Un’esperienza di formazione per adulti dell’Archivio storico comunale di Carpi

Nell’anno scolastico 1997 – 1998 prese avvio a Carpi l’esperienza de L’Officina della Storia: laboratori di storia locale proposti alle scuole del territorio per completare i programmi di storia con l’analisi di documenti dell’Archivio Storico Comunale. Il progetto, da un’idea di Franca Baldelli, aveva alcuni punti di forza, rispetto a progetti analoghi: la figura di un tutor, mediatore tra archivio e scuola, la progettazione didattica e scientifica del lavoro da costruirsi tra insegnante, archivista e tutor, il lavoro dei ragazzi su documenti autentici, almeno in prima battuta, e non su pacchetti preconfezionati dall’archivista, e infine l’obbligo, per le classi partecipanti, di realizzare un prodotto finale: opuscolo, cd, Power Point, mostra, spettacolo – a scelta dei singoli insegnanti coinvolti. Prevalentemente la scelta della tipologia del prodotto finale si orientò sulla produzione di fascicoli a stampa, impaginati dai tutor e stampati a cura della stamperia comunale.

Visto il bilancio positivo dei primi cinque anni di laboratori con le scuole, l’interesse suscitato in archivisti, bibliotecari ed educatori per questa esperienza che coniugava con successo le necessità di rinnovamento dell’insegnamento della storia espresse dalla scuola e l’esigenza per l’Istituto di promuovere il suo ricco patrimonio con iniziative nuove e originali, e inoltre essendosi affinata la metodologia di lavoro sui documenti, grazie all’esperienza crescente dei tutor, nel settembre 2002 si decise di dare vita ad un laboratorio di storia locale per adulti. Questo anche grazie al coinvolgimento dell’Università della Libera Età “Natalia Ginzburg”, particolarmente attiva e dotata di una fitta rete di contatti sul territorio, e quindi utilissima per creare un gruppo di 15 – 18 adulti che, nel corso di sei incontri in Archivio storico, potessero dare vita, almeno nelle previsioni, ad una vera e propria ricerca su un tema scelto dal tutor e dall’Archivio stesso.

Il compito di condurre tale ulteriore sperimentazione venne ad affidato ad Anna Maria Ori, già insegnante di lettere con esperienza da tutor alle spalle, e condotto nei mesi di ottobre e novembre dello stesso anno, con partecipanti di età, preparazione, competenze, interessi decisamente disomogenei. Il successo fu superiore alle aspettative.

I primi due laboratori, confluiti ognuno in fascicoli, tuttora periodicamente ristampati, ebbero i titoli Attenzione, attenzione…Comunicazioni a mezzo altoparlante del Comune di Carpi. Settembre 1943 – giugno 1945 e Arrivano i francesi. In entrambi i casi si cercò di dare immagine alla vita quotidiana a Carpi rispettivamente sotto la Repubblica Sociale e nel corso della dominazione francese.

Il terzo anno venne introdotta una novità: alla tutor (sempre Anna Maria Ori), venne affiancata Cecilia Tamagnini, archivista. Ciò portò alla possibilità di correggere in corso d’opera la scelta dei materiali consultati e di poter utilizzare non un solo fondo archivistico, come era accaduto per le prime due edizioni, ma documenti provenienti da insiemi documentari eterogenei. Quell’anno vide la luce il fascicolo Borghi e contrade della città di Carpi.

I laboratori successivi consentirono di proseguire nell’analisi di momenti della storia locale non sempre affrontati con ampiezza in sede storiografica, sia per la volontà di evitare di ripetere ricerche già svolte su materiali noti, sia per dare un carattere di unicità alle ricerche svolte, complici anche alcuni “ritrovamenti” archivistici di Cecilia Tamagnini occorsi negli imponenti lavori di riordino dei magazzini dell’Archivio comunale. Il quarto e quinto fascicolo furono rispettivamente Abbia principio il secolo XIX. Momenti dell’Ottocento carpigiano e Luci e ombre nel passaggio del secolo a Carpi. Uomini, opere e istituzioni tra ‘800 e ‘900.

La sesta edizione del laboratorio è ricordata dai più per il tema inconsueto: il cimitero urbano e i cimiteri frazionali. Lavori pubblici e memorie private. Aspetti di storia sociale di Carpi attraverso i suoi cimiteri non solo affronta la complicatissima vicenda del cimitero urbano di Carpi, storia che ancora non si è conclusa, ma coglie anche i cambiamenti sociali avvenuti in città e nelle frazioni dall’indomani dell’editto di Saint Cloud fino al primo dopoguerra. Chi scrive crede di non fare torto a nessuno giudicando questo sesto fascicolo il più completo sia dal punto di vista storico, sia dell’analisi sociale affrontata dal gruppo di ricercatori.

Giunti nel 2008/09 al settimo anno di lavoro, il tema scelto può essere riassunto dallo slogan La reclame è l’anima del commercio; il tentativo, almeno nella fase ideativa, era quello di quantificare (proviamo a contare quali e quanti ditte e negozi si facevano pubblicità sui giornali locali) e di collocare topograficamente (vediamo quali erano le zone dove si addensavano i negozi e come si distribuivano in città le diverse tipologie merceologiche) gli esercizi commerciali e, in generale, i negozi a Carpi per mezzo delle inserzioni pubblicitarie presenti nelle raccolte di stampa locale periodica presenti in Archivio storico comunale, dall’«Alberto Pio» del 1871-72 fino alla prima guerra mondiale.

Da qui la proposta agli iscritti di compilare per ogni singola pubblicità una tabella nella quale registrare la serie d’informazioni utili a una rilevazione di questo tipo: fondo archivistico, testata e data del giornale, pagine, dimensioni dell’inserto, ragione sociale della ditta, indirizzo, eventuale telefono, presenza di immagini o decori, osservazioni sulla grafica e sull’impaginazione.

Il materiale raccolto si è dimostrato molto ricco e forse più difficile da studiare, rispetto alle previsione iniziali: quasi 2000 schede, da verificare e confrontare, da cui eliminare i doppioni, fino a rimanere con 373 schede in cui ogni ditta o ragione sociale figura una volta sola. Per rendere ragione dell’imponente lavoro preparatorio si è scelto di pubblicare una delle tabelle, nonostante la sua caratteristica di materiale non finito.

Al termine di tale lavoro, peraltro svolto ad una velocità imprevista, al momento di raccogliere le idee, i partecipanti al laboratorio si sono soprattutto concentrati sui contenuti delle singole inserzioni, sul loro confronto, su osservazioni di carattere generale, in un susseguirsi di riflessioni, confronti e richiami, anche perché la stessa ricchezza del materiale raccolto e la sua disomogeneità cronologica – addensandosi in modo particolare negli anni 1911-1914 – rendevano difficile la raccolta di dati consistenti per un’indagine statistica, mentre si per prestavano a questo tipo di osservazioni che sono state disposte in ordine cronologico, in modo che si susseguano i commenti sulle inserzioni pubblicitarie che ciascun iscritto o gruppo di lavoro ha ritenuto più significative e ha voluto commentare.

In conclusione, il materiale raccolto ha mostrato una realtà della Carpi di inizi Novecento un po’ diversa dall’immagine tradizionale: una città più interessante, più mossa, con maggiori possibili distrazioni e consumi di quanto una vulgata tutta incentrata sul disagio e le difficoltà del proletariato soprattutto rurale faccia apparire. Non si negano le sacche di povertà (forse molto più di sacche), ma in questo caso siamo di fronte alla visione che hanno o vorrebbero avere di Carpi coloro che investono in inserzioni pubblicitarie, per informare, attrarre, orientare i consumi di quella fetta di pubblico carpigiano che può permetterseli o che spera di permetterseli, prima o poi. I prezzi, quando sono indicati, non sembrano così «miti» come promessi, le offerte di mode, novità (magari non proprio da Parigi), varietà di tessuti pregiati – dai nomi esotici scritti in modo approssimativo, ma comunque riconoscibile -, alcune riproduzioni di vetrine ammiccanti, sono tutti elementi che giocano a mostrarci una città che si sta svegliando da un lungo torpore, con una borghesia ben decisa a godersi il meglio della vita (impianti di termosifoni, elettricità, grammofoni, teatri, bar, caffè e ristoranti), tallonata da un’aristocrazia operaia che non vede l’ora di poter accedere anch’essa a consumi che la distanzino dal proletariato.

Si osserva come le ditte che si occupano di meccanica, metallurgia e lavorazione dei metalli in genere siano abbastanza numerose (18), tanto da sfatare la vulgata che vuole la vocazione locale per questo tipo di attività nata solo dopo il trasferimento qui della Magneti Marelli, nel 1941.

Nella lettura diacronica, che si è in parte perduta nella tabella generale, risaltava prima di tutto una notevole mobilità di queste ditte, che si trasferiscono da vie meno movimentate a vie più centrali.

È curioso poi il fatto che alcuni titolari precisino la loro condizione di «successori» a precedenti proprietari: evidentemente questi ultimi godevano di buona reputazione e i subentranti speravano di mantenere il favore del pubblico dell’esercizio precedente. Infine, per quel che riguarda l’ereditarietà familiare, oltre a quanto messo in evidenza nei singoli saggi, è notevole che essa sia presente anche nella professione medica.

In conclusione a questo settimo anno de L’Officina della Storia. Laboratorio di storia locale per adulti, ritornano l’augurio e la speranza che da sempre ci animano: di essere riuscite a mantenere la ricchezza di spunti e di curiosità e il fervore di attività che hanno animato il laboratorio nelle persone dei partecipanti e entusiasti storici non professionisti, ma … con la serietà, l’impegno, il rigore e talvolta i numeri per diventarlo.

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