La stampa cattolica e l’antisemitismo politico di fine Ottocento: “La Voce della Verità” e i moti antisemiti in Algeria del 1898

 

  1. Una vecchia arma per nuove battaglie: la stampa cattolica e l’antisemitismo nella seconda metà dell’Ottocento

Come è stato messo più volte in evidenza dalla storiografia sul tema[1], la fine del potere temporale del papa nel 1870 fu soltanto uno dei molti eventi traumatizzanti per la Chiesa di Roma nella seconda metà dell’Ottocento. Nell’arco di pochi anni, infatti, una serie di crisi politiche chiamarono direttamente in causa la Chiesa e la sua autorità, basti ricordare in questa sede le politiche bismarckiane contro il clero tedesco, concretizzatesi nel Kulturkampf; l’affermazione tanto effimera quanto sconvolgente di una realtà rivoluzionaria che faceva dell’anticlericalismo uno dei suoi punti di coesione ed azione come la Comune di Parigi; l’emanazione della “legge delle guarentigie” in Italia nel 1871; la rottura delle relazioni fra la Santa Sede e la Russia zarista; le difficoltà diplomatiche con Stati come la Svizzera o la stessa Austria. Questi attacchi alle prerogative tradizionali della Santa Sede in ambito politico causarono una chiusura sempre più rigida ed escludente da parte della dottrina cattolica rispetto a tutto ciò che veniva percepito come frutto della modernità. Allo stesso tempo, si compì una ridefinizione dei nemici che, agli occhi del Vaticano, tramavano oramai alla luce del sole per distruggere le fondamenta della società cristiana, almeno così come si era andata definendo nel corso dei secoli.

Insieme ai nuovi pericoli rappresentati da massoni e liberali, una posizione di rilievo in questo pantheon demoniaco continuava ad essere occupata dall’antico nemico ebraico[2], il quale, tuttavia, divenne oggetto di una progressiva “attualizzazione” che adeguò i vecchi stereotipi e le vecchie accuse di natura confessionale (essere considerati il popolo deicida, la calunnia del sangue, l’avidità e l’egoismo materialistico, la mancanza di radici, l’idea del complotto ebraico solo per citare i contro-miti più diffusi e radicati)[3] al nuovo contesto politico e sociale dell’Europa industrializzata di fine Ottocento. In questo modo, l’ebreo divenne nella coscienza di molti cattolici europei un fattore rivoluzionario di caos e disordine. Con la propria ricchezza improduttiva, rappresentava il motore economico di ingiustizie e sfruttamento. Occulto orchestratore dei destini nazionali ed internazionali, agiva nel solo interesse di una minoranza “altra” senza patria e, quindi, nemica di ogni Paese. Nell’ultimo trentennio dell’Ottocento si verificò così il compimento di un processo le cui radici affondavano già all’inizio del secolo ma che proprio dopo il 1870 giunse a piena maturazione: la definitiva laicizzazione della polemica antiebraica e la trasformazione del classico antisemitismo religioso in un nuovo antisemitismo politico[4], diffuso a livello continentale, di cui la Chiesa cattolica e, soprattutto, i nascenti movimenti politici confessionali intransigenti parevano detenere il monopolio[5].

Un ruolo centrale nella diffusione di questa nuova forma di virulento e pervasivo antisemitismo venne svolta in modo capillare su tutto il territorio nazionale dalla stampa cattolica. “La Civiltà Cattolica” fu soltanto il più diffuso ed influente di una serie di quotidiani e periodici che diedero ampio spazio in Italia alla polemica antisemita in anni in cui quell’ideologia era oramai assurta, soprattutto in Francia, Austria e Italia, a strumento di vera e propria propaganda politica[6]. Tra il 1880 e il 1899 è possibile individuare circa una quarantina di fogli[7] a carattere sia politico che propriamente satirico di matrice cattolica intransigente che utilizzavano il bersaglio ebraico come capro espiatorio per denunciare l’oramai compiuta deriva sociale e morale europea e come collante per una reazione di carattere etico e politico da mettere in atto attraverso una presa di coscienza collettiva del pericolo che si stava correndo.

È in questo snodo storico di estrema complessità a livello nazionale e continentale che proprio la stampa confessionale cattolica divenne una cartina di tornasole di estremo interesse ed utilità per cogliere in maniera immediata i risultati di questo processo al contempo sociale e politico. Per questo il caso della “Voce della Verità” e delle sue cronache algerine appare particolarmente rilevante.

“La Voce della Verità” è uno dei fogli che meglio testimonia della strada imboccata dalla stampa cattolica intransigente in Italia all’alba di quel “fatidico” 1870. Non a caso era nato nel 1871 per volontà del principe Filippo Lancellotti, di padre Carlo Maria Curci[8] e di monsignor Francesco Nardi (primo direttore del quotidiano)[9]. “La Voce della Verità” era un’emanazione diretta della Società primaria romana per gli interessi cattolici di cui divenne l’organo ufficiale, un’organizzazione presieduta da Mario Chigi e sorta all’alba della Breccia di Porta Pia per difendere gli interessi della Chiesa di Roma ed occuparsi di presiedere all’articolata rete associativa cattolica locale[10]. Successore del precedente “Il Buonsenso”, il quotidiano di Curci e Nardi ereditò parte dei collaboratori che erano stati all’origine di quella prima iniziativa editoriale durata l’arco di un solo anno[11]. Fieramente contrario a qualsiasi forma di cattolicesimo liberale e strenuo oppositore di ogni prospettiva conciliatorista, il giornale era diretto all’epoca da Lorenzo Bottini, il quale, pur non eguagliando la vis polemica del suo predecessore Giuseppe Sacchetti, esponente fra i più combattivi dell’intransigentismo cattolico in quegli anni, mantenne comunque una decisa linea antimoderna e antiliberale. Fino al 1904, anno della cessazione delle pubblicazioni, “La Voce della Verità” avrebbe così rivendicato il proprio ruolo di baluardo contro “il cosiddetto cattolicesimo liberale in tutte le sue forme” e gli “smaniosi del parlamentarismo e infatuati del modernismo”[12].

Date queste caratteristiche, il punto di vista del giornale fu contraddistinto da immediatezza di toni e chiarezza concettuale. Emergono pertanto chiaramente gli elementi qualificanti di un nuovo antisemitismo laico e le ripercussioni che la sua affermazione avrà sul generale atteggiamento dei cattolici in sede politica e religiosa.

I moti d’Algeria destarono all’epoca molto scalpore, anche se principalmente nella stampa d’Oltralpe. “La Voce della Verità” dedicò un’attenzione peculiare all’analisi degli eventi, non certo pedissequa, ma significativamente maggiore rispetto a quella degli altri giornali dello stesso orientamento cattolico, a conferma di come il tema dell’antisemitismo e le vicende politiche ad esso collegate (su tutti il caso Dreyfus, che proprio in quei mesi era al centro della cronaca e del dibattito europei[13] e che divenne catalizzatore di una vera e propria campagna di stampa avversa alle tesi in difesa dell’ufficiale ebreo proprio dai giornali cattolici, anche quelli più legati alla Santa Sede)[14] avessero un ruolo di primo piano nella sua linea editoriale. A tal fine, gli articoli che il quotidiano romano dedicò ai fatti algerini sono stati messi in risonanza con quelli pubblicati da due testate che si situavano su una linea di radicalismo forte ma meno virulento ed aggressivo come “L’Osservatore Romano” (dal 1870 unico portavoce del Vaticano durante lo Stato liberale, il quale, sotto la direzione di Gianbattista Casoni, si mosse su posizioni intransigenti[15] rifuggendo però dalla violenza di toni propria della “Voce della Verità”) e “L’Osservatore Cattolico” (giornale stampato a Milano e diretto da don Davide Albertario, sicuramente una delle punte di diamante del giornalismo intransigente cattolico italiano)[16].

Questi giornali e i molti altri che vennero dati alle stampe in quel decennio non solo a Roma e che divennero alfieri di un cattolicesimo radicale e aggressivo, costituirono il corpus massiccio anche se mutevole di una vera e propria piramide comunicativa del pensiero intransigente che aveva al suo vertice “L’Osservatore Romano” e “La Civiltà Cattolica”, organi ufficiosi della classe dirigente pontificia, si estendeva ai fogli delle varie associazioni cattoliche sparse sul territorio, per terminare, infine, con la larga base popolare dei giornali satirici più gretti e a larga diffusione. Nonostante le patenti differenze di tono e approfondimento, questo monolite cartaceo si muoveva in maniera coordinata e, per certi versi, funzionale alle esigenze del momento, coprendo le proprie colonne di argomenti, polemiche, riflessioni e proposte simili, sulla base di direttive implicite che orientavano impegno religioso e linea politica[17]. La capacità propagandistica di questi fogli appare, proprio per questo motivo, notevolmente superiore alla loro effettiva diffusione Come ha rilevato Annalisa Di Fant in uno studio importante dedicato a questo mondo (ma negli anni immediatamente successivi al 1870), pur non avendo a disposizione dati precisi sulle vendite, la popolarità di questi giornali finisce per risultare evidente dall’attenzione che il fisco riservava loro[18] e attraverso alcuni riferimenti apparsi sulla stampa cattolica dell’epoca, come nel caso de “L’Osservatore Cattolico” che nella rubrica Corrispondenza da Roma del 31 luglio 1871 così annotava: “Pur vivono. La Frusta si vende a 7000 esemplari, la Voce della Verità a 2000, l’Osservatore [Romano] almeno altrettanti”[19].

 

  1. Antisemitismo e politica nella Francia della Terza Repubblica: Max Régis e i fatti di Algeri

Quando, fra il 22 e il 24 gennaio 1898, veri e propri pogrom scoppiarono in tutte le città dell’Algeria, il clima in gran parte del territorio nazionale era già ampiamente surriscaldato e manifestazioni a carattere antisemita si erano sviluppate nei maggiori centri cittadini a partire dal 14 gennaio. Esse sarebbero proseguite fino a tutto febbraio di quello stesso anno.

L’eco politica dell’affaire Dreyfus e le polemiche suscitate negli ambienti reazionari e nazionalisti dalla forte presa di posizione dello scrittore Emile Zola con il suo J’accuse avevano acceso focolai di protesta e causato manifestazioni di dissenso violente in città come Parigi, Marsiglia, Lione, Nancy. I tumulti di Algeri, quindi, non furono un caso isolato ma, al contrario, si richiamarono ad un più ampio fenomeno di agitazione contro gli ebrei presente in maniera uniforme sul suolo francese[20]. Come i moti scoppiati in Francia, quelli di Algeri avevano un forte carattere piccolo-borghese. Le sommosse assunsero cioè le caratteristiche di una difesa delle classi medie contro lo strapotere delle attività economiche ebraiche (obiettivo delle proteste non fu solo la grande finanza, ma anche i ricchi commercianti ebrei e i loro bazaar). A conferma di ciò vi è sicuramente il dato che il corpo principale dei manifestanti era composto sia in Francia, sia in territorio algerino, da piccoli commercianti e artigiani[21].

Come ha fatto notare Zev Sternhell, tutte queste agitazioni non erano altro che “la messa in atto dell’ideologia antisemita proveniente da Toussenel e Proudhon”[22]. Soffiando sul fuoco di questo antisemitismo di matrice “nazionalsocialista” in parte legato alla precedente tradizione dell’antisemitismo religioso cristiano, emerse in breve tempo alla ribalta la figura del più importante antisemita dell’epoca non solo in Francia, il sindacalista Edouard Drumont[23]. In Algeria, simile antisemitismo a carattere principalmente economico (i tumulti consistettero soprattutto nell’assalto ai negozi dei commercianti ebrei) era aggravato da una situazione sociale e politica ancor più complessa e instabile di quella francese. Nel Dipartimento d’oltremare, infatti, insisteva una popolazione in cui si mescolavano, in maniera tutt’altro che armonica, coloni francesi, ebrei e musulmani, in continua competizione per il riconoscimento di diritti politici e affermazione sociale. Più precisamente, la comunità francese dei néos aveva utilizzato già da tempo l’antisemitismo come arma per erodere l’influenza politica ed economica degli ebrei (all’epoca spina dorsale della classe media locale) giocando anche sul profondo risentimento che covava nella componente più marginalizzata e debole delle tre, quella musulmana. In Algeria, quindi, l’antisemitismo veniva considerato uno strumento per il controllo e la gestione del potere a livello municipale al pari di quanto sarebbe accaduto anche in altre municipalità coloniali nel corso del Novecento[24]. Fattore rilevante nella definizione di questa contrapposizione triangolare e nell’emersione della polemica antisemita come collante sociale e politico capace di convogliare il consenso e l’adesione diffusa della popolazione algerina fu la naturalizzazione, con conseguente concessione del diritto di voto, degli ebrei algerini, attuata con il decreto Cremieux del 1870. Questo passaggio aveva notevolmente esacerbato gli animi non solo fra i coloni francesi “sempre in lotta per affermarsi, ma anche fra gli impoveriti musulmani”[25]. Probabilmente è per questa tensione sociale oltre che economica molto forte che l’agitazione antisemita in Algeria del 1898 pur richiamandosi alle manifestazioni francesi dello stesso periodo, inquadrate nella più grande questione dell’affaire Dreyfus e dei suoi sviluppi, ebbe caratteri ben più violenti, che portarono ad una vera e propria caccia all’ebreo.

A questo bisogna sicuramente aggiungere il fatto che l’Algeria a quell’epoca era il “feudo di Max Régis”[26]. Questo discepolo di Drumont riuscì a sfruttare abilmente la particolare situazione di quegli anni e, cavalcando l’antisemitismo montante in quel territorio, si mise a capo di un movimento di massa che si “concretizzò non soltanto in agitazioni locali, ma anche in un successo elettorale e in una vera e propria sfida lanciata ai poteri pubblici”[27]. La sua politica utilizzava come strumento principale l’antisemitismo, sia che partisse dalle

colonne del giornale da lui pubblicato, “L’Antijuif”, sia dalla sedia di primo cittadino del comune di Algeri (sarebbe stato eletto sindaco a 25 anni nel novembre del 1898 proprio a seguito del successo ottenuto come principale animatore dei moti antisemiti di inizio anno), e si manifestava come una vera e propria sfida contro le leggi, i tribunali e l’autorità della madrepatria. Una volta conquistata la municipalità di Algeri, infatti, il movimento antisemita iniziò subito una campagna volta ad instradare l’Algeria sul sentiero dell’autonomia politica ed amministrativa[28]. Questo giovane campione dell’antisemitismo e del radicalismo di destra sembrò addirittura, per un certo periodo, potersi ergere a capo del vasto movimento antisemita francese. Tuttavia la sua stella, così come rapidamente si era accesa, altrettanto rapidamente si spense all’inizio del nuovo secolo, e senza lasciare traccia. Pochi mesi dopo la sua nomina, il governo centrale dispose la sua rimozione dall’incarico, insieme a quella di altri sindaci antisemiti della regione, per paura dello scoppio di nuove sommosse antiebraiche, che avrebbero potuto condurre a più vaste agitazioni sul modello di quelle scoppiate nel 1871 nella comunità musulmana dopo il decreto Cremieux[29]. Allo stesso modo, la politica autonomista impostata dalla municipalità incrinò i legami fra il movimento antisemita nazionale e la sua appendice algerina, spingendo nel 1902 l’antisemitismo francese a mettere in disparte un oramai incontrollabile Régis[30].

Al di là di tutto, è indubbio che Régis[31] con il suo attivismo violento, con il suo antisemitismo senza barriere, nutrito dei più radicati stereotipi antisemiti rivitalizzati dal nuovo pensiero nazionalsocialista e dalla temperie del caso Dreyfus, abbia notevolmente influenzato la nascita e lo sviluppo delle violenze in Algeria del 1898 dando loro un carattere e degli sbocchi che probabilmente, in altri contesti e con altri animatori, sarebbero stati molto diversi.

 

  1. Tra vecchio e nuovo antisemitismo: “La Voce della Verità” e il racconto della violenza antiebraica in Algeria

Questo è il contesto nel quale “La Voce della Verità” iniziò a segnalarsi come un caso esemplare in Italia di una nuova forma di antisemitismo capace di fondere antichi pregiudizi tipici dell’antigiudaismo tradizionale ai nuovi fermenti dell’antisemitismo politico e razziale allora emergente. In maniera ben più violenta di quotidiani cattolici a maggior diffusione, “La Voce della Verità” prese a pretesto la querelle legata all’affaire Dreyfus e, nello specifico, proprio gli incidenti del gennaio 1898, per attaccare tutti quelli che considerava nemici della Chiesa di Roma. Le sue invettive non facevano alcuna distinzione fra ebrei, massoni, socialisti o altri presunti avversari visti come figli della modernizzazione. Nelle pagine del giornale tutte queste entità avverse apparivano fuse in un unico mostro demoniaco, con cui non si poteva scendere a patti ma che doveva essere attaccato e distrutto senza pietà. Queste posizioni radicali ed estremiste portarono i giornalisti della “Voce” a lanciare accuse contro l’incombente pericolo “ebraico-massonico-socialista” fondate sia sul nuovo bagaglio di pregiudizi a carattere laico, sia su tutta la grande tradizione antigiudaica che nel corso dei secoli la Chiesa cattolica aveva utilizzato per combattere l’ebraismo. Gli articoli pubblicati per raccontare gli incidenti algerini esemplificano mirabilmente questa linea editoriale e, in maniera più generale e immediata, l’utilizzo insieme politico e razziale di questo nuovo modello di antisemitismo che solo agli inizi del Novecento, dopo la sconfitta del fronte antifreyfusardo e la svolta generale data alla polemica antilaicista e alla propaganda antisemita dal pontificato di Pio X[32], vedrà attenuare notevolmente la propria capillarità e visibilità per espressa volontà della Curia romana, almeno nei fogli cattolici collegati più o meno direttamente alla Santa Sede.

Le prime notizie sui fatti d’Algeri apparvero nell’edizione de “La Voce della Verità” del 23-24 gennaio 1898, all’interno della rubrica “Telegrammi”, contenitore di brevi segnalazioni provenienti da tutto il mondo. Si trattava in questo caso di un vero e proprio flash d’agenzia che riportava informazioni sul verificarsi di dimostrazioni antisemite ad Algeri che avevano causato alcuni vetri rotti[33]. Al di là del tono sommesso e riduttivo con cui il racconto delle violenze iniziava sulle pagine del giornale (la rottura di qualche vetrina), è la presenza stessa di un primo, piccolo focus sugli eventi a destare il nostro interesse. La notizia, infatti, non risulta presente nell’edizione dello stesso giorno de “L’Osservatore Romano”, ma solo in quella successiva[34], e la cosa merita di essere sottolineata soprattutto perché le due testate utilizzavano per le notizie dall’estero le stesse fonti di agenzia, riportando molto frequentemente titoli e testi identici sui temi principali (come in questo caso). Senza voler forzare eccessivamente la lettura di questa scelta, sembra potersi individuare fin dall’inizio ne “La Voce della Verità” un interesse precipuo per i fenomeni a carattere antisemita e per le ripercussioni di questi nel dibattito politico dell’epoca. Ciò viene ampiamente confermato se si guarda allo sviluppo degli articoli successivi. L’attenzione al tema si definirà difatti nel corso dei giorni seguenti con la concessione ad esso di spazi sempre maggiori, in evidente contrasto con le scelte editoriali portate avanti dallo stesso organo della Santa Sede.

Il giorno successivo i contorni della vicenda iniziavano ad essere presentati in modo più preciso e dettagliato:

 

Algeri 23, manifestazioni con vetri rotti, le truppe occupano la città. La folla saccheggia vetrine di negozi israeliti, si contano dei morti fra i quali un uomo che aveva due figli e che è stato pugnalato. La cavalleria carica la folla che grida “Viva l’esercito!”. Vi sono anche due cristiani uccisi e gli antisemiti hanno giurato di vendicarli; gli ebrei sono chiusi in casa[35].

 

Nel resoconto del giornale intransigente romano, l’elemento informativo si gioca su pochi ma ben definiti elementi che indirizzano la lettura e l’interpretazione dei fatti. Il primo è il patriottismo della folla che viene caricata dalla cavalleria pur gridando “Viva l’esercito!”, a sottolineare la natura tutt’altro che eversiva e rivoluzionaria della manifestazione la quale, al contrario, sembra quasi, nelle parole dell’estensore del pezzo, assumere i contorni di una semplice rivendicazioni di diritti usurpati. Il secondo, è il riferimento ai morti nelle file dei manifestanti (i due cristiani uccisi e l’uomo con due figli, di cui non si specifica l’appartenenza confessionale) e non alle vittime appartenenti alla comunità ebraica. Gli ebrei sono chiamati in causa solo di sfuggita, in chiusura di pezzo, e con un accenno in cui possibile leggere sottotraccia un velato ma chiaramente intuibile rimando alla loro codardia e, soprattutto, alla loro presunta responsabilità, esemplificata dalle lapidarie parole “gli ebrei sono chiusi in casa”. Questa espressione si ricollega in maniera indiretta all’atto della fuga, dell’occultamento colpevole piuttosto che alla ricerca di un rifugio sicuro per sopravvivere.

L’immagine che prevale è quella di una patente responsabilità e di una giusta punizione, a cui si cerca di sfuggire vigliaccamente nascondendosi al buio delle mura domestiche. Di fondo, risalta il carattere generale degli incidenti, strettamente collegati a problemi di carattere economico e sociale. Anche in questo caso la scelta degli aggettivi e dei sostantivi ha un preciso significato simbolico: i manifestanti saccheggiano “negozi israeliti”, quasi che la religione del proprietario si trasfondesse nello stesso esercizio come un marchio d’infamia; il fatto che poi si menzionino negozi israeliti e non persone, ebrei in carne ed ossa, spersonalizza gli obiettivi delle violenze riducendo l’impatto emotivo della notizia, anzi, sottolineando ancora di più il preciso discrimine economico fra chi possiede (non dunque, negozi di ebrei ma direttamente “negozi israeliti”) e i manifestanti, che iniziano ad essere ritratti come vittime in quanto parte debole degli scontri anche e soprattutto per motivi economici (l’uomo ucciso di cui non si specifica la religione ma di cui si sottolinea la paternità di due figli, implicito riferimento al fatto che ora quei due bambini non avranno più chi può procurare loro di che vivere). La frase riferita agli antisemiti pare poi ricondurre esplicitamente la loro violenza a una giusta azione di vendetta per le uccisioni dei due cristiani. Nelle parole avviene così un chiaro ribaltamento delle responsabilità, che proprio nella chiusura del pezzo sugli ebrei che si nascondono trova il suo coronamento concettuale: sono loro ad essere colpevoli di quanto sta accadendo ad Algeri; è la loro violenza omicida che ha provocato la giusta reazione degli antisemiti; la loro fuga in casa è la dimostrazione più evidente della loro colpevolezza.

Non collegato alla polemica antisemita, ma alla polemica anti-laicista rivolta contro la Terza Repubblica francese, appare invece la sottolineatura critica con cui si denuncia l’azione dell’esercito durante la repressione dei moti. La violenza dei tutori dell’ordine, infatti, invece che rivolgersi contro i veri responsabili di quanto sta accadendo (indirettamente gli ebrei che si nascondono al sicuro in casa), trova sfogo sulla folla “incolpevole” che, anzi, accoglie le truppe e la loro repressione urlando “Viva l’esercito!”. Si tratta di un’immagine paradossale che accomuna la cavalleria e, quindi, il governo di Parigi che la comanda agli ebrei in una contrapposizione manichea ma di sicura presa emotiva, con la popolazione impotente e sfruttata che cerca solo di far valere i propri diritti e che subisce un secondo atto di profonda ingiustizia, questa volta dalle istituzioni che dovrebbero proteggerla.

Ad accompagnare questo resoconto vi è un altro articolo breve presente nella stessa edizione del quotidiano: “Algeri 24, continuano le manifestazioni e i saccheggi; un israelita ha pugnalato uno spagnolo e questo ha provocato la ripresa di scontri e saccheggi”[36]. Gli elementi qualificanti presenti nel primo pezzo trovano, così, un immediato riflesso in questa sorta di appendice informativa brevissima, con l’unico scopo di consolidare, all’interno di una lettura fin dall’inizio evidentemente propagandistica, l’immagine di una violenza antisemita giustificata, motivata da un comprensibile sentimento di rivalsa contro una minoranza descritta come estranea e, soprattutto, pericolosa nel suo agire subdolo e omicida. Il riferimento fortemente stereotipato alla proverbiale “pugnalata alla schiena” che di lì a qualche anno diverrà sinistramente più diffusa nell’Europa post Prima guerra mondiale collega in maniera immediata l’indole delle presunte vittime (in realtà carnefici) al loro modo di agire, rimandando l’immaginazione del lettore all’idea del tradimento, del colpo a sorpresa, spesso vigliaccamente inferto alle spalle, la quint’essenza insomma della “giudaica perfidia” presente nella liturgia cattolica sin dal Cinquecento[37]. Che questa annotazione abbia un preciso valore razzista lo confermano i parallelismi che la legano a uno dei topoi maggiormente sfruttati in ambito coloniale per descrivere l’indole ferina degli africani, dei neri selvaggi, che trovava riflesso nel loro modo scomposto e ingannatore di combattere, in aperto contrasto con le azioni degli europei colonizzatori, anche in battaglia improntate alla massima cavalleria e civiltà[38].

La linea editoriale militante e battagliera adottata da “La Voce della Verità” appare evidente anche nel confronto con le scelte informative del più istituzionale “L’Osservatore Romano”, il quale indicativamente riportava la notizia di 150 arresti ad Algeri[39]. Una notazione, questa, che dava conto, in modo quasi scontato, delle responsabilità evidenti dei manifestanti. Tuttavia essa era, invece, completamente rimossa da “La Voce della Verità”.

Il 26 gennaio il racconto abbastanza scarno degli eventi sul foglio romano continuava, ma sempre volto a far risaltare le presunte azioni delittuose della comunità ebraica algerina piuttosto che la violenza perpetrata dai dimostranti antisemiti[40]. Nei giorni seguenti, tuttavia, il livello della polemica antisemita del giornale divenne ancor più alto e si fece sempre più palese la linea interpretativa del giornale rispetto ai fatti. Il 28 gennaio in prima pagina (fino ad ora i resoconti delle vicende avevano trovato spazio in terza pagina, spesso in piccoli riquadri ai margini o nella rubrica “Telegrammi”) sotto il titolo Gli ebrei in Algeri il quotidiano si schierò apertamente a favore dei manifestanti antisemiti[41] e lo fece trovando una sponda funzionale nei due principali quotidiani antisemiti francesi dell’epoca:

 

La agitazione contro gli ebrei in Algeri pare cosa seria; le notizie giunte a Parigi sono contraddittorie e vanno da un estremo all’altro: Jaurés mostra dispacci che descrivono Algeri in fiamme e centinaia di ebrei sgozzati, ma questa è sicuramente un’altra esagerazione, e probabilmente non costituisce d’altronde che una fra le tante “esorbitanze” giudaiche? È noto dai telegrammi che gli ebrei usano coltelli e doppiette, ed è stata l’uccisione da parte loro del muratore Cayrol a rinfocolare ancor di più la situazione.

 

Già da questo primo passo dell’articolo risulta evidente il punto di vista scelto e la linea fortemente polemica adottata per interpretare i fatti: le violenze contro gli ebrei sono state ingigantite dalla stampa; la realtà è ben diversa e vede le presunte vittime essere la vera minaccia all’incolumità pubblica a causa dell’uso di coltelli e fucili, a dimostrarlo la morte del muratore Cayrol, a tutti gli effetti martire per mano ebraica di una società onesta, operosa e, soprattutto, sfruttata. La scelta della vittima e la precisione con cui viene menzionata la sua attività professionale sono figlie di una precisa retorica comunicativa ed evidente è l’uso apertamente demagogico che viene fatto della presunta uccisione del muratore: torna in questo caso con forza fra le righe lo stereotipo del ricco ebreo contrapposto alla povera gente, che assurge ancora una volta a vero e proprio nemico delle classi lavoratrici.

In questo, come nel resoconto del giorno precedente, è possibile rinvenire traccia evidente di una narrazione pubblica che accomunò i giornali antisemiti italiani e francesi e che trovava riflesso nelle giustificazioni ufficiali addotte dallo stesso Régis. Lo conferma il testo del discorso da quest’ultimo tenuto a Parigi in occasione di un incontro della Lega antisemitica francese nel febbraio dello stesso anno:

 

Gli ebrei violentano le nostre donne, uccidono i nostri figli! Come è possibile non ribellarsi? All’inizio abbiamo manifestato il nostro scontento nelle strade di Algeri gridando “A morte gli ebrei!” […] la polizia è intervenuta e un giovane, che era stato arrestato e stava per essere condotto alla stazione di polizia, è stato pugnalato vigliaccamente da un ebreo alla schiena. L’indignazione crebbe fino allo scoppio della rivolta: in un istante ci trovammo tutti in strada, pistole, fucili e bastoni in mano[42].

 

L’articolo de “La Voce della Verità”, del resto, proseguiva chiamando direttamente in causa due fra i principali giornali antidreyfusardi e antisemiti francesi, “La Croix” e “L’Intransigeant”, i quali venivano citati dal quotidiano romano a sostegno della sua linea e delle sue informazioni:

 

La Croix è informata che parecchie centinaia di ebrei armati di randelli, pugnali e pistole girano per la città rompendo le vetrine dei negozianti cristiani. Che temerarietà! Gli arabi partecipano inveleniti agli sfoghi di collera antisemiti attaccando le villeggiature possedute dai ricchi ebrei fuori città. Rochefort scrive su l’Intransigeant: “Se i coloni francesi hanno sofferto la rapacità ebraica con grandi sofferenze, gli arabi ne sono letteralmente dissanguati. Nel 1871 ad Abron sceicchi e marabutti mi dissero che la rivolta di qualche anno prima era dovuta alla voracità e alla usura ebraica. Può darsi che i disordini presenti seguino [sic] il principio di un giudeicidio generale laggiù, cosicché gli israeliti del sindacato, per salvare il loro Dreyfus avrebbero giocato la pelle dei loro correligionari in Algeria. Che pensare poi degli ebrei che fuori dalla Francia soffiano (come La Tribuna) nel fuoco delle civiche discordie?”.

 

Il pezzo terminava con un attacco a Émile Zola, al centro delle invettive degli antidreyfusardi per la pubblicazione del J’accuse, il quale veniva apostrofato come un falso eroe, in opposizione a quanto stava facendo invece negli stessi giorni “La Tribuna”.

L’analisi di questa parte dell’articolo permette di mettere ancor meglio a fuoco la linea d’attacco fatta propria da “La voce della Verità”. Come viene reso palese dai riferimenti nel testo, essa attinge abbondantemente all’antisemitismo laico d’Oltralpe. Seguendo le orme dei ben più diffusi giornali francesi, l’aggressione agli ebrei si sviluppa sulle direttrici di una precisa denuncia di carattere economico e sociale più che religioso. Il riferimento diretto alla “rapacità ebraica” sofferta dai coloni francesi ma, soprattutto, dagli arabi (che ne sarebbero stati “letteralmente dissanguati”) giustifica la reazione della popolazione scontenta e sfruttata dai presunti soprusi ebraici. Merita di essere evidenziato, tuttavia, come in questo resoconto il focus si sposti in maniera evidente dagli antisemiti francesi a quelli musulmani, quasi a voler allontanare gran parte delle responsabilità per i disordini dai coloni, ma anche a voler sottolineare ancor di più la natura economica delle manifestazioni, animate proprio dalla componente più povera e diseredata della popolazione. Ecco così che il collegamento che si compie de facto fra “la voracità e l’usura” ebraiche in Algeria, già causa della rivolta del 1871 della comunità musulmana, e quanto sta accadendo in Francia con l’affaire Dreyfus diviene la chiave per leggere le difficoltà sociali e politiche del paese come il frutto di un disegno generale ebraico che non esita a gettare i suoi figli d’Algeria nelle fauci di un “giudeicidio generale” (autodiretto, a questo punto) pur di avere una carta da giocare sul territorio nazionale. La congiura ebraica diviene così nelle pagine della “Voce” tutt’uno con le mire antinazionali di quanti, dietro la bandiera dell’uguaglianza e della difesa degli ebrei, cercano soltanto di guadagnare consenso e potere per i loro loschi interessi di parte. I rimandi al leader socialista Jean Jaurès, all’epoca principale sostenitore di Dreyfus in parlamento, definito come un megafono per “esorbitanze giudaiche”, e poi al giornale italiano “La Tribuna” (all’epoca forse l’unico quotidiano italiano a grande tiratura a sposare la causa del capitano sotto accusa) – aggiunto appositamente dall’estensore del pezzo fra parentesi all’interno della denuncia di Henri Rochefort verso quegli ebrei che, fuori dalla Francia, soffiano sul “fuoco delle civiche discordie” – si inseriscono nella definizione di una teoria del complotto che fonde in maniera funzionale la diversità razziale con la pericolosità sociale e politica di una internazionale ebraica degli affari, con stretti rapporti d’interesse con le forze di sinistra o, comunque, filosemite, oramai implicitamente chiamata in causa. L’iniziale ribaltamento dei fatti, con ebrei armati di “randelli, pugnali e pistole” che infestano le strade della città attaccando e distruggendo le attività commerciali dei cristiani, appare in questa maniera per quello che realmente è: la più immediata, e per certi versi banale, accusa utile ad introdurre una questione ben più complessa e sicuramente importante, quella che sottotraccia si appella ad una presa di coscienza collettiva (in Francia come in Italia) per combattere tutti i nemici della nazione, siano essi socialisti, massoni, liberali, ebrei.

L’esclamazione “che temerarietà!” apposta a icastico commento per le presunte violenze messe in atto dagli ebrei algerini, suggella la radicalità di questo atteggiamento discriminatorio: mentre per questi ultimi, per la loro posizione e le loro colpe, non è neanche ipotizzabile una reazione, anche solo difensiva, per un cristiano o, al limite, per un musulmano sarebbero invece comprensibili e, addirittura, giustificabili simili atti di violenza. Non è un caso, infine, che anche geograficamente venga sancita l’alterità degli ebrei rispetto agli altri cittadini quando si evidenzia come gli arabi attacchino “le villeggiature dei ricchi ebrei fuori città”.

Nelle poche righe dell’articolo, molte delle quali mutuate dai pezzi di ben più illustri giornali antisemiti dell’epoca, si compiva così in fieri la fusione fra vecchio stereotipo antigiudaico (l’avidità, l’usura, l’inganno, la subordinazione religiosa ancor prima che razziale, la separazione dalla comunità e la mancanza di vere radici) e nuovo antisemitismo laico (lo sfruttamento economico, l’essere fattore di instabilità sociale, fautori di caos nel contesto ordinato dei rapporti sociali e razziali tradizionali, la volontà rivoluzionaria e anticristiana). Prende così piede a livello continentale, accomunando in un’articolata e pervasiva campagna propagandistica di stampo antisemita movimenti politici e giornali tutti appartenenti all’area dell’intransigentismo cattolico, un atteggiamento al contempo confessionale e politico, che utilizzava l’antisemitismo per combattere l’anticlericalismo e, più in generale, la modernità e le nuove istanze ideali emerse nel corso dell’Ottocento.

Non possono sfuggire, infine, le punte di estrema violenza verbale toccate dall’estensore del pezzo il quale, pur attraverso le parole del fondatore del giornale francese “L’Intransigeant”, Henri Rochefort[43], arrivava a preconizzare un “giudeicidio generale” degli ebrei d’Algeria. Un sintomo quantomeno indicativo di un processo di radicalizzazione dell’antisemitismo le cui conseguenze più profonde e drammatiche si cominceranno a rinvenire a seguito dell’incontro con l’esperienza di guerra durante il primo conflitto mondiale e il passaggio della pratica della violenza dai campi di battaglia alla vita di tutti i giorni[44].

A margine di questa radicale presa di posizione, “La Voce della Verità” pubblicò, sempre nello stesso giorno, anche la notizia breve di un fatto di cronaca accaduto ad Algeri il 27 gennaio: lo scoppio di un incendio nella villa fuori città di un ebreo. La cronaca era stringata, e in ultima pagina. Tuttavia, rafforzava nel lettore, se mai ve ne fosse stato bisogno, lo stereotipo dell’ebreo ricco che vive agiatamente lontano dalle sofferenze della gente comune attraverso un processo associativo fortemente tipizzante e discriminatorio non nuovo al giornale e agli altri impegnati, in Italia e all’estero, nella battaglia contro l’ebraismo[45].

Molto utile risulta, ancora una volta, il confronto con “L’Osservatore Romano”. In quegli stessi giorni, infatti, l’organo di stampa vicino al Vaticano non prese mai posizioni così nette sui fatti, tantomeno in prima pagina, evidenziando in tal modo un atteggiamento molto più controllato, spesso semplicemente cronachistico, e comunque più in linea con quello tenuto almeno formalmente dalla Santa Sede in quei frangenti[46].

Il 30 gennaio i commenti in prima pagina de “La Voce della Verità” proseguirono, mantenendo sempre un tono deciso e polemico[47]:

 

Un giornale Parigino […] dice che il Gran Rabbino di Francia Zadoc-Kahn si accinge a formulare protesta solenne contro i fatti d’Algeria e contro la propaganda antisemita che ne sarebbe la causa. Questa esortazione non ha però visto luce, quindi manifestazione pacifica no ma recriminazione sì, cosa questa che porge indizio di un carattere abbastanza comune fra i ministri del culto israelitico in Francia.

 

Dall’incipit è possibile riscontrare la persistenza fra le righe di uno stereotipo già presente in edizioni precedenti: quello degli ebrei che recriminano sulla loro situazione senza far nulla per cambiarla, anzi, capaci attraverso queste lamentazioni di occultare una realtà dei fatti opposta, di privilegi e sfruttamento. L’articolo proseguiva citando, come nel precedente, opinioni e notizie da altri giornali radicali francesi che facevano dell’antisemitismo militante uno dei loro temi portanti:

 

La Libre Parole afferma che il furore antisemitico degli arabi seppur motivato da tristi storie di vampirismo e oppressione non ha fatto piacere alla parte migliore degli antisemiti di Francia, che desiderano al pari di altri la loro fine. Il Comitato Repubblicano delle Nazionalità presieduto da Thiebaud ha indirizzato al comitato antisemita di Algeri il seguente dispaccio: Il Comitato di Parigi ringraziandovi della ferma resistenza opposta alle masse antifrancesi nelle comunità algerine affigliate al sindacato Dreyfus, mi incarica pure di pregarvi a non ostacolare anzi a proteggere le cerimonie del culto israelitico del sabato affinché si smentiscano coloro che tentano di tramutare in una “stupida guerra di religione” un movimento di patriottica resistenza agli agenti anglo-tedeschi di cui il sindacato Dreyfus è lo strumento.

 

Nel brano c’è innanzitutto il richiamo all’ordine quale cifra distintiva di un movimento che, dopo i disordini, vuole qualificarsi come baluardo della legge. C’è poi, in linea con le osservazioni dei giorni precedenti sulle violenze principalmente musulmane agli ebrei, il tentativo di affrancare il movimento antisemita francese da qualsiasi colpa per eventuali eccessi. Appare evidente, inoltre, un altro aspetto molto interessante della polemica antisemita di fine secolo: come traspare dalle affermazioni de “La Libre Parole” e dal testo del Comitato Repubblicano delle Nazionalità, la lotta agli ebrei non era più intesa come un semplice conflitto confessionale, una “stupida guerra di religione”, ma come qualcosa di ben più complesso. Nelle parole del giornale francese si era in presenza di un “movimento patriottico” che vedeva gli ebrei come una quinta colonna all’interno della nazione francese, uno strumento nelle mani di “agenti anglo-tedeschi”. Questo dato testimonia come fosse oramai ampiamente attecchito un antisemitismo a carattere laico, fondato sulla percezione dell’ebreo come un’entità estranea, inassimilabile e per questo pericolosa. La fusione oramai avvenuta tra antisemitismo laico e antisemitismo religioso, viene sancita in maniera ancor più chiara dal riferimento al “vampirismo” che avrebbe caratterizzato l’agire degli ebrei in Algeria nel corso degli anni a danno della comunità musulmana (oramai additata come principale responsabile dei tumulti di gennaio). Si compie, cioè, una sintesi implicita ma, allo stesso tempo, chiarissima fra lo stereotipo antigiudaico radicato (la famigerata calunnia del sangue, cioè l’accusa mossa agli ebrei di sacrifici rituali di innocenti vittime cristiane)[48] e il nuovo preconcetto laico collegato allo sfruttamento economico e alla finanza improduttiva (quindi morta e che si nutre delle energie vive della piccola economia locale). Nella stessa direzione andava l’ultimo stralcio di questo articolo che richiamava un nuovo pezzo estratto dal giornale satirico francese “La Lanterne”, fondato anch’esso, come “L’Intransigeant”, da Rochefort. Quest’ultimo era basato sulla denuncia della rapacità economica della comunità ebraica:

 

In Algeria dove ci sono moltissimi ebrei, esiste una questione semita; gli ebrei di colà promossi d’improvviso alla dignità di elettori nel 1871 (mentre la maggior parte della popolazione non fruiva di questo vantaggio) sono giunti a formare una casta privilegiata. Grazie alla complicità dei deputati opportunisti di cui tengono il mandato fra le proprie mani essi hanno potuto raccogliere il monopolio di tutti gli affari della regione. Sotto un tale regime l’Algeria è diventata la terra promessa dello sfruttamento e dell’usura.

 

Dopo queste durissime prese di posizione, coincidenti con la fase più accesa dei tumulti e della polemica antisemita in terra di Francia, l’attenzione ai fatti algerini su “La Voce della Verità” tese ad affievolirsi in concomitanza con il venir meno degli scontri e con il ripristino dell’ordine nella città di Algeri. Nonostante ciò, non mancarono riferimenti critici e “colpi bassi” che il giornale continuò a riservare agli ebrei anche nelle settimane successive. Esemplare al riguardo un articolo pubblicato all’inizio di marzo[49], il quale titolava in maniera solenne e vistosa La condanna degli ebrei d’Algeria salvo poi, immediatamente dopo, puntualizzare nel sottotitolo a caratteri molto più piccoli, a Montpellier. Nell’articolo si riportava la notizia della condanna di sei ebrei, di cui si richiamava la presunta origine algerina, che avevano assalito (per il giornale senza motivo e per puro spirito di vendetta) un gruppo di ciclisti nella città francese, notizia questa fra l’altro non presente in nessuno degli altri due giornali, “L’Osservatore Romano” e “L’Osservatore Cattolico”. Che questi ebrei fossero in qualche modo collegati a quanto era accaduto ad Algeri è, ovviamente, una pura congettura dell’articolista come probabilmente anche l’appartenenza religiosa dei presunti aggressori. Nel testo, infatti, non si portavano prove che confermassero le informazioni date nel titolo. Chiaro appare, così, il nesso costruito sul riferimento diretto a una sentenza di condanna contro “ebrei di Algeria”, che induceva nel lettore un collegamento diretto con le violenze accadute circa un mese prima, come se fosse stata sancita ufficialmente, dai tribunali nazionali, la colpevolezza di quelli che, in realtà, erano stati le vittime in quei giorni drammatici.

La cronaca dei fatti algerini riprese circa due mesi dopo le violenze, alla fine di marzo[50].

“La Voce” riferì dei disordini scoppiati ad Algeri a seguito dell’arresto di Max Régis. “L’Osservatore Romano” riportò la notizia sottolineando come egli fosse “compromesso dai disordini dello scorso gennaio”[51]. Nei giorni a seguire, sempre nella parte dedicata ai telegrammi dall’estero, quindi in uno spazio molto più contenuto e meno evidente, continuarono sulla “Voce” i brevi aggiornamenti sulle manifestazioni di protesta[52] ma anche sulle interpellanze fatte in parlamento sempre in relazione all’arresto di Régis[53]. Il 7 aprile la notizia della candidatura di Eduard Drumont in Algeria, evidentemente collegata al clima di quei mesi e al rapporto stretto fra il movimento antisemita francese e il contesto favorevole del dipartimento algerino, fece emergere l’ennesima differenza di posizione fra “La Voce della Verità” e “L’Osservatore Romano”.

Se infatti la prima[54] presentava la candidatura antisemita di Drumont sottolineandone l’ottima accoglienza ricevuta presso la popolazione di Algeri, l’altro, al contrario, non poteva fare a meno di sottolineare il carattere “non tanto cattolico come ci si poteva aspettare” del suo programma[55].

L’affermazione di Drumont alle elezioni (accolta con non troppo celata soddisfazione) e la liberazione di Max Régis dal carcere vennero trattati in maniera succinta ma indicativa dalla “Voce della Verità” nei mesi di maggio e giugno. A proposito della liberazione di Régis, merita di essere segnalato come “L’Osservatore Romano” il 17 giugno abbandonò in parte il tono severo ma abbastanza pacato dei precedenti articoli per sottolineare “la festa e la gioia” che la liberazione di Max (chiamato per nome all’interno dell’articolo) aveva suscitato fra la gente in strada “nella città tutta imbandierata”[56].

Le pubblicazioni estive de “La Voce della Verità” ignorarono quasi completamente la questione algerina, concentrandosi nuovamente solo sul caso Dreyfus e sulle sue ripercussioni politiche. L’argomento ritornò, però, al centro dell’attenzione del quotidiano alcuni mesi dopo, il 15 novembre, quando nella rubrica “Telegrammi” (d’ora in poi le informazioni sui fatti algerini troveranno spazio solo in questa rubrica, di volta in volta accompagnate da un titolo diverso), comparve la notizia breve Trionfo degli antisemiti in Algeria a rammentare al lettore come “la lista antisemita di Max Régis” avesse “completamente trionfato” all’elezione dei consiglieri municipali[57]. Qualche giorno dopo, il 22 novembre, il giornale sottolineava come Régis fosse stato nominato sindaco quasi all’unanimità (36 voti su 37)[58]. La gloria del giovane politico, tuttavia, venne nuovamente e rapidamente offuscata quando, come riportava la “Voce della Verità” del 13 dicembre, il sindaco di Algeri venne sospeso per tre mesi dalla carica a seguito al discorso tenuto il 9 corrente nel quale attaccava il governatore generale d’Algeria[59].

L’ultimo atto di questa vicenda apparve nell’edizione della “Voce” del 24 dicembre 1898. La questione algerina era tornata nuovamente tema di scontro sui banchi del parlamento parigino. Sulle interpellanze relative ai fatti di gennaio è interessante confrontare i resoconti fatti da “La Voce della Verità” con quelli de “L’Osservatore Cattolico”, in quei giorni il più attento agli sviluppi francesi del dibattito politico sull’Algeria. In quello della “Voce”, venne riportato principalmente l’intervento di Drumont, il quale elogiò l’ex sindaco Régis e sottolineò la situazione di sfruttamento oramai non più tollerabile in Algeria per mano degli ebrei[60], quindi quello di Louis Lionne, consigliere municipale di Algeri e amico di Max Régis, definito “consigliere generale d’Algeria”, il quale gridò dalla tribuna della stampa “Abbasso gli ebrei!” prima di essere espulso dall’aula, e infine quello di Charles Dupuy, all’epoca primo ministro, che accusò invece gli antisemiti di settarietà e promise di “calmare gli animi in Algeria” tutelando però i diritti della comunità ebraica. Il giornale concludeva con le parole dell’abate riformista Jules-Auguste Lemire, il quale affermava che la Chiesa aveva sempre protetto gli ebrei anche nei secoli precedenti. Molto simile fu il racconto della seduta fatto da “L’Osservatore Cattolico”[61]. Anche il giornale di Albertario si poneva su posizioni di rigido intransigentismo (e lo si può desumere dall’articolo successivo, in cui anch’esso diede ampio risalto all’intervento di Drumont, che definiva gli ebrei come esseri antisociali che si arricchivano alle spalle della povera gente e l’antisemitismo non come “guerra di religione”, ma come “lotta sociale che diventa religiosa quando l’ebreo vuole estendere il suo dominio sulle regioni che hanno un’altra fede”)[62]. Tuttavia, esso dichiarò di non poter fare a meno di approvare le parole dell’abate Lemire a difesa dell’operato della Chiesa nei confronti degli ebrei con un perentorio “Bravo, di queste parole ci compiacciamo molto”[63]. “La Voce della Verità” si dimostrò al contrario più vicina alle accuse di Drumont, riportate con dovizia di particolari e alle intemperanze verbali di Lionne. Proprio l’espulsione di quest’ultimo a seguito del suo comportamento sembrava essere considerata dalla “Voce”, leggendo con attenzione il testo dell’articolo e il tono asciutto e sbrigativo del resoconto, quasi ingiusta, come se gridare al mondo “Abbasso gli ebrei!” fosse solamente rendere nota a tutti la più grande e risaputa delle verità.

 

  1. I molteplici volti di una “internazionale antisemita”.

L’analisi degli articoli che scandiscono l’interesse de “La Voce della Verità” per le violenze di Algeri della fine del gennaio 1898 mette in evidenza una serie di elementi di estremo interesse inerenti non soltanto la linea editoriale dal giornale romano in quei mesi e la sua virulenta polemica antisemita ma, più in generale, il contesto internazionale in cui si sviluppò questa nuova forma di antisemitismo politico e razziale e i soggetti che la utilizzarono con finalità che andavano dalla critica morale ed etica di un mondo allo sbando a più concreti interessi di natura elettorale.

Innanzitutto merita di essere sottolineato come sia in Italia, sia all’estero, la polemica contro gli ebrei in quegli anni si mosse a più livelli. “La Voce della Verità” e gli altri giornali come utile cartina di tornasole per cogliere le peculiarità di questo atteggiamento, al contempo confessionale, politico e razziale, appaiono come le manifestazioni autonome ma coordinate di una vera e propria moda antisemita capace di muovere e orientare l’opinione pubblica a livello internazionale. Essi si muovono come all’interno di un sistema autosufficiente caratterizzato da precisi riferimenti ideali (lo spiccato conservatorismo, l’avversione al laicismo e all’anticlericalismo, il rimando costante alla tradizione di un ordine al contempo sociale e religioso di matrice cattolica), La loro capacità persuasiva si sviluppava ovviamente “in scala” e si rivolgeva ad un pubblico nazionale di volta in volta differente. Nonostante ciò, non può sfuggire l’azione complessiva di tutti questi soggetti capaci, pur nelle differenze di impostazione e di tono, di trovare fattor comune nella battaglia contro il nemico ebraico. Come in uno stagno sensibile alle stesse sollecitazioni, i sassi lanciati da queste testate causavano vibrazioni concentriche che si propagavano, incontrandosi fra di loro, fino a increspare tutta la superficie.

Dove non arrivava uno di questi soggetti giungeva l’altro e spesso, i concetti veicolati da uno, divenivano comburente per le polemiche dell’altro, in un continuo gioco di riferimenti incrociati che raggiungevano lo scopo di consolidare una narrazione pubblica collettiva fondata su pochi e radicati preconcetti. Non meraviglia, pertanto, come il più piccolo giornale romano trovasse proprio nella retorica dei massimi teorici dell’antisemitismo nazionalsocialista d’oltralpe e nelle testate che da loro erano state create le parole per dare forza e credibilità alla propria battaglia contro la modernità rivoluzionaria incarnata dalla minoranza ebraica.

La diversità di piani su cui si giocava questa continua campagna propagandistica restituisce in maniera immediata la capacità di presa di simili argomenti ma, ancor di più, la vulnerabilità della società dell’epoca, intesa nella sua complessità, rispetto ad una simile offensiva comunicativa: i lettori de “L’Osservatore Romano” e de “La Voce della Verità” erano senz’altro diversi da quelli de “La Croix” o “La Lanterne”, ma proprio questa profonda diversità di pubblico testimonia della pervasività del morbo antisemita in un contesto ricettivo e sensibile.

Allo stesso modo, bisogna rilevare come i toni della polemica fossero molto spesso diversi fra loro. Il caso italiano in questo senso è paradigmatico. Se è corretto parlare di una stampa cattolica intransigente tutta sostanzialmente antisemita e schierata su posizione di aperta e radicale denuncia, non di meno è utile riconoscere come fra “La Voce della Verità” e “L’Osservatore Romano” vi fosse, almeno su questo tema, una tangibile differenza di registri e argomentazioni. Questa dipendeva senza dubbio dalla natura dei due prodotti informativi e dai loro obiettivi: da un lato, un foglio nato con precisi intenti polemici a carattere politico-religioso e finalizzato a una denuncia radicale che si rivolgeva a un numero di lettori chiaramente connotato nella sua indole reazionaria; dall’altro, una testata collegata in maniera più netta ad una istituzione sovranazionale riconoscibile e che parlava a un bacino di utenti più numeroso, qualificato e, in una certa misura, diversificato. Questo non vuol dire, certo, che l’antisemitismo non caratterizzasse la linea editoriale di entrambi i giornali, soprattutto nei mesi del caso Dreyfus[64], ma soltanto che la diversa sede delle invettive permettesse di modulare in maniera funzionale le forme e l’intensità degli attacchi pur mirando agli stessi obiettivi e forse, proprio per questo, massimizzandone la capacità di penetrazione e diffusione.

Nelle parole dei numerosi articoli dedicati ai moti, è possibile riscontrare in maniera chiara le caratteristiche di un nuovo antisemitismo, capace, nel contesto algerino come in quello francese o romano, di divenire strumento politico utile ad attrarre consenso e consolidare schieramenti. Alla fine del secolo, i vecchi stereotipi antigiudaici, attraverso un processo di svecchiamento che li attualizzava e rilanciava con forza all’interno del dibattito politico-sociale dell’affaire Dreyfus e della polemica antimoderna, entrarono così a far parte senza eccessive forzature del bagaglio concettuale del movimento cattolico intransigente che iniziava ad occupare posizioni di rilievo nel panorama politico europeo dell’epoca. Anzi, senza alcuna difficoltà è possibile rinvenire, nel discorso pubblico contro gli ebrei, la persistenza di vecchi stereotipi mutati però geneticamente, come nel caso della calunnia del sangue aggiornata e corretta nell’accusa di “vampirismo” economico.

“La Voce della Verità” divenne così una delle tante voci di questa sorta d’internazionale antisemita in grado di diffondere in Europa il germe del disprezzo e dell’aggressività in maniera profonda e radicale. Forse non fu la voce più importante e diffusa, ma certo fu fra le più violente e, per questo, indicativa, anche per la sua veste istituzionale, di una precisa temperie sociale, politica e culturale che caratterizzò il pensiero cattolico in anni centrali della sua ridefinizione all’alba del nuovo secolo e della definitiva affermazione della società di massa.

 

 

 

[1] Cfr. fra gli altri, R. De Felice, Chiesa cattolica, clericali ed ebrei in Italia nell’età crispina e giolittiana, in “La Rassegna mensile di Israel”, 1956, 11, pp. 483-495; R. Moro, L’atteggiamento dei cattolici tra teologia e politica, in Stato nazionale ed emancipazione ebraica, a cura di F. Sofia, M. Toscano, Bonacci, Roma 1992, pp. 318 ss.; G. Miccoli, Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo fra Otto e Novecento, in Storia d’Italia, Annali XI, Gli ebrei in Italia, t. II, Dall’emancipazione a oggi, a cura di C. Vivanti, Einaudi, Torino 1997, pp. 1394 ss.; R. Moro, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Il Mulino, Bologna 2002, pp. 48-67; A. Di Fant, La polemica antiebraica nella stampa cattolica romana dopo la Breccia di Porta Pia, in “Mondo contemporaneo”, 1, 2007, pp. 87-118.

[2] G. Martina, La questione di Roma nell’opinione degli storici cattolici negli ultimi cento anni, in Grandi problemi della storiografia del Risorgimento. Atti del XLVIII Congresso di Storia del Risorgimento italiano (Mantova 26-29 settembre 1976), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma 1978, p. 132.

[3] Cfr. G.L. Mosse, Il razzismo in Europa dalle origini all’Olocausto, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 124-133.

[4] G. Miccoli, Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo, cit., pp. 1404-1407.

[5] L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, IV, L’Europa suicida, 1870-1933, La Nuova Italia, Firenze 1990, p. 37.

[6] Sono questi gli anni in cui l’antisemitismo politico prende piede in Europa grazie, anche, ai primi successi elettorali e d’opinione di movimenti d’ispirazione cattolica che ne fanno un elemento qualificante e coesivo del loro programma. Nel 1886 Edouard Drumont pubblicava in Francia La France juive, vero manifesto per un antisemitismo di massa transalpino (L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, IV, cit., p. 45); nel 1888 nasceva a Vienna il partito cristiano sociale austriaco, il quale utilizzava l’antisemitismo come strumento per guadagnare le simpatie della classe media e tener vivi i rapporti con gli altri gruppi cattolici (A. Wandruszka, Il cattolicesimo politico e sociale nell’Austria-Ungheria degli anni 1870-1914, in Il cattolicesimo politico e sociale in Italia e in Germania dal 1870 al 1914, a cura di E. Passerin d’Entrèves e K. Repgen, Il Mulino, Bologna 1977, p. 167).

[7] Cfr. A.M. Canepa, Cattolici ed ebrei nell’Italia liberale (1870-1915), in “Comunità”, aprile 1978, pp. 64 ss. e A. Agnoletto, Antigiudaismo cattolico nell’Italia contemporanea, in “Fonti e documenti”, XIV, 1985, p. 489.

[8] Figura di spicco dell’intransigentismo cattolico di metà Ottocento, Carlo Maria Curci era stato già fondatore nel 1850 de “La Civiltà Cattolica”. Sulla sua vita cfr. F. Traniello, Curci Carlo Maria, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860-1980, vol. II, I protagonisti, a cura di Id., G. Campanini, Marietti, Torino-Casale Monferrato 1982, pp. 142-145.

[9] F. Malgeri, Storia della «Voce della Verità», in “Rassegna di politica e storia”, 113, 1964, pp. 13-14.

[10] Cfr. M. Casella, La Società primaria romana per gli interessi cattolici (1870-1900), in “Archivio della Società Romana di storia Patria”, 125, 2002, pp. 127-250 e Id, L’associazionismo cattolico a Roma dal 1870 al primo Novecento, Congedo Editore, Galatina 2002, pp. 240-253.

[11] A. Di Fant, La polemica antiebraica, cit., pp. 96-97.

[12] Questi alcuni dei passaggi dell’articolo con cui Giuseppe Sacchetti il 31 agosto 1904 annunciava ai lettori la chiusura della testata, citato in F. Malgeri, Storia della «Voce della Verità», cit., pp. 26-27. Sulla storia del quotidiano cfr. ivi, pp. 12-27; M. Forno, I quotidiani cattolici italiani dopo il 1848. Fu il capofila delle testate intransigenti, in “Vita pastorale”, 4, 2006, pp. 38-39.

[13] Fra i tanti approfondimenti, cfr. L’Affare Dreyfus. La storia, l’opinione, l’immagine, a cura di N.L. Kleeblatt, Bollati Boringhieri, Torino 1990.

[14] L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, IV, cit., p. 49. Cfr. anche A. Di Fant, L’Affaire Dreyfus nella stampa cattolica italiana, EUT, Trieste 2002.

[15] Cfr. la voce di Alessandro Albertazzi contenuta in Dizionario storico, cit., pp. 97-100 e F. Malgeri, La stampa quotidiana e periodica e l’editoria, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860-1980, vol. I, I fatti, le idee, a cura di F. Traniello, G. Campanini, Marietti, Torino-Casale Monferrato 1981, pp. 273 ss.

[16] Cfr. A. Canavero, Albertario e «L’Osservatore Cattolico», Studium, Roma 1988.

[17] F. Gallon, La stampa romana e la vita religiosa, in La vita religiosa a Roma intorno al 1870. Ricerche di storia e sociologia, a cura di P. Droulers, G. Martina, P. Tufari, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1990, p. 53.

[18] A. Di Fant, La polemica antiebraica, cit., p. 98.

[19] Citato ibid. Francesco Malgeri, riporta invece la cifra di circa quattromila copie vendute (Storia della “Voce della Verità”, cit., p. 16).

[20] Cfr. P. Birnbaum, The Anti-Semitic Moment: A tour of France in 1898, University of Chicago Press, Chicago, 2011.

[21] Z. Sternhell, La destra rivoluzionaria, Le origini francesi del fascismo 1885-1914, Corbaccio, Milano, 1997, p. 255.

[22] Ivi, p. 256.

[23] G.L. Mosse, Il razzismo in Europa, cit., pp. 164-171.

[24] S.B. Roberts, Anti-Semitism and municipal government in interwar French colonial Algeria, in “Journal of North African Studies”, 5, 2012, p. 825.

[25] G.L. Mosse, Il razzismo in Europa, cit., p. 173.

[26] Z. Sternhell, La destra rivoluzionaria, cit., p. 253.

[27] Ivi, p. 254.

[28] P. Hebey, Alger 1898. La grande vague antijuive, NiL éditions, Paris 1996, p. 202.

[29] S.R. Wilson, The antisemitic riots of 1898 in France, in “The historical journal”, 4, 1973, 789-806.

[30] S.B. Roberts, Anti-Semitism and municipal government, cit., p. 827.

[31] Per un quadro complessivo della vita, della carriera politica e dell’attività antisemita di Max Régis cfr. R. Ayoun, Max Régis: un antijuif au tournant du XXe siècle, in “Revue d’histoire de la Shoah”, 173, 2001, pp. 137-169.

[32] Per un quadro generale del cambiamento di linea della Santa Sede tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento cfr. R. Moro, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, il Mulino, Bologna 2002, pp. 58-59.

[33] Telegrammi, in “La voce della Verità”, 23-24 gennaio 1898.

[34] Ad Algeri, in “L’Osservatore Romano”, 24-25 gennaio 1898.

[35] Telegrammi, in “La Voce della Verità”, 25 gennaio 1898.

[36] Ibidem.

[37] Il tema della “giudaica perfidia” nel corso dei secoli è stato, come rileva Daniele Menozzi, “il canale linguistico con cui si proietta sugli ebrei, in ogni tempo e in ogni luogo, un’immagine in cui l’accusa di slealtà, doppiezza, tradimento, cattiveria si salda con la denuncia di una propensione a ingannare, rubare e sfruttare” (“Giudaica perfidia”. Uno stereotipo antisemita fra liturgia e storia, Il Mulino, Bologna 2014, p. 8).

[38] Sull’immaginario coloniale europeo e sul significato simbolico del topos dell’attacco “a tradimento” cfr. L. Goglia, Le cartoline illustrate italiane della guerra 1935-36: il negro nemico selvaggio e il trionfo della civiltà di Roma, in La menzogna della razza: documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, a cura del Centro Furio Jesi, Grafis, Bologna 1994, p. 30.

[39] Ultime notizie per telegrafo, in “L’Osservatore Romano”, 24-25 gennaio 1898.

[40] Telegrammi, in “La Voce della Verità”, 26 gennaio 1898.

[41] Gli ebrei in Algeri, ivi, 28 gennaio 1898.

[42] Citato in S.B. Roberts, Anti-Semitism and municipal government, cit., p. 826.

[43] Figura singolare nel panorama politico e giornalistico francese della seconda metà dell’Ottocento, Henri Rochefort passò da un’iniziale simpatia per l’opposizione di sinistra (tanto da divenire sostenitore della Comune di Parigi nel 1871) ad essere un sostenitore del generale Boulanger e poi il capofila della polemica antidreyfusarda al fianco di Edouard Drumont e Hubert-Joseph Henry. Il giornale da lui fondato e diretto lo seguì in questo percorso tutt’altro che lineare rispecchiandone il fervore polemico ed il radicalismo politico, sia quando si fece portavoce delle istanze rivoluzionarie, sia quando divenne alfiere del nazionalismo e dell’antisemitismo più violento. Cfr. M. Winock, Rochefort: La Commune contre Dreyfus, in “Mil neuf cent”, 11, 1993, pp. 82-86.

[44] Cfr. G.L. Mosse, Le origini del razzismo, cit., pp. 185 ss.

[45] Gli ebrei in Algeri, in “La Voce della Verità”, 28 gennaio 1898.

[46] Nell’Algeria, in “L’Osservatore Romano”, 27-28 gennaio 1898.

[47] Gli ebrei in Algeri, in “La Voce della Verità”, 30 gennaio 1898.

[48] In questo senso è possibile collegare l’uso dello stereotipo fatto su “La Voce della Verità” con quello presente ne “L’Osservatore Cattolico” (A. Di Fant, Don Davide Albertario propagandista antiebraico: l’accusa di omicidio rituale, in “Storicamente”, 7, 2011, art. 21

 (http://www.storicamente.org/07_dossier/antisemitismo/difant_davide_albertario.htm).

[49] La condanna degli ebrei d’Algeria, in “La Voce della Verità”, 1 marzo 1898.

[50] Telegrammi, ivi, 23 marzo 1898.

[51] Ultime notizie, in “L’Osservatore Romano”, 23-24 marzo 1898.

[52] Telegrammi, in “La Voce della Verità”, 1 aprile 1898.

[53] Camera francese, ivi, 6 aprile 1898.

[54] Telegrammi, ivi, 7 aprile 1898.

[55] Ultime notizie, in “L’Osservatore Romano”, 19-20 aprile 1898.

[56] La liberazione di Max Régis, ivi, 17 giugno 1898.

[57] Trionfo degli antisemiti in Algeria, in “La Voce della Verità”, 15 novembre 1898.

[58] Il sindaco di Algeri, ivi, 22 novembre 1898.

[59] Gli antisemiti in Algeria, ivi, 13 dicembre 1898.

[60] Camera Francese, ivi, 24 dicembre 1898.

[61] Antisemitismo alla camera, in “L’Osservatore Cattolico”, 24-25-26 dicembre 1898.

[62] L’antisemitismo alla camera francese, ivi, 28-29 dicembre 1898.

[63] Ibidem.

[64] Entrambi rappresentano, seppur con sfumature diverse, la voce del “partito romano”. Sulla stampa cattolica romana post unificazione cfr. O. Majolo Molinari, La stampa periodica romana dell’Ottocento, Istituto di Studi Romani, Roma 1963; F. Malgeri, La stampa cattolica a Roma dal 1870 al 1915, Morcelliana, Brescia 1965.

 

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    By: Maurizio Zinni

    Maurizio Zinni insegna Storia del giornalismo e delle comunicazioni di massa presso l’Università degli Studi Roma Tre. Dal 2009 è vicedirettore del Laboratorio di ricerca e documentazione storica iconografica della stessa Università. I suoi interessi di ricerca riguardano le icone moderne, in particolar modo il cinema, come fonti della storia contemporanea. Fa parte della redazione di “Mondo contemporaneo. Rivista di storia” e del consiglio scientifico di “Cinema e storia”. Ha pubblicato con l’editore Marsilio i volumi Fascisti di celluloide. La memoria del ventennio nel cinema italiano (1945-2000) – vincitore del premio Sissco 2011 per la miglior opera prima – e Schermi radioattivi. L’America, Hollywood e l’incubo nucleare da Hiroshima alla crisi di Cuba.

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