Bon Pastor, Barcellona: Dalla Resistenza al “Rinnovamento”

In the Orwellian language of urban renewal, renover means to destroy[1]

«Alcuni signori di Barcellona sono venuti qui, e, senza chiedere nessun tipo di permesso, si sono impossessati delle terre che convenivano loro ed hanno costruito due gruppi di casas baratas, in cui hanno portato una serie di famiglie, la maggior parte delle quali indesiderabili, provenienti da Murcia ed altre parti della Spagna, povere e piene di vizi morali. Il minimo che potrebbe fare ora il Comune di Barcellona è toglierci di mezzo tutta questa gente che ci danneggia tanto».

Così parlava il sindaco repubblicano di Santa Coloma di Gramenet in un’intervista concessa al giornale Las Noticias nell’ottobre 1932[2]. Effettivamente, pochi anni prima, ancora in piena dittatura del generale Primo de Rivera, il Comune di Barcellona si era trovato nella necessità di disfarsi di una serie di quartieri spontanei, sorti sulle pendici della montagna di Montjuïc[3], abitati da migliaia di immigrati, quasi tutti del sud della Spagna e quasi tutti estremamente poveri. Nel 1929, sulla montagna di Montjuïc (che appena un ventennio prima era stato teatro dell’esecuzione dell’anarchico Francisco Ferrer i Guàrdia) si celebrò un’Esposizione Universale, attraverso la quale il sindaco Rius i Taulet volle mostrare al mondo la capacità produttiva ed organizzativa della sua città, di recente industrializzazione: in particolare, nel risolvere il problema delle baracche e delle case per gli operai[4]. Era l’epoca dell’igienismo urbano, di derivazione francese: proprio a Parigi, in un congresso internazionale nel 1889, si era cominciato a parlare di “case economiche”[5] con cui risolvere i problemi dei quartieri poveri e malsani delle metropoli. In Spagna ci fu bisogno di qualche decennio in più perché si approvasse la prima Ley de Casas Baratas (detta Ley Posada), del 1911; le autorità cittadine di Barcellona, che già dal secolo precedente discutevano di “città giardino” per le classi popolari[6], dovettero affrontare non pochi problemi prima di riuscire finalmente a mettere in pratica i dettami della legge. Nel 1928 dopo vari anni di censimenti e progetti, il Patronato Municipal de la Vivienda acquistò quattro terreni in aperta campagna, due dei quali addirittura fuori dal territorio municipale di Barcellona, per l’appunto nel municipio di Santa Coloma di Gramenet[7].

Le intenzioni delle autorità erano tutt’altro che magnanime: tutti questi proletari e sottoproletari, che fino a quel momento avevano vissuto in case o baracche autocostruite tra i sentieri di una collina, venivano portati in aperta campagna e alloggiati in una griglia di abitazioni tutte uguali, attraversate da strade contrassegnate con numeri progressivi, sotto lo stretto controllo di una caserma della Guardia Civil costruita apposta per loro[8].

[Il gruppo di casas baratas Milans del Bosch, oggi Bon Pastor, nel 1932 (J. Dominguez)]

È vero anche che il sindaco di Santa Coloma de Gramenet, a quel tempo un paesino di 5000 anime sulla riva del fiume Besòs, non era stato avvisato né dell’acquisto dei terreni né dell’inizio dei lavori di costruzione delle case. Il governatore civile di Barcellona, generale Milans del Bosch, di antica stirpe militare, aveva stabilito che trattandosi di una decisione superiore, non c’era bisogno neanche del permesso del Comune corrispondente[9]. Sui terreni di Santa Coloma acquistati dal Patronato si costruirono due gruppi di case, che ebbero il nome rispettivamente del governatore civile e del sindaco di Barcellona che ne avevano promosso la costruzione: il più grande, Milans del Bosch, contava 800 “case economiche”, la maggior parte di 40 m2; l’altro, Barón de Viver, 400. Negli altri due gruppi, Ramón Albó ed Eduardo Aunós, dall’altro lato della città, si costruirono altrettante abitazioni: in tutto 2.400 case, per una popolazione di sfollati che contava allora almeno 10.000 persone[10].

I due quartieri sulla riva del Besòs si inaugurarono proprio l’anno dell’Esposizione[11]. Si popolarono lentamente: le case erano solide e disponevano di acqua ed elettricità[12], ma erano in mezzo al nulla, di fatto in una terra di nessuno, fino a quel momento disabitata perché soggetta alle continue inondazioni del Río Besòs (le cosiddette besosadas)[13]. Non c’erano servizi medici, né farmacie, né mercato; le due scuole costruite (una per gruppo) erano chiuse, e per arrivare al nucleo urbano più vicino – il quartiere di Sant Andreu o il centro di Santa Coloma – bisognava percorrere 4 o 5 km, attraverso i campi e senza nessuna illuminazione. Si trattava di bisogni che avrebbe dovuto soddisfare il Comune di Santa Coloma, nel cui municipio si trovavano i due gruppi; ma come abbiamo visto, la loro costruzione non era stata di gradimento né del sindaco né della maggior parte degli abitanti della piccola città, che aveva visto d’improvviso raddoppiare la propria popolazione per il trasferimento di famiglie con un livello economico estremamente più basso. Anche la questione linguistica giocò un ruolo decisivo: questi immigrati, pur se interni allo stato spagnolo (venivano quasi tutti da Murcia) parlavano pur sempre un’altra lingua, il castigliano: l’atteggiamento del Comune e del settore più tradizionalista e catalanista della popolazione rispetto ai nuovi abitanti che erano arrivati alle case economiche «non era precisamente positivo, si potrebbe addirittura chiamare xenofobo»[14].

Le case cominciarono presto a deteriorarsi[15], e come se non bastasse sopraggiunse una durissima crisi economica, conseguenza in parte della crisi mondiale del ’29, in parte dell’avvento della Repubblica. Le famiglie delle case economiche, prevalentemente operai non qualificati, rimasti senza impiego ed abbandonati dalle istituzioni, cominciarono ad organizzarsi. Specialmente nel più grande dei due gruppi, che aveva il vantaggio di non essere completamente isolato: molto vicine al quartiere sorgevano tre fabbriche ed un piccolo gruppo di case, la barriada Sanchís, in cui vivevano gli operai di una di esse.

Con la Repubblica, tutte e tre le fabbriche intorno al quartiere furono collettivizzate[16]. Gli operai delle case economiche erano prevalentemente anarcosindacalisti, iscritti alla CNT-FAI (affiliazione che era comune a una estesa area di quartieri della periferia di Barcellona, prevalentemente abitati da immigrati del sud)[17]. Il proprietario di una delle fabbriche, Enric Sanchís, piccolo possidente della zona e fondatore dell’agglomerato di case che ancora porta il suo nome, continuò a lavorare nella fabbrica collettivizzata insieme agli operai, e decise di cedere agli anarcosindacalisti un locale, perché non utilizzassero la parrocchia della fabbrica per le loro riunioni. Per sopperire alla mancanza di approvvigionamento alimentare, in questo locale si organizzò una cooperativa di consumo, gestita dagli anarcosindacalisti; nei loro progetti c’era anche l’apertura di una “scuola moderna”, cioè laica e volta alla liberazione sociale dei figli degli operai[18].

Vista l’appartenenza politica e le condizioni di vita in cui si trovarono ad abitare, non ci può sorprendere il fatto che quasi subito gli inquilini smisero di pagare gli affitti al Patronato. La huelga de alquileres – sciopero degli affitti – si diffuse per tutta Barcellona, ma fu particolarmente estesa nei gruppi di casas baratas, dove non si pagò né l’affitto né l’acqua né la luce durante tutta l’epoca della Repubblica. Gli operai chiedevano, oltre ai servizi fondamentali ed all’abbassamento dei fitti, l’abolizione del Patronato de la Vivienda, «per immoralità nel compimento della sua missione[19]». Senza lavoro, senza alimenti, tormentati dalla tubercolosi e dal rachitismo, gli abitanti delle case economiche si trovarono a dover affrontare anche gli sgomberi, spesso con un notevole dispiegamento di polizia, inviata dalle autorità repubblicane[20]. Gli sgomberi e le minacce di sgombero finirono solo con l’arrivo della peggiore delle calamità: la guerra civile.

Il 20 luglio, il giorno successivo al levantamiento delle truppe franchiste in Marocco, trecento uomini armati partirono da Santa Coloma e dalle casas baratas per assaltare la caserma di Sant Andreu. Oltre alle armi, molti insorti presero cibo, coperte, vestiario. Nello stesso momento dell’insurrezione, il parroco del secondo gruppo di case, Monsignor Carles Ballart, si trovò circondato dentro la chiesa; cercò di saltare dal balcone e cadde, poi ricevette un colpo di pistola. Fu il primo religioso ucciso in Spagna dall’inizio dell’insurrezione[21]. Gli insorti decisero di non bruciare la chiesa, ma di riconvertirla a mensa popolare[22]. Dal secondo gruppo partirono diverse colonne di miliziani per il fronte, per lo più anarcosindacalisti; la fabbrica Sanchís fu riconvertita alla produzione di armamenti, cosa che determinò un bombardamento del quartiere da parte dell’aviazione fascista italiana, il 29 maggio del 1937, che causò 9 morti, tra cui tre bambini. Le case colpite rimasero distrutte per anni, anche dopo la fine della guerra[23]. La repressione e le rappresaglie durante il franchismo presero la forma di esecuzioni e deportazioni; anche se buona parte della popolazione fuggì in Francia o sui Pirenei subito prima dell’entrata dei nacionales a Santa Coloma, chi rimase si trovò a dover sopportare quotidiane angherie che si aggiunsero alla fame.

[Processione in calle Alfarras (data e autore sconosciuti)]

I prigionieri politici venivano rastrellati da tutta la città e portati con i camion fino alla foce del Río Besòs, in una parte di spiaggia che allora si chiamava Campo de la Bota[24]. Le esecuzioni erano quotidiane, ed il sinistro passaggio dei camion verso la spiaggia durò almeno 15 anni[25]. Furono anni di terrore e di miseria: nelle casas baratas, il ricordo della fame prende la forma delle bucce di patate bollite fino a farsi trasparenti, delle farinetas (semolini)di mais, del contrabbando[26], dei piccoli ma continui furti ai campi intorno al quartiere[27], con relative sparatorie e avvelenamenti da parte dei contadini. Dopo anni di insistenza da parte delle autorità municipali di Santa Coloma, i quartieri di casas baratas passarono a far parte di Barcellona, il cui limite municipale da allora coincide con la riva del Río Besòs[28]. Un personaggio fu protagonista della vita del quartiere nel dopoguerra: monsignor Joan Cortinas, «sacerdote postconciliare prima del Concilio»[29], che dotò il quartiere di un ambulatorio, visitava i detenuti (anche quelli politici) e difese la dignità del quartiere. Fu lui che decise di cambiare il nome delquartiere in Buen Pastor, dal nome della parrocchia, per combattere la cattiva fama associata all’espressione casas baratas[30]. Una cattiva fama in cui si confondevano malavita e dissidenza politica, aspetti che il franchismo cercava di mantenere il più possibile insieme. Fu soprannominato padre Botella quando, ormai negli anni ’60, organizzò una celebre raccolta di bottiglie vuote di champagne, a cui parteciparono molti ragazzi e giovani del quartiere, per finanziare la costruzione di una scuola; che però, per la delusione di molte famiglie che vi avevano collaborato, finí per essere una scuola privata[31].

Negli ultimi anni del franchismo, il malcontento cominciò a prendere una forma più definita. Le organizzazioni politiche erano proibite, ma si parlava di politica in altri ambiti: l’Associazione di padri e madri degli alunni, il Gruppo escursionista, ed infine la Asociación de Vecinos, corrispondente al Comitato di quartiere in Italia. Negli anni Settanta ci fu il boom di queste associazioni, che concentrandosi su rivendicazioni di quartiere – l’ambulatorio, i semafori, l’organizzazione delle feste popolari – canalizzavano la dissidenza al regime. A Bon Pastor il Comitato di quartiere nascondeva un ciclostile nella soffitta della chiesa, e i suoi membri realizzavano volantinaggi clandestini contro la dittatura[32]. Intanto la città si espandeva: l’ultimo dei sindaci franchisti di Barcellona, Porcioles, fece costruire una serie di nuovi edifici intorno al quartiere; nel 1961 si fece il mercato, nel 1976 l’ambulatorio, grazie alle rivendicazioni del Comitato di quartiere, e Buen Pastor cominciava ad uscire dall’isolamento[33]. La crescita economica permise a molte famiglie di ristrutturare le case, a spese proprie, nonostante i contratti prevedessero il divieto di realizzare lavori strutturali.

[La nevicata del 1963 (Archivio personale Jerónimo López)]

La transizione (1975-76) vide tutti questi movimenti di quartiere diventare i protagonisti, con gli scioperi e le lotte operaie, del panorama sociale della città[34]. Le mobilitazioni crearono anche nuovi legami tra gli abitanti, la maggior parte dei quali abitavano il quartiere da quasi mezzo secolo, passandosi le case da una generazione all’altra. Tra gli inquilini si erano create ormai relazioni di solidarietà che, sviluppandosi in una zona non più in aperta campagna, ma comunque in estrema periferia (dove «i taxi si rifiutavano di entrare»[35]), sostituivano l’intervento dello Stato: nella risoluzione dei conflitti, nell’assistenza mutua, addirittura nell’organizzazione dei lavori pubblici. Se il Patronato manteneva la proprietà delle case, infatti, non adempiva certo ai doveri di manutenzione strutturale che incombono su ogni proprietario. Furono gli abitanti stessi – molti dei quali ormai operai qualificati – ad occuparsi di quasi ogni aspetto del restauro delle case e anche degli spazi pubblici: che mentre venivano restaurati venivano anche “fatti propri” idealmente dai loro abitanti. È per esprimere forse una sorta di diritto d’usucapione, che gli abitanti delle case cominciarono a costruire il mito della “donazione”: le case sarebbero state donate ai poveri da una Marchesa, o Contessa; il Patronato avrebbe dovuto solo amministrarle per un periodo e poi lasciarle come proprietà degli inquilini. Col tempo se ne sarebbe invece impossessato, tradendo la parola data al ricevere l’incarico, e nascondendo o distruggendo tutti i documenti che testimoniavano la donazione[36]. Ora cominciava a raccogliere i frutti di questa appropriazione indebita, aumentando gli affitti e sostituendo i contratti antichi, con la scusa di alcune nuove riforme. Alla fine degli anni Ottanta infatti il Patronato promosse una ristrutturazione delle case per le famiglie disposte a pagare un supplemento: alcune strade furono rese pedonali, e molte case ebbero un secondo piano o una sostituzione integrale delle travi del tetto[37].

Ma gli anni Ottanta videro anche una nuova calamità abbattersi sul quartiere: l’auge del commercio e del consumo di eroina, a cui si arrivò senza soluzione di continuità attraverso il contrabbando che da sempre era stato presente nella zona[38]. Questo implicò, oltre alla calamità delle morti tra i giovani e meno giovani[39], anche un’importante trasformazione nell’identità del quartiere, in particolare nella sua immagine verso l’esterno: si accentuò l’aspetto lumpen, che finì per sostituire integralmente l’identità di lotta, che Bon Pastor aveva mantenuto dagli anni Trenta agli anni Settanta. L’ombra di questa identità lumpen aveva pesato da sempre sul quartiere, dai tempi della rivalità di classe con Santa Coloma; ma l’identità politica – in particolare quella anarcosindacalista – ne era sempre stato l’antidoto. Gli anni Ottanta videro la vittoria definitiva di questa immagine, che come abbiamo visto era stata promossa dalla propaganda del regime già in epoca franchista, e anche grazie alla nascita di un nuovo immaginario legato ai quartieri bassi ed al sottoproletariato, soprattutto quello gitano.

Alla fine degli anni Ottanta vennero demoliti alcuni degli ultimi nuclei di baracche di Barcellona, che si preparava per il nuovo grande evento di rilevanza internazionale, le Olimpiadi del 1992. Quartieri come la Perona, a poca distanza da Bon Pastor, abitati quasi unicamente da gitani, vennero rasi al suolo, e gli abitanti divisi tra i vari nuclei di case popolari dei dintorni[40]. La nuova identità gitana, legata non più alle baracche ma ai grossi blocchi di case popolari, spesso molto degradati – per i quali si coniò l’espressione barraquismo vertical – diede origine ad una mitologia cinematografica e musicale: le epiche de El Torete e El Vaquilla, giovani outsider gitani che vivono pericolosamente tra i furti di macchine, gli arresti continui, ed il consumo di stupefacenti[41]. Bon Pastor (che era in realtà il più catalano tra i quattro quartieri di casas baratas[42])entrò suo malgrado a far parte di questi quartieri “bassi”, a forte presenza gitana, legati indissolubilmente a questo nuovo immaginario. Ma la vita continuava a scorrervi relativamente tranquilla, tra le cene all’aperto tra vicini di casa, l’“aiutarella”[43], i falò la notte di San Juan, i bambini gitani e payos (non gitani) che condividevano gli stessi spazi e le stesse scuole, e l’immancabile rumba flamenca che riesce ancora a far ballare tutti, senza distinzioni di età, appartenenza, provenienza sociale.

[La vita nel quartiere oggi (Carola Pagani, 2004)]

A partire dagli anni novanta la popolazione del quartiere cominciò a polarizzarsi: le case assegnate ai nuovi affittuari, molti dei quali gitani, spesso famiglie numerose, erano normalmente le meno curate, quelle i cui inquilini precedenti avevano speso meno nella ristrutturazione, fino ad abbandonarle completamente. Invece, i discendenti delle famiglie più saldamente stanziate nel quartiere avevano assicurato una certa continuità nella manutenzione delle case, i cui fitti erano rimasti molto bassi, e con cui avevano un forte attaccamento sentimentale. I nuovi venuti invece si erano visti affittare delle case in pessime condizioni, a prezzi molto più alti, ma con una promessa: che presto sarebbero stati concessi loro degli appartamenti nuovi[44]. Mentre si andava delineando questa divisione interna, il Comitato di quartiere, che, come abbiamo visto, aveva svolto fino a quel momento un ruolo fondamentale nelle rivendicazioni popolari, subì un forte processo di istituzionalizzazione. Grazie all’amministrazione municipale di sinistra, molti esponenti dei cosiddetti movimientos vecinales di tutta la città cominciarono ad ottenere cariche ed onorificenze pubbliche. L’istituzionalizzazione rappresentava un importante riconoscimento verso chi aveva dovuto vivere la clandestinità; ma determinò invariabilmente una trasformazione della linea politica in senso filo-governativo[45].

Nel caso di Bon Pastor, l’istituzionalizzazione dell’Asociación de Vecinos permise al Patronato di realizzare ciò che sempre più chiaramente appariva all’orizzonte dell’evoluzione del mercato immobiliare: Bon Pastor era rimasto l’ultimo terreno di proprietà municipale di cui ancora si poteva aumentare la densità abitativa, abbattendo le case economiche e costruendo edifici. L’urbanizzazione estensiva rappresentata da 784 case unifamiliari ad un piano, ormai sovrastate dalla folta macchia delle chiome degli alberi, era diventata un unicum sul territorio intensivamente urbanizzato della Pianura di Barcellona; i cui confini naturali – le montagne, il mare e i due fiumi Besòs e Llobregat – non permettono estensioni in orizzontale. Questo bisogno cominciò a farsi più pressante nell’imminenza dell’ennesimo evento internazionale da celebrare a Barcellona: il Forum Universale delle Culture del 2004. L’intervento intensivo nello storico quartiere operaio di Poblenou, contiguo a Bon Pastor, trasformato nei quattro anni precedenti al Forum in un moderno (e disabitato) “distretto tecnologico”[46], la progettazione della stazione del Treno ad alta velocità nel vicino quartiere de La Sagrera, per il quale si scritturò l’“archistar” Frank Gehry[47], la realizzazione di alcuni edifici di oltre trenta piani sull’altra riva del Río Besòs, dal lato di Santa Coloma ma proprio di fronte a Bon Pastor, rese evidente che la decisione sul quartiere era già stata presa molto prima di essere annunciata[48].

Il ruolo che assunse da subito il Comitato di quartiere quando si cominciò a parlare di remodelar las casas baratas fu quello di farsi portavoce della decisione principale del Patronato: quella di demolire tutte le case e rialloggiare in nuovi edifici tutti gli abitanti, a cui agevolare l’acquisto di appartamenti[49]. Una soluzione che favoriva nettamente il settore più giovane della popolazione, con maggiore potere d’acquisto, e danneggiava gli abitanti più anziani, a cui si negava il diritto a qualunque indennizzo. «Un treno che non possiamo perdere» fu definita la Remodelación[50], nell’imminenza della celebrazione di un referendum – «non vincolante»[51] – con cui gli abitanti delle case furono chiamati ad esprimere un “sì” o un “no” ad un progetto di fatto già approvato. A partire da questo momento la divisione nel quartiere si trasformò in un conflitto aperto, tra il settore delle famiglie arrivate di recente, che vivevano nell’attesa di un miglioramento delle proprie condizioni abitative, ed il settore di inquilini più anziani e “storici”, contrari alla demolizione delle case economiche. Alcuni rappresentanti di questi ultimi, nel 2003, costituirono una associazione chiamata “Nonni del quartiere” (Avis del barri) “in difesa degli inquilini delle case economiche di Bon Pastor”, che si impegnò a combattere la Remodelación con i mezzi più diversi. I difensori delle case rivendicavano – e continuano a rivendicare – il valore del quartiere come patrimonio storico[52], testimonianza di epoche di cui si tende a rimuovere la memoria, ma anche il valore delle specificità culturali nate tra le strade e le piazze delle casas baratas: la cui struttura estensiva ed “orizzontale” garantisce una qualità della vita più comunitaria, con meno barriere tra pubblico e privato, rispetto ai modelli urbanistici dominanti, e soprattutto rispetto ai nuovi appartamenti in cui saranno trasferiti gli inquilini[53]. Gli anni 2003-2008 videro l’esplosione di rivalità e divisioni tra famiglie da sempre unite, schierate ai due lati della spaccatura creata ad arte tra casas o pisos, case o appartamenti; la demolizione di 145 casas baratas[54]; la costruzione di oltre 300 nuovi appartamenti, e lo sgombero di quattro famiglie storiche del quartiere, con relativi scontri tra polizia e abitanti del quartiere[55]. Dalla necessità di mitigare questo conflitto, nasce l’iniziativa del concorso Repensar Bon Pastor.

[Demolizioni, maggio 2007 (Stefano Portelli)]

L’appello dell’International Alliance of Inhabitants[56] per un concorso d’idee a livello internazionale[57] rappresenta forse l’unico modo per uscire dallo stallo in cui si trovano oggi gli abitanti delle casas baratas, presi in una dicotomia artificiale tra nostalgia e modernità. Un contributo dall’esterno, un intervento solidale anche da parte di chi non ha niente a che vedere con questa lunga storia, può forse contribuire a ricucire una tensione sociale che rischia di esplodere anche dopo il trasloco ai nuovi edifici. Ma non è solo per solidarietà verso gli inquilini dissidenti, che ancora apprezzano la qualità della vita nelle case e le relazioni sociali che permette questa modalità abitativa; è anche perché il quartiere è patrimonio della città intera, è la testimonianza viva di un passato operaio e anarcosindacalista di cui si ha bisogno anche nel presente; sul quale deve essere chiamata a decidere una comunità più vasta di quella formata dagli attuali inquilini, meno ancora se solo dai loro rappresentanti istituzionali. Non se ne può ragionare solo in termini di progresso e nostalgia; né solo in termini di guadagno e perdita economica, come spesso, anche solo per sentirsi al passo coi tempi, si trovano a fare la maggior parte degli inquilini. C’è bisogno di una tregua, anche solo per riflettere sul futuro delle nostre città e delle nostre comunità; a partire da una zona condannata sicuramente alla sparizione, ma forse non all’oblio.

[Le case economiche viste dall’alto (Carola Pagani, 2004)]

Stefano Portelli, laureato in Antropologia all’Università di Roma “La Sapienza”, sta conducendo dal 2004 una ricerca sulla trasformazione del quartiere di Bon Pastor, nell’ambito di un progetto finanziato dall’Inventario del patrimonio etnologico della Catalogna (IPEC).

 


[1] K. Knorr, The destruction of Paris, in «The New Criterion», vol. 16, n. 6, febbraio 1998. Parzialmente disponibile online: http://www.newcriterion.com/articles.cfm/destructionofparis-knorr-3205 (consultato il 9/11/2009).

[2] J.J. Gallardo Romero, Los orígenes del movimiento obrero en Santa Coloma de Gramenet. El anarcosindicalismo (1923-1936), Santa Coloma de Gramenet, Grupo de Historia José Berruezo, 2000.

[3] La montagna di Montjuïc per Barcellona svolge una funzione simile a quella del Gianicolo nella Roma arcaica: è il luogo dell’indesiderabile, degli scarti, del cimitero, del rimosso. «Una specie di limbo (…) in cui si scarica tutto ciò che si considera, in senso positivo o negativo (…) alieno, periferico o residuale nella rappresentazione della città». Carrer, festa i revolta. Els usos simbòlics de l’espai públic a Barcelona (1951-2000), a cura di Manuel Delgado, Barcellona, Generalitat de Catalunya, 2003, p. 95.

[4] J.M. Huertas Clavería, Cronología de Montjuïc, in «Barcelona Metròpolis Mediterrània» n. 61, 2003. Disponibile online a: http://www.bcn.es/publicacions/b_mm/ebmm61/bmm61_qc71.htm (consultato il 9/11/2009). Una ricostruzione romanzata dei preparativi per l’esposizione si trova nel classico romanzo di Eduardo Mendoza, La ciudad de los prodigios, Barcellona, RBA Editores, 1986.

[5] P. Ortego Gil, Las casas baratas, Madrid, Iustel, 2006; R.H. Dattwyler, La política de Casas Baratas a principios de siglo XX. El caso chileno, in «Scripta Nova. Revista electrónica de geografía y ciencias sociales» n. 55, gennaio 2000.

[6] H. Capel, M. Tatjer, Reforma social, servicios asistenciales e higienismo en la Barcelona del siglo XIX (1876-1900), in «Ciudad y territorio»n. 89, 1991, pp. 233-246; E. Masjuan, La ecología humana en el anarquismo ibérico. Urbanismo “organico” o ecológico, neomalthusianismo y naturismo social, Barcellona, Icària Editorial, 2000.

[7] R. Ontiveros, A l’altra banda del Besòs. Els terrenys segregats a Santa Coloma el 1945, «Puig Castellar» n.3-4, giugno 1992, p.63; J. Fabre, J.M. Huertas Clavería, Tots els barris de Barcelona, Barcellona, Edicions 62, 1976, p. 83. Tratteremo più avanti del “mito” della donazione dei terreni ai poveri. Per quanto ci risulta, i terreni furono legalmente acquistati, cosa che rende il mito della donazione ancora più significativo.

[8] L’operazione vede un parallelismo in Italia con la costruzione delle borgate: «Le borgate, volute dai fascisti e consacrate dai democristiani, sono dei veri e propri campi di concentramento» (P.P. Pasolini, Dialoghi, Roma, Editori Riuniti, 1992, p. 46). Nella foto [1] si può osservare una certa analogia anche tra il campo di concentramento ed il gruppo di case economiche appena costruite, a livello di disposizione degli edifici e degli spazi, al di là del loro uso. Si veda anche P. Brunello (a cura di), L’urbanistica del disprezzo. Campi rom e società italiana, Roma, Manifesto Libri, 1996.

[9] La Publicitat, 14-3-1933, in Gallardo Romero, op.cit.
[10] Fabre, Huertas Clavería, op.cit.
[11] La Vanguardia, 9-11-1929.

[12] Fabre, Huertas Clavería, op.cit.: pp. 84-85. Sull’esistenza degli allacci elettrici ed idrici nelle casas baratas appena costruite, come sull’esistenza delle fondamenta, è in corso una polemica il cui scopo è legittimare o delegittimare le demolizioni delle case. Tanto le fonti scritte come quelle orali ci confermano la versione qui riportata. Francisca Hernández Roca, intervistata il 26/10/2009.

[13] M. Checa Artasu, Els inicis de la colonització urbana a la dreta del Besòs (1906-1930) in «Àgora. Revista d’història de Santa Coloma de Gramenet», n. 7, marzo 2002, pp. 89-113.

[14] Gallardo Romero, op.cit., p.175.

[15] «Bisogna tener conto del fatto che queste “case” si trovano già in uno stato lamentevole. I tramezzi si sono infossati, i pavimenti si sono gonfiati, le tubature e i rubinetti rotti ed intasati, tutto in pessime condizioni per la cattiva qualità dei materiali usati». Solidaridad Obrera, 29-7-1932, in Gallardo Romero, op.cit., p. 177.

[16] Ontiveros, op.cit., p. 65.

[17] Di recente è stata proposta un’analisi d’insieme di tutti questi quartieri, considerati come un’entità con un’identità propria: il cinturón rojo y negro. Questo approccio è stato proposto nel corso del congresso Radicalismo cenetista y obrerismo en la periferia de Barcelona (1918-1939), organizzato dalla Scuola d’Architettura del Vallés e dal Grupo de historia José Berruezo a Sant Cugat il 5-6 luglio 2003. Gli atti sono stati pubblicati in J.L. Oyón, J.J. Gallardo, El cinturón rojinegro. Radicalismo cenetista y obrerismo en la periferia de Barcelona (1918-1939), Barcellona, Ediciones Carena, 2004.

[18] Il teorico della “scuola moderna” era quello stesso Franscisco Ferrer i Guàrdia, anarchico, fucilato sul Montjuïc. Il progetto politico dichiarato all’atto della fondazione della Cooperativa, era: «attraverso la cooperazione oggi nel consumo, domani nella produzione ed in altre forme, mettere nelle mani del proletariato in collettività il capitale, le terre, le fabbriche, gli strumenti e i benefici del lavoro, per la creazione di ricchezza collettiva e per rendere impossibile la funzione degli intermediari e dei padroni, fino ad arrivare alla sparizione del capitalismo». Arxiu Històric Museu Torre Balldovina de Santa Coloma de Gramenet, Caja de Instancias 1936-1938.

[19] Solidaridad Obrera, 9-5-1931.

[20] J.J. Gallardo Romero, op.cit., pp. 183-186.

[21] Come riporta nelle sue memorie Juan Cortinas, il parroco che gli succedette (Memòries de Mossén Joan Cortinas. Una vida de servei als altres. Santa Coloma de Gramenet: Ajuntament de Santa Coloma de Gramenet, 1992), Ballart era già inviso al quartiere per gli atteggiamenti che aveva dimostrato nei confronti degli operai. Non lo era stato il suo predecessore Pujalt, amato anche dagli anarcosindacalisti, che lo difesero in più di una occasione, salvandogli la vita. Risulta perciò quantomeno fazioso che nell’unica monografia esistente sul quartiere, pubblicata dallo stesso Patronato, si definisca Ballart «la prima vittima della repressione rivoluzionaria» (corsivo mio). M. Checa Artasu, C. Travé, Bon Pastor, història d’un barri. Barcellona: Ajuntament de Barcelona, Direcció de Participació Ciutadana Districte de Sant Andreu, Pla de Futur de Bon Pastor, 2007.

[22] Cortinas, op.cit.
[23] Josefa Oliveras Sans, intervistata il 3-11-2009.

[24] Le fucilazioni durarono dal 20 febbraio 1939 fino al 24 dicembre 1959. In tutto vennero uccisi 1619 prigionieri repubblicani. La lapide che li ricordava è stata rimossa nel 2004 per spianare la piazza centrale per la celebrazione del Forum Universale delle Culture del 2004. Triste risposta alla richiesta che vi era scolpita: «Che i miei anni di gioia ricomincino / senza cancellare nessuna cicatrice dello spirito / O padre della notte, del mare e del silenzio / io voglio la pace, ma non voglio l’oblio».

[25] Adolfo Castanyos Igartua, intervistato il 13-7-2006; J.M. Solé i Sabaté, La repressió franquista a Catalunya, 1938-1953, Barcellona, Edicions 62, 1985.

[26] Il piccolo contrabbando di quartiere come quello a cui si fa riferimento qui, è detto spesso “estraperlo”. Si tratta di un termine dall’etimologia interessante, che risale ad uno scandalo del periodo della Seconda Repubblica spagnola, quando due olandesi, Strauss e Perlowitz, dalle oscure origini ma con contatti nei partiti della destra repubblicana, riuscirono a diffondere un gioco d’azzardo truccato, che chiamarono, dai loro cognomi, stra-perl.

[27] Carmen García García e José Rodriguez Giménez, intervistati il 6-6-2009.

[28] Annexió Barcelona del terme municipal de Santa Coloma de Gramenet situat al marge dret del riu Besòs, a partir de documents obrants a l’arxiu municipal. Recopilació de material documental. Arxiu Administratiu Municipal, Santa Coloma de Gramenet, ottobre 1993.

[29] Fabre e Huertas Clavería, op. cit., p. 153.

[30] Cortinas, op. cit. Buen Pastor, in castigliano, si chiamava durante la dittatura; dopo la transizione prese la denominazione catalana di Bon Pastor.

[31] Antonia Asensio de Paco, intervistata il 19-10-2009; Aurora Sardaña García, intervistata il 22-8-2007.

[32] Ramón Fenoy Manzanera, intervistato il 27-7-2009.
[33] J.M. Alibes et al., La Barcelona de Porcioles, Barcellona, ed. Laia, 1976.

[34] J.M. Huertas Clavería, M. Andreu, Barcelona en lluita (1965-1996), Barcellona, Federació d’Associacions de Veïns de Barcelona (FAVB), 1996.

[35] Carlos Fernández, intervistato il 21-7-2009.

[36] Ho registrato la diffusione di questo mito in più di una occasione, tanto nel 2004 come nel 2009; la Contessa o Marchesa a cui si fa riferimento è la Marquesa de Castellvell, Dolors Càrcer i Ros, che effettivamente vendette il terreno del quartiere al Patronato. Il Patronato si è dovuto preoccupare di smentire la leggenda per iscritto: M. Domingo, F. Segarra, Barcelona: les cases barates, Barcellona, Patronat Municipal de l’Habitatge, 1999. C’è da dire che nella maggior parte degli archivi pubblici di Barcellona manca completamente la documentazione del biennio 1937-39.

[37] T. Orobitg, Barris en remodelació, in «Habitatge» n.9-10, 1987.

[38] Un’intervistata che preferisco mantenere anonima ci spiega: «Non avevamo una lira, i servizi sociali non ci aiutavano; un amico di mio marito ce la offrí per uscire dalla situazione… ci avevano tagliato la luce, l’acqua, io sono stata incinta per due anni di seguito (…), lui non trovava lavoro, come tiravamo avanti? (…) Glie l’hanno offerto e l’abbiamo fatto, come sempre si sono fatte qui cose proibite; anticamente si vendeva (…) lo zafferano dai paesini, il tabacco da fuori… che ancora lo vendono, portano il tabacco da Andorra…»

[39] M.A. Juste i Moreno, Territori i seguretat. Una aproximació a la problemàtica de Bon Pastor, Barcellona, Comissió Tècnica de Seguretat Urbana, Ajuntament de Barcelona, 1989.

[40] C. Larrea, M. Tatjer, Memòria de treball del Grup d’Estudi sobre Barraquisme a Barcelona, Barcellona, Inventari del Patrimoni Etnològic de Catalunya (IPEC), 2008.

[41] Per una filmografia e discografia essenziale di questa corrente, detta “quinqui”, si può ricorrere al catalogo dell’esposizione Quinquis de los ochenta del Centro de Cultura Contemporánea de Barcelona, 2009.

[42] Fabre e Huertas Clavería, op. cit., p.169-170. Sulla questione etnico-lingustica nei quartieri di casas baratas, è imprescindibile F. Candel, Els altres catalans,Barcellona, Edicions 62, 1964.

[43] In Catalogna una consuetudine simile alla nostra “aiutarella” è detta “a tornallom”. Si veda il documentario omonimo di Enric Peris e Miguel Castro (2005).

[44] S. Portelli e S. Minarelli, Resultados de la encuesta en las casas baratas de Bon Pastor, Barcellona, Plataforma Veïnal contra l’Especulació (PVCE), 2004.

[45] M.-H. Bacqué, Action collective, institutionnalisation et contre-pouvoir: action associative et communautaire à Paris et Montreal, in «Espaces et sociétés» 2005/4, 123, 2005, pp.69-84.

[46] I. Marrero, ¿Del Manchester català al Soho barcelonés? La Renovación del barrio del Poblenou en Barcelona y la cuestión de la vivienda, in «Scripta Nova. Revista electrónica de geografía y ciencias sociales», n. 146(137), 2003.

[47] Frank Gehry (1929), architetto nordamericano, ha già realizzato in Spagna il museo Guggenheim di Bilbao ed il pesce dorato nel Porto Olimpico di Barcellona.

[48] Formalmente, nel 2003 si svolse un processo di partecipazione popolare tra gli abitanti delle case che portò alla decisione del loro abbattimento integrale. Ma già da anni si parlava della demolizione del quartiere come di una decisione già presa. «Pisos nuevos substituiran las casi 800 casas baratas del barrio de Bon Pastor» è il titolo di un articolo de La Vanguardia del 23-9-1998, che descrive il progetto di demolizione esattamente nella forma in cui verrà poi eseguito, cinque anni più tardi.

[49] Il “Plan de Remodelación” del quartiere è in realtà la Modificació del Pla General Metropolità al Polígon de les Cases Barates del Bon Pastor (MPGM), Ajuntament de Barcelona, Sector d’Urbanisme. 20-3-2001.

[50] L’espressione è richiamata anche nel titolo di un documentario sul quartiere: Súbete al carro di Matilde Molnar, Ariadna Maestre, Michalis Kastanadis. Tanios Films, Barcellona 2008.

[51] Atti della sessione del Consell Municipal de Barcelona del 22-12-2003.

[52] Il valore patrimoniale, come bene culturale, di questo tipo di tessuto urbano popolare è scarsamente riconosciuto dal diritto spagnolo. «Le abitazioni cooperative o costruite grazie alle leggi di Casas Baratas degli anni venti e trenta per gli operai qualificati o gli impiegati aspettano ancora un riconoscimento patrimoniale esplicito, nonostate gli studi realizzati». J.L.Oyón, La conservación de la vivienda popular en las periferias urbanas. El caso de Barcelona y la Colonia Castells, in «Scripta Nova. Revista electrónica de geografía y ciencias sociales» n.21, 1998.

[53] Per approfondire queste tematiche, l’associazione Avis del Barri sta portando avanti due progetti di ricerca, finanziati dalla Generalitat de Catalunya: “Represàlies i resistències a les Cases Barates de Bon Pastor ” (Memorial Democràtic, 2009), e “Lluites socials i memòries col·lectives a les Cases Barates de Barcelona” (Inventari del Patrimoni Etnològic, 2009-2011).

[54] La Directa, 23-5-2007.
[55] El Mundo, 20-10-2007.

[56] La International Alliance of Inhabitants (IAI) è una rete internazionale di associazioni in difesa dei diritti degli inquilini, di cui fanno parte le Unioni Inquilini italiane. Ogni autunno promuove le Giornate Mondiali Sfratti Zero, con l’obbiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla precarietà abitativa e la mancanza di tutela istituzionale dei gruppi di popolazione che non hanno accesso alla proprietà dei propri alloggi. Gli Avis del Barri de Bon Pastor nel 2008 sono entrati a far parte di questa rete, la cui pagina web è http://habitants.org.

[57] Dal bando del concorso: «[…] la International Alliance of Inhabitants convoca un concorso d’idee per il quartiere, in concomitanza con le Giornate Mondiali Sfratti Zero 2009. L’intenzione è di offrire nuove proposte per la trasformazione di Bon Pastor, ed allo stesso tempo di aprire il dibattito sul tipo di urbanismo imperante in questo periodo storico, e sulle forme nuove di fare città a partire dalle esigenze dei suoi abitanti, come artefici delle città del futuro, non semplici utenti o clienti». Il bando ed altre informazioni sul concorso sono disponibili online alla pagina http://repensarbonpastor.wordpress.com. L’iniziativa Repensar Bon Pastor è stata recentemente presentata anche in Italia, durante il seminario “Il concorso d’idee come strategia di mobilitazione allargata” organizzato il 24 novembre 2009 dal Dottorato di ricerca in Urbanistica e pianificazione territoriale e dal Dottorato di ricerca in Sociologia e ricerca sociale dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

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