Dall’esclusione all’integrazione nella Benevento otto-novecentesca

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Introduzione

La città di Benevento tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, mise in campo una serie di pratiche amministrative, giuridiche di integrazione, accoglienza e rieducazione di individui, particolarmente vulnerabili dal punto di vista socio – economico, per fronteggiare il problema della povertà e del disagio sociale. Alcuni di questi individui, nell’arco temporale preso in considerazione, furono costretti ad abbandonare il proprio contesto sociale di appartenenza, a causa delle disagiate e precarie condizioni socio – economiche in cui vessava la città e la provincia di Benevento. Tra questi, i “projetti e i gualani”. Tali pratiche, messe in campo dalla cittadina sannita, a favore di soggetti disagiati, possono essere lette alla luce della recente storiografia come possibilità di formazione, come occasione per iniziare un’attività, in termini di sviluppo e di miglioramento tecnico – scientifico. Un fenomeno di integrazione socio – culturale tra la periferia e la città di Benevento, che si sforzò di classificare e comprendere gli out siders per assimilarli. Tale fenomeno, reclamò la ridefinizione del concetto di “civitas beneventana” sulla base di categorie storiografiche più flessibili che considerano i processi di integrazione e il riconoscimento di una identità comune.

1. Il paesaggio economico – sociale

Benevento, sul finire dell’800, presentava le seguenti caratteristiche: carenza di infrastrutture, debolezza dell’apparato produttivo finalizzato all’uso locale e all’esportazione, abnorme sviluppo del settore primario, basso reddito pro capite[2]. Scarse erano le strade; inesistenti o arcaici i mezzi di trasporto e i contatti tra i diversi centri abitati; le colture minacciate da continui smottamenti e frane. Sotto l’aspetto etnografico emersero grandi differenze di tradizioni, di costumi, di consuetudini, data la formazione alquanto innaturale delle nuove configurazioni distrettuali, in cui coesistevano comuni prima appartenenti ad aree terrene più omogenee. Il terreno, scarsamente fertile, era destinato a coltura estensiva e irrazionale. Le aree di montagna presentavano le caratteristiche del dissesto idro – statico, generato dal disboscamento di immense aree, destinate poi, alla coltivazione di grano e granoturco. Tutto ciò determinò effetti disastrosi dal punto di vista geologico: impoverimento dell’humus, denudamento della roccia, ostruzione di greti fluviali e conseguenti ricorsi alluvionali. Poche e insignificanti erano le colture appena sufficienti alle esigenze locali. La produzione era finalizzata all’uso locale e all’esportazione, i contadini non vivevano sulla terra, ma nel centro urbano, spesso molto distante. Le cause di ciò risiedevano nella morfologia geologicamente accidentate del terreno, nella povertà delle risorse, nella difficoltà dei rifornimenti, nella genesi feudali dei borghi e dei villaggi, nella tendenza a privilegiare le alture e a disertare le pianure. La popolazione dei centri urbani era per quattro quinti contadina. Le industrie rurali, un tempo floridissime, erano scomparse del tutto. La proprietà fondiaria era immobilizzata e smarrita nei latifondi[3]. Le concentrazioni dei possedimenti dei capitali si formarono attraverso l’usura, togliendo al piccolo e grande coltivatore l’obiettivo della specializzazione industriale[4]. La grande proprietà era come un “mostro divoratore”, che assorbiva i piccoli e medi poderi costituiti da terre di origine demaniale, mediante la pratica sistematica dell’usura, un fenomeno molto diffuso all’epoca in città e nel Sannio. Non vi era nessun interesse del proprietario per il miglioramento qualitativo della terra e dei metodi di coltivazione. Al contadino mancava la possibilità oggettiva di miglioramento ed era costretto ad un’agricoltura di rapina, da un tipo di contratto agrario che lo poneva all’arbitrio assoluto del padrone, costringendolo a ricorrere al prestito per evitare la fame o pagando la semina un saggio di interesse maggiore di quello richiesto per il prestito in denaro. Da qui la diminuzione delle colture allo stretto indispensabile senza alcuna forma di rotazione[5]. Le terre demaniali beneventane nel momento in cui vennero messe in vendita, tornarono nel monopolio dei capitali concentrati nei grandi possedimenti; per cui i sistemi di pagamento lunghi e frazionari, anziché giovare alla divisione della proprietà contribuirono a dar vita ad un grande movimento affaristico a danno dell’agricoltura. I possessori della terra non erano agricoltori, ma percettori di rendite; gli agricoltori non erano possessori e le loro condizioni erano al di sotto della sussistenza. Quindi, l’agricoltore aveva sempre bisogno di essere coadiuvato dal proprietario con anticipazioni in denaro o in derrate. Spariva qualunque relazione etica, che potesse avvantaggiare l’agricoltore. Sorse, infatti, un tipo di contratto agrario definito di “affittanza o locazione”, che generalmente durava tre anni. La mezzadria nel beneventano era del tutto sconosciuta, contraria alla mentalità baronale della borghesia beneventana. L’industrializzazione continuava ad essere un’aspirazione. Si ebbe, invece, un aumento sensibile del patrimonio immobiliare tra il 1867 e l’inizio del ‘900: segno, questo, del persistere della mentalità di identificare il potere economico e il prestigio sociale con la proprietà immobiliare. Nel beneventano, caratterizzato del dominio assoluto dell’enfiteusi, il patrimonio immobiliare, che aumentò fu quello dei beni “franchi e liberi” non soggetti all’enfiteusi[6], e diminuirono quelli gravati da essa. La quasi totalità dell’agro beneventano era di proprietà degli enti ecclesiastici, tutto concesso in enfiteusi. L’enfiteusi beneventana presentava caratteristiche differenti rispetto a quella tradizionale. Essa era perpetua, come concessione, anche se era temporanea per il canone che doveva essere rinnovato ogni 29 anni. Questo contratto era uno strumento coattivo nell’assetto dell’agricoltura di congelamento dell’ordine e delle classi sociali e di drenaggio di fondi per il bilancio della énclave beneventana[7]. Questo processo di dissoluzione del rapporto enfiteutico significava il passaggio da una concezione tradizionale della proprietà ad una individuale ed esclusivistica in un contesto in cui vi era prevalenza di beni ecclesiastici. Tale processo comportò la diminuzione del mercato della terra, cosa niente affatto negativa. Negativo, appariva, invece, il fenomeno di concentrazione di beni mobili ed immobili nelle mani di un’esigua oligarchia con la relativa prassi di dissanguamento usuraio dei ceti più deboli. Soltanto nel territorio di Cerreto Sannita si attuò una parvenza di sviluppo con un’embrionale tradizione industriale legata all’ovicoltura, al carbone e alla manifattura di panni di lana già attiva dal Medioevo. Il liberismo fermò ogni iniziativa locale. Malgrado la maggior fertilità del terreno, le tecniche agricole ei rapporti di classi di fondavano su consuetudini vetuste. Benevento, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, soffriva di una marginalità derivante da una sorte di dualismo[8]: da un lato la coltura intensiva, l’industria, l’urbanizzazione, dall’altra la coltura estensiva, l’agricoltura di rapina, la disgregazione sociale[9].

2. Tra “gualani e projetti

In città e in provincia, per tutto l’800 e il ‘900, vi erano grosse sacche di individui[10], alcuni dei quali costretti ad abbandonare il proprio contesto sociale di appartenenza a causa delle precarie condizioni socio – economiche in cui vessava la provincia di Benevento nell’arco temporale preso in considerazione. Per questo motivo la società beneventana si adoperò per fronteggiare tale problema, mediante interventi pubblici e privati, utilissimi per risollevare la situazione socio – economica, trovando nella legislazione post unitaria una regolamentazione pubblica, un tempo esercitata dai privati e dalla chiesa locale[11]. In una società agricola e tradizionale come quella beneventana, uno dei fenomeni tipici di espulsione forzata, registrati nel periodo storico preso in considerazione, visto anche come un fenomeno di migrazione interna, fu quello dei “gualani” e dei “projetti”. I “gualani” o “alani”, erano giovinetti di età compresa tra i dieci e i quindici anni per lo più addetti al governo del bestiame. Essi venivano inviati verso le zone rurali e affittati ad una famiglia come potenziale forza lavoro in cambio di denaro e di cibo, dato che l’allevamento di un figlio maschio poteva rendere di più per effetto del suo ruolo decisamente attivo nella famiglia e ciò, per di più, acquisiva maggiore valore nelle famiglie povere[12]. Molti di questi giovinetti, erano anche figli illegittimi e alcuni venivano addirittura venduti in una sorta di mercato agrario che si svolgeva ogni anno nella piazza del Duomo di Benevento. Una vera e propria tratta, che consentiva alle famiglie povere di vendere i propri figli come manodopera agricola. Tale fenomeno, continuò fino al secondo dopo guerra. I “projetti”, erano soggetti particolarmente disagiati: poveri invalidi, vagabondi, giovani con problemi legali e sociali, malati, carcerati, infanzia abbandonata, donne. Il projetto è Cristo, a lui assimilato ed era considerato come sacro. Quando essi divennero molti, vennero visti come una minaccia per la società, come soggetti che non si volevano inserire e che per questo motivo andavano rieducati[13]. Già dalla metà del ‘600, nel Regno di Napoli e in tutto il mezzogiorno, si incominciò a pensare su come fronteggiare il problema dei poveri e nacque l’idea di creare degli spazi, dei luoghi appositamente per loro. Il quadro complessivo presentava sotto questo aspetto esigenze ed istanze positive e negative nel beneventano: da una parte l’aspirazione ad una pratica cristiana certa degli ecclesiastici e dei laici, l’irradiazione delle istituzioni caritative e benefiche, dall’altra lo sforzo di purificazione di una fede che spesso rischiava di confondersi con le pratiche magiche[14]. Strumento di assistenza per fronteggiare il problema della povertà, del disagio sociale ed espressione del volto giuridico ed economico della Chiesa beneventana, con i suoi diritti, le sue strutture, il personale, le proprietà e le sue rendite, fu ad esempio il Collegio di S. Bartolomeo. Questo ente gestiva la basilica di S Bartolomeo con attiguo ospizio e numerosissimi beni immobili, rendite in denaro e grano e vasti possessi fondiari distribuiti entro il territorio sannita. Il Collegio fu soppresso nel 1866-1867 all’indomani dell’emanazione e dell’entrata in vigore delle leggi post-unitarie sulla soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose per la liquidazione dell’asse ecclesiastico. Queste ultime mitigarono l’ingerenza ecclesiastica all’interno di tale ente, passando il suo onere finanziario ed amministrativo dalla Diocesi allo Stato italiano, sconvolgendo tale ente negli assetti organizzativi, nella gestione patrimoniale, nella cura pastorale. Non si riuscì, però, ad interpretare gli interessi delle classi più vulnerabili e a migliorarne le condizioni socio – economiche. Nonostante la diffusione di nuove pratiche pastorali più rispondenti ai bisogni della società contemporanea, dato che Benevento conservava ancora la sua natura di énclave pontificia[15].

3. Pratiche amministrative, giuridiche di accoglienza, integrazione e rieducazione

La città di Benevento tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, mise in campo una serie di pratiche amministrative, giuridiche di integrazione e accoglienza di tali soggetti con la fondazione di una serie di istituti[16]; primo fra tutti il Ricovero di mendicità e degli inabili al lavoro. Questo ricovero era un istituto di beneficenza e di assistenza. Esso accoglieva poveri invalidi (16-76 anni), i giovani con problemi legali e sociali, che l’istituto cercava di reintegrare nella società attraverso il lavoro agricolo con la presenza di una colonia agricola accanto all’istituto[17]. Il latifondo, non consentiva una vera ristrutturazione della realtà agraria. Malgrado tale situazione, si tentò di incoraggiare lo sviluppo dell’agricoltura, favorendo colture intensive e più razionali in modo da favorire le classi che subivano il disagio[18], con l’istituzione anche di una cooperativa agraria: Il Comizio di S. Bartolomeo, sul modello di cooperazione realizzato in Emilia Romagna. La cooperativa avrebbe dovuto portare avanti il primo esperimento di trasformazione del latifondo e di colonizzazione agraria in città[19]. I Monti frumentari e di prestito su pegno, nati un tempo per combattere l’usura, erano ora nelle mani degli usurai[20]. Ciò impediva il concreto impegno del Comizio. Se ogni proprietario fosse stato al contempo coltivatore, mezzadro, imprenditore, capace di organizzare e guidare un’azienda di tipo moderno, la situazione si sarebbe potuta evolvere e progredire, giacché l’ostacolo non era costituito dalla natura scadente del terreno, ma dalla natura dei rapporti di classe.  Il sistema garantiva un certo numero di servizi gratuiti: all’infanzia abbandonata, ai servizi ospedalieri, all’istruzione per i più bisognosi. La città di Benevento, si mostrò in questo periodo molto sensibile nei confronti dell’educazione e dell’istruzione delle classi meno agiate con la nascita dei Convitti di Scuola Normale in città e nel comune di S. Bartolomeo in Galdo[21]. L’analfabetismo era l’altro risvolto del quadro sociale ed economico. L’ignoranza rafforzò la superstizione e il fanatismo. La cultura borghese, imperante nella Benevento otto-novecentesca non fece pero, molti sforzi per capire quella contadina e questo aspetto era l’equivalente simbolico dell’abisso economico e sociale, che divideva due universi ideologici. Pochi compresero perché la scuola elementare, pur aperta a tutti formalmente, anzi obbligatoria e gratuita, fosse inaccessibile a Benevento ai figli della povera gente: cioè alla stragrande maggioranza della popolazione. Gli sforzi delle autorità, degli intellettuali e degli operatori scolastici si mossero nella direzione sbagliata, quella della classe egemonica, la borghesia moderata di fisionomia agraria e dei suoi interessi, dei suoi ideali, delle proprie aspirazioni, per cui i ceti subalterni non furono guidati, ma trascinati ad accettare il modello loro imposto sacrificando la loro identità culturale. Per un’impresa educativa così ambiziosa, in un mondo dominato dall’analfabetismo, era chiaro che occorreva un esercito di educatori pronti ad un impiego totale. Ebbe inizio un reclutamento di insegnanti attraverso corsi di aggiornamento temporaneo, le “Conferenze Magistrali”[22]. Il consiglio provinciale di Benevento affrontò spesso il problema, incontrando, tra l’altro, grandi ostacoli. La Gazzetta di Benevento, ad esempio, in molti interventi aveva avallato l’ideologia politica corrente, dando ragione ai ricchi borghesi beneventani, i quali continuarono a far educare i propri figli dalle suore Orsoline. Le maestre delle scuole pubbliche, abilitate con leggerezza all’insegnamento, erano inesperte e videro nell’insegnamento solo un mezzo di elevazione sociale e non un ‘occasione di perfezionamento culturale[23]. Chi non era geneticamente programmato per l’egemonia, il potere e il comando non poteva mai diventare un membro della classe dirigente. Partita da uno slancio idealistico, la borghesia intellettuale beneventana, la cui fisionomia di fondo era agraria, si adagiò sulle nascoste incertezze di una concezione volta alla conservazione dell’esistente, per la quale ben valeva il motto: “quieta non movere”[24]. Erano presenti sul territorio due orfanotrofi femminili, uno maschile, un asilo infantile. Vi era, inoltre, assenza di servizi sanitari: l’assistenza ospedaliera era presente solo nel capoluogo con un ospedale per uomini (S. Diodato, 56 posti), un ospedale per donne (S. Gaetano, 40 posti)[25] ed un Ospizio di Mendicità (100 posti)[26]. Il vero problema, però, era costituito dalla nascita e dalla sopravvivenza  delle donne[27]. Esse, pur essendo parte integrante del tessuto contadino, non esercitarono mai ruoli riconosciuti dal punto di vista economico e sociale. L’immagine della donna era quella tradizionale di angelo del focolare gravata dal peso delle cure parentali e familiari. L’educazione e l’allevamento delle bambine costituiva un vero problema, rispetto a quella dei maschi, richiedendo un impegno economico notevole fino al matrimonio, momento in cui bisognava fornire alle ragazze una adeguata dote. Il problema dell’abbandono dell’infanzia richiamava quello della qualità della vita dei ceti più disagiati, compromessi in maniera più determinata dalla povertà[28]. La sopravvivenza all’epoca era impossibile: il livello medio della vita era per gli uomini 26 anni e per le donne 29 anni con un’alta mortalità infantile (stando ai dati dello Staffile Sanitario)[29]. Per fronteggiare tale fenomeno nacquero, nel 1907, l’orfanotrofio maschile “Vittorio Emanuele” II (ospitante infanti fino ai 14 anni) i Monti di Maritaggio[30] e il Monte dei Pegni Orsini[31], per arginare la piaga dell’usura, molto diffusa in provincia. L’importanza di tali istituti nell’opera di sostegno dei ceti più poveri non fu trascurata neppure dai contemporanei. Giustino Fortunato, sostenne che i «monti rappresentarono la forma del embrionale del credito agrario, l’unico istituto, in sostanza utile ai più bisognosi, alla povera gente che allo Stato italiano aveva offerto servizio militare, macinato e dazio di consumo»[32]. Questi istituti di accoglienza e di educazione, diventarono dei veri e propri centri di potere culturale ed economico, gestendone il denaro proveniente da elemosine, lasciti, rendite e patrimoni immobiliari ed esercitando una forte influenza dal punto di vista culturale, con la creazione anche di banchi (banche) dove veniva depositato denaro senza interesse i cui crediti, poi venivano assorbiti dagli istituti stessi per il loro mantenimento[33].  L’intervento pubblico ebbe, però, un limite quello, cioè, di una eccessiva burocratizzazione e di una moltiplicazione delle spese, nonché di un radicamento nella popolazione urbana da parte della chiesa, che deteneva la maggior parte di queste strutture, di una mentalità conservatrice o comunque, poco incline all’assimilazione di modelli di vita più avanzati e aperti all’innovazione[34], affiancando all’attivismo in campo amministrativo, giudiziario e fiscale, iniziative finalizzate alla costruzione di un’immagine positiva del potere dell’istituzione ecclesiastica[35], la gestione sapiente degli spazi sacri, l’elargizione di elemosine ai poveri, la distribuzione di generi alimentari, la fondazione di istituti e il sostegno a quelli già esistenti[36]. Nella Benevento otto – novecentesca si ebbero tutta una serie di realizzazioni che portarono, da un lato, ad una stretta compenetrazione tra pubblico e chiesa locale, dall’altro, alla diffusione di sentimenti di solidarietà e alla nascita di istituzioni finalizzate all’esercizio della carità[37], che entrarono quasi tutte in crisi in seguito all’emanazione e all’entrata in vigore delle  leggi sulle opere pie (1862 e 1890)[38]. Le amministrazioni comunali del tempo, per questo motivo, furono incapaci di far fronte alla varietà degli interventi[39], anche a causa della mancanza di fondi privati[40]. A Benevento mancò una storia dell’assistenza, letta in relazione all’emergere delle politiche di Welfare che si stavano affermando nell’800. Le condizioni socio – economiche della popolazione beneventana non erano prospere. Anche il ceto medio, le cui rendite provenivano dalla terra o da modeste attività commerciali e artigianali, non poteva essere definito benestante[41].

Conclusioni

Lo sviluppo sociale ed economico a Benevento, come nelle altre realtà provinciali del mezzogiorno[42], fu lentissimo, a causa di una situazione socio – economica che si era stabilizzata nel ‘500: una grande capitale (Napoli), fortemente parassitaria rispetto alle province[43]. Sulle cause dell’incompleta e ritardata modernizzazione della città, ha pesato, a lungo tempo, secondo alcune tesi la sottomissione della comunità beneventana al potere temporale del papa, al quale viene attribuito l’effetto di soffocamento delle attività economiche, la limitazione della libera iniziativa imprenditoriale e, soprattutto, l’isolamento politico e culturale della società locale[44]. A questo si aggiunsero i reiterati fallimenti delle politiche di riordinamento e di sviluppo urbano mescolandole al mito della centralità beneventana, rispetto all’antica provincia Samnium, e alla nostalgia dei nobili trascorsi dell’età longobarda[45]. La liquidazione del patrimonio ecclesiastico ebbe importanti riflessi economico – sociali, poiché si trattava di rendere libero un patrimonio terriero molto vasto e di soddisfare in modo più o meno facile la cupidigia di una parte della borghesia e sanare con essi il deficit di bilancio dello stato. Questo fu l’elemento che costituì il fattore scatenante delle pretese e delle rivendicazioni del ceto civile. L’accumulo nel tempo di ingenti patrimoni immobiliari aveva consentito alla chiesa locale di immaginare, già nel medioevo, una prospettiva di superamento della dicotomia tra funzione religiosa e sviluppo economico, che nel mezzogiorno appariva del tutto improponibile[46], perché gli enti ecclesiastici apparivano ancorati alla esclusiva logica di acquisizione delle rendite. Questo intreccio di interessi, pure recando benefici in modo non corrispondente alle premesse determinò un irrigidimento del sistema economico complessivo, l’incapacità dello stesso di evolversi e fu causa di gravi crisi cicliche per la città. Il fenomeno dei “gualani” e dei “projetti”, diffusosi a causa delle disagiate e precarie condizioni economico – sociali già citate, può essere letto alla luce della recente storiografia come un fenomeno di integrazione socio – culturale tra la periferia, e la città di Benevento che si sforzò di classificare e comprendere gli out siders per assimilarli. Tale fenomeno, reclamò la ridefinizione del concetto di “civitas beneventana” sulla base di categorie storiografiche più flessibili che considerano i processi di integrazione e il riconoscimento di una identità comune, implicando l’incrocio di particolari vissuti, come possibilità di formazione, come occasione per iniziare una attività, in termini di sviluppo e di miglioramento tecnico-scientifico. Identità intesa come tensione all’unità nelle differenze, come processo di scambio, scontro ed integrazione di componenti culturali diverse[47]. L’”uscita” dei “projetti” e dei “gualani” fu un sinonimo di nascita. Essi uscirono dal loro mondo per entrare in un’altra dimensione, relazionarsi con gli altri  e accrescere le proprie conoscenze attraverso la rieducazione, che li condusse ad andare verso se stessi, verso la maturazione culturale e sociale . Non si trattava di mera applicazione dei principi di carità cristiana e di solidale gestione dei beni, ma si un tentativo di stabilire un positivo rapporto tra visone teologica e modelli di socializzazione della ricchezza, che poteva autorizzare vaste operazioni di assegnazione temporanea dei beni, giustificando privilegi ed esenzioni fiscali. Nella pratica ciò avrebbe dovuto comportare la divisione degli immobili secondo unità produttive autentiche, l’assegnazione oculata di queste risorse ai nuclei sociali più bisognosi sia economicamente che dal punto di vista lavorativo e in grado di svolgerlo direttamente. Ciò avvenne solo in parte a Benevento e in modo non omogeneo.

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  • ROSSI M., Monte di pietà e mensa arcivescovile a Benevento tra fine ‘800 inizio ‘900. Due istituti ecclesiastici a confronto, in Veritatis Diaconia, III, 5, (2017), pp. 41-53.
  • ROSSI M., Chiesa e società a Benevento agli inizi del ‘900. L’arcivescovo Bonazzi tra rinnovamento e tradizione, in Capys, IV, (2013), p.107-126.
  • ROSSI M,, Mons. Benedetto Bonazzi arcivescovo di Benevento (1902-1915). Fonti documentarie e a stampa dell’Archivio Storico-Diocesano “Benedetto XIII”, in Antiquitatis Flosculi. Studi offerti a S.E.Mons. Andrea Mugione per il XXV di episcopato e il L di presbiterato, a cura di M. Iadanza, Verbum Ferens, Napoli, 2014, pp.413-431.
  • ROTILI M., Benevento e la  provincia sannitica, Roma, Abete, 1958.
  • VERGINEO G., Storia di Benevento e dintorni, vol. III, Benevento, Gennaro Ricolo Editore, 1986.
  • VITOLO G. –  DI MEGLIO R., Napoli angioino aragonese. Confraternite, ospedali, dinamiche politico – sociali, Salerno, 2003.


[1] Il saggio è stato sottoposto alla procedura di doppia revisione da parte di esperti esterni alla rivista (blind referees)

*Le fonti utilizzate per la stesura del saggio sono state reperite presso BPBn = Biblioteca Provinciale, Benevento.

[2] BPBn, «Il Sannio operoso. Organo del lavoro agricolo, industriale e commerciale del Sannio», II, (1910).

[3] G. Aliberti, La questione meridionale, Bergamo – Bari – Messina – Milano – Roma, Minerva Italica, 1975.

[4] BPBn, «La Terra, bollettino sannitico, agricolo, industriale, commerciale», I, (1902).

[5] G. Vergineo, Storia di Benevento e dintorni, vol. III, Benevento, Gennaro Ricolo Editore, 1986.

[6] F. Romano, Benevento tra mito e realtà. Storia economica ed urbanistica di una città del mezzogiorno, vol. I, Benevento, Filo Rosso Editore, 1981.

[7] M. A. Noto, Tra sovrano pontefice e regno di Napoli. Riforma e Controriforma cattolica a Benevento, Manduria -Bari – Roma, Lacaita, 2003.

[8] Idem

[9] G. Vergineo, Storia di Benevento e dintorni, cit.

[10]  Mosaico beneventano, la città raccontata per frammenti, a cura di E. Galasso, Benevento, Torre della Biffa, 1993.

[11] M. Rossi, Stato, territorio, diritto nel beneventano post unitario. Una ricerca d’archivio. Tesi di Laurea in Metodologia della Ricerca Storica, 2010/2011, Corso di Laurea in Scienze Politiche, Università degli Studi di Salerno.

[12] R. Ciasca, Per la storia delle classi sociali nelle province meridionali del sec. XIX, in Studi di storia napoletana in onore di Michelagelo Schipa, I. T. E. A Editrice, Napoli, 1926.

[13] G.  Boccadamo, Gennaro Maria Sarnelli e l’educazione dei ragazzi, in «Campania Sacra», 27, (1996). Cfr. G. Boccadamo, Istruzione ed educazione a Napoli tra il Concilio di Trento e l’espulsione dei Gesuiti, in «Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche», 3, (1996). Cfr. G. Boccadamo, Napoli e l’islam: storie di musulmani, schiavi e rinnegati in età moderna, D’Auria, Napoli, 2010. Cfr. G. Boccadamo, La redenzione dei cattivi a Napoli nel Cinquecento: lo statuto di una confraternita, D’Auria, Napoli, 1985.

[14] M. iadanza, Aspetti di vita sociale e religiosa del Sannio Beneventano nelle relazioni dei missionari vincenziani (sec. XVIII-XIX), in Dal comunitarismo pastorale all’individualismo nell’Appennino dei tratturi, a cura di E. De Narciso, S. Croce del Sannio, Edigrafica Morconese, 1993.

[15] M. A. Noto, Tra sovrano pontefice e regno di Napoli, cit.

[16] M. Fatica, Il problema della mendicità nell’Europa moderna (secoli XVI-XVIII), Napoli, Liguori, 1992.

[17] BPBn, R. Del prete, Il Ricovero di Mendicità e degli Inabili al lavoro. Dinamiche assistenziali pubbliche nella Benevento post – unitaria, in «Samnium, pubblicazione trimestrale di studi storici regionali», LXXXI-LXXXII, 21-22, n.s., (1-4/2008, 1-4/2009), pp.411-447.

[18] BPBn, «La Terra, bollettino sannitico», cit.

[19] BPBn, «Il Sannio operoso», cit.

[20] M. Rossi, Monte di pietà e mensa arcivescovile a Benevento tra fine ‘800 inizio ‘900. Due istituti ecclesiastici a confronto, in «Veritatis Diaconia, rivista semestrale di scienze religiose e umanistiche», III, 5, (2017), pp. 41-53.

[21] G. Vergineo, Storia di Benevento, cit.

[22] BPBn, «La voce magistrale, organo quindicinale della federazione dei maestri di Benevento e Avellino», 1, (1921).

[23] BPBn, «La gazzetta di Benevento, periodico politico – amministrativo – giudiziario – letterario ufficiale per gli atti giudiziari e amministrativi», (1899). Cfr. R. Ciaccio, Famiglie e denaro. Mobilità sociale e attività creditizie a Cosenza tra ‘700 e ‘800, Cosenza, Le Nuvole, 2001.

[24] G. Vergineo, Storia di Benevento, cit.

[25] G. Giordano, L’ordine ospedaliero a Benevento, Benevento, 1974. Cfr. G. GIORDANO, Benevento e i FateBeneFratelli: una testimonianza di opere: 1614-1975, s.n, 1976. G. GIORDANO, I fatebenefratelli a Benevento: una presenza secolare: storia e documenti, Centro studi S.Giovanni di Dio, Roma, 1995.

[26] M. iadanza, Aspetti di vita sociale e religiosa del Sannio, cit. Cfr. G. De Antonellis, Per una storia religiosa nel Sannio, Chieti, Solfanelli, 2009.

[27] R. Del prete, Tra poveri e projetti. Assistenza e beneficenza nella Benevento del ‘700, Napoli, Editerra, 2006, pp.13-19,61-71, 97-101. 73-96.

[28]BPBn, «Staffile sanitario», periodico mensile di medicina sociale e popolare e di interessi pubblici e professionali», (1912).

[29] Idem

[30] Assistenza, previdenza e mutualità nel mezzogiorno moderno e contemporaneo, a cura di E. De Simone – V. Ferrandino.  Atti del convegno di studi in onore di D. De Marco, Milano, Franco Angeli Editore, 2004. Cfr. Istituzioni, assistenza, e religiosità nella società del mezzogiorno d’Italia tra il XVIII e XIX sec., a cura di G. Da Molin, Bari, 2009.

Cfr. Storia dell’Italia religiosa. L’età contemporanea, (a cura di), T. Gregory – G. De Rosa – A. Vauchez, vol. III, Roma – Bari, Laterza, 1995.

[31] BPBn, S. De Lucia, Fra V.M. Orsini e le sue opere sociali, in «Samnium», 11, 1929. Cfr. BPBn, «Il Giornale di Benevento, politico – amministrativo settimanale», 3, (1904). Cfr.  BPBn, «La Fiaccola, periodico settimanale indipendente», (1904). Cfr. P. Avallone, Il denaro e il grano. I monti frumentari nel regno di Napoli (sec. XVI-XVIII), in Assistenza, previdenza e mutualità nel mezzogiorno, cit. Sulla questione del Monte dei Pegni Orsini tra fine ‘800 inizio ‘900, si vedano, M. Rossi, Stato, territorio, diritto nel beneventano post unitario, cit. Cfr. M.  Rossi, Chiesa e società a Benevento agli inizi del ‘900. L’arcivescovo Bonazzi tra rinnovamento e tradizione, in «Capys, rivista di scienze storiche e religiose», IV, (2013), p.107-126. Cfr. M. Rossi, Mons. Benedetto Bonazzi arcivescovo di Benevento (1902-1915). Fonti documentarie e a stampa dell’Archivio Storico-Diocesano “Benedetto XIII”, in Antiquitatis Flosculi. Studi offerti a S.E.Mons. Andrea Mugione per il XXV di episcopato e il L di presbiterato, a cura di M. Iadanza, Verbum Ferens, Napoli, 2014, pp.413-431. Cfr.  M.  Rossi, Monte di pietà e mensa arcivescovile a Benevento, cit.

[32] G. Fortunato, La questione demaniale nell’Italia meridionale, in La questione meridionale, cit.

[33] M. Campanelli, Chiesa e assistenza pubblica a Napoli nel ‘500, in Gli inizi della circolazione della cartamoneta e i banchi pubblici napoletani, Napoli, Istituto Banco di Napoli Fondazione, 2002.

[34] Teresa Iorio, Le opere pie a Napoli. Tra inchieste e processi (1861-1903), in Assistenza, previdenza e mutualità nel mezzogiorno, cit.

[35] BPBN, «L’arpa del cielo, giornale cattolico scientifico letterario della provincia ecclesiastica di Benevento», n.1, (1898), Cfr. A. Cestaro, La ricerca storico – religiosa nel sud con particolare riferimento alla tipologia dell’organizzazione ecclesiastica nell’800, in La società religiosa nell’età moderna. Atti del convegno Studi di storia sociale e religiosa, Napoli, Guida Editore, 1972.

[36] G. Vitolo – R. Di Meglio, Napoli angioino aragonese. Confraternite, ospedali, dinamiche politico – sociali, Salerno, 2003.

[37] La chiesa e il potere politico dal Medioevo all’età contemporanea, a cura di G. Chittolini e G. Miccoli, Torino, 1986. Cfr. G. Martina, Storia della chiesa. Da Lutero ai nostri giorni, Brescia, Morcelliana, 2002. Cfr. G. Miccoli, Fra mito della cristianità e secolarizzazione. Studi sul rapporto chiesa-società nell’età contemporanea, Casale Monferrato, 1985. Cfr. M. Miele, Ricerche sulla soppressione dei religiosi nel Regno di Napoli (1806-1815), in «Campania Sacra», 4, 1973. Cfr. A. Lerra, Chiesa e società nel mezzogiorno. Dalla ricettizia del XVI sec. alla liquidazione dell’asse ecclesiastico in Basilicata, Venosa, Edizioni Osanna, 1996.

[38] .  M.  Rossi, Monte di pietà e mensa arcivescovile a Benevento, cit.

[39]  BPBn, «La Gazzetta di Benevento», XXIX, (1899), p.4, cit.

[40] R. Del prete, Tra poveri e projetti, cit.

[41] BPBn, «Bollettino sannitico, agricolo, industriale, commerciale pubblicato a cura del Consorzio agrario di Benevento», (1902). Cfr. «Benevento nuovo, giornale politico amministrativo giudiziario della Provincia», (1878-1879).

[42] G. Galasso, Il mezzogiorno da questione a problema aperto, Manduria – Roma – Bari, Lacaita, 1975. Cfr. G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, Einaudi, 1975.

[43] G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Milano, Feltrinelli, 19799. Cfr. L. Mascilli Migliorini, Età contemporanea, vol. III, Bari – Roma, Laterza, 1996.

[44] M. A. Noto, Tra sovrano pontefice e regno di Napoli, cit.

[45] E.  isernia, Istoria della città di Benevento, Benevento, D’Alessandro, 1883. Cfr. M. Rotili, Benevento e la provincia sannitica, Roma, Abete, 1958.

[46] Chiesa e società nel Mezzogiorno. Studi in onore di Maria Mariotti, a cura di, P Borzomati, C. Caridi, A. De Nisi, G e A. Labate, F. Maggioni, F. Sesti, D. Minuto, R. Petrolino, S. Mannelli, Catanzaro, Rubbettino Editore, 1998.

[47] Il lungo respiro dell’Europa. Temi e riflessioni dalla cristianità alla globalizzazione, a cura di G. Foscari – E. Parise, Edisud, Salerno, 2007.

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    By: Mariagrazia Rossi

    Mariagrazia Rossi Dottoranda di Ricerca in Storia e trasmissioni delle eredità culturali (XXXV ciclo) presso Università degli Studi della Campania “L.Vanvitelli”. Laureata in Scienze Politiche (laurea magistrale) ad indirizzo storico-politico. Cultrice della Materia e Tutor disciplinare presso l’Università Telematica Pegaso. È stata borsista di formazione presso l’Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli nel 2017 e Tutor didattico presso l’Università della Calabria nell’a.a. 2015/2016. Ha partecipato in qualità di relatrice al Convegno SISSCO 2016/2017 e sempre in qualità di relatrice al Convegno Cristiani, Chiesa e corruzione nella Storia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale.

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