Il rotocalco televisivo di informazione: Tv7 racconta l’Italia degli anni Sessanta

La nascita di un nuovo genere televisivo negli anni Sessanta

 

Gli anni Sessanta rappresentano anche per l’Italia la fase in cui l’informazione televisiva conosce significativi mutamenti, grazie alla nascita e all’affermazione dei rotocalchi di informazione, un nuovo genere di rubrica di approfondimento che si affianca al telegiornale. La Rai di Ettore Bernabei attraverso la televisione descrive e racconta l’Italia degli anni del boom economico e della fase immediatamente successiva, presentando per la prima volta immagini e contenuti inediti che testimoniano a loro modo i mutamenti in atto nel Paese[1].

Negli anni Sessanta nella televisione si afferma il modello del palinsesto basato su appuntamenti fissi, oltre a un cambiamento del consumo e alla differenziazione del pubblico, favorito anche dalla nascita della seconda rete e dall’esigenza di integrare e diversificare la programmazione. La televisione si rivolgeva a tutti i tipi di pubblico: diventava per questo centrale sviluppare i programmi secondo un’idea definita di palinsesto[2]. Questa strategia puntava alla creazione di un pubblico popolare il più possibile omogeneo. Il palinsesto veniva concepito sulla base di tre grandi aree tematiche: lo spettacolo leggero e di varietà; la musica leggera; i programmi culturali e di informazione. In questo rinnovamento rientrava l’idea di un programma di informazione regolare che aveva il compito di approfondire e sviluppare le notizie affrontate dai telegiornali.

Il magazine di informazione televisivo nasce con il programma Panorama: a window on the world trasmesso dalla BBC a partire dal 1953, che conoscerà un grande successo dal 1955 grazie alla popolarità del conduttore-divo Richard Dimbledy. La tendenza delle televisioni a produrre un programma specifico di approfondimento, dedicato ad alcuni alcuni temi di attualità, viene ripresa direttamente dal mondo della radio e della stampa e rappresenta un fenomeno di dimensioni europee[3]. Sulla stessa impostazione di Panorama, la RTF in Francia nel gennaio del 1959 lancia Cinq Colonnes à la Une, mentre in Italia la Rai nel 1962 propone sul Secondo canale da poco inaugurato RT Rotocalco televisivo da un’idea di Enzo Biagi. Da questa esperienza di grande valore, una delle prime forme di giornalismo di inchiesta della televisione italiana, sarebbe nato nel gennaio 1963 il programma Tv7.

Partendo dalla storiografia esistente sulla storia della televisione e sul suo impatto nell’Italia del miracolo[4], l’analisi della programmazione di Tv7 tra il 1963 e il 1968 permette di indagare in che modo questa trasmissione ha restituito i mutamenti, le contraddizioni e le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che avvenivano a livello nazionale e internazionale. Il rotocalco rappresenta una «finestra sul mondo» per gli spettatori e coniuga in una delle prime occasioni il carattere serio dell’informazione con le necessità dell’intrattenimento “leggero” e popolare della televisione. Gli aspetti di innovazione dal punto di vista del linguaggio giornalistico presenti in questa trasmissione saranno progressivamente acquisisti anche dai formati dei telegiornali negli anni Settanta. Diffuso sul Primo Canale con una frequenza settimanale, Tv7 propone servizi brevi alternati a reportage più estesi per la durata complessiva di circa sessanta minuti. Come altri rotocalchi televisivi dell’epoca introduce delle novità stilistiche come la presenza e le riprese dei giornalisti inviati, spesso ritratti in primo piano, che alimentano prime forme di divismo televisivo. Alcune importanti innovazioni tecnologiche introdotte in questo fase contribuiscono a migliorare la qualità della produzione. L’introduzione della registrazione videomagnetica dal 1962 permette una maggiore libertà nel montaggio e nella selezione delle immagini, emancipando dall’obbligo delle trasmissioni in diretta. L’utilizzo di tecniche cinematografiche leggere con la pellicola da 16 mm consente una migliore capacità nella ripresa e nella realizzazione di interviste[5], che costituiscono una parte integrante dei documentari del rotocalco. A questo si aggiunga il lancio dei primi satelliti di telecomunicazioni che permetteranno le comunicazioni in diretta con i vari continenti e progressivamente “fanno nascere nel telespettatore il desiderio di rompere con il vecchio mondo, di accelerare i tempi della vita, di potersi lasciar dietro tutto quello che non si vede”[6]. Inoltre Tv7 possiede una maggiore libertà espressiva rispetto al telegiornale dove l’informazione viene ancora sottoposta ad uno stretto controllo politico. Questa relativa libertà tuttavia non rende il programma immune dalla censura governativa in quanto non mancheranno contrasti aspri con la direzione dei programmi per il contenuto di alcuni documentari. Nel corso degli anni Sessanta la televisione come già ricordato amplia la propria offerta attraverso la creazione del secondo canale alla fine del 1961; allo stesso tempo aumenta il numero di apparecchi televisivi all’interno delle case con la copertura della maggioranza della popolazione. Nel 1959 solo 36 persone su 100 assistono ai programmi in casa propria e 42 in locali pubblici, mentre nel 1966 le proporzioni saranno invertite: 75 in casa propria e 10 in locali pubblici. Inoltre tra il 1954 e il 1968 il numero di abbonati passa da circa 70.000 a oltre 8 milioni[7]. Simbolo tra gli altri della crescita economica, la televisione agisce come potente motore dello sviluppo dei consumi di massa[8], ma allo stesso tempo diventa lo strumento con cui gli italiani registrano i mutamenti della trasformazione economica del Paese e si informano attraverso la potenza delle immagini e la cura dei servizi del rotocalco che porta il mondo nelle loro case[9].

 

 

 

 

 

 

Tv7: la televisione racconta il mondo e l’Italia

Programma simbolo della Rai durante la gestione di Ettore Bernabei (1961-1974)[10], Tv7 nasce ricalcando il modello di RT Rotocalco televisivo lanciato sul Secondo canale nel 1962. Diretto da Enzo Biagi, questo programma inaugura il genere del magazine di informazione nella televisione italiana. Trasmesso con una cadenza quindicinale RT si ispira al modello del settimanale a stampa di attualità, dedicando servizi alla politica, alla cronaca, al costume e al varietà. Partecipano alla trasmissione alcuni tra i più brillanti giornalisti di questo fase tra i quali Gianni Bisiach, Ugo Gregoretti e Gigi Marsico che firmano reportage di assoluto valore. Si registra l’attualità privilegiando un’ottica attenta ad individuare anche gli aspetti più comuni della realtà quotidiana, riportando le notizie in maniera inedita per i tradizionali canoni dell’informazione televisiva. La cronaca e il costume come ha scritto Franco Monteleone sono “uno stimolo per leggere tutta l’attualità” e fanno parte integrante di un concezione giornalistica che “tende a trattare con aspetti umanamente rilevanti la politica, e con interesse sociologico i fatti del costume”[11]. La presenza di Biagi come conduttore in studio scandiva l’alternarsi dei servizi, assicurando un ritmo vivace alla trasmissione. Secondo Paolo Baldi “RT fu al tempo stesso il risultato di un’epoca, gli anni Sessanta, di un concezione giornalistica, il rotocalco, e di uno stile individuale, quello di Enzo Biagi”[12]. Questa esperienza sarebbe terminata nel giro di pochi mesi realizzando complessivamente nove puntate, con l’ultima trasmissione andata in onda nel luglio del 1962, poco prima delle dimissioni di Enzo Biagi dalla direzione giornalistica della Rai, causate dall’eccessiva ingerenza dell’esecutivo nei confronti dell’informazione televisiva[13].

Tv7 raccoglie l’eredità di RT iniziando le trasmissioni con frequenza settimanale dal 20 gennaio 1963. Nella sua struttura si ispira al quotidiano, con sette-otto servizi brevi della durata media di cinque minuti e soltanto uno di quindici-diciotto minuti. Fin dalla sigla il programma punta ad un ritmo più sostenuto, capace di seguire da vicino i grandi mutamenti economici e sociali di questo periodo, utilizzando la musica di Stan Kenton Intermission Riff. La rubrica è diretta fino al novembre del 1966 da Giorgio Vecchietti e si avvale della collaborazione di molti giornalisti formatisi nella Rai. Tra questi i curatori Aldo Falivena, Brando Giordani, Emilio Ravel e i redattori Claudio Savonuzzi, Nino Criscenti, Gigi Marsico, Roberto Morrione, Gianni Bisiach, Sergio Zavoli, Corrado Augias, Andrea Barbato. Nel corso degli anni furono numerosi i collaboratori della trasmissione come Gianni Serra, Arrigo Levi, Tullio De Mauro, Peppino Fiori, Raniero La Valle e i registi che si cimentarono nella produzione di documentari, tra i quali anche Pier Paolo Pasolini con il suo Appunti per un film sull’India del 1967.[14] La nascita di Tv7 introduce nella televisione italiana un formato giornalistico di assoluta qualità, dove viene lasciato ampio spazio alle immagini e alle scelte di montaggio dei registi. Nell’annunciare il programma il Radiocorriere affermava che “sarà la cronaca fatta da chi la vive”, mentre il direttore Giorgio Vecchietti sosteneva che “Non sarà un rotocalco stampato su carta di lusso, ma su carta di giornale!”[15]. In onda sul Programma nazionale in seconda serata dalle ore 22.10, Tv7 si dimostra dagli esordi uno dei programmi più apprezzati dal pubblico[16].

Un elemento che differenzia il nuovo programma dal rotocalco televisivo di Enzo Biagi è la tendenza a introdurre una forte attenzione agli aspetti privati dei personaggi pubblici. Il primo servizio trasmesso era intitolato “La casa del Presidente”. Fin dalla puntata di esordio del 20 gennaio 1963 infatti risultava innovativo il filmato dedicato al Presidente della Repubblica Antonio Segni, per il modo di presentare la più alta carica dello Stato, ritratto in una veste più familiare e lontano dai clamori della vita pubblica[17].

A registrare puntualmente le evoluzioni della moda, durante la prima puntata non mancava uno sguardo rivolto alla società e al costume, come per esempio il servizio “Le spie di Palazzo Pitti”, dove si svelavano i tentativi di scoprire le anteprime dei modelli che sarebbero stati esposti alla mostra fiorentina ideata dal collezionista d’arte Giovanni Battista Giorgini dal 1951. In questo modo si tentava di raccogliere le informazioni per riprodurre modelli quanto più simili alla nuove tendenze della moda «made in Italy», di cui la kermesse fiorentina rappresentava uno dei momenti simbolo nell’Italia del miracolo. Allo stesso tempo il servizio mostrava come a Torino le “caterinette” erano già all’opera per soddisfare i desideri “proibiti” delle loro clienti di poter indossare abiti del tutto simili a quelli dei grandi sarti italiani che sarebbero stati presentati a Firenze.

Nell’arco del primo anno di trasmissioni la rubrica si segnala per la buona qualità dei suoi documentari, capaci di restituire la realtà attraverso le immagini e di raccontare con sguardo acuto costumi e abitudini dell’Italia in trasformazione. Nel corso della puntata del 3 febbraio 1963 un servizio è dedicato all’attesa per il Festival di Sanremo, segnale dell’importanza dell’evento mediatico per eccellenza dello spettacolo italiano[18], ma osservato attraverso le testimonianze degli spettatori. Tv7 indaga con lucida realtà anche gli avvenimenti più tragici dell’attualità: a poche settimane dal disastro della diga del Vajont del 9 ottobre 1963, nella puntata del 28 ottobre si affronta il tema con un approccio diverso: si ricostruiva la storia della diga partendo dalle interviste dirette agli operai che la costruirono, in gran parte provenienti dai paesi dell’Appennino abruzzese. Nell’intento di offrire un ritratto fedele dei mutamenti dell’Italia del miracolo, il rotocalco chiudeva il primo anno di trasmissioni con un servizio dal titolo «Milano così» in cui offriva notazioni di moda e costume: il passeggio sui Navigli, il traffico cittadino, i grattacieli, le “prime” al teatro della Scala, i locali notturni, ma anche la Milano dei più poveri, dei quartieri di periferia, dei dormitori, registrando con sobrietà, ma anche con puntualità sia la ricchezza che gli aspetti più umili della società. Il programma aveva riscosso grande successo tra il pubblico, con una media di 7 milioni di spettatori, che sarebbero arrivati a 11 milioni alla fine del decennio.[19] Negli anni precedenti anche il rotocalco francese Cinq colonnes à la Une aveva descritto le trasformazioni socio economiche in atto con un documentario realizzato da Pierre Dumayet il 1 dicembre 1961, intitolato significativamente “Miracles à Milan”. Dumayet restituisce il processo di trasformazione della città ricorrendo ad un sapiente montaggio di immagini che prevede alcune sequenze tratte dai film Miracolo a Milano di Vittorio De Sica del 1951 e da La Notte di Michelangelo Antonioni del 1961. Con interviste realizzate all’architetto Giò Ponti, che commentava il cambiamento della città meneghina da un punto di vista architettonico dopo la ricostruzione del dopoguerra, ad una sarta sulla moda milanese e a Giulia Maria Crespi, futura erede del «Corriere della Sera» e discendente della famiglia di imprenditori lombardi, anche la televisione francese attraverso lo strumento del rotocalco approfondiva con un taglio di inchiesta questi processi. Non erano trascurate tematiche sociali con l’intervista al sindaco di Milano Gino Cassinis sull’immigrazione dal Mezzogiorno, completata con un servizio sugli immigrati dal Meridione che raccontavano la propria esperienza in una grande città del Nord. Questo riferimento illustra come la diffusione del rotocalco televisivo di informazione fosse una tendenza presente nella maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale negli anni Sessanta e come i programmi di approfondimento in Italia e in Francia avessero profondi elementi di somiglianza[20]. Al termine del 1963, dopo circa un anno di attività, il critico Ugo Buzzolan, nell’annoverare i programmi di attualità tra i prodotti di maggiore qualità della produzione televisiva annuale, non risparmiava gli elogi per Tv7, anche tenendo conto dello stretto controllo sull’informazione da parte dei vertici Rai:[21] «I suoi servizi sono stati spesso di largo interesse e alcuni argomenti sono stati affrontati – tenendo conto dell’estrema prudenza della Tv – con spregiudicatezza e anticonformismo»[22].

Nell’estate del 1964 il programma mostrava il cambiamento di alcune abitudini degli italiani: con un servizio sulle isole Eolie si documentava il crescere del fenomeno del turismo di massa, raccontando anche i paradisi e la natura incontaminata della Penisola. Non sfuggivano nello stesso programma i riferimenti ad argomenti tra i più disparati, come il calcio in provincia con un servizio sulla squadra dilettantistica del Latina e un riferimento al fenomeno del “teppismo” giovanile In Inghilterra[23].

La capacità del rotocalco televisivo di raccontare gli sviluppi del mondo in mutamento e la possibilità offerta ai telespettatori di osservare qualcosa che altrimenti sarebbe stato impossibile descrivere con il solo linguaggio giornalistico, appare evidente in occasione di un servizio andato in onda il 5 aprile 1965 con un’intervista a Leonov, astronauta russo protagonista della prima passeggiata nello spazio. Era ancora una volta la stampa a registrare i meriti del programma nel mostrare alcuni momenti cruciali della corsa dell’uomo allo spazio:

L’importanza del “rotocalco televisivo” nel quadro dei programmi è diventata indiscutibile. Anche in altri paesi la gente segue con profondo interesse queste trasmissioni che non si limitano a offrire il semplice dato di cronaca ma cercano anche di spiegarlo, di giustificarlo, di approfondirlo attraverso inchieste  interviste che il più delle volte non hanno nulla di “ufficiale” e quindi sono doppiamente efficaci e convincenti. Bisogna dire che attraverso i rotocalchi sono arrivati sul video – e perciò alla grande massa – e sono stati affrontati e dibattuti problemi e aspetti della realtà contemporanea ( e ci riferiamo alla politica e al costume) che un tempo non avrebbero mai trovato ospitalità in televisione [24].

Il pregio della rubrica era quello di raccontare la realtà nel modo più oggettivo possibile, attraverso una sapiente scelta dei temi e delle immagini: durante il 1965 si segnalano reportage sul Portogallo e sulla dittatura di Salazar che viene mostrata in modo esplicito dalle immagini e descrive nel dettaglio la situazione sociale nel Paese.[25] Non solo realtà internazionale, poiché Tv7 riesce a restituire anche i profondi mutamenti sociali che riguardano l’Italia degli anni Sessanta: nella puntata trasmessa il 5 giugno 1965 veniva proposto un servizio con delle interviste alle mondine venute dal Mezzogiorno a lavorare nelle risaie piemontesi, sottolineando il peso dell’emigrazione interna stagionale e femminile. Con un parallelo con Studio Uno sulle colonne de «La Stampa» si metteva in evidenza l’impatto di uno spettacolo diverso da quello del puro intrattenimento:

L’obiettivo di “TV7” si è mosso tra i filari sommersi dall’acqua. Carrellate alla “Studio uno”, ma al posto delle Bluebell c’erano stuoli di ragazze ricurve con le gambe nude o inguainate da calze nere affondate nel fango. La maggior parte arriva da Meridione. Non si odono più i canti del vecchio Piemonte, ma le nenie nostalgiche d’Abruzzo, della Campania e persino della Sicilia. Molte di queste mondine improvvisate hanno lasciato i figli laggiù. “Ci hanno detto che alla fine guadagneremo centomila lire – commenta una donna – serviranno per fare studiare il mio piccolo. Voglio che diventi ragioniere. E le più giovani? “Restiamo in cascina nelle poche ore libere. In paese ci sono ragazzi furbi che ci fanno la corte. Dalle nostre parti questo è sconveniente”. Così la sera le mondine del Sud ballano il twist sull’aia senza cavaliere [26].

Il panorama dei temi affrontati si ampliava con reportage sul debutto della stagione dell’opera alla Scala di Milano, ma allo stesso tempo le inchieste di taglio sociale arricchivano l’articolazione dei servizi del rotocalco. Da segnalare che il tema dell’emigrazione veniva affrontato con grande cura dai redattori: nel dicembre del 1965 la rubrica proponeva un servizio sulla frazione di Frattura in Abruzzo, dove un intero paese composto da sole donne attendeva il ritorno di mariti e genitori, partiti per cercare lavoro in Francia, Belgio, Germania, ma anche negli Stati Uniti e in Sud America. Senza indulgere in un tono patetico e “lacrimoso”, la trasmissione aveva il merito di gettare luce su una questione che toccava da vicino molti italiani insistendo in particolare sul ruolo delle donne definite «vedove» dell’emigrazione. La critica televisiva esaltava il ruolo di Sergio Zavoli per la sua modalità di condurre le interviste ricordando in particolare i colloqui con il «calciologo», l’allenatore della nazionale di calcio Edmondo Fabbri e con il «raddoppiere» nazionale Mike Bongiorno[27].

A tre anni dal suo debutto e dopo quattro stagioni televisive, caratterizzate da un grande successo di pubblico, la stampa quotidiana lodava il lavoro di Giorgio Vecchietti e dei tanti collaboratori che realizzavano il programma, in grado di approfondire tematiche sull’Italia contemporanea e sul mondo:

Abbastanza spregiudicato per quanto gli è consentito dai molti “tabù” televisivi, nel toccare temi dolenti della vita italiana, denunciando mali e proponendo rimedi, Tv 7 ha saputo utilizzare assai meglio del telegiornale, nonostante la sua periodicità settimanale, la capillare organizzazione dei servizi dall’estero, fornendo un osservatorio sempre attento sugli avvenimenti internazionali […] con “reportages” che rifuggono le tentazioni del folclore[28].

Nel corso di questi anni Sergio Zavoli rappresenta una figura centrale che conduce interviste su questioni di stretta attualità incontrando ministri e grandi personaggi della politica internazionale. Nel corso del 1966 andranno in onda un servizio su Indira Gandhi dal titolo “Una donna e l’India”, ma anche inchieste sull’ergastolo e un’intervista al ministro delle Finanze Luigi Preti in cui si affrontava il tema delle tasse, sottolineando la necessità di una riforma per «evitare ingiustizie e ridurre al minimo la guerra tra fisco e contribuenti»[29]. Altre inchieste registravano mutamenti sociali in altri Paesi europei come per esempio il servizio sul diritto di voto alle donne in Svizzera, andato in onda a pochi giorni dal referendum sull’argomento. Nello stesso anno, grazie all’intraprendenza di alcuni redattori tra i quali Giulio Morelli e Sergio Borelli, si segnalano interessanti inchieste sull’evoluzione dei prezzi dall’ingrosso al minuto con un’inchiesta condotta in un mercato ortofrutticolo di Napoli e l’intervista di Borelli allo scrittore Arthur Schlesinger dal titolo “L’uomo di Kennedy”[30].

L’informazione di Tv7 alla vigilia del Sessantotto

 

A partire dalla stagione 1966-67 la direzione del programma viene affidata a Brando Giordani. Già collaboratore di Biagi a RT, si era segnalato per la realizzazione del servizio “La vedova della lupara” nel 1964 in cui una donna siciliana rompeva per la prima volta il muro di omertà contro la mafia[31]. Sotto la direzione di Giordani il rotocalco televisivo mantiene la sua impostazione di fondo trattando con spregiudicatezza e anticonformismo grandi temi di attualità. La redazione si avvale del contributo dei corrispondenti esteri del telegiornale per arricchire i propri documentari. Nel primo numero del nuovo corso, andato in onda nel novembre 1966, colpisce un’inchiesta condotta ancora da Sergio Zavoli sull’alluvione che aveva colpito Firenze alcuni giorni prima. In questo reportage emergeva apertamente una delle prime discrepanze di giudizio tra classe politica e scienziati sui motivi della tragedia. Il documentario analizzava inoltre il lavoro svolto dai tanti «angeli del fango» che si prodigarono nei soccorsi e nell’emergenza. «Servizio ottimo, spregiudicato, svincolato da quel prudente conformismo, da quell’ottimismo facilone e paternalistico che non di rado domina la tv e la vita del nostro Paese»[32]. A testimonianza della intatta qualità ed efficacia del programma, ancora il critico Buzzolan assegnava un simbolico “8” a Tv7 nella pagella televisiva settimanale, di migliore fattura rispetto a programmi come Scala Reale o a una puntata dello sceneggiato ispirato al Conte di Montecristo. Nel corso del 1967 ampio spazio era dedicato a temi legati alla società e al costume: nella puntata andata in onda nel quarto anniversario della rubrica venivano proposte delle inchieste sulla malavita in Italia in seguito ad episodi di cronaca nera, un’inchiesta di Sandro Paternostro e Angelo Campanella sui lavoratori italiani immigrati in Germania. Di estremo interesse il servizio firmato da Lietta Tornabuoni e Marco Guarnaschelli che si soffermava in chiave ironica sulle più recenti innovazioni della «haute couture» parigina, analizzando attraverso l’atelier di Pierre Cardin i nuovi modelli realizzati in carta e in metallo, segnalando l’attenzione rivolta anche alle tematiche di moda che rappresentava uno degli argomenti affrontati con maggiore costanza[33]. L’attualità internazionale era coperta con reportage sulla crisi in Medio Oriente che avrebbe condotto alla guerra dei Sei Giorni a firma di Antonio Cifariello, mentre Aldo Rizzo in collegamento da Parigi proponeva interviste ad esperti del mondo arabo come giornalisti e accademici francesi[34].

Negli anni successivi e fino alla fine della prima edizione nel 1971, Tv7 continuerà con efficacia e sguardo acuto a raccontare gli avvenimenti della società italiana e i conflitti in atto nel pianeta. Sono gli anni della guerra in Vietnam e un servizio di Furio Colombo trasmesso il 16 agosto 1968 sui bombardamenti statunitensi su Hanoi, provocherà le dimissioni del direttore del telegiornale Fabiano Fabiani. In occasione della puntata numero 200 del settimanale il reportage di Furio Colombo dal titolo “I bambini di Bien Hoa”, rappresentava uno straordinario documento sugli orrori della guerra. Non era la prima volta che Tv7 parlava del conflitto in Vietnam, ma in questa occasione aveva realizzato del materiale originale in quanto Colombo era andato sul posto con l’operatore Rai, Angelo Pieroni.

Nel gennaio 1970 veniva trasmesso il servizio “Un codice da rifare” di Sergio Zavoli, dedicato al codice Rocco, che esprimeva apertamente le contraddizioni di questo testo rispetto alla Carta costituzionale, soprattutto sulla libertà di manifestazione del pensiero. Dopo la messa in onda, che avveniva a circa un mese di distanza dalla strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, venne condannato dal Consiglio di amministrazione della Rai, decretando il primo sciopero dei giornalisti che condusse in seguito alle dimissioni del Presidente Aldo Sandulli. Il 1968 della protesta studentesca in Italia e nel mondo, sarebbe stato fotografato e portato all’attenzione dei telespettatori grazie agli approfondimenti del rotocalco televisivo. Era ancora Ugo Buzzolan che giudicava positivamente Tv7 per aver affrontato la questione universitaria con un’intervista al ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui e analizzato il «tema dell’influenza della politica nelle università, delle richieste degli studenti e dell’atteggiamento rivoluzionario delle nuove generazioni non solo nei confronti del problema didattico, ma nei confronti dell’intera società». Una valutazione confermata a proposito del servizio sulla guerra in Vietnam, dove non si rinunciava a mostrare gli aspetti più drammatici ed emozionanti del conflitto:

Immagini terrificanti e avvilenti di città distrutte, di battaglie fra le macerie, di famiglie che scappavano con masserizie sullo sfondo di rovine e di incendi. In sintesi, e con efficacia, sono stati interrogati giornalisti ed esperti politici americani, inglesi e francesi. I giudizi, in fondo, concordavano: è una guerra senza fine, non ci saranno né vincitori né vinti e se non interverranno seri negoziati la spaventosa tragedia del Vietnam continuerà [35].

A margine dell’ultima puntata della stagione 1967-68 un bilancio del magazine di informazione, ormai entrato stabilmente nelle abitudini di consumo televisivo degli italiani, sottolineava la necessità di un prodotto così innovativo nei contenuti, non mancando tuttavia di sottolineare alcuni limiti come la critica verso alcuni numeri del rotocalco giudicati «fiacchi elusivi, anonimi». Tuttavia il ruolo di Tv7 restava imprenscindibile per un’informazione più approfondita e disinvolta nello stile rispetto a quella ingessata e paludata dei telegiornali.

Che “TV7” sia indispensabile è scontato. Sarebbe assurdo lasciare al solo telegiornale così “ufficiale”, così burocratico, così conformista […] il compito di presentare le notizie. Il pubblico […] non si accontenta più, e da un pezzo, del comunicato, della dichiarazione ministeriale, del discorsetto, del fervorino. Vuole, in qualche modo, un approfondimento della notizia, ossia un discorso più ampio, più ragionato, che non si limiti a esporre gli avvenimenti ma che ne spieghi le cause. Ricerca questo discorso nei giornali, alla radio, e lo chiede anche alla televisione. Di qui la necessità e l’urgenza di “TV7”[36].

Da queste parole si comprende come nell’arco di poco più di cinque anni Tv7 era diventato un programma fondamentale per il pubblico. Un ruolo svolto raccontando con grande precisione, puntualità e in modo inedito la complessità di un Paese che aveva visto dei mutamenti così straordinari ed impetuosi che solo l’immagine in movimento riusciva a restituire. Come sottolineato da Franco Monteleone: «Capace di intervenire tempestivamente su grandi avvenimenti internazionali e attenta ai fenomeni del costume, la rubrica ha saputo scandagliare la realtà italiana registrandone i cambiamenti e denunciandone i ritardi, le disfunzioni, le ineguaglianze»[37]. A distanza di più di trenta anni dalla sua nascita appare coerente un’altra valutazione sull’impatto della trasmissione: “Tv7 era l’ appuntamento unico nel quale c’erano le facce della gente, scovate dalla cinepresa (e da cineoperatori formidabili, che si cimentavano nell’impresa di ‘inventare’ un modo di raccontare la realtà), incontrate per la prima volta dalla tivù nelle piazze di paese”[38].

Conclusioni

Tv7 è riuscita a mostrare aspetti inediti e a volte anche delicati su temi di vario genere svolgendo un  ruolo di assoluto valore tra gli strumenti di informazione di questi anni. Il genere del rotocalco negli anni Sessanta ha stimolato nuove modalità narrative e descrittive nel racconto della società italiana e delle sue trasformazioni. Con una lucida attenzione verso tematiche sociali destinate ad imporsi negli anni seguenti sempre più al centro delle discussioni dell’opinione pubblica: dalle emigrazioni interne e internazionali, all’evoluzione dei consumi con l’obiettivo rivolto alle prime forme di turismo di massa, figlie di un ritrovato benessere, ma anche uno sguardo a tutto quello che si muoveva nella società: dalle nuove tendenze della moda, alle inchieste sui prezzi, sulle tasse, sui consumi, sullo sport. Tv7 iniziava a fare intravedere dei nuovi aspetti che dagli anni Settanta sarebbero stati evidenti come le prime forme di divismo televisivo, sia dei giornalisti, che dei personaggi della politica, dello spettacolo e della cultura dei quali era offerto un ritratto più intimo, quasi confidenziale, che consentiva agli spettatori di identificarsi con le emozioni e i sentimenti dei loro idoli. Queste prime esperienze prefiguravano l’ingresso nella società dello spettacolo descritta da Guy Debord nel 1967 e avrebbero anticipato dei modelli per la spettacolarizzazione della politica.[39]

[1] Per un quadro dettagliato di questa fase cfr. Guido Crainz, Storia del miracolo economico. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Roma, Donzelli, 1996.

[2] Per un’analisi della programmazione televisiva cfr. Francesca Anania, Davanti allo schermo. Storia del pubblico televisivo, Roma, Carocci, 1997.

[3] Jérome Bourdon, Il servizio pubblico. Storia culturale delle televisioni in Europa, Milano, Vita e Pensiero, 2015, pp. 134-137.

[4] Cfr. Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia. Costume, società e politica, Venezia, Marsilio, 2006, Aldo Grasso, Storia della televisione italiana, Milano, Garzanti, 2004 [prima ed. 1992], Storie e culture della televisione italiana, a cura di Aldo Grasso Milano, Mondadori, 2013, Francesca Anania, Breve storia della radio e della televisione italiana, Roma, Carocci, 2004, Irene Piazzoni, Storia delle televisioni in Italia. Dagli esordi alle web tv, Roma, Carocci, 2014, Giovanni Gozzini, La mutazione individualista. Gli italiani e la televisione, 1954-2011, Roma-Bari, Laterza ,2011, Televisione. Storia, immaginario, memoria,  a cura di Damiano Garofalo e Vanessa Roghi, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2015.

[5] I. Piazzoni, Storia delle televisioni in Italia. Dagli esordi alle web tv, cit., p. 72.

[6] F. Anania, Breve storia della radio e della televisione italiana, cit., p. 77.

[7] F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, cit., p. 317.

[8] Per una visione di insieme del rapporto tra consumi e mass media cfr. Stephen Gundle, Spettacolo e merce. Consumi, industria culturale e mass media, in Il secolo dei consumi, a cura di Stefano Cavazza e Emanuela Scarpellini, Roma, Carocci, 2006, pp. 190-192.

[9] Cfr. Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano. Cent’anni di entusiasmo, di paure, di speranza, Milano, Bur, 2000, pp. 370-376. Per una visione più generale dell’industria culturale italiana in questo periodo cfr. Fausto Colombo, La cultura sottile. Media e industria culturale in Italia dall’Ottocento agli anni novanta, Milano, Bompiani, 2009 [ prima ed. 1991], pp. 241-246 e David Forgacs, L’industrializzazione della cultura italiana (1880-2000), Bologna, Il Mulino, pp. 207-208.

[10] Cfr. E. Bernabei, L’uomo di fiducia. I retroscena del potere raccontati da un testimone rimasto dietro le quinte per cinquant’anni, Milano, Arnoldo Mondadori 1999.

[11] F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, cit., p. 353.

[12] Paolo Baldi, Il rotocalco elettronico. Dalla fabbrica dei sogni alla fiera delle curiosità, Roma, Rai-ERI, 1988, p. 22.

[13] Cfr. F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, cit., p. 336, Paolo Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Il Mulino, Bologna, 1996, p. 225. Per una storia politica della Rai cfr. Giulia Guazzaloca, La Rai e i partiti negli anni del monopolio pubblico (1954-1975), Firenze, Le Monnier, 2011.

[14] Per alcune sequenze di TV7 consultabili in Rete e per i riferimenti ai programmi citati si rimanda al sito delle Teche Rai http://www.teche.rai.it/programmi/tv7/.

[15] Bruno Barbicinti, Il nuovo settimanale televisivo, «Radiocorriere Tv», 40, 3, 13-19 gennaio 1963, p. 11.

[16] Cfr. Francesca Anania, Storia delle comunicazioni di massa, Torino, Utet, 2007, p. 89.

[17] Edoardo Novelli, La Turbopolitica. Sessant’anni di comunicazione politica in Italia 1945-2005, Milano, BUR, 2006, pp. 165-166.

[18]Cfr. Serena Facci, Paolo Soddu, Il Festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione, Roma, Carocci, 2011 e Leonardo Campus, Non solo canzonette. L’Italia della ricostruzione e del miracolo attraverso il Festival di Sanremo, Firenze, Le Monnier, 2014.

[19] Cfr. I. Piazzoni, Storia delle televisioni in Italia. Dagli esordi alle web tv, cit., p. 73.

[20] Per una quadro comparato delle trasmissioni televisive in Italia e in Francia in questo periodo cfr. Raffaello Ares Doro, La televisione in Francia e in Italia: politica, cultura e società 1958-1967, in Francia e Italia (1958-1967). Lingua, letteratura, cultura, a cura di Ugo Perolino, Lorella Martinelli, Alessandro Giacone, Marco Maffioletti, Lanciano, Carabba, 2016, pp. 145-171.

[21] A. Grasso, Storia della televisione italiana, cit., p. 112.

[22] Ugo Buzzolan, Attualità, inchieste e cinema i migliori programmi del ’63, «La Stampa», 31 dicembre1963, p. 5.

[23] Congedo di “Tv7” e di “Parade” e un film con Humphrey Bogart, «La Stampa», 6-7 luglio 1964, p. 7.

[24] U. Buzzolan, Il mio papà nel cosmo, «La Stampa», 6 aprile 1965, p. 4.

[25] Cfr. F. Anania, Breve storia della radio e della televisione italiana, cit., pp. 76-78.

[26] Le mondine venute dal Sud, «La Stampa», 22 giugno 1965, p. 4.

[27] Donne di emigranti in “Tv7” e amore senza casa: “Il tetto”, «La Stampa», 13-14 dicembre 1965, p. 9.

[28] Il terzo compleanno di “TV7” e il governo di Sancio Pancia, «La Stampa», 17-18 gennaio 1966, p. 7.

[29] U. Buzzolan, Le donne svizzere senza voto in un’inchiesta di “TV7”, «La Stampa», 19 aprile 1966, p. 4.

[30] “TV7” visita i mercati e s’incontra con Schlesinger, «La Stampa», 22 gennaio 1966, p. 6.

[31] U. Buzzolan, Una donna contro la mafia, «La Stampa», 10 novembre 1964, p. 4.

[32] U. Buzzolan, Polemico ritorno di “TV7” e un imberbe Montecristo, «La Stampa», 12-13 novembre 1966, p. 9.

[33] D. G., Primo: inchieste di “TV7”. Secondo: film d’avventura, «La Stampa», 24 gennaio 1967, p. 7. Per un quadro del rapporto tra abbigliamento e consumi cfr. Maria Canella, Dalla sartoria al pret-à-porter. Le origini del sistema moda in Italia, in I consumi della vita quotidiana,  a cura di Emanuela Scarpellini, Bologna, Il Mulino, 2013.

[34] M. A., “TV7”: la crisi del Medio Oriente. “Guendalina”: confronto con i beat, «La Stampa», 6 giugno 1967, p. 6.

[35] U. Buzzolan, Le università e la guerra del Vietnam nelle inchieste del Rotocalco “Tv7”, «La Stampa», 9 marzo 1968, p. 7.

[36] U. Buzzolan, Il congedo di “TV7”, «La Stampa», 17 agosto 1968, p. 7.

[37] F. Monteleone,  Storia della radio e della televisione in Italia, cit., p. 354.

[38] Gualtiero Peirce, Al di là del mezzobusto, «la Repubblica», 13 gennaio 1996.

[39] Guy Debord, La société du spectacle, Paris, Buchet/Chastel 1967 e Roger-Gérard Schwartzenberg, L’Etat spectacle, Paris, Flammarion 1977.

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    By: Raffaello A. Doro

    Il cambiamento del sistema mediatico francese all’inizio degli anni Ottanta, con la votazione della legge del luglio 1982 che sancisce la fine del monopolio statale sulle comunicazioni, non sarebbe stato possibile senza il composito e variegato movimento delle radio libere, attivo in Francia nel periodo tra il 1977 e il 1981. Thierry Lefebvre, storico dei media, del cinema e autore di numerosi contributi sull’argomento, nel volume La Bataille des radios libres, ricostruisce gli avvenimenti significativi che segnano la lunga fase di clandestinità delle radio libere francesi prima dell’avvento al potere di François Mitterrand nel maggio 1981. Il tema della libertà di antenna, strettamente correlato con il diritto alla libertà di espressione, poneva in primo piano la gestione dei media, già profondamente criticata durante gli avvenimenti del maggio ’68. Dopo l’elezione di Valéry Giscard d’Estaing nel 1974 il controllo del governo sui canali della radio televisione pubblica era stato rafforzato trasformando la questione del monopolio in un argomento rilevante nel dibattito dell’opinione pubblica.

    Attraverso un ampio uso di fonti orali, Lefebvre ripercorre con attenzione le origini del movimento delle radio libere in Francia. A partire dalla nascita della rivista Interférences nel 1974 vengono ricostruiti i primi effimeri tentativi di trasmissioni al di fuori del monopolio, sottolineando il carattere esemplare che assume il modello italiano per la situazione francese. In Italia una sentenza della Corte Costituzionale del luglio 1976 aveva posto di fatto fine alla gestione statale sulle comunicazioni audiovisive decretando in pochi anni una crescita senza precedenti del settore radiofonico e televisivo. Lefebvre ricorda inoltre la situazione specifica della Francia dove accanto alle radio del servizio pubblico esistono le radio cosiddette “periferiche” come RTL, Europe 1 e Radio Monte-Carlo. Queste emittenti, con gli studi situati in Francia e i trasmettitori posti al di fuori dei confini dell’Esagono, pur rispettando il monopolio, venivano tollerate poiché controllate in modo indiretto dallo Stato che deteneva delle quote di partecipazione nei bilanci delle singole emittenti.

    In questo quadro legislativo, a partire dal marzo 1977 diverse radio “libere”, “pirata” o “clandestine” sorgono in varie parti della Francia: militanti extraparlamentari, ecologisti, avvocati, giornalisti, sindacalisti, uomini politici o semplici appassionati di tecnica radiofonica e di musica si mobilitano per creare il proprio strumento di comunicazione.

    I risvolti politici della “bataille des radios libres”, sono ben evidenziati da Lefebvre quando si sofferma sul ruolo svolto da un gruppo di giovani avvocati, militanti del Partito Repubblicano del Presidente della Repubblica Giscard d’Estaing. Dopo aver subito una denuncia per l’attività della propria radio(Radio Fil Bleu a Montpellier), essi spostano la questione sul terreno giuridico richiamandosi alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e al principio della libertà di espressione, evidenziando le contraddizioni della legge davanti ad una situazione in cui l’uso della banda FM e i progressi tecnologici consentono di realizzare una radio con costi accessibili a tutti.

    Nonostante l’attivismo di molti animatori radiofonici, la repressione del governo che resta fedele al principio monopolistico, impedisce un ascolto stabile e duraturo e le trasmissioni si limitano ad appuntamenti settimanali e generalmente preregistrati per evitare il “brouillage”, il disturbo sistematico sul segnale emesso dai servizi di controllo di Télédiffusion de France nei confronti delle radio libere. La promulgazione della Legge Lecat, che dal giugno 1978 inasprisce le misure contro chi avrebbe trasmesso al di fuori del monopolio, segna secondo Lefebvre l’incapacità della governo liberale di Raymond Barre di rispondere ad un bisogno di comunicazione sollecitato da più parti della società francese. Il nuovo provvedimento stabiliva che chiunque avrebbe trasmesso al di fuori del monopolio rischiava dai 10000 a 100000 franchi di ammenda e da un mese ad un anno di prigione.

    Dalla fine del 1978 la storia delle radio libere si intreccia strettamente con le vicende più generali della società francese. Per contrastare il piano di licenziamenti proposto dal governo nel settore dell’industria siderurgica i sindacati CFDT e CGT creano le proprie radio di lotta nella regione della Lorena, fornendo un sostegno molto importante alla popolazione del bacino di Longwy che utilizza la radio per far sentire la propria voce in un momento di crisi.

    La partecipazione diretta dei sindacati alla battaglia per la fine del monopolio contribuisce a far evolvere le posizioni anche all’interno dei partiti politici. Le forze di destra, UDF e RPR, pur non essendo ideologicamente contrarie alla fine del monopolio statale sulle comunicazioni, mantengono una posizione di rigida chiusura, al punto che il primo ministro Raymond Barre nel settembre 1979 apostroferà le radio libere come il “germe potente dell’anarchia”. Lo spettro dell’“anarchie à l’italienne”, con la conseguente proliferazione di radio private cresciute in modo vertiginoso in questi anni, è agitato da Giscard d’Estaing e Barre anche come un rischio per i finanziamenti alla stampa regionale.

    Nell’ambito dei partiti della sinistra, PCF e PS, che rimangono legati all’idea di monopolio, si propone la creazione di radio locali municipali, gestite dagli eletti e dai rappresentanti delle collettività locali. Radio Lorraine Coeur d’Acier, la radio della CGT di Longwy, sembra rispondere a questa tipologia di emittente, ma riveste al tempo stesso un ruolo del tutto specifico per il movimento delle radio libere, considerata come un simbolo di resistenza della popolazione della Lorena davanti al rischio della perdita del posto di lavoro.
    La vicenda della trasmissione di Radio Riposte, la radio della Federazione di Parigi del Partito Socialista, avvenuta il 28 giugno 1979, rappresenta un avvenimento decisivo. Dalla ricostruzione di Lefebvre emerge come in seguito alla denuncia ricevuta da François Mitterrand per aver partecipato a questa trasmissione, il tema del monopolio e della libertà di antenna diventerà uno dei temi più caldi durante la campagna per le elezioni presidenziali del maggio 1981. Non è infatti un caso che uno delle 101 proposte del programma di governo del futuro Presidente della Repubblica prevede la fine del monopolio sulle comunicazioni e che uno dei primi provvedimenti attuati dal nuovo governo socialista nel 1981 sia la legge di tolleranza nei confronti delle radio libere ancora clandestine, completata poi dalle legge del luglio 1982 che sancisce definitivamente la fine del monopolio.
    Nel testo di Lefebvre sono evidenziate le posizioni contrastanti delle federazioni nazionali delle radio libere, in particolare l’ALO (Association pour la Libération des Ondes) e la FNRL (Fédération Nationale des Radios Libres) sullo statuto delle nuove radio rispetto al finanziamento e alla potenza dei trasmettitori. Se l’ALO è favorevole ad un ricorso limitato alla pubblicità, la FNRL si oppone ad ogni ipotesi di finanziamento pubblicitario così come all’aumento della potenza dei trasmettitori nel timore che in questo modo il settore si sarebbe aperto alle grandi imprese commerciali relegando in secondo piano la comunicazione sociale e locale. Tali divergenze mostrano già quali saranno i punti di maggiore divergenza nel momento in cui sarà definita la nuova legge che regolamenta il settore a partire dal 1981.

    La vicenda di clandestinità delle radio libere francesi tra il 1977 e il 1981, così come raccontata nell’opera di Thierry Lefebvre, permette di cogliere alcuni passaggi importanti e alcuni attori significativi della società francese che appaiono decisivi nella definizione successiva di un nuovo quadro legislativo per i mezzi di comunicazione di massa che durante il decennio Ottanta avrebbe cambiato in profondità il sistema mediatico francese. Dopo le opere scritte a ridosso di quegli anni, o dedicate al periodo successivo al 1981, il libro di Thierry Lefebvre, offre numerose piste di ricerca che permettono di cogliere la genesi del movimento delle radio libere in Francia, considerato dall’autore come una trasformazione dello spirito del “mai ’68”, mostrando la capacità della radio di permettere l’espressione di gruppi politici, minoranze, identità linguistiche locali, rivendicazioni territoriali, e più in generale tutte quelle voci che solitamente erano escluse dai grandi canali di comunicazione.
    L’opera di Thierry Lefebvre indaga con attenzione e cura questo periodo, che diventa di estrema utilità per comprendere le evoluzioni successive, radicali e irreversibili, che il paesaggio audiovisivo francese ha conosciuto a partire dal maggio 1981.

    Cfr. in particolare F. Cazenave, Les radios libres, Presses Universitaires de France, Paris 1980 e C. Collin, Ondes de choc. De l’usage de la radio en temps de lutte, L’Harmattan, Paris 1982.
    Cfr. A. Cojean, F. Eskenazi, FM. La folle histoire des radios libres, Grasset, Paris 1986.

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    Recensione: Arturo Marzano, Onde fasciste. La propaganda araba di Radio Bari (1934-43)
    Officina della Storia Indice n. 16/2016
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