Conclusioni

Se gli storici hanno ormai allargato le loro prospettive di ricerca alla storia dei media con risultati importanti per una più completa comprensione di intere fasi della vita italiana, va soprattutto a merito dei pioneristici lavori di ricerca di alcuni studiosi contemporaneisti, impegnati su temi (cinema, teatro, radio, musica, televisione, stampa e adesso anche il web) che nel passato erano stati in parte lasciati in ombra dal prevalere nell’accademia di indirizzi storiografici politici, sociali, di relazioni internazionali. Tra questi “pioneri” Pietro Cavallo e Pasquale Iaccio hanno col passare del tempo dato vita a un vero e proprio laboratorio di ricerca tra i giovani dell’Università di Salerno; un laboratorio aperto al dialogo e ai contributi di quanti nella nostra comunità scientifica nazionale sono convinti che la storia si costruisce attraverso l’indispensabile intreccio di diverse discipline e tra queste in particolare gli studi sui media. Del resto, la centralità ormai acquistata da questo campo di ricerca – e non solo come fonte ineludibile per ricostruire i più recenti periodi storici – va collegata anche al ruolo dominante ormai ricoperto dagli strumenti e dai professionisti delle comunicazioni di massa nella nuova società postindustriale e globale in cui si iscrive l’intero universo delle relazioni umane.

Questo numero della rivista, costruito dalla regia di Cavallo, Iaccio e Platania e preceduto da una serie di convegni organizzati nell’ambito dell’annuale rassegna salernitana di “Filmidea”, ci accompagna alla scoperta dell’Italia negli anni del miracolo economico attraverso una serie di saggi, tutti frutto di approfondite ricerche su fonti in gran parte inedite corredate da attente analisi sul patrimonio storiografico politico, sociale, economico e internazionale che viene adesso arricchito grazie alle nuove chiavi di lettura. Ho cercato di riunire i saggi in quattro aree tematiche, anche se i singoli contributi spesso incrociano trasversalmente i confini di questa scansione: 1. Il Mezzogiorno negli anni del boom; 2. I nuovi media raccontano il boom; 3. L’Italia industriale; 4. Luoghi e simboli del boom.

 

Il Mezzogiorno negli anni del boom.

Nel suo saggio Immacolata Del Gaudio analizza il materiale preparato per le puntate della trasmissione Viaggio nel Sud messa in onda nel 1958 dalla Rai-Tv. Siamo dunque solo agli albori del miracolo economico, ma già l’attenzione della televisione pubblica ai documentari-inchieste è di per sé un segnale significativo, così come significativi sono i timori politici sulle inevitabili immagini di arretratezza del Mezzogiorno proiettate sul piccolo schermo. Queste stesse immagini ritornano nei cortometraggi di Olmi e di De Seta, analizzati da Sante Cruciani che indaga sulle trasformazioni delle identità regionali in rapporto al generale mutamento identitario in atto nell’intero paese sulla scia del rapido cambiamento innescato dal declinare della società contadina e dall’avvento dell’era industriale. Non stupisce però che i cortometraggi girati nel 1955-56 – come già Viaggio nel Sud – raccontino un mondo agricolo rimasto per tanti versi ancora immobile, legato alle sue pratiche millenarie – dalla pesca dei tonni al lavoro nelle zolfare. In questi primi anni i segnali dello sviluppo sono ancora abbastanza flebili o comunque ancora troppo deboli per allargarsi al Sud. Più significativi invece i successivi documentari del 1959-1960 (quando ormai siamo in pieno boom) che rappresentano una vera e propria denuncia del divario che si va allargando nei tempi e nei modi tra le due Italie, l’una già nel pieno dei processi di industrializzazione, l’altra non solo rimasta ferma al passato, ma anche attraversata da pesanti contraddizioni economiche e sociali derivate proprio dallo sviluppo accelerato.

Queste contraddizioni diventano sempre più visibili col passare del tempo, come emerge nel saggio di Salvatore Jorio sul lavoro di Elio Piccon L’Antimiracolo del 1965. Il cineasta racconta un’Italia a sud di Roma dove semplicemente il miracolo economico non c’è. Non solo perché intere zone del Mezzogiorno sono escluse dall’ondata di benessere, di consumi e di libertà che investe il resto del paese, ma come scrive l’autore, persino la «retorica istituzionale» del boom non risuona nel Sud dove dominano ancora «i retaggi arcaici di una religiosità magico-superstiziosa, provinciale e bacchettona, misera, indolente ma a suo modo tragica». Qui il solo risultato della modernità che avanza sono i «mostruosi ibridi socio-antropologici» delle città meridionali dove, in assenza di strutture industriali, è l’edilizia a fornire lavoro precario in nero e sottopagato alla massa di immigrati dalle campagne, i nuovi sottoproletari spesso destinati a diventare manovalanza della malavita. Una visione non del tutto smentita nel contributo di Andrea Micciché che però, nella sua rassegna di documentari tra il 1952 e il 1962, ha colto anche le immagini di una “Sicilia in cammino”. Certo a produrre il documentario Gela 1959: pozzi a mare è l’Eni di Enrico Mattei che spinge per una narrazione diversa dell’isola, sostenuta anche dai cinegiornali della Settimana Incom, come nel passato dal tocco propagandistico. Eppure, alla fine a prevalere nel saggio è ancora una volta la Sicilia immobile di Sciascia, e in genere il Mezzogiorno abbandonato alla sua miseria descritto dai fratelli Taviani, da Carlo Levi, Danilo Dolci, Vittorio De Seta.

Da una diversa prospettiva – quella del teatro di Eduardo De Filippo – Annamaria Sapienza analizza lo sceneggiato televisivo di Peppino Girella del 1963 che descrive la ricostruzione postbellica delle macerie napoletane fino appunto alle conseguenze del boom, in parte distruttive della realtà meridionale. Qui infatti l’accento va al disfacimento dell’istituzione famiglia che ha già subito un duro colpo negli anni della guerra e dell’occupazione alleata, senza però riuscire a ritrovare la sua perduta identità quando il miracolo economico ne accentua la disgregazione in atto. In questo progressivo declino in bilico tra una modernità senza sbocchi e un impossibile ritorno all’antico, emerge però la capacità dei singoli individui di affrontare con dignità il cambiamento inarrestabile. È una riflessione a mio giudizio importante perché, se nell’Italia industriale del Nord la svolta riformatrice del centro sinistra con i l’ingresso dei socialisti al governo e l’impegno dei sindacati sono elementi trainanti del miracolo economico, al Sud, dove le istituzioni latitano e le riforme non riescono a risolvere la questione strutturale del Mezzogiorno, resta fondamentale il ruolo civile dei cittadini più consapevoli.

 

I nuovi media raccontano il boom

Ai diversi programmi televisivi – anche attraverso analisi approfondite delle importanti innovazioni tecniche – fanno riferimento la maggioranza dei saggi, anche quelli appena citati. E non potrebbe essere altrimenti se si considera che la nascita nel 1954 della TV coincide con i primi segnali della ripresa economica dalle macerie della seconda guerra mondiale. Documentari, cortometraggi, sceneggiati, spazi pubblicitari e inchieste sono appunto tutti prodotti dalla televisione di Stato che naturalmente non si limita a raccontare il Mezzogiorno. Le inchieste sono fondamentali per individuare la portata del cambiamento in atto in Italia. Di particolare interesse il saggio di Raffaello Doro su Tv7, un vero e proprio rotocalco che tra il 1963 e il 1968 costituisce una fonte preziosa per leggere le trasformazioni sociali, politiche ed economiche in atto a livello nazionale e internazionale. Per gli spettatori poi si apre una vera e propria «finestra sul mondo» – come scrive l’autore: nonostante il boom, la maggioranza degli italiani è ancora chiusa nei confini di un provincialismo che solo i giovani più privilegiati cominciano a rompere con i viaggi all’estero. Una trasmissione dunque che porta un po’ di mondo nelle case degli italiani non poteva non avere successo, tanto più che si tratta di un format in cui si sperimenta per la prima volta la convivenza tra il carattere serio dell’informazione con le necessità dell’intrattenimento “leggero” e popolare della televisione.

Altrettanto significativo di quanto la televisione sia innovativa nei linguaggi e nei format, è Carosello, una trasmissione di messaggi pubblicitari dal successo straordinario che Stefano Magagnoli ha studiato scegliendo il tema del cibo, come dal titolo del suo contributo “Marketing della fame”. Come scrive l’autore del saggio, Carosello è un «pioneristico strumento di marketing emozionale» che punta a trasformare il frugale consumo del cibo tipico delle famiglie contadine; un’abitudine rimasta radicata nei tanti emigrati dalle campagne e dal Sud che adesso affollano le città del Nord. La frugalità è però nemica dei consumi e lo sviluppo economico passa anche attraverso il cambiamento nell’alimentazione; e per vincere la parsimonia si devono proporre modelli di vita abbinati al cibo capaci di affascinare gli italiani, di sedurli, di spingerli all’emulazione. Si inventa insomma un nuovo racconto con nuovi simboli nel quale catalizzare le spinte a consumare.

Non è solo la televisione il veicolo che porta all’esplosione della musica, uno dei più importanti mezzi di comunicazione di massa negli anni del boom. Due sono i saggi dedicati al tema, quello di Paolo Mattera che analizza la musica popolare e quello di Marilisa Merolla che si concentra soprattutto sulla trasmissione Alta Pressione. Mattera, uno studioso impegnato soprattutto nello studio della storia politica e sociale, affronta il tema ponendosi alcune domande di metodo (e le ritroviamo anche in altri saggi) e tra queste quale sia l’influenza dei «cambiamenti materiali sugli orizzonti mentali». L’attenzione dell’autore si rivolge in particolare ai giovani, i primi a venire coinvolti nel travolgente mutamento dei comportamenti e dei valori che il boom sta determinando. Partendo dalla riflessione sulle canzoni «agenti e fonti di storia», Mattera le ritiene il medium più adeguato per cogliere le pulsioni e i fermenti della nuova generazione di italiani, tanto più che si moltiplicano gli strumenti e i luoghi dell’ascolto. Non solo la radio e la televisione, ma il giradischi e i juke-box; non più solo la casa della famiglia, ma il bar, la balera, dove la musica non è più solo passivamente recepita, ma attivamente ballata.

«Devo solo preoccuparmi di tirar fuori l’inferno di ritmi che ho in me, che tutti noi giovani abbiamo dentro» afferma Mina nel 1959. È questo l’incipit del saggio di Merolla che come Mattera incentra il suo studio sul rapporto musica-giovani. I giovani che si entusiasmano per le canzoni americane in versione italiana, sono i fan degli “urlatori”; quei cantanti italiani che da oltre oceano importano e riproducono i ritmi trasgressivi di una musica risuonante quasi a inno di una sessualità liberata. Perché proprio il sesso acquista persino il significato di una rivolta contro la vecchia Italia conformista e clericale via via smantellata dal miracolo economico, come appare evidente nei Ventiquattromila baci di Celentano, che però declina questa rivoluzione nei rapporti di coppia solo attraverso la quantità di effusioni amorose prudentemente limitate ai baci. Alta pressione è un interessante esempio di come la TV di Stato a direzione democristiana cerca di rispondere alle domande dei giovanissimi, ma anche di far tacere le tante voci critiche che vorrebbero arginare il contagio del rock’n’roll. Una politica culturale di mediazione tra progresso e conservazione, del resto inaugurata fin dal 1956 dall’amministratore delegato della Rai, Marcello Rodinò.

A indagare sul cinema fiction è il saggio di Gabriele Rigola che sceglie di misurarsi su un periodo particolare della cinematografia italiana dal 1960 al 1964, cioè gli anni di massima incidenza del boom. Attraverso i film caratterizzanti questa fase, si può dire si vivano in diretta le trasformazioni del tessuto sociale italiano e i conseguenti traumi. In particolare Rigola indaga sui temi della sessualità, degli affetti familiari, del desiderio di tempo libero e dell’affacciarsi nella nuova società dei consumi di modelli edonistici, focalizzando la sua analisi su Ugo Tognazzi, un attore versatile in grado di passare da un ruolo all’altro, ma sempre proponendo “l’uomo del boom” nelle sue varie sfaccettature. Quell’uomo del boom assunto a simbolo di quanto si vadano modificando i modelli maschili e femminili, di quale frammentazione sia ormai in atto nell’identità degli individui aggrediti e attratti dalla nuova società dei consumi.

 

L’Italia industriale

Due saggi indagano in particolare sulla trasformazione industriale in corso, oltre al contributo di Micciché cui abbiamo già fatto riferimento. Elio Frescani sceglie come fonte i caroselli pubblicitari dell’Eni. Una scelta felice se si considera quale sia stato il ruolo dell’Eni di Mattei nello sviluppo economico italiano. E ancora più significativo ci pare che l’Ufficio Pubblicità dell’Ente dal gennaio 1961 fosse alle dirette dipendenze del “Servizio relazioni pubbliche, Studi economici e Stampa”, coordinato da Giorgio Ruffolo, chiamato poi dai governi di centrosinistra a gestire la programmazione economica. La fonte a cui Frescani attinge è preziosa: si tratta di circa sessanta filmati tra caroselli e spot per il cinema, recuperati e censiti dall’archivio aziendale, che reclamizzano tutta la gamma dei prodotti Eni e contemporaneamente ci fanno capire come cambino persino le abitudini alimentari degli italiani. Significativi anche gli attori scelti per la pubblicità, a partire da Dario Fo e Franca Rame interpreti di una serie sulla margarina. Di grande efficacia anche gli slogan che mostrano una piena consapevolezza di quale siano le corde da suonare per catturare i nuovi consumatori. E naturalmente al centro di questi caroselli c’è il prodotto principe dell’Eni, la benzina, che muove a velocità sempre maggiore l’automobile, il più ambito prodotto del miracolo economico.

Non solo petrolio però. Laura Ciglioni e Maurizio Zinni riflettono sull’energia nucleare appena comparsa sulla scena italiana a metà degli anni Cinquanta. Il saggio dà largo spazio alla dimensione internazionale che fa da traino al dibattito sul nucleare, e non solo in considerazione di quanto il tema sia tra i più caldi della guerra fredda in corso; nel 1957 l’Euratom fa parte dei Trattati di Roma a confermare la progressiva crescita nell’integrazione economica di quell’Europa da unificare a cui fin dall’immediato dopoguerra si sono votati i governi italiani a guida democristiana. La lettura dei due autori non si ferma alla storia delle relazioni internazionali; investe la storia sociale e culturale con l’obiettivo dichiarato di valutare quanto l’energia atomica «con i suoi simboli e le sue rappresentazioni mediatiche» abbia influito nell’evoluzione complessiva «di un paese “di confine” come l’Italia». Le fonti prescelte sono a largo spettro: dai rotocalchi ai fumetti, alla televisione, al cinema; da Famiglia cristiana ai documentari dell’Eni – L’Italia non è un paese povero e Appuntamento a Gela (1960) –, ai cinegiornali della settimana Incom, ai filmati realizzati negli Usa dall’Atomic Energy Commission e trasmessi in tarda serata dalla Rai-TV, che però nel 1961 produrrà in proprio quattro puntate dal titolo Italia nucleare. E poi ci sono anche i film di fantascienza, oggi poco conosciuti, ma sui quali i due autori hanno indagato per sottolineare il mix di paure, entusiasmi, proteste che il nucleare – agente di morte e di modernità – suscita negli italiani.

 

Luoghi e simboli del boom

Come è noto, uno degli elementi portanti della ricostruzione e poi del boom è la casa. E non solo perché i bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno fatto dell’emergenza abitativa uno dei problemi più urgenti da risolvere. I processi accelerati di urbanizzazione che lo sviluppo innesca mettono la casa al centro della vita degli italiani. La Rai-Tv non poteva dunque trascurare il tema che viene affrontato in una inchiesta a puntate affidata alla regia di Liliana Cavani nel 1964. È questa la fonte analizzata da Bruno Bonomo, che attraverso il documentario-inchiesta racconta le condizioni abitative degli immigrati a Torino, dei baraccati nelle periferie romane, tutti figli del boom e di una urbanizzazione ancora senza regole. Ma ci sono anche le case da sempre abitate dai tanti cittadini di Napoli e di Palermo che continuano ad affollare i bassi e i catòi, rimasti uguali col passare dei secoli. Naturalmente non manca qualche luce nelle immagini delle abitazioni più moderne, fornite dei servizi igienici indispensabili e nelle quali cominciano a entrare gli elettrodomestici, altra icona del boom.

Simbolo del boom è anche il corpo delle donne, sul quale si incentra il contributo di Agnese Bertolotti che circoscrive la sua indagine al 1954-1958, quando ancora sono deboli i segnali del miracolo economico, destinato a esplodere nel successivo quadriennio. Bertolotti va dunque a ricercare l’origine di una trasformazione in fieri nell’universo femminile che culminerà alla fine dei Sessanta nei movimenti femministi. Per raccontare i primi passi di questa mutazione verso “Nuove identità femminili” – titolo del saggio – l’autrice sceglie di analizzare i film di Marisa Allasio e in particolare i ruoli ricoperti da questa attrice che nel suo aspetto fisico offre già un’indicazione del cambiamento. Allasio non è una “maggiorata”, come le star degli anni Quaranta; anche se di indiscutibile glamour, la sua bellezza prefigura già il modello di donna-ragazza il cui prototipo in Francia è Brigitte Bardot. Nelle fiction non le viene affidata la parte di “fidanzatina”, ma di una donna desiderata, libera però di scegliersi e di cambiare il partner, di sfidare gli uomini nel gioco dell’amore; insomma è portatrice di ideali trasgressivi rispetto alle norme tradizionali di comportamento, che imponevano alle ragazze innanzitutto la modestia e il rispetto del mondo maschile, la cui superiorità e autorità non veniva messa in discussione.

Nel complesso, una raccolta di saggi molto ricca che, insieme al racconto audiovisivo del miracolo economico, offre alcune indicazioni importanti per completare il quadro storico di questa fase, anche se a volte il materiale studiato viene assunto dagli autori con pochi riferimenti agli orientamenti “politici” delle loro fonti. Innanzitutto, emerge la mobilitazione di nuovi soggetti culturali diversi dalle tradizionali figure degli intellettuali impegnati nelle accademie, nelle istituzioni e nei partiti; così come diversi rispetto al passato sono gli strumenti e i luoghi di confronto: dalle riviste e dalla saggistica si passa agli schermi cinematografici e televisivi e addirittura alla radio e ai juke-box. Sono infatti registi, documentaristi, tecnici e professionisti della pubblicità, fotografi, giornalisti della carta stampata e soprattutto della televisione a interpretare attraverso i nuovi media l’Italia del miracolo economico; un’interpretazione che per la maggioranza dei prodotti esaminati risente del loro forte impegno sociale e per alcuni della loro militanza politica e/o vicinanza ai partiti della sinistra. Non a caso, le loro narrazioni hanno una influenza importante e una evidente incidenza nella fase di protesta e di contestazione che dal picco del 1968-69 si perpetua per tutti gli anni Settanta.

Immagini e racconti audiovisivi sono anche uno dei veicoli più funzionali all’egemonia culturale delle sinistre, in particolare del Pci, che pure negli anni Cinquanta aveva guardato con alterigia e preoccupazione all’avvento dell’era mediatica. È però notevole il loro peso anche sul lavoro di molti storici, che proprio dalla descrizione dei mali del miracolo economico – un po’ il filo conduttore che lega la maggior parte dei contributi di questo volume – hanno ricavato la tesi di un‘Italia uscita dal boom come un paese “mancato”; vale a dire un paese che non ha colto l’opportunità dello straordinario sviluppo per aggredire le sue antiche distorsioni strutturali e per combattere le nuove. Sotto questo profilo però restano in ombra alcuni degli aspetti più significativi della modernizzazione che non solo portano a una progressiva omologazione della società italiana ai modelli vincenti in Europa, ma colmano i divari di classe, cancellano i residui del passato dittatoriale ancora operanti e avviano un percorso di secolarizzazione destinato a liberare il paese dal predominio di ideologie e fedi religiose vissute ancora nei Settanta come credi totalitari.

Soprattutto, tranne nei casi in cui si indaga sull’universo dei giovani e delle donne, neppure questi saggi sui media dell’epoca riescono a riportarci l’entusiasmo e la gioia di una popolazione che vive una stagione rimasta nell’immaginario degli italiani dell’epoca come la fase d’oro della loro esistenza. Benessere diffuso, piena occupazione e ascesa sociale, per la maggioranza della popolazione significano assicurare ai figli un futuro ben diverso da un’esistenza fatta solo di fatica e lavoro – quando c’era. Adesso i figli possono accedere all’istruzione fino a quel momento negata ai padri; figli che addirittura si laureano attorniati da genitori analfabeti orgogliosi del successo ottenuto dalla loro prole; quella stessa prole che si fa classe dirigente di un’Italia diventata veramente democratica e non solo perché la democrazia è stata iscritta nella carta costituzionale del 1948. Certo, ci sono le distorsioni dello sviluppo, le nuove povertà, i tanti mali che non si riescono a cancellare nonostante il Welfare State finalmente raggiunto dal paese, in ritardo rispetto al resto delle nazioni più progredite europee. Ma è necessario anche indagare sugli aspetti positivi del boom che influenzano nel profondo pensieri, sentimenti, comportamenti destinati a durare nel tempo, per capire l’Italia dei Settanta, degli Ottanta e dei Novanta. E a conferma basta il solo esempio del consenso riscosso da Berlusconi, prototipo dell’uomo cresciuto nei Cinquanta, che agli italiani ripropone il sogno del miracolo economico con tutti i suoi simboli e tutte le sue promesse.

 

Simona Colarizi

 

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