La ciudad quemada: Una rilettura filmica della storia “tragica” di Barcellona

Il 22 settembre del 1976, trascorso più di un anno dalla fine delle riprese, viene proiettato a Barcellona, l’emblematico quanto discusso lavoro di Antoni Ribas, La ciutat cremada. Del desastre de Cuba a la setmana tràgica. Si tratta di una pellicola che, attraverso una particolareggiata ricostruzione storica, offre ai suoi spettatori una rilettura e una visione realistica e al contempo ironica di quanto avvenne a Barcellona al momento del rimpatrio dei soldati spagnoli sconfitti nella guerra contro Cuba nel 1898.
E, come si annuncia nel sottotitolo, il racconto si estende fino all’inizio di quella serie di eventi bellicosi passati alla storia con la definizione di “settimana tragica”. L’8 novembre del 1976, il film viene proiettato a Madrid, in versione castigliana, con il titolo di La ciudad quemada, e con il medesimo sottotitolo.
Certamente si tratta di una pellicola che all’epoca della sua prima apparizione suscitò le critiche e gli stupori degli ambienti intellettuali. Portando sul grande schermo scene di violenza, riferimenti espliciti a figure politiche e sociali, ma anche momenti di passione ed erotismo, il film, indicato per un pubblico “mayores de 18 años”, venne censurato per più di un anno prima di essere esibito nelle principali città della Spagna. Di fatto, tutto questo trova una spiegazione nella situazione socio politica e culturale in cui era immersa la Spagna negli anni Settanta. Quando Antoni Ribas, regista e direttore del film, decise di raccontare uno dei fatti più significativi della storia della Catalogna, Franco era ancora vivo. La Spagna era governata, da oltre trent’anni, da un dittatore che proibiva l’ingresso di pellicole straniere nel paese, nella stessa misura in cui imponeva una rigida censura sui contenuti, narrativi e visivi, di tutto quanto veniva prodotto all’interno del territorio spagnolo e che non rispondesse ai criteri su cui verteva la propaganda cinematografica. Le riprese del film iniziarono nel 1974. L’anno dopo, Franco morirà di morte naturale; la sua morte segnerà l’inizio di una nuova epoca nella tormentata storia della Spagna e il paese si avvierà, nei mesi immediatamente successivi, verso quel processo, lento e difficoltoso, che le avrebbe restituito la democrazia. La proiezione del film di Ribas è ora possibile. Secondo i dati raccolti dalla Filmoteca Española de Madrid (l’organismo dipendente dal Ministerio de Cultura che conserva e gestisce il patrimonio filmico nazionale) nei mesi di permanenza nelle sale cinematografiche, la pellicola venne vista da 1.447.377 spettatori, sparsi in tutto il territorio nazionale. Il dato non deve sorprendere, soprattutto se si considera il contesto storico e sociale che caratterizzava il periodo dell’esibizione. Dopo anni di dittatura, di restrizioni sotto ogni aspetto, il film di Ribas portava sul grande schermo tanti degli aspetti che nel lungo governo di Franco erano stati taciuti; e la pellicola venne accolta con clamore dal pubblico spagnolo.
Le vicende di cui fu protagonista Barcellona nel primo decennio del Novecento vengono raccontate, in oltre centocinquanta minuti, con uno stile narrativo pieno di enfasi. Tanti sono i personaggi che contribuiscono a rendere la pellicola interessante non solamente dal punto di vista storico ma soprattutto a livello estetico, tanto a livello di narrazione quanto iconografico. Partendo dalla sconfitta dell’esercito spagnolo nella guerra contro gli Stati Uniti del 1899 e la perdita dell’ultima colonia, Cuba, e arrivando fino all’inizio delle tragiche giornate che insanguinarono la città di Barcellona, la pellicola racconta uno spaccato della Storia della Catalogna sullo sfondo delle vicende della famiglia Palau, appartenente all’alta borghesia catalana. Un padre esigente e combattivo, una madre poco presente e due figlie, Remei e Roser, che si innamorano dello stesso uomo, sono rappresentati e descritti da Ribas con una ironia tale da rendere la trama interessante.
Al rientro da Cuba, il veterano Josep (interpretato da Xabier Elorriaga) di umili origini, viene accolto dalla famiglia Palau come fosse un figlio. Alla relazione passionale che Josep intrattiene con Remei (interpretata da Jeannine Mestre) una delle figlie – relazione che viene scoperta dal señor Palau (Pau Garsaball) – segue un matrimonio repentino, dove la sposa appare vestita in un elegante abito nero. Il matrimonio tuttavia non impedisce alla sorella di Remei, Roser (interpretata da Ángela Molina) di continuare ad operare tentativi di seduzione verso Josep, che andranno a buon fine solamente in una delle ultime sequenze della pellicola quando, tra gli spari che assordano la città, i due amanti daranno vita alla propria passione rifugiandosi nella soffitta di una casa abbandonata.
Nel racconto della Storia, risultano significativi alcuni particolari che caratterizzano le scene. Nella parte iniziale del film, ad esempio, si affida il destino politico della città al responso contenuto nei “biglietti della fortuna”, venduti per la strada, al prezzo di un centesimo, da un uomo che grida che le risposte sul destino della città potranno essere rintracciate solo all’interno dei biglietti. La lettura della storia viene così affidata al caso, alla fortuna più bizzarra, quella legata ad una lotteria. L’ossessione di restaurare il paese, in particolar modo la zona della Catalogna, che viene denunciata a più riprese nel corso della pellicola – e che viene introdotta dalla locuzione sonora «…Quando sarà instaurata la Repubblica federale…?» – è di fatto il comune denominatore che anima tutte le sequenze.
Altrettanto interessante appare una sequenza in cui il signor Palau, seduto nel salotto della sua lussuosa abitazione, legge un testo di Nietzsche. La cinepresa si sofferma sul titolo del libro, Al di là del bene e del male, il testo considerato un preludio alla filosofia dell’avvenire. Le preoccupazioni per la situazione politica ed economica che imperversa a Barcellona dopo la sconfitta e la perdita di Cuba, così come l’ansia per il domani, che appare oltremodo incerto, si condensano e si esprimono bene in questa scena. Tra gli altri elementi curiosi che appaiono nella pellicola, figura la ripresa di alcuni operai anarchici nell’atto di apprendere l’esperanto, quella che – si dice nel film – sarà la lingua del futuro e della fratellanza universale. Come già è stato rilevato da Román Gubern (Historia del cine español, Barcelona, Lumen 1995) si tratta di una delle poche occasioni in cui, in un’opera cinematografica, si ha un accenno esplicito a questa lingua. Questo particolare assume il tono di una “rivendicazione”, denunciando l’assenza della lingua catalana nei mezzi di comunicazione di massa durante il lungo periodo del franchismo.
Di fatto, nel film si intrecciano elementi di tradizione con elementi di innovazione. La presenza della Chiesa e di una nutrita schiera di predicatori cattolici, che intravedono il male nella minaccia del comunismo internazionale, si contrappone all’immagine dei combattenti anarchici che, al contrario, intravedono il male nella Chiesa e nella morale conservatrice che essa va predicando. Il brutale assassinino di una suora e l’esibizione del suo cadavere martoriato sarà l’occasione per animare lo scontro, prima verbale, poi armato tra gli anarchici rivoluzionari e i cattolici monarchici.
Quello che occorre sottolineare è quindi il ruolo politico assunto dalla pellicola, all’interno della quale vi è un insieme di situazioni che richiamano inequivocabilmente al nazionalismo catalano di un determinato settore della popolazione in favore di un’autonomia territoriale e che sono ben esplicitati nella sequenza di avvenimenti che conducono alle giornate “tragiche” di cui fu protagonista Barcellona. Elementi di nazionalismo sono espressi con una macabra ironia anche nella sequenza in cui il cantautore catalano, Jose Manuel Sarrat, balla sulle note di una canzone popolare catalana abbracciando il cadavere di una suora. È un richiamo storico interessante se si considera che Jose Manuel Sarrat (interpretato da Ramon Clemente García) si fece, nel corso degli anni Sessanta, portavoce della Nova Cançó, il movimento popolare che promuoveva musica folkloristica catalana, nato con l’intenzione di rompere il monopolio linguistico detenuto dai gerarchi del il periodo del franchismo e divulgato in qualsiasi settore dell’industria culturale.
Nell’insieme e a prima vista, la pellicola di Ribas rappresenta un buon approccio per comprendere la tormentata storia della Catalogna degli inizi del Novecento. Ma ad una osservazione più attenta e minuziosa, è possibile rintracciare all’interno del film alcuni meccanismi che permettono una più ampia comprensione di quel fenomeno che è stata la dittatura franchista prima e la transizione alla democrazia poi. Considerato come un manifesto politico per intendere uno spaccato fondamentale della storia della Spagna contemporanea, il film ricevette diversi riconoscimenti. Il Círculo de Escritores Cinematográficos premió nel 1976 Xabier Elorriaga per la sua interpretazione come miglior attore; dal canto suo, il regista Antoni Ribas andò bel oltre il successo ottenuto al botteghino, ricevendo, tra il 1978 e il 1980, quattro premi dalla Giuria del Festival Internacional de Cine de Montreal.

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