La rappresentazione iconografica delle balie in Italia (secc. XIX-XX)

[1]

Introduzione

L’abbandono dei bambini in tenera età è una pratica conosciuta fin dai tempi antichi, ma raggiunge dimensioni rilevanti tra il basso Medioevo e la prima età moderna, fino a costituire un preoccupante e macroscopico fenomeno sociale soprattutto dalla seconda metà del Settecento a tutto l’Ottocento[2]. Durante questo periodo in Italia si registra un elevato numero di esposizioni, della stessa entità di quello rilevato in Francia e in altri paesi europei, tanto che il famoso storico J.P. Gutton descrive il fenomeno dell’abbandono come “ un evento quasi normale nel mondo dei poveri”[3] dove istituzioni caritatevoli laiche ed ecclesiastiche interagiscono in una variegata rete assistenziale per garantire la sopravvivenza dei numerosi bambini esposti.

La crescita esponenziale degli abbandoni genera un flusso consistente di bambini e soprattutto neonati che entra nei brefotrofi delle grandi città. Per fare un esempio, a Napoli, in età moderna, il brefotrofio della Santa Casa dell’Annunziata, il più grande ospizio dell’Italia meridionale, accoglie trovatelli e abbandonati da ogni provincia del Regno di Napoli, con una media di 1.000 esposti annui agli inizi del Settecento fino ad attestarsi su valori di poco superiori alle 2.000 unità nel periodo postunitario[4].

In queste grandi strutture di assistenza all’infanzia, dove per miseria o per vergogna confluiscono trovatelli, esposti, illegittimi e orfani, il primo intervento di soccorso ai bambini in tenera età che vi arrivano spesso infreddoliti, affamati e ricoperti di miseri stracci è l’allattamento: la sopravvivenza dei piccoli esposti infatti dipende dall’immediata disponibilità di latte. In tutta la penisola italiana ogni grande ospizio che accoglie bambini in tenera età è dotato di un apparato per il reclutamento di balie, da collocare a servizio di baliatico interno ed esterno. Così i trovatelli, una volta passati attraverso la ruota ed entrati in istituto, dopo la visita medica, la registrazione nei libri di ammissione e l’eventuale somministrazione del battesimo, vengono affidati alle prime cure di una balia interna.

2. La professione di balia in età moderna

La balia è un mestiere antico e di temporanea durata che nell’Italia del passato rappresenta per la donna una reale opportunità di integrare il budget familiare. La presente ricerca permette di analizzare attraverso l’utilizzo di fonti scritte e variegato materiale iconografico di archivi pubblici e privati, il ruolo della donna-balia che è madre, moglie e allo stesso tempo lavoratrice all’interno e all’esterno della propria famiglia, negli ospizi e nelle famiglie ospitanti. Vengono in questo modo raccolti gli elementi per la delineare la figura della donna-balia tra l’Ottocento e l’inizio del Novecento, individuandone i modelli fondamentali.

A far luce sul mondo della balia in età moderna fino alla seconda metà del XIX secolo sono principalmente l’analisi e lo studio di fonti scritte come gli Statuti e i Regolamenti degli ospizi che, oltre a fornire notizie sui bambini abbandonati, offrono informazioni anche sulle balie. Basti ricordare a questo proposito i Registri di Ruolo e Baliatico a Venezia[5], i registri di Balie e Bambini a Firenze[6], i Bollettari e Campioni delle Balie a Bologna[7] e i Libri Maggiori dej Projetti a Napoli[8] oltre al Fondo Mantenimento Projetti che riguarda l’intero Regno di Napoli: tutte fonti conservate presso archivi nazionali o gli archivi delle stesse istituzioni.

Negli istituti per l’assistenza all’infanzia abbandonata la struttura organizzativa prevedeva il servizio di baliatico interno che sopperiva alle necessità del bambino nei primi giorni di permanenza, in attesa di un baliatico esterno, al quale il bambino veniva successivamente inviato[9].

La balia interna era una donna spesso in difficoltà economica che per mestiere o per voto allattava gli esposti in cambio di un salario e dimorava esclusivamente all’interno del brefotrofio. Si trattava per lo più di ragazze sole, ragazze-madri che avevano abbandonato i propri figli in ospizio o madri rimaste prive del figlio perché deceduto prematuramente, e comunque dotate di latte. Queste donne venivano reclutate a seconda del momento e della necessità del brefotrofio con regole e salari che variavano da istituto a istituto; la selezione seguiva il criterio generale di scegliere “una donna onesta, in salute e con un buon latte”, oltre che “abile all’allattamento”[10]. Avevano il compito di provvedere alle prime necessità del bambino (igiene, allattamento, cura) e molto spesso dovevano badare e allattare contemporaneamente più di un bambino in condizioni disagiate di sovraffollamento e promiscuità, fino a che l’istituto non avesse trovato una migliore collocazione a balia esterna. Il carattere di temporaneità e transitorietà della permanenza dei bambini a balia interna è ben esplicitato dalla Santa Casa di Napoli che nel minor tempo possibile si doveva adoperare affinché ogni trovatello avesse una famiglia reale dove trovare una balia che gli facesse anche da madre.

La sistemazione esterna era sicuramente la più idonea e garantiva migliori condizioni igienico-sanitarie al bambino e maggiori probabilità di sopravvivenza. La balia di fuori doveva essere di buona condotta, vivere fuori dall’ospizio con la propria famiglia, allattando l’esposto in casa propria; di solito era una donna contadina e lavoratrice a domicilio che aveva smesso di allattare o a cui era morto il proprio figlio. Per il loro reclutamento i brefotrofi chiedevano la collaborazione dei parroci, dei sindaci, delle levatrici e di altri mediatori. A Napoli dal Libro Maggiore dej Projetti del 1836 emerge che il baliatico esterno poteva essere gratuito, se scelto per voto, o retribuito attraverso un salario regolare o un premio complessivo a fine allattamento. Si trattava per lo più di balie residenti a Napoli (73,7%) nei quartieri più poveri della fascia meridionale intorno al porto e nei quartieri spagnoli, mentre le restanti vivevano in provincia nel raggio di 40 Km dalla città. Spesso le balie o i loro mariti, per lo più agricoltori, che chiedevano di allevare gratis un esposto avevano un legame affettivo con il brefotrofio, in quanto erano stati a loro volta abbandonati all’Annunziata, come emerge dall’analisi dei cognomi delle balie Esposita e dei loro mariti Esposito[11].

3.  La Balia nell’Ottocento: simbolo e strumento degli istituti assistenziali

Come accennato in precedenza, il baliatico interno all’ospizio doveva rappresentare un luogo di passaggio per il trovatello, la cui destinazione era l’inserimento nella famiglia di una balia preferibilmente di campagna, lontano dai centri urbani affollati e poco salubri. L’istituto doveva comunque sempre disporre di un numero di balie interne sufficiente e proporzionato al numero degli immessi.

Il secondo Ottocento rappresenta anche in Italia il periodo delle grandi riforme all’insegna del progresso: nel 1886 si pubblicano i Risultati dell’inchiesta sulle condizioni igienico-sanitarie del Regno e tra il 1886 e il 1897 la Statistica delle opere pie[12]. Nel 1898 la Commissione Reale viene incaricata di svolgere un’inchiesta sanitaria e amministrativa in tutti i brefotrofi del Regno, con l’obiettivo di redigere un disegno di legge per la riorganizzazione dell’intero servizio di cura degli esposti nei brefotrofi italiani[13]: oltre all’abolizione graduale della ruota, gli istituti rinnovano i propri statuti e regolamenti interni, con significativi mutamenti nell’organizzazione, atti a migliorare le condizioni di vita di balie e bambini.

La fotografia diventa lo strumento di celebrazione a testimonianza della riorganizzazione e del progresso raggiunto dagli istituti e il biglietto da visita da mostrare in occasione di esposizioni e di congressi di medicina e igiene, come quelli che si tennero nel 1901 a Firenze e Napoli.

Grazie alle radicate istanze positiviste, basate sul progresso scientifico, nel secondo Ottocento si incrementa la raccolta delle immagini per celebrare intenzionalmente i progressi raggiunti dalla cultura borghese anche nel settore della salute pubblica. In occasione dell’Esposizione Mondiale di Parigi i brefotrofi italiani preparano scatti interni per dimostrare l’eccellenza del proprio modello assistenziale a livello nazionale e internazionale. Nel 1899 l’Ospedale degli Innocenti a Firenze manifesta il desiderio di concorrere all’Esposizione, per far conoscere al mondo attraverso le fotografie i locali dell’istituto. Ha inizio la prima campagna fotografica, affidata allo Stabilimento Carlo Brogi[14] (Foto n. 1).

Foto n. 1- AOIF, Brefotrofio di Firenze Spedale di S. Maria degli Innocenti, Refettorio delle balie, 1900 ca.

L’immagine del refettorio sottolinea la riorganizzazione degli spazi interni con aree specializzate e più confortevoli per il baliatico. Le balie interne sono ritratte negli ambienti a loro dedicati, vestite in uniforme tutte uguali, composte e ordinate in vista del loro compito, sotto la sorveglianza del personale superiore. Il ruolo della donna balia è secondario rispetto allo spazio: qui infatti sono collocate in ampi e luminosi ambienti con grandi finestre, sprovvisti di ogni soprammobile ma dotati di tutto quanto necessita per esercitare il servizio di balia. Le vesti risaltano per il loro biancore, così pure le tovaglie che sembrano appena aperte con le pieghe ancora fresche e rigide di stiratura, a segnalare la maggiore attenzione per l’igiene e la pulizia delle balie e dell’intero ambiente circostante. Più che donne sono volti senza nome, membri di un’organizzazione interna che deve apparire efficiente e al passo coi tempi. Quello che più stupisce è l’assenza dei bambini, quasi a conferire maggiore dignità alla sola  professionalità delle donne adulte, colte nella formale rappresentazione del loro ruolo esercitato esclusivamente all’interno di quel mondo di reclusione che ha tempi e modalità proprie della vita quotidiana, scanditi con rigore e disciplina.  

Foto n. 2- AOIF, Brefotrofio di Firenze Spedale di S. Maria degli Innocenti, Terrazza di soggiorno delle balie con lattanti e svezzati, 1900 ca.

Nei repertori fotografici relativi all’assistenzialismo o alle strutture sanitarie, la presenza dei bambini è solo funzionale all’esaltazione della modernizzazione degli istituti: questo trova le sue radici nell’assenza di una cultura dedicata all’infanzia nel XIX secolo (Foto n. 2). Tuttavia in questi documenti, al di là della celebrazione degli spazi asettici si rintracciano elementi di verismo e di realismo sociale. Il soggetto in primo piano è sempre la struttura assistenziale rigorosamente efficiente, dove le balie da latte sono figure composte, secondarie, le cui divise costituiscono i riferimenti essenziali alla riconoscibilità dell’assegnazione dei ruoli ed i cui volti illuminati dalla luce solare mostrano età differenti e varie condizioni umane in un universo isolato dal resto della società. Esse acquistano identità e dignità non per se stesse, ma solo in quanto parti di un sistema assistenziale che cerca la propria celebrazione.

4. L’allattamento mercenario: il raggiungimento di una nuova dignità

Durante il XIX secolo e fino alla metà del XX numerose donne provenienti da varie regioni emigrarono temporaneamente da sole per vendere il proprio latte, la loro unica risorsa, lasciando a casa la propria famiglia e il proprio bambino ancora da svezzare. Nella società rurale italiana il baliatico migrante è tipico infatti della Toscana, del Lazio, del Piemonte, del Veneto e del Friuli, regioni che sono state interessate dall’emigrazione stagionale sia maschile che femminile. Questo genere di lavoro integrava le attività di cura della casa e della famiglia, quanto l’aiuto agli uomini nei periodi di semina e di raccolto.

L’esperienza professionale della donna che emigrava da sola, recandosi in Italia e all’estero per allattare i figli di aristocratiche e benestanti famiglie in cambio di un guadagno, costituiva da un lato un doloroso trauma per il distacco dai propri figli ma allo stesso tempo determinava migliori condizioni di vita e di benessere economico e sociale sia per la donna che per la propria famiglia.

La necessità economica di aiutare la famiglia d’origine al fine di garantirle una dignitosa sopravvivenza, spingeva molte donne bagnate a partire subito dopo il parto, per vendere il proprio latte a figli di famiglie benestanti, lasciando a casa il proprio figlio ancora lattante, in custodia ad una famiglia, affidato alle cure di una vicina o una parente. Per questo motivo il mestiere di balia godeva di maggior considerazione nel contesto di arrivo rispetto a quello di partenza dove l’allontanamento dal focolare domestico destabilizzava il ruolo tradizionale della donna, vocata ad allevare i propri figli, e quello dell’uomo, il solo destinato a procurare reddito per la famiglia[15].

E’ per questo motivo che la stampa nazionale e internazionale non risparmiò critiche e commenti sulla dubbia moralità delle donne che richiedevano l’aiuto di una balia[16] oltre che sulle stesse balie migranti, cosicché i sindaci delle località cercarono di attuare misure restrittive per limitare il fenomeno dilagante del baliatico mercenario[17].

Foto n. 3- Foto su cartolina, Balia con il piccolo e la madre, Lombardia, Milano (?), (proprietà Archivio Fondazione Cresci per la storia dell’emigrazione italiana, n. 718, pubblicata in A. Dadà- L. Sandri (eds.), Balie da latte. Istituzioni assistenziali e Privati in Toscana tra XVII e XX secolo, Morgana Edizioni, Firenze 2002, p. 90.

Le fotografie selezionate per lo studio di questo modello, sono spesso scattate in studi privati, in sintonia con le scelte del committente, talvolta, come nel caso delle cartoline (Foto n. 3), costituiscono il completamento di uno scritto, spesso insufficiente a trasmettere le sensazioni. Così la fotografia del bambino al centro tra le due donne, la madre naturale e quella di latte, documenta lo stato di salute e il livello sociale raggiunto dalla balia. Al di là dello sfondo, che ritrae un’irreale ambientazione arricchita da piante esotiche, tendaggi e false architetture, la balia acquista dignità solo dalla relazione con la donna appartenente alla classe sociale elevata, la quale sembra controllare e validare il momento di ufficialità del proprio figlio affiancato dalla balia. Lo scatto non lascia spazio a sorrisi ma costituisce l’occasione per narrare visivamente le buone condizioni della balia con il tipico corredo da lavoro: una cuffia, un’ampia camicia bianca, una lunga gonna, un ricco corpetto ma soprattutto un grembiule di raffinata manifattura oltre a preziosi orecchini[18]. L’espressione del suo volto è altamente significativa a sottolineare il momento ufficiale in cui si manifesta la piena consapevolezza del suo ruolo all’interno della famiglia ospitante, per la quale rappresenta un mezzo di ostentazione della ricchezza e una risorsa alimentare altrettanto preziosa.

Foto n. 4- Eugenia Favore Turrin a Roma con il figlio di latte e la signora, 1906 (proprietà del Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)

L’esperienza professionale di balia poteva rivelarsi utile da vari punti di vista (Foto n. 4). Il periodo di allattamento era regolato da un contratto che prevedeva un salario stabilito e periodiche visite mediche per il controllo della qualità del latte; le balie erano ben nutrite e ben vestite, si occupavano esclusivamente del bambino loro affidato, entravano a far parte della famiglia ospitante e soggiornavano in bellissimi luoghi di villeggiatura. In questo scatto gli sguardi delle due madri convergono esclusivamente su un unico soggetto: il bambino. La nobildonna si staglia con una silhouette nera sul biancore della nutrice e del neonato, che insieme costituiscono un unico corpo cromatico, delineato da preziosi merletti, copricapi serici e gioielli. Qui è la balia a tenere in braccio il bambino, così a voler dimostrare che il ruolo della nutrice non si esaurisce nel semplice allattamento ma per natura e istinto coinvolge spesso anche la sfera affettiva tanto da creare dei legami duraturi anche dopo la fine del baliatico.

5. Osservazioni conclusive

Il mestiere di balia è sicuramente un’antica professione perché da sempre il latte di donna è un bene prezioso insostituibile nell’alimentazione durante i primi mesi di vita. Sin dalla prima età moderna le istituzioni assistenziali hanno fatto ricorso per necessità a donne che offrivano il proprio latte in cambio di un salario. La simbologia cristiana è ricca di rappresentazioni di donne, come la Vergine, con il seno scoperto in procinto di allattare un infante accolto tra le sue braccia. Con l’introduzione della fotografia nella seconda metà del XIX secolo, i grandi brefotrofi testimoniano l’eccellenza della loro organizzazione interna rappresentata da un “esercito” di balie da latte, ridotte a semplici nutrici costrette a vivere in un luogo recluso.

Diversa è la sorte della balia privata migrante, che poco dopo il parto, intraprende un viaggio per recarsi a vendere il proprio latte al figlio di altri in cambio di un salario. Dalla seconda metà del XIX secolo troviamo negli archivi pubblici e collezioni private fotografie, cartoline, giornali, vignette umoristiche che mostrano un nuovo status delle balie migranti e mercenarie. Queste donne attraversano una sorta di emancipazione e di autonomia economica, instaurano rapporti anche belli e duraturi con i loro “figli di latte” e frequentano ambienti che altrimenti nella loro vita mai avrebbero potuto conoscere.


[1] Il presente contributo è frutto della collaborazione fra le due autrici. In particolare i paragrafi 1 e 2 sono da attribuire a Giovanna Da Molin mentre i paragrafi 3, 4 e 5 a Maria Federighi.

[2] La letteratura sulla storia dell’infanzia abbandonata è estremamente ampia, interessanti spunti di riflessione sono offerti da: G. Da Molin, Les enfants abandonnés dans les villes italiennes aux XVIIIe et XlXe siècles, in «Annales de démographie historique», 1983, pp. 103-124; F. Cambi- S. Ulivieri, Storia dell’infanzia nell’Italia liberale, La Nuova Italia, Firenze 1988; M. D’Amelia, Figli, in P. Melograni (ed.), La famiglia italiana dall’Ottocento a oggi, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 465-523; G. Da Molin, Nati e abbandonati. Aspetti demografici e sociali dell’infanzia abbandonata in Italia nell’età moderna, Cacucci Editore, Bari 1993; J. Henderson- R. Wall (eds.), Poor Women and Children in the European Past, Routledge, London 1994; J.P. Bardet- O. Faron, Bambini senza infanzia. Sull’infanzia abbandonata in età moderna, in E. Becchi- D. Julia (eds.), Storia dell’infanzia, 2. Dal Settecento a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 100-131; G. Da Molin (ed), Senza famiglia. Modelli demografici e sociali dell’infanzia abbandonata e dell’assistenza in Italia (secc. XV-XX), Cacucci Editore, Bari 1997; G. Da Molin, Famiglia e infanzia nella società del passato (Secc. XVIII-XIX), Cacucci Editore, Bari 2008; G. Da Molin (ed), Istituzioni, assistenza e religiosità nella società del Mezzogiorno d’Italia tra XVIII e XIX secolo,  Cacucci Editore, Bari 2009, 2 vol.; F. Lomastro-F. Reggiani (eds), Per la storia dell’infanzia abbandonata in Europa. Tra Est e Ovest: ricerche e confronti, Viella, Roma 2013; M. Federighi, Dall’abbandono all’assistenza. L’infanzia emarginata a Lucca nell’Ottocento, Cacucci Editore, Bari 2013; G. Da Molin, Storia sociale dell’Italia moderna, La Scuola Editrice, Brescia 2014.

[3] J.P. Gutton, La società e i poveri, Mondadori, Milano 1977, p. 71.

[4] Per la Santa Casa dell’Annunziata si veda lo studio approfondito di G. Da Molin, I Figli della Madonna. Gli esposti all’Annunziata di Napoli (secc. XVII-XIX), Cacucci Editore, Bari 2001, pp. 48-51.

[5] L. Fersuoch, Tipologia delle fonti sul baliatico dell’Istituto Santa Maria della Pietà di Venezia dal secolo XVII alla caduta della Repubblica, in G. Da Molin (ed.), Trovatelli e balie (secc. XVI-XIX), Cacucci Editore, Bari 1994, pp. 491- 526.

[6] L. Sandri, Le “scritture di baliatico” in Toscana tra XVI e XIX secolo: il caso degli Innocenti di Firenze, in G. Da Molin (ed.), Trovatelli e balie, cit. pp. 471- 490.

[7] G. Da Molin- N. Del Vescovo, L’infanzia abbandonata a Bologna nell’Ottocento, in G. Da Molin (ed.), Città e modelli assistenziali nell’Italia dell’Ottocento, Cacucci Editore, Bari 2013, pp. 75- 125.

[8] G. Da Molin, Gli esposti e le loro balie all’Annunziata di Napoli nell’Ottocento, in G. Da Molin (ed.), Trovatelli e balie, cit. pp. 253- 299.

[9] Per la pratica del baliatico nell’Italia moderna si rimanda ai numerosi e validi contributi presenti nel volume di G. Da Molin (ed.), Trovatelli e balie, cit. pp. 665.

[10] Cfr. G. Da Molin, I Figli della Madonna, cit., p. 205.

[11] Cfr. G. Da Molin, Gli esposti e le loro balie all’Annunziata di Napoli nell’Ottocento, in G. Da Molin (ed.), Trovatelli e balie, cit. pp. 253- 299.

[12] Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, Direzione Generale della Statistica, Risultati dell’Inchiesta sulle condizioni igieniche e sanitarie nei Comuni del Regno, Relazione Generale, Roma 1886; Commissione Reale d’Inchiesta sulle Opere Pie, Direzione Generale della Statistica, Statistica delle Opere Pie e delle spese di beneficenza sostenute dai Comuni e dalle Province, 1880, Roma 1886-1897, 10 voll.

[13] Cfr. G. Da Molin, La Santa Casa dell’Annunziata a Napoli, in S. Filipponi- E. Mazzocchi- L. Sandri (eds.), Figli d’Italia. Gli Innocenti e la nascita di un progetto nazionale per l’infanzia (1861-1911), Alinari 24 ORE, Firenze 2011, pp. 141-142.

[14] Cfr. M. Maffioli, La campagna fotografica dello Stabilimento Brogi per l’Ospedale degli Innocenti, in S. Filipponi- E. Mazzocchi- L. Sandri (eds.), Figli d’Italia, cit., pp. 109-113.

[15] M . R. Ostuni- P. L. Biagioni- A. Rossi- A. Santoro (eds.), “Il perche andiedi in America…”. Immagini dell’emigrazione lucchese. La Valle del Serchio, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 2004, pp. 49-52.

[16] L. Rossi, “Mi par centanni che vi hò lasciati”. L’emigrazione dalla Garfagnana, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 2010, p. 294.

[17]«La Garfagnana», Baliatico mercenario di Bernardini, estr. in cui inizia la campagna del Direttore del giornale contro l’emigrazione delle donne in Francia, 11 novembre 1897;  «La Garfagnana- Sentinella Apuana», Contro il baliatico mercenario, 4 aprile 1901, anno XII, n. 4.

[18] Un’approfondito studio sul corredo delle balie è presente in: C. Zoldan, Alimentazione e abbigliamento delle balie, in D. Perco (ed.), Balie da latte. Una forma peculiare di emigrazione temporanea, Quaderno n. 4, Feltre 1984, pp. 87-100.

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    By: Giovanna Da Molin e Maria Federighi

    Giovanna Da Molin è professore ordinario ed emerito di Storia Moderna presso l’Università di Bari “Aldo Moro”, membro fondatore del C.I.R.P.A.S.- Centro Interuniversitario di Ricerca Popolazione, Ambiente e Salute dell’Università di Bari. Da molti anni i suoi studi vertono sulla storia della famiglia e la storia dell’infanzia attraverso l’analisi di fonti archivistiche nazionali e internazionali. Maria Federighi è dottore di ricerca in Demografia Storica presso l’Università di Bari “Aldo Moro” e da vari anni collabora con il C.I.R.P.A.S.- Centro Interuniversitario di Ricerca Popolazione, Ambiente e Salute dell’Università di Bari, in progetti nazionali e internazionali. Membro fondatore di una spin-off universitaria, è stata docente a contratto di Storia Sociale all’Università di Bari e ha prodotto vari studi sulla storia dell’assistenza, dell’infanzia e di genere tra passato e presente.

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