria Camesasca che sposta il baricentro sul tema della comunicazione e della didattica dell’archivio, inseguendo una formula quanto meno originale.  L’articolo declina infatti il termine trasformazione in chiave di una nuova e potenzialmente efficace strategia di comunicazione e valorizzazione, l’alternanza scuola lavoro, quel fenomeno cioè che coinvolge gli studenti superiori e li avvicina alle realtà professionali, nel nostro caso gli archivi. Come ha modo di notare l’autrice “L’Alternanza Scuola Lavoro può essere un’opportunità importante per gli Archivi, perché consente di ampliare il bacino di utenza anche a persone, che spesso non sono frequentatori abituali di questi luoghi della cultura” Ciò comporta però a mio avviso un’altra trasformazione, ovvero una significativa assunzione di responsabilità anche da parte dei “tutor aziendali”, gli archivisti chiamati a definire le più opportune strategie di fidelizzazione di un target almeno in apparenza non tra i più semplici da coinvolgere nell’avventura archivistica. L’articolo mi sembra sviluppi con puntualità l’iter della procedura, offrendo più di uno spunto di riflessione in merito alle attività che si possono mettere in ponte per “svelare” l’universo archivistico a giovani cittadini. L’alternanza scuola lavoro può dunque rappresentare un’occasione importane per la diffusione dei valori archivistici, a patto che soprattutto gli istituti conservatori siano disposti e disponibili a farsi carico dell’inevitabile aggravio di lavoro che tale opportunità determina. Ma, del resto, proprio di questo c’è bisogno, di uno sforzo crescente e diversificato finalizzato a rompere l’accerchiamento e a raggiungere ampie fasce di cittadinanza. Tanto meglio se i bersagli della comunicazione sono i giovani.

Di nuovo la contemporaneità irrompe con l’articolo di Flavio Conia che si occupa in questa sede dell’archivio della Fondazione Romaeuropa, una istituzione prestigiosa e complessa, che come nota l’autore si configura come un network culturale che si pone l’ambizioso obiettivo, sempre parole dell’autore, di “cercare di rappresentare la contemporaneità nella sua complessità”. Questo approccio progettuale, questa volontà di rappresentare piuttosto che raccontare generano inevitabilmente complessi presupposti archivisti e dimostrano una volta di più come dobbiamo abituarci a muoverci in mezzo a reti di contenuti e significati, arrampicandoci meno su alberi che piano piano vedono spuntate le loro potenzialità rappresentative e informative. Multiforme, poliedrica, interistituzionale l’attività della Fondazione, altrettanto articolato il suo archivio, sia quanto a tipologie documentarie che a formati e supporti. Un archivio peraltro a forte vocazione internazionale con le conseguenze istituzionali e descrittive che ne derivano. La sfida secondo l’autore è ridurre a sistema tutto questo per garantire ampia visibilità e fruibilità a un patrimonio documentario di indubbia rilevanza. Vincere il polimorfismo, fare i conti con la multidisciplinarietà e raccontare l’archivio secondo modelli innovativi con criteri quasi redazionali. Può sembrare un’eresia archivistica ma probabilmente è una ragionevole presa d’atto. L’archivio, o comunque lo si voglia chiamare, non è in questo caso la consueta autostrada gerarchica ma un dedalo di vie e viuzze che bisogna scoprire e raccontare. Ecco il teorema del racconto e del racconto in rete è l’asse portante del modello archivistico o paraarchivistico di Romaeuropa. Passare da una faticosa descrizione all’esplicitazione di contenuti, lasciando da parte certe rigidità che la contemporaneità tollera male.

Ancora sul versante del racconto, della rappresentazione della risposta al bisogno di visibilità fisica sui contenuti si inserisce il contributo di Concetta Damiani che, nel suo denso e documentato articolo, si pone immediatamente un problema centrale. Quello della percezione degli archivi, chiedendosi se sia la natura degli archivi a suscitare scarso appeal o se piuttosto la responsabilità di questo stato di cose sia da attribuire alla rappresentazione che se ne è fatta e se ne fa. Fin dal titolo le intenzioni dell’autrice sono evidenti. Bisogna passare dalle rigidità (inevitabili) della descrizione archivistica, e di quella inventariale in particolare, alla leggerezza competente di un racconto, quasi di una teatralizzazione, dei fondi archivistici. Qui abitano gli elfi trasformatori, qui si gioca la partita di una innovazione che non è solo il passaggio bovino a nuovi supporti ma l’uso consapevole di interi sistemi di risorse, non escluse quelle analogiche che mantengono la loro centralità fisica.

La Damiani, prima di arrivare al punto analizza però, in maniera assolutamente corretta e coerente, il lungo pregresso, perché da sempre il problema della comunicazione dei contenuti accompagna gli archivi, per arrivare a concludere che “si può fare di più. Dopo aver sgretolato intonaci di inaccessibilità, e patine di esclusività e di distorta sacralità, si può provare ad abbandonare una prospettiva prevalentemente divulgativa e a spostare il focus sulla scala di valori identitari che il cittadino/visitatore/fruitore può ravvisare nei complessi documentari, recepiti non più come masse informi e monotone ma come depositi di memorie intrinsecamente attivi, caratterizzati da contenuti dinamici e condivisibili”

Il caso di studio proposto “per fare di più”, la dimostrazione plastica di come e quanto gli archivi possano cantare è il Cartastorie museo dell’archivio storico della Fondazione Banco di Napoli.

Il Cartastorie, al di là delle implicazioni di natura tecniche e progettuali e delle faticose scelte redazionali, della sua complessa dimensione tecnica insomma, di cui l’autrice dà conto, è innanzitutto una forte esperienza sensoriale. Il sapiente allestimento e il fascino dei luoghi scaraventano davvero il visitatore nel tempo, in un processo di condivisione emotivo che va ben oltre la singola carta d’archivio. Tutto ha origine dai documenti ma i documenti “ammaestrati” dalla sapienza archivistica e dall’arte comunicativa si impastano di realtà, di concretezza. Il risultato è che per un fenomeno che ha del paranormale si ha davvero la sensazione di entrare fisicamente in un archivio che più che guardarti ostile ti accoglie. Non è un miracolo, è il frutto di un lavoro duro, dell’applicazione di nuovi modelli di comunicazione archivistica che non prescindono dalla dimensione tecnica ma si orientano ad una sua utilizzazione in chiave narrativa.

L’articolo stesso è del resto estremamente rigoroso nell’individuare il contesto di produzione e il fondo archivistico da cui l’esperienza si sviluppa.

“Con il Cartastorie è stata realizzata una forma strutturata di comunicazione della memoria che si affianca ed integra la collaudata comunicazione specialistica degli archivi”. Quindi non senza e non oltre gli archivi ma per gli archivi aperti a nuovi modelli descrittivi all’interno dei quali il termine valorizzazione, spesso piuttosto amorfo, acquista un profumo diverso.

Per concludere con le belle parole dell’autrice “L’archivio si proietta sulla città, su quel “fuori” a cui apparentemente sembra estraneo;  la città, dal canto suo,  invade l’archivio, moltiplicando lo spazio all’infinito e ristabilisce i legami con quell’infinito “fuori” che è stato scenario di milioni di storie di cui l’archivio è depositario”.

Ma è innegabile che se da un lato la pervasività digitale alimenta circoli archivisticamente virtuosi, dall’altro genere più di un problema di ordine metodologico e applicativo. Gilda Nicolai nel suo saggio tenta di penetrare nel cuore di fondi archivistici che la tecnologia dell’informazione sta progressivamente cambiando se non, per usare la preoccupata espressione dell’autrice, dissolvendo.  La Nicolai coglie l’irrisolto sdoppiamento dei sistemi di produzione, gestione e conservazione dei documenti, l’incertezza di un mondo ibridamente sospeso tra la carta e ciò che ne consegue e il digitale e ciò che ne consegue. La questione non è meramente legata alla differenza di supporto ma porta con sé una serie di conseguenze, meglio sarebbe dire incertezze, proprio sul piano metodologico. Tali incertezze, questa inevitabile irresolutezza, mettono a rischio gli archivi e spiazzano gli archivisti, per quanto non manchino risposte concrete sia sul piano della formazione che della realizzazione applicativa. La guerra è in corso insomma ma bisogna essere consapevoli del fatto che c’è e, soprattutto, essere disposti a combatterla. Questa guerra in qualche modo la Nicolai la descrive quando introduce il confronto tra sistemi di gestione dei documenti e degli archivi basati sul fideismo legato all’information retrieval e archivi organizzati sulla base della classificazione del fascicolo. La bandiera archivistica dietro cui raccogliersi è e rimane quella del contesto e della qualificazione dei dati perché ne va degli assetti di una memoria sociale e personale che possa essere credibile e, se non vera, almeno verosimile. C’è poi da considerare un particolarissimo digital divide, quello che separa la normativa e le aspirazioni europee e italiane dalla reale attuazione e attuabilità di queste misure. Un gigante digitale dai piedi di carta è quello che si intravede aggirarsi tra le pagine dell’articolo. Alla ricerca di risposte, o forse di consolazione, la Nicolai si concede anche un’analisi storica del fenomeno della gestione documentale a partire dall’introduzione nel 1803 del sistema protocollo/titolario con le relative conseguenze anche sugli assetti fisici degli archivi. Questo le serve per sottolineare il sostanziale disinteresse del legislatore verso gli archivi in formazione e rimarcare, aggiungo io, l’ipoteca passatista che grava sull’archivistica italiana da sempre. Il quadro che emerge da questo contributo è decisamente impietoso, tutto giocato su una serie di non detti che generano una profonda divisione tra l’archivio cartaceo che rischia l’abbandono gestionale e archivi informatici che si sviluppano secondo modelli non sempre coerenti ai principi archivistici. Il problema sottolinea giustamente la Nicolai viene da lontano è non è di natura tecnica. E’ il sostanziale disallineamento tra archivi e società tra istituzioni e testimonianza dell’attività, l’innesco più potente di uno stato di cose quanto meno preoccupante

Dentro agli archivi, ad un archivio articolato e complesso entra anche Ilaria Romeo. “Una lettura degli archivi in senso orizzontale, con la possibilità di creare metacollezioni di consultazione e di lavoro per superare la frantumazione e la dispersione della documentazione sulla storia del Novecento”. Questo il senso profondo di questo breve contributo che affrontando le problematiche dell’Archivio della CGIL e della sua digitalizzazione finalizzata a una restituzione web mette in gioco temi importanti, quali quelli dell’integrazione dei sistemi descrittivi e della lettura trasversale di complessi di fonti fortemente integrati. Ciò di cui si parla come dice la stessa autrice non è tanto la digitalizzazione di inventari quanto la generazione di un sistema informativo articolato. L’articolo dà conto delle complesse modalità di sedimentazione di un fondo di questa tipologia e descrive bene lo stato dell’arte, Molto matura sembra la convinzione secondo la quale il web si avvia a divenire, se già non lo è, strumento indispensabile di comunicazione archivistica con quello che ne e consegue in termini di canoni metodologici. Interessante il ricorso a strumenti archivisticamente non canonici quali Facebook e un blog dedicato. Queste soluzioni, che reputo fortemente condivisibili, avviano una riflessione sui temi dei modelli di comunicazione e mediazione archivistica e, andando oltre, anche di rappresentazione degli archivisti oltre che degli archivi. Con ogni probabilità queste soluzioni contribuiscono ad avvicinare gli utenti ai fondi archivistici più di quanto non facciano complessi e autoreferenziali sistemi informativi.

In questo senso il saggio di Alessandra Tomassetti va oltre e si spinge a valutare quello che è il necessario rapporto tra archivi e archeologia. Qui le trasformazioni diventano abito mentale, capace di spezzare le rigidità di dominio e di superare gli steccati disciplinari in direzione di proficue collaborazioni orientate alla costruzione di sistemi integrati peri beni culturali. Per una disciplina trasversale come l’archivistica queste “contaminazioni” dovrebbero essere in qualche modo naturali ma anche in questo caso, reticenze e resistenze culturali, non disgiunte da umane debolezze e gelosie, hanno fortemente rallentato il percorso. Il tema è soprattutto quello degli archivi di archeologia, potenti strumenti informativi ai fini della documentazione e dello sviluppo della ricerca. L’autrice si propone di cercare i punti di contatto tra le due discipline e individuare alla luce anche del quadro normativo e delle prassi vigenti le modalità di costruzione e sedimentazione di tali archivi. Le similitudini tra le due discipline sono molte e si manifestano fin dal livello etimologico in una interessante fusion che porta all’individuazione di un concetto di antico come” inizio”. Così come l’archeologia studia l’antico come inizio delle cose, l’archivistica quegli inizi cerca di raccontare con altri mezzi E poi le tecniche stratigrafiche e la ricerca quasi maniacale dei contesti che qualifichino gli oggetti rinvenuti all’interno di sistemi territoriali o documentari. Il concetto di sedimentazione in quanto fenomeno di arricchimento informativo è un altro punto di contatto.

L’attenta ricostruzione filologica delle metodologie e dei principi epistemologici delle due discipline consente all’autrice di distinguere nell’archivistica due dimensioni, quelle che potremmo sintetizzare di costruzione dell’archivio e quella di ricerca. Altri punti di contatto sono quelli dell’attenzione da porre nella costruzione di adeguati tracciati descrittivi laddove si ricorra all’archeologia computazionale o alla descrizione archivistica informatizzata. Vengono prese in considerazione poi le peculiarità degli archivi di archeologia, le loro modalità di sedimentazione, la loro articolata composizione. Il saggio si rivela nel suo complesso molto puntuale, quasi pignolo, sia nell’individuare le specificità di dominio che i molteplici punti di contatto. In questo senso particolarmente condivisibile risulta l’ultimo paragrafo “Una cultura della condivisione utile e necessaria.” Nel quale si segnala l’ineluttabilità di una contaminazione disciplinare. Come afferma l’autrice infattiLe considerazioni fin qui esposte confermano la necessità di integrazione tra i metodi della ricerca archeologica e la tenuta degli archivi in tale ambito, nonché la collaborazione tra soggetti con specializzazioni e esperienze professionali differenti, sia per favorire la cultura della condivisione e la condivisione della cultura, sia ai fini del versante operativo di tutela del territorio e soprattutto di pianificazione territoriale”. Se da un punto di vista tecnico scientifico l’osservazione è ineccepibile, qualche riserva mi permetto di esprimere sul versante umano. La psicologia archivistica infatti non sempre è matura ad una apertura a 360° e alla contaminazione. Permangono sacche di resistenza autoreferenziale che di sicuro non giovano ma che pure esercitano il loro peso. Tra l’altro l’interazione con altre discipline “stana” gli archivisti dalle loro gerarchiche grotte descrittive imponendo comportamenti meno strutturati e per così dire multidimensionali. Il caso di RIC dimostra però come questa sensibilità inizi a manifestarsi. L’obiettivo come ci ricorda la Tomassetti è la disseminazione della conoscenza.

L’archivistica contemporanea, plurale, articolata, perplessa non conosce confini al concetto di documento. Sconfinamenti di ogni tipo si colgono ormai da tempo anche nella costruzione dei cosiddetti portali tematici del SAN dove gli oggetti, i manufatti, si incastrano nei e con i documenti in un vincolo informativo ricco e indissolubile. L’”archivio in una stanza” non esiste più, tende a non esistere più nella contemporaneità. Si capirà allora come capiti a proposito il saggio di Laura Ceccarelli sui film di famiglia, documenti di grande spessore umano e privato ma capaci di rivelarsi, come l’autrice sottolinea, fonti di grande qualità anche per documentare indagini storico artistiche. Laura Ceccarelli introduce innanzitutto la natura e la fisionomia documentaria degli oggetti della sua indagine. Un racconto privato destinato ad andare a rappresentare la società quando questi oggetti documentari per così dire escono dalla porta della casa che li ha prodotti. Nel momento in cui vengono raccolti in centri di conservazione questi film vengono trattati archivisticamente. Ed è molto interessante notare la peculiarità di questo lavoro archivistico, fortemente giocato su corde emotive e psicologiche nel rapporto con i soggetti produttori. Come dice la Ceccarelli accanto alla tecnica ci vuole sensibilità, la capacità di costruire un rapporto di stima e fiducia con chi ha prodotto il film. L’articolo si sviluppa poi con una puntuale descrizione dei materiali, un esaustivo catalogo del materiale filmico descritto e conservato.

Tutto questo come abbiamo avuto già modo di notare all’insegna non di un freddo tecnicismo ma di una partecipata emotività capace di vivificare questo tipo di fonte. “Innanzitutto emerge la necessità che l’archivista acquisisca l’indispensabile consapevolezza di trattare memorie private, dunque pregne di intensità emotiva: sono infatti registrati su bobine, nastri video, nonché sui più recenti supporti digitali, sia ricordi piacevoli, che tristemente dolorosi”. Un modo “moderno” di esercitare la professione.

Come già dichiarato questo numero della rivista non aveva pretesa di esaustività. Sarebbe stato quanto meno velleitario pretendere di essere esaustivi rispetto al tema scelto, quello delle trasformazioni, mentre stiamo attraversando una fase socialmente e quindi archivisticamente tanto instabile. L’obiettivo era piuttosto quello di suscitare curiosità, evocare diversità, segnalare possibili discontinuità. Si cresce lungo un asse evolutivo ma si cresce anche per fratture. Lo spirito di questo numero è quello del bisogno della frattura, dello strappo da un vecchio che non è nocivo perché è datato. Il passato continua a piacerci, siamo archivisti. Non ci piace la resistenza a un cambiamento che è nelle cose, nell’aria, nei documenti che produciamo. Non ci piace l’abulia politica che si inchina supina a trasformazioni che se non governate divengono arida tecnocrazia. Buona lettura.

 

 

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