Il Parlamento europeo eletto: l’azione di Spinelli e la nascita del Club del Coccodrillo

 

La ricostruzione dell’attività del Parlamento europeo e dell’avvio del Club del Coccodrillo qui presentata trae spunto, e si arricchisce, dalla “Nota informativa”[1] redatta con periodicità costante per la rivista “PiemontEuropa” da Sergio Pistone che, tra il 1979 e il 1984, giovane militante federalista, affiancò Spinelli partecipando a tutte le sedute plenarie del Parlamento europeo, e da “Crocodile: lettre aux membres du Parlement européen”[2], la Lettera ai parlamentari europei pubblicata tra il 1980 e il 1983 da Spinelli e da Felice Ippolito e diretta da Pier Virgilio Dastoli.

Alla fine degli anni Settanta, la realtà istituzionale della Comunità europea appariva povera e inadeguata ad affrontare problemi di dimensioni continentali quali sicurezza e difesa, libertà del commercio internazionale, rapporti Nord-Sud. Le iniziative erano prese di volta in volta da questo o quel Paese membro, convinto di esprimere l’atteggiamento comune di tutti, oppure attraverso accordi intergovernativi faticosamente raggiunti nell’ambito della cooperazione politica o monetaria. Anche nel campo economico la stagnazione era evidente: non solo la Comunità non era stata in grado di realizzare efficaci politiche comuni, ma aveva fatto passi indietro persino nel campo della liberalizzazione degli scambi. Si cominciava tuttavia a profilare nella concezione di politica economica e monetaria una sorta di “svolta culturale” che avrebbe determinato “un mutamento radicale dell’indirizzo prevalente in materia di tassi di cambio”[3] di molti Paesi europei, rafforzando la determinazione di correggere i meccanismi d’inflazione, rivedere le politiche anticicliche fin lì perseguite e procedere verso la creazione di meccanismi di stabilità monetaria.

Il 1979 rappresenta un anno di svolta. Il 1° gennaio entrava in vigore il Sistema monetario europeo (SME)[4] e, a partire dal 13 marzo di quell’anno, diventava operativa l’adozione degli Accordi europei di cambio. In giugno veniva per la prima volta eletto a suffragio universale il Parlamento europeo, anche se questa decisione non era affiancata da una parallela presa di posizione circa i poteri del Parlamento stesso e il miglioramento dei meccanismi del sistema decisionale comunitario, ben lontano dai principi fondamentali della democrazia rappresentativa. L’accordo monetario risultava tuttavia fondamentale sia per mettere fine alla fluttuazione selvaggia dei cambi e all’instabilità monetaria che pregiudicavano la buona riuscita del Mercato comune, sia per evitare la formazione di un’Europa a due velocità. La prospettiva dell’elezione diretta del Parlamento europeo, a sua volta, sembrava rendere politicamente attuabile uno sviluppo istituzionale in grado di realizzare e gestire l’unificazione monetaria, garantendo il rafforzamento dei meccanismi di solidarietà comunitaria necessari per permettere ai Paesi più deboli di abbandonare le manovre sui tassi di cambio come mezzo per ottenere competitività nei confronti dei Paesi più forti.

Il momento era dunque vivace e foriero di importanti cambiamenti sul piano europeo. Molte erano le speranze che si appuntavano sulle elezioni dirette del Parlamento europeo e sul ruolo che queste avrebbero avuto per lo sviluppo della Comunità.

Il Parlamento eletto dimostrava immediatamente una certa volontà di iniziativa politica, volta in particolare a rafforzare il proprio ruolo nei confronti del Consiglio dei ministri. Il banco di prova della nuova capacità d’azione del PE era rappresentato dal voto sul bilancio della Comunità, cioè l’unico ambito in cui il Parlamento poteva vantare un potere reale.  Durante il dibattito del 27 settembre e la successiva riunione straordinaria svoltasi a Strasburgo nel novembre del ’79, il Parlamento esaminava in prima lettura il progetto di bilancio predisposto dalla Commissione in giugno[5] e rivisto dal Consiglio dei ministri a settembre. Nell’ambito dei suoi limitati poteri, il Parlamento votava progetti di emendamento alle spese non obbligatorie e proposte di modifica delle spese obbligatorie, cercando di forzare il vincolo di spesa dettato dalle “risorse proprie” (dazi doganali, prelievi sui prodotti agricoli, aliquota sull’IVA degli Stati membri non superiore all’1%), anche in virtù del fatto che con il bilancio 1980 la Comunità avrebbe raggiunto il limite massimo di utilizzazione di tali spese[6]. Se la richiesta della Commissione per i bilanci (in particolare del suo presidente, il socialista olandese Pieter Dankert, e del vicepresidente Spinelli) di portare la quota IVA all’1,5% e quella dell’on. Diana d’introdurre una tassa dell’1% sulle materie grasse animali e vegetali non erano approvate per l’opposizione dei francesi e della SPD tedesca, era stata invece accettata la richiesta di spostare fondi dal Feoga-garanzia al FEOGA-orientamento e aumentare la tassa di corresponsabilità per il settore lattiero-caseario. Spinelli aveva deciso di ritirare proposte di emendamento più avanzate relative alla costituzione di una riserva globale per la politica energetica, per la politica industriale nel settore delle tecnologie avanzate e della riconversione industriale, stanziamenti per i paesi in via di sviluppo non associati, ma anche la proposta Ruffolo d’istituzione di un fondo per finanziare investimenti nel settore dell’energia, della ricerca scientifica, della politica industriale e di quella sociale era respinta. Veniva invece richiesto il ripristino dello stanziamento per il Fondo regionale, fissato dalla Commissione CEE a 1.200 milioni di UCE e ridotto in sede di Consiglio dei ministri a 850 milioni, e l’aumento del Fondo sociale di circa 200 milioni di UCE.

Va sottolineato al riguardo che, per facilitare la convergenza delle politiche economiche attraverso il sostegno alle aree più deboli e avviare politiche comuni, il Rapporto Mac Dougall[7] pubblicato nel 1977 aveva proposto di aumentare il gettito delle risorse comunitarie attraverso un aumento della spesa pubblica comunitaria al 2,5% del PIL dei Nove. Per la modifica del gettito occorreva tuttavia una decisione del Consiglio dei ministri, laddove invece tale prerogativa negli Stati nazionali spettava ai Parlamenti. Si trattava quindi di lottare per l’assegnazione di nuove prerogative politiche al Parlamento eletto a suffragio universale e quindi democraticamente legittimato a livello europeo.

Dopo un inutile tentativo di compromesso tra il Consiglio dei ministri e la Commissione Bilancio del Parlamento (il 12 dicembre, con una seduta fiume protrattasi sino alle 5 del mattino[8]), il 13 dicembre 1979 il PE respingeva in seconda lettura, con 288 voti favorevoli e 64 contrari, il bilancio preventivo comunitario per il 1980 emendato dal Consiglio dei ministri, cercando così di affermare il proprio potere di decisione sul bilancio.

Molte speranze si appuntavano sul semestre di presidenza italiano, aperto il 1° gennaio 1980 con un discorso programmatico del ministro degli Esteri Ruffini in cui si evidenziava l’esigenza di riconoscere al Parlamento un ruolo di “guida e di controllo”, anche con l’adozione di un bilancio che tenesse conto delle richieste del Parlamento stesso[9]. In realtà, il governo italiano non sarebbe riuscito a sfruttare il turno di presidenza per portare avanti iniziative coraggiose.

Nella sessione di aprile 1980, il PE approvava a larga maggioranza anche la risoluzione presentata da Jean Rey, a nome della Commissione politica, sui rapporti istituzionali tra Parlamento e Commissione. Il previsto diritto di censura del Parlamento sulla Commissione, a maggioranza di 2/3 non era mai stato esercitato né evocato. Dopo le elezioni dirette, tuttavia, il Parlamento, sottolineando in tal modo l’avvenuto cambiamento degli equilibri istituzionali della Comunità, affermava la necessità, proprio per evitare un dannoso ricorso alla mozione di censura, di procedere preventivamente a un dibattito sul programma della Commissione e a un voto di investitura da parte del Parlamento. La risoluzione invitava inoltre la Commissione a consultare periodicamente il Parlamento sulle modalità di realizzazione del proprio programma prima di sottoporre le proposte attuative al Consiglio. Si prefigurava così una trasformazione del funzionamento delle istituzioni comunitarie, con riferimento alla responsabilità dell’esecutivo nei confronti del Parlamento.

Dopo il fallimento del Vertice di Lussemburgo[10], che aveva accentuato lo stato di paralisi della Comunità, e la mancata presentazione da parte del Consiglio dei ministri del progetto di bilancio 1980, durante la sessione di maggio il PE approvava con 116 voti favorevoli, 31 voti contrari e 37 astensioni una risoluzione presentata da Dankert, in cui si ribadiva la volontà del Parlamento di esercitare i propri poteri di bilancio, affermando che, nel caso in cui il Consiglio non avesse provveduto a deliberare sulla politica agricola entro il 1° giugno, sarebbe valso a tutti gli effetti il progetto di bilancio presentato dalla Commissione. Durante la sessione di giugno, il compromesso raggiunto al Vertice di Venezia del 12-13 giugno 1980 sul problema del contributo britannico al bilancio comunitario veniva visto con soddisfazione dal Parlamento, che auspicava inoltre il riequilibrio fra le spese destinate alla politica agricola e quelle destinate alle politiche regionale, sociale, industriale, energetica[11].

L’esigenza dello sviluppo delle risorse finanziarie della Comunità appariva evidente. All’interno della Commissione per i bilanci, il gruppo di lavoro “Risorse proprie”, presieduto da Spinelli e composto dal gollista Ansquer, dal socialdemocratico tedesco Arndt, dal democristiano italiano Barbi, dal liberale olandese Nord e dal conservatore inglese Taylor, elaborava nel frattempo un progetto di risoluzione in cui, facendo esplicito riferimento al Rapporto Mc Dougall, si proponeva, a breve termine, il superamento del limite dell’1% dell’IVA e l’introduzione di un sistema di ponderazione dei versamenti IVA che tenesse conto degli squilibri economici fra gli Stati membri e, a medio termine, il trasferimento alla Comunità di una quota dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.

Tuttavia, nel corso delle sessioni del 26-27 giugno e del 7-11 luglio, il PE finiva con l’approvare un bilancio comunitario che recepiva solo in minima parte le obiezioni formulate dal Parlamento, aumentando in particolare il fondo regionale e quello sociale di 240 milioni di ECU, non concedendo stanziamenti per la politica della ricerca e dell’energia e non rivedendo la politica agricola comune.

Lo scontro fra il Parlamento e il Consiglio sull’ammontare e sulla qualità delle spese del bilancio per l’anno successivo e la sua conclusione frustrante per il Parlamento rendeva palese il ruolo quasi esclusivamente consultivo dell’assemblea e la necessità di riformare le istituzioni affinché la Comunità potesse affrontare con successo le nuove sfide interne e internazionali. Il problema si sarebbe peraltro subito ripresentato, dal momento che il progetto preliminare di bilancio per il 1981 presentato dalla Commissione il 9 luglio prevedeva tagli alle spese non obbligatorie per evitare di superare il limite dell’1% dell’IVA.

Da qui l’idea di Spinelli di lanciare un appello ai parlamentari europei per un’iniziativa costituente, di cui il federalista italiano parlava per la prima volta il 21 maggio 1980 in un importante intervento a Strasburgo, invitando i colleghi a riflettere sulla “necessità di cambiare questa nostra Comunità” paralizzata dalla mancanza “degli strumenti istituzionali adeguati che permettano ai sentimenti e alle aspirazioni comuni di diventare azione politica comune”[12]. Il 21 giugno, al termine della sessione del Parlamento, Spinelli scriveva:

l’esistenza dei problemi comuni è ammessa; la necessità di apportarvi delle risposte comuni è riconosciuta; la capacità di formulare queste risposte in una entità politica europea e un’entità amministrativa europea esiste, ma la procedura rende difficile se non impossibile l’elaborazione della concezione europea e la formazione del consenso europeo mentre tale procedura esalta le preparazioni nazionali e favorisce la formazione di consensi interni sui problemi[13].

Cominciava in quel momento l’azione di Spinelli per incitare il Parlamento ad assumere un ruolo costituente. Il 25 giugno, Spinelli inviava ai colleghi una lettera in cui proponeva una comune lotta per riformare le istituzioni comunitarie. Il 7 luglio veniva costituito ufficialmente a Strasburgo, al fine di avviare un’azione per l’elaborazione delle necessarie riforme istituzionali della Comunità, il “Club del Coccodrillo”[14], che prendeva il nome dal ristorante in cui era avvenuta la riunione costitutiva. Durante la sua prima riunione, il 17 settembre[15], il Club del Coccodrillo avviava il dibattito su una proposta di risoluzione in cui si chiedesse l’istituzione da parte del Parlamento europeo di una commissione costituzionale incaricata di elaborare un progetto di trattato concernente la riforma istituzionale della Comunità. L’impianto della bozza di risoluzione veniva studiato nel corso della riunione di ottobre e messo a punto da un gruppo di redazione formato, sotto la guida di Spinelli, dal socialista tedesco Seefeld, dal socialista belga Radoux, dal conservatore britannico Johnson, dal liberale olandese Nord, dal socialista britannico Balfe, dal socialista belga Lizin e dal democristiano italiano Gaiotti De Biase. Partendo dalla constatazione dei chiari limiti istituzionali che paralizzavano la Comunità e che impedivano di migliorarne l’efficacia, la risoluzione avocava al Parlamento eletto il “dovere” di “presentare, discutere e votare proposte di riforme istituzionali” da inviare “direttamente per ratifica agli organi costituzionali competenti in ogni Stato membro” e invitava la presidenza, in virtù dell’importanza politica di tale compito, a creare un gruppo di lavoro interpartitico incaricato dapprima di procedere alle necessarie consultazioni e alla presentazione delle diverse opzioni di riforma, poi di redigere, sulla base delle scelte fatte dal PE, il testo definitivo da adottare[16]. Spinelli era dunque riuscito a far inserire nella risoluzione da sottoporre al Parlamento non solo il fine da raggiungere, ma anche la strategia da adottare, che si fondava su due capisaldi: il passaggio immediato alla ratifica degli organi preposti a livello nazionale, con l’eliminazione quindi della fase di studio intergovernativa, e la convocazione di una Commissione costituzionale ad hoc incaricata di elaborare un progetto di riforma istituzionale. Le adesioni al testo della risoluzione erano immediatamente ampie[17].

In novembre, il PE approvava in prima lettura il bilancio per il 1981 – che sarebbe stato adottato in via definitiva durante la sessione di dicembre ‒ ma lanciava nel contempo un segnale importante di cambiamento alla Commissione entrante guidata da Gaston Thorn, accettando a larga maggioranza un emendamento con cui si sollecitava la nuova Commissione ad esercitare un controllo sull’evoluzione della spesa agricola e ad aumentare le risorse proprie[18]. Il 4 dicembre, la commissione bilancio approvava inoltre la relazione Spinelli sulle risorse proprie, di cui s’è detto.

Mentre proseguiva lo scontro istituzionale sul bilancio suppletivo del 1980, la risoluzione del Club del Coccodrillo veniva depositata, l’11 febbraio, nelle mani della Presidente del Parlamento, Simone Veil[19], da una delegazione guidata da Spinelli. Essa chiedeva la convocazione di una Commissione ad hoc “incaricata di presentare delle proposte sullo stato e sull’evoluzione della Comunità” [20]. Il suo inserimento all’ordine del giorno della successiva riunione dell’assemblea non era tuttavia scontato. Dietro consiglio del futuro vice presidente del PE, Guido Fanti, Spinelli partecipava di persona, il 10 marzo, alla riunione del bureau de présidence élargi in cui si stava fissando l’ordine del giorno della sessione di aprile del PE e in cui, fino a quel momento, la risoluzione del Club del Coccodrillo non era stata presa in considerazione. Otteneva dalla Presidente una mezza promessa di inserimento alla sessione di maggio, che il capogruppo dei liberal-democratici al PE e vicepresidente del Movimento Europeo, Martin Bangemann[21], gli consigliava di accettare[22].

Ottenuto questo successo, l’esistenza del Club del Coccodrillo venne messa in discussione: alcuni componenti pensavano che fosse giunto il momento di sciogliere il Club e lasciare al Parlamento la cura della risoluzione, mentre altri ritenevano che, lungi dall’aver esaurito la propria funzione, il Club dovesse affiancare nel suo arduo compito la commissione istituzionale una volta costituita. Fu quest’ultima la decisione presa[23].

A dispetto del successo ottenuto da Spinelli fra i parlamentari, le forze politiche potevano tuttavia dirsi tiepide sulla sostanza del suo progetto: i socialisti (soprattutto francesi e tedeschi) erano in larga parte indifferenti alla tematica istituzionale; tra i comunisti, soltanto gli italiani guardavano con un cauto favore all’iniziativa, al punto che questa sembrava destinata a dividere il gruppo a livello europeo; i popolari temevano di veder ridimensionato il ruolo della Commissione Affari politici presieduta dal democristiano Mariano Rumor e si opponevano alla costituzione della nuova commissione, richiesta dal Club del Coccodrillo anche al fine di superare le resistenze alle riforme istituzionali emerse nella prima. Spinelli ricorda al riguardo nei suoi diari una conversazione avuta con Petrilli e Gonella in aeroporto il 9 marzo: “Il primo è assai inferocito col suo partito che l’ha lasciato in asso nella sua battaglia per il Coccodrillo. Ma dice che insisterà. Il secondo mi dice che avrebbe voluto che i suoi firmassero, ma che lui comunque è per la disciplina di partito e non ha firmato perché il PPE ha deciso di non firmare. Quando gli chiedo perché sono arrivati a decidere di non firmare, mi risponde che la colpa è di Rumor che teme per la sua commissione politica”[24]. Convinto che l’iniziativa della riforma istituzionale spettasse al Parlamento europeo, Rumor sosteneva che i Parlamenti nazionali dovessero essere associati ai lavori, mentre il Club del Coccodrillo affermava la necessità di creare all’interno del PE una Commissione ad hoc per le riforme istituzionali in grado di avviare una consultazione sistematica non solo con il Parlamento europeo, ma anche con governi, parlamenti nazionali e forze politico-sociali della Comunità. Mentre tutti i gruppi politici lasciavano libertà ai loro membri di firmare la risoluzione del Coccodrillo, il PPE decideva di prendere una decisione comune, vincolando i suoi membri alla disciplina di partito. Si sviluppava così al suo interno un acceso dibattito tra coloro che volevano partecipare all’azione costituente e coloro che desideravano invece rinviarla, sfruttando nel contempo le opportunità offerte dai trattati. Prevaleva l’orientamento contrario alla firma, con l’invito ad affidare il tema delle riforme alla già operante Commissione politica, all’interno della quale sarebbe stata creata una sottocommissione istituzionale. Spinelli era invece convinto che solo una Commissione ad hoc, finalizzata a quest’unico scopo e non oberata da altre incombenze, potesse servire all’uopo. Per superare l’impasse che si era creata, i federalisti si mobilitavano con un’azione di pressione sui vertici democristiani, inviando telegrammi e lettere critiche ai singoli parlamentari democratico cristiani. A Brescia, affiggevano manifesti contro Mario Pedini che, sostenendo Rumor, stava lottando contro la Commissione istituzionale, mentre a Vicenza, tramite l’anziano segretario del locale Movimento federalista, Melen, organizzavano un incontro chiarificatore tra Rumor e il presidente del MFE, Mario Albertini. Spinelli, a sua volta, scriveva una “Lettera aperta ai colleghi del PPE” in cui, sottolineando come il progetto di risoluzione del Club del Coccodrillo nascesse da esigenze analoghe a quelle che avevano generato la risoluzione von Aerssen[25] e i problemi di procedura in essa sollevati e rimarcando l’urgenza dell’azione, affermava che l’iniziativa a favore delle riforme, per essere efficace, avrebbe dovuto, da un lato, ottenere l’approvazione di una larga maggioranza del PE (e quindi dei suoi principali Gruppi politici), dall’altro, chiedere l’approvazione del progetto agli organi competenti dei singoli Stati e servirsi di strumenti adeguati. La Commissione ad hoc, con l’unico mandato di preparare le proposte di riforma istituzionale, rispondeva a questa esigenza[26].

Nel marzo 1981, il PE aveva nel frattempo approvato, con la significativa eccezione di tutti i francesi, la risoluzione presentata da Spinelli nella sua veste di relatore sul bilancio 1982. Essa prevedeva la modifica dei regolamenti agricoli al fine di ridurre le spese destinate alle eccedenze strutturali attraverso il principio della corresponsabilità finanziaria dei produttori, la proposta di aumento della percentuale dell’IVA destinata alle spese comunitarie, l’iscrizione in bilancio delle operazioni di prestiti e mutui per l’anno corrente, la richiesta che l’inserimento di una spesa tra le obbligatorie fosse deciso attraverso una concertazione fra Consiglio, Commissione e Parlamento, l’auspicio di un rafforzamento del bilancio attraverso il trasferimento di spese pubbliche dal livello nazionale a quello comunitario. Nella successiva sessione di aprile, il PE, pur approvando una risoluzione di Spinelli sulle risorse proprie della Comunità[27], avrebbe tuttavia rinunciato alla battaglia per la riforma della politica agricola.

L’ufficio di presidenza del PE, riunito il 7 aprile, decideva di inserire la discussione sul progetto di risoluzione del Club del Coccodrillo all’ordine del giorno della seduta del 15-19 giugno. La discussione sarebbe slittata a luglio a causa del carico di lavori del Parlamento, ma l’esito dipendeva sostanzialmente dal sostegno all’iniziativa del Club del Coccodrillo da parte del PPE. All’interno di quest’ultimo, all’inizio di giugno, durante le giornate di studio di Aquisgrana, emergeva un orientamento che, pur non rinunciando alla politica gradualistica, in linea con una radicata tradizione a sostegno degli ideali europeisti e federalisti, auspicava l’adozione di un disegno più vasto e la redazione di un nuovo trattato. Si trattava della cosiddetta “duplice strategia”, che consisteva nel procedere parallelamente sulla via “costituente e federalista”, a favore di una riforma dei Trattati, e su quella “pragmatica e progressiva”, con lo scopo di migliorare attraverso piccoli passi concreti i rapporti tra i vari organi della CEE[28]. Il presidente del PPE Tindemans, annunciando il 9 giugno a Bruxelles un’iniziativa democristiana per “la rivitalizzazione della Comunità”, si limitava tuttavia a riproporre le tesi prudenti sostenute nel suo rapporto del 1975. Una soluzione di compromesso era ormai tuttavia possibile.

Il 9 luglio 1981, dopo un dibattito di due giorni, il Parlamento europeo approvava a larga maggioranza (161 voti a favore, 24 contrari, 12 astensioni)[29] una risoluzione che riprendeva le richieste del Club di Spinelli, assumendo l’iniziativa di dare “nuovo slancio alla creazione dell’Unione europea”, a partire dalla nomina, all’inizio della seconda metà della legislatura[30], di una “commissione permanente per i problemi istituzionali” con il compito di elaborare una modifica dei Trattati esistenti. Tale decisione era il frutto di un compromesso con il PPE, raggiunto con il voto su un emendamento presentato per i popolari da Jonker, van Aarsen, Klepsch, Vergeer, Zecchino, Blumenfeld. Il documento prevedeva che le proposte di riforma dovessero essere “inviate direttamente per ratifica ai competenti organi costituzionali in ciascuno Stato membro”[31]. Il Parlamento approvava inoltre, con alcuni emendamenti migliorativi, una proposta di Mario Zagari sulla sede del Parlamento, una risoluzione di Lady Elles su PE e cooperazione politica[32] e quattro risoluzioni proposte dalla sottocommissione istituzionale della Commissione politica, presieduta dal popolare francese André Diligent: la relazione del socialista tedesco Hänsch sui rapporti tra Parlamento e Commissione; quella del socialista belga Van Miert sul diritto d’iniziativa del PE nel processo di formazione della legislazione comunitaria; quella del popolare francese Diligent, sui rapporti fra PE e Parlamenti nazionali; quella dell’indipendente di sinistra italiano Baduel Glorioso, sui rapporti fra il Parlamento e il Comitato economico-sociale. L’approvazione simultanea della risoluzione del Coccodrillo, finalizzata a una revisione radicale dei trattati, e di queste relazioni, tese a ottenere avanzamenti significativi nel quadro giuridico esistente, componeva il dissidio tra Club del Coccodrillo e PPE, consentendo la realizzazione della “duplice strategia” e il sostegno da parte del PPE al progetto Spinelli.

Il Parlamento Europeo iniziava così il suo lungo e tortuoso cammino per l’elaborazione della riforma istituzionale della Comunità, assumendo quelle vesti di “costituente permanente dell’Europa” che Willy Brandt gli aveva assegnato in un famoso discorso del 1976[33]. Certo, come sottolineava Spinelli, si sarebbe trattato di una Costituente ad referendum, che avrebbe solo potuto proporre la ratifica del “Trattato-Costituzione dell’Unione europea”, ma il Parlamento avrebbe avuto il compito di redigere, dibattere, votare questo Trattato-Costituzione[34]. La strategia costituente avviata da Spinelli nei lontani anni Quaranta, quando aveva proposto di trasformare in Costituente l’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa, e poi rilanciata negli anni Cinquanta, quando si era battuto per dare un potere costituente all’Assemblea della CED, trovava in quel momento la sua più piena realizzazione. L’azione politica cominciava allora: “Alea iacta est – commentava Spinelli – e tutto resta ancora da fare”[35].

 

 

 

[1] La “Nota informativa sull’attività del Parlamento europeo 1979-1980-1981” è stata riprodotta in forma anastatica dalla Consulta europea del Consiglio regionale del Piemonte, Celid, Torino 2008.

[2] La ristampa anastatica della rivista “Crocodile – Lettera ai membri del Parlamento Europeo 1980-1983” è stata pubblicata a cura della Consulta europea del Consiglio regionale del Piemonte, Celid, Torino 2008, con una introduzione di Sergio Pistone. Sulla genesi e lo sviluppo della Lettera cfr. P.V. Dastoli, L’iniziativa del Coccodrillo. La storia della “Lettera” dal 1980 al 1995, in Le riviste e l’integrazione europea, a cura di D. Pasquinucci, D. Preda e L. Tosi, Cedam, Padova 2016, pp. 643-647. Della “Lettera”, pubblicata per la prima volta il 12 ottobre 1980 dapprima in francese e inglese e poi anche in tedesco, italiano, greco e olandese, usciranno in tutto 48 numeri. Le Lettere sono conservate negli Archivi Privati Spinelli e Dastoli presso gli Archivi Storici dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze.

[3] G. Magnifico, Lo Sme: un ventennio per traghettare l’Europa dal disordine valutario degli anni Settanta alla moneta unica, in “Il Ponte”, maggio 2009; Id., European Monetary Unification, Macmillan, London 1973.

[4] Cfr. P. Ludlow, The Making of the European Monetary System, Butterworth Scientific, London 1982; E. Mourlon Druol, A Europe made of Money: the Emergence of the European Monetary System, Cornell University Press, Ithaca and London 2012; The History of the European Monetary Union. Comparing Strategies amidst Prospects for Integration and National Resistance, a cura di D. Preda, P.I.E. Peter Lang, Bruxelles 2016, pp. 107-128.

[5] Il bilancio era stato presentato il 29 febbraio e corretto alla luce delle proposte del 30 aprile in materia agricola.

[6] Segreteria nazionale del MFE, Il voto del Parlamento europeo sul bilancio comunitario 1980, in “PiemontEuropa. Nota Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, n. 1, 1979.

[7] Report of the Study Group on the Role of Public Finance in European Integration, Commission of the European Communities, Brussels 1977.

[8] La seduta è ricordata in A. Spinelli, Diario europeo 1976-1986, a cura di E. Paolini, Il Mulino, Bologna 1992, pp. 393-395.

[9] Il voto del Parlamento europeo sull’intervento sovietico in Afghanistan, in “Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, n. 3, 23 gennaio 1980.

[10] Al Vertice di Lussemburgo, nell’aprile 1980, era stato affrontato il problema del riequilibrio del contributo britannico al bilancio comunitario (il deficit britannico era stato aggravato dalla scadenza del meccanismo di correzione concordato a Dublino nel 1975), che s’intrecciava con la necessità di un riesame dei prezzi agricoli. Sul fallimento del Vertice cfr. Dichiarazione del Presidente UEF sui risultati del Vertice di Lussemburgo del 27-28 aprile 1980, in M. Albertini, Tutti gli scritti, a cura di N. Mosconi, vol. VIII, 1979-1984, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 329-330.

[11] Sessione del 16-20 giugno 1980, in “Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, n. 9, 25 giugno 1980.

[12] Risultati del Consiglio Esteri del 27 e 28 aprile 1980, discorso di Spinelli al Parlamento europeo del 21 maggio 1980, in A. Spinelli, Discorsi al Parlamento Europeo 1976-1986, a cura di P.V. Dastoli, Il Mulino, Bologna 1987, pp. 209-213.

[13] P.V. Dastoli, L’iniziativa del Coccodrillo, cit., p. 644.

[14] Cfr. P.V. Dastoli, L’azione del Club del Coccodrillo, in I movimenti per l’unità europea 1970-1986, a cura di A. Landuyt e D. Preda, Il Mulino, Bologna 2000, tomo I, pp. 559-567.

[15] Avevano aderito al Club sino a quel momento gli onorevoli: Agnelli, Arndt, Balfe, Bangemann, Bonaccini, Brandt, Carettoni, Cassamagnago, Cecovini, Colla, Cohen, Dabin, Dankert, De Pasquale, Deschamps, Diana, Didò, Enright, Flesch, B. Friedrich, Gaiotti, Gautier, Hamilius, Hoper, van den Heuvel, Hoff, Habsburg, Ippolito, C. Jackson. Johnson, Key, Leonardi, Linde, Lizin, Luecker, Macciocchi, Notenboom, Nord, Patterson, Pelikan, Pfennig, Pisani, Price, Ripa di Meana, Radoux, Roudy, Ruffolo, Scrivener, Seefeld, Spaak, Squarcialupi, Tindemans, Van Miert, Viehoff, Visentini, Welsch, Walz, Wieczorek-Zeul, Wittgenstein, Von Wogau: “Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, 23 settembre 1980.

[16] La mozione è riportata integralmente in “Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, 25 novembre 1980.

[17] Tra i primi firmatari figuravano gli onorevoli Adam, Balfe, Bettiza, Carettoni-Romagnoli, Cecovini, Colla, Herklotz, Hoff, Ippolito, Johnson, Lezzi, Linde, Lizin, Nord, De Pasquale, Pelikan, Pfenning, Puletti, Radoux, Pininfarina, Ripa di Meana, Ruffolo, Schwenke, Seefeld, Seeler, Spaak, Spinelli, Vandwiele, Van Minnen. Cfr. “Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, 25 novembre 1980. I firmatari sarebbero in breve tempo saliti a 172, tra i quali tuttavia solo 14 democratici cristiani, comprendendo anche Willy Brandt. Cfr. “Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, 17 marzo 1981. Il numero dei firmatari sarebbe salito in aprile a 180.

[18] “Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, 10 novembre 1980.

[19] Un’Europa dal mito al voto: Louise Weiss, Simone Veil: discorsi, a cura del Senato della Repubblica, Roma 2017.

[20] La consegna della risoluzione Crocodile alla Presidente Simone Veil, in “Crocodile – Lettera ai membri del Parlamento Europeo”, n. 4, marzo 1981.

[21] A partire dal 30 aprile 1981, Bangemann avrebbe presieduto la Commissione istituzionale del ME che avrebbe contribuito ai lavori della futura Commissione istituzionale del Parlamento europeo, sia attraverso la redazione di un documento di lavoro sia attraverso la presentazione di specifici emendamenti al progetto preparato dalla Commissione.

[22] A. Spinelli, Diario europeo 1976-1986, cit., p. 596.

[23] Sulla riunione del Club del Coccodrillo dell’11 marzo cfr. la testimonianza di Spinelli, ibidem, pp. 597-598.

[24] Ibidem, p. 595.

[25] Il 27 settembre 1979 era stata presentata al Parlamento una proposta di risoluzione, firmata da Jochen van Aerssen, Egon Klepsch, Emilio Colombo e Leo Tindemans e da altri capigruppo del PPE, per “l’ampliamento delle basi giuridiche della Comunità europea”. Cfr. P. Fontaine, Viaggio nel cuore dell’Europa 1953-2009. Storia del Gruppo Democratico-Cristiano e del Partito Popolare Europeo al Parlamento Europeo, Racine, Bruxelles 2010, p. 187.

[26] A.S. [Altiero Spinelli], Cinque tesi per il PPE, in “Crocodile – Lettera ai membri del Parlamento Europeo”, n. 5, giugno 1981.

[27] La risoluzione, presentata da Spinelli a nome della Commissione per i bilanci, prevedeva l’abolizione del tetto dell’1% della quota IVA spettante alla Comunità; la partecipazione della Comunità all’imposta sul reddito delle persone fisiche; l’emissione di obbligazioni in ECU; l’introduzione di un meccanismo decisionale per la creazione di nuove risorse. In particolare, era prevista una revisione dell’art. 201 del Trattato, con l’attribuzione alla Commissione dell’iniziativa di modificare le risorse proprie e di attribuire nuove risorse alla Comunità, previo parere conforme del Consiglio a maggioranza qualificata e decisione finale del PE sempre a maggioranza qualificata.

[28] Cfr. P. Fontaine, Viaggio nel cuore dell’Europa 1953-2009, cit., pp. 187-188.

[29] Cfr. Il Parlamento europeo assume l’iniziativa della rifondazione istituzionale della Comunità, in “Nota informativa sull’attività del Parlamento Europeo”, n. 22, 14 luglio 1981.

[30] All’inizio della seconda metà della legislatura era previsto il rinnovo statutario di tutte le commissioni e quindi anche la creazione di nuove.

[31] La risoluzione è riportata in “Crocodile – Lettera ai membri del Parlamento Europeo”, n. 6, settembre 1981.

[32] La relazione Elles chiedeva al Consiglio europeo di esprimere con una sola voce il loro parere su tutte le questioni di politica estera fondamentali per la Comunità, sottolineando la necessità che tutti gli Stati membri partecipassero alle decisioni comuni, evitando la formazione di qualsiasi Direttorio. Il Parlamento aveva però contestualmente respinto due emendamenti dei democristiani tedeschi Blumenfeld e Lucker che chiedevano la definizione di una politica estera comune.

[33] Discorso di Brandt al Congresso dell’Europa organizzato dal Movimento europeo, Bruxelles, 5-7 febbraio 1976, in “L’Unità europea”, III (1976), n. 25, pp. 9-12.

[34] A. Spinelli, Il Club davanti al suo primo successo, in “Crocodile – Lettera ai membri del Parlamento Europeo”, n. 6, settembre 1981.

[35] Ibidem. Come è noto, il Parlamento europeo avrebbe eletto nel gennaio 1982 una Commissione permanente per gli Affari istituzionali, a cui sarebbe stato affidato l’incarico di elaborare una riforma istituzionale dei trattati in vigore.

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    By: Daniela Preda

    Daniela Preda è professore ordinario di Storia contemporanea e Jean Monnet Chair ad personam in “History and Politics of European Integration” presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Genova. Già presidente dell’Associazione universitaria di studi europei (AUSE-ECSA Italy). I suoi più importanti interessi di ricerca riguardano la storia della Comunità/Unione Europea, dei movimenti per l’unità europea e del federalismo europeo tra Otto e Novecento. Tra i numerosi volumi e saggi pubblicati: Storia di una speranza. La battaglia per la CED e la Federazione europea (Jaca Book, 1990); Sulla soglia dell’Unione. La vicenda della Comunità politica europea (1952-1954) (Jaca Book, 1994); Alcide De Gasperi federalista europeo (il Mulino, 2004); Per una biografia di Mario Albertini: la formazione, la scelta europea e l’autonomia federalista (Jean Monnet Interregional Centre of Excellence, University of Pavia, 2014).

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