Recensione: Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano

Il libro è il frutto di una lunga gestazione: esso prende le mosse dalla tesi di laurea, continua con quella di dottorato nonché con gli innumerevoli studi di Filippo Focardi sul tema della costruzione della memoria. Seguendo una cronologia – dall’armistizio del 1943 alla firma del Trattato di Pace nel 1947 – e alcuni nuclei tematici, il volume si svolge in sette densi capitoli. Altrettanto ricco è l’apparato delle note: anche solo per questo il libro dovrebbe essere un’opera da avere nella propria libreria.

Basato in buona parte su fonti a stampa, giornali, pubblicistica dell’epoca e storiografia italiana e non, l’opera si costruisce intorno alla dimostrazione di un’ipotesi di partenza: che tra il ’43 e il ’47 si sia profondamente radicato il mito del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» (che, in un certo qual modo giunge fino ad oggi e su questo tornerò più avanti) che ha inciso fortemente sulla costruzione della memoria pubblica nazionale nonché sulla difficoltà che questo paese ha di fare i conti con il proprio passato e – purtroppo – non solo con quello fascista.

Il mito del «bravo italiano» non è scollegato del tutto da un altro mito fondante della Repubblica, quello della Resistenza (su cui l’A., oltre a vari saggi, aveva pubblicato un altro libro, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi, 2005). Se non si tratta di una bugia vera e propria, quella del «bravo italiano» è una mezza verità, una mezza verità su cui è basata la nostra identità collettiva: c’è da riflettere su questo. E Focardi ci riflette profondamente perché ci dimostra quali siano state le dinamiche e soprattutto quali siano state le motivazioni politiche che hanno permesso a questo mito di affondare le proprie radici così nel profondo tanto da diventare, forse, l’unico elemento unificante nel frastagliato panorama di memorie divise.

L’A. ricostruisce le modalità con cui il mito del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco»– a partire dalla propaganda degli Alleati con Radio Londra, Voce dall’America, Radio Mosca – fu creato e come questo fu sostenuto con motivazioni diverse da tutti i soggetti politici, dalla monarchia a Badoglio agli ambienti antifascisti. Sottolineare il «cattivo tedesco» servì a tutte le forze politiche per rafforzare la propria posizione politica. Uno stereotipo che, dunque, era trasversale a tutti i partiti. Il «cattivo tedesco» servì alla monarchia per allontanare da sé il segno indelebile del tradimento (di questo si trattò quando il re stipulò in segreto l’armistizio con gli angloamericani); a Badoglio e agli ambienti militari per tacere sulle responsabilità degli alti comandi militari (e di sé stesso) circa la disastrosa guerra di aggressione dell’Italia; agli antifascisti per porsi come unici veri patrioti in grado di guidare il paese e la lotta di liberazione. Ma in generale il «cattivo tedesco» fu ancora più funzionale per non essere soggetti a una pace punitiva al tavolo dei vincitori e eliminare ogni retaggio di sodalizio con la Germania in vista dell’ingresso nelle Nazioni Unite. Del resto vi era un documento diplomatico a rafforzare tale convinzione: il telegramma redatto a Quebec il 18 agosto 1943 da Roosevelt e Churchill aveva infatti previsto migliori condizioni di resa imposte all’Italia a seconda «dell’entità dell’aiuto che il Governo e il popolo italiani daranno [avrebbero dato] realmente alle Nazioni Unite contro la Germania […]» (p. 45).

Più che nascita si potrebbe dire radicamento di un mito: le origini del sentimento antigermanico risalivano al Risorgimento e si rafforzarono nella prima guerra mondiale; tuttavia la coppia «cattivo tedesco/buono italiano» nacque nella seconda guerra mondiale e, dal ’43, diventò un fattore di legittimazione per l’Italia post fascista. Il tedesco era: il Male assoluto, il Nemico di sempre, barbaro (forse anche per una caratterizzazione geografico-antropologico, quasi che dall’Est venisse la barbarie: la Germania, da sempre ai confini con quel mondo, si trovava a metà strada tra il “civile” Occidente e il “barbaro” Oriente; ciò riemergerà anche in tempi a noi più recenti nella distinzione fra “Ossi” e “Wessi”, i tedeschi dell’Est e i tedeschi dell’Ovest); belva feroce ma anche fredda macchina che eseguiva gli ordini con ottusa obbedienza. A ciò si deve aggiungere il ruolo svolto dalle immagini mentali e visuali nella raffigurazione del tedesco: quello legato alle teorizzazioni di antropologi e etnologi della fine dell’800, quello collettivo dopo la prima guerra mondiale quando era diffusa la leggenda che i tedeschi avessero mozzato le mani ai bambini (come emerge nella iconografia, viene in mente Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò, 2005 di Antonio Gibelli); quello legato alla confessionalità (tedeschi protestanti ma anche “figli di Odino”).

Ma i due stereotipi – il «bravo italiano» e il «cattivo tedesco» vivevano solo se vi era anche l’altro, non reggevano se divisi. Fra l’altro la presunta bontà degli italiani andava di pari passo solo con la presunta cattiveria dei tedeschi: non esiste la coppia «bravo italiano-cattivo giapponese», eppure entrambi facevano parte dell’Asse. All’opposto del tedesco l’italiano risultava: vittima del fascismo; vittima di una guerra che non sentiva, di cui era estraneo e di cui non era colpevole; presunto innocente; vittima degli ambienti militari (perché male equipaggiato); solidale e umano con i popoli invasi (l’italiano aveva un’anima, il tedesco-automa no); salvatore degli ebrei perché le leggi antiebraiche erano state un nefasto contagio della Germania (era questa l’interpretazione dei cattolici, delle sinistre, dei liberali). Il salvataggio degli ebrei, in quest’ottica, diventava allora l’ennesima prova dell’esistenza di un abisso umano tra italiani e tedeschi.

Attaccò la convinzione che il regime fascista era stato qualcosa di alieno agli italiani che furono distinti nettamente dal regime fascista e quest’ultimo finì per essere ridotto alla cricca del dittatore e pochi altri stretti collaboratori. L’Asse e il Patto d’acciaio finirono per diventare un affare personale tra Mussolini e Hitler, addirittura fu tirata in ballo la psichiatrica dei due uomini. Insomma si fece strada quella che Croce avrebbe chiamato «parentesi di venti anni» (p. 43).

Il «bravo italiano» non aveva come antitesi solo il «cattivo tedesco», bensì anche «il cattivo italiano», che fu piano piano fatto scomparire anche dalle forze esterne: in questo svolsero un ruolo fondamentale gli Alleati. Già nel 1940 la propaganda del Foreign Office britannico spingeva per fare propaganda non anti-italiana, ma anti-regime. A consolidare la raffigurazione demoniaca del tedesco contribuirono poi le testimonianze dei sopravvissuti e, da una parte, l’istruzione dei processi ai criminali, dall’altra, la “mancata Norimberga” (felice espressione di Enzo Collotti) in Italia.

Il libro offre numerosi spunti di riflessione che vanno anche oltre le pagine da leggere. Innanzitutto la prima domanda è se questi «paradigmi mentali e blocchi emozionali» (p. 178) siano ancora presenti. La recente attualità fa dubitare di una risposta positiva, come ha dimostrato la morte di Erich Priebke. La questione sulla sua sepoltura, con gli episodi di ira e di odi popolari, di violenza collettiva e spontanea, con la presa a calci del carro funebre da parte di persone che, peraltro, anagraficamente nulla hanno a che fare con la storia che Priebke rappresentava, ha messo in luce come sia ancora viva l’immagine del «cattivo tedesco». Certamente Priebke fu un criminale efferato, purtroppo, però non l’unico. Nei confronti di un altro altro criminale di guerra, questa volta italiano, Rodolfo Graziani, è stato invece eretto un monumento. Colpisce, allora, che all’inaugurazione a Affile l’11 agosto 2012 non si siano viste reazioni analoghe. Ci sono state proteste e critiche ma gli stessi media non hanno dato lo stesso peso a quello dato alla vicenda Priebke. Non vengono alla mente immagini che ritraggono scoppi di violenza e di disgusto analoghi a quelli suscitati da Priebke. Eppure Graziani fu un criminale di guerra particolarmente efferato: dal 1922 era stato protagonista della repressione della resistenza libica guidata da Omar al Mukhtar, utilizzando campi di concentramento e pratiche di sedentarizzazione coatta delle popolazioni nomadi; durante la guerra di Etiopia aveva fatto ricorso all’uso dei gas e esecuzioni sommarie; sotto la Rsi era stato ministro della Difesa, poi delle Forze Armate. Con la nuova amministrazione Zingaretti della Regione Lazio sono stati tolti i fondi per il mantenimento del monumento, ma questo è ancora lì. A ciò si aggiunga la coincidenza, per un dispetto della storia, con la ricorrenza del 70° anniversario della deportazione dal ghetto di Roma. Quel 16 ottobre del 1943, 1259 persone furono arrestate, di cui 1022 furono poi deportate a Auschwitz, solo 14 sarebbero tornati. Il rastrellamento fu effettuato dai tedeschi, ma dopo quel terribile episodio, gli arresti degli ebrei italiani furono sempre operati dai fascisti (non ci sarebbero stati, peraltro, gli uomini sufficienti se fossero stati effettuati solo dai tedeschi). In base a una norma della Repubblica sociale italiana nel manifesto di Verona tutti gli ebrei erano considerati nemici stranieri soggetti ad arresto immediato e una circolare specificava che tutti i bambini dovevano seguire la sorte dei loro genitori. Con la questione della sepoltura di Priebke ancora una volta è stato rimarcato, anche tramite gli organi di comunicazione, lo stereotipo del «cattivo tedesco», ma si è dimenticato ancora una volta di riconoscere i «cattivi italiani», come Graziani o i fascisti che avevano arrestato gli ebrei in Italia: quasi la metà degli furono arrestati per opera di italiani molto spesso per delazione di un connazionale, come ci ha ricordato Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria 2002. Si dimentica, ancora troppo, l’esperienza della Rsi e del collaborazionismo, ma ancora più a monte, si dimentica l’entità e la qualità della violenza fascista in generale, tema che poi è legato strettamente anche al colonialismo italiano ritenuto migliore di quello di altre potenze imperiali riconducendoci ancora una volta al tema degli italiani brava gente. Non è un caso, allora, che solo nel 1996 si sia riuscito a scoprire l’utilizzo dei gas in Africa per mano di Rodolfo Graziani.

La storiografia degli ultimi anni ha apporto dei contributi importantissimi sul tema della violenza. Sono cambiati i paradigmi con cui leggere il fenomeno della violenza della seconda guerra mondiale e si è affermata con forza la netta distinzione fra vittime e carnefici, una distinzione che ha introdotto la centralità del testimone (Annette Wieworka, L’era del testimone, 1999). Tale binomio vittima-carnefice, se offre certamente una prospettiva interessante, ha, tuttavia, generato ulteriori distinzioni interne, quasi una sorta di gerarchia tanto tra le vittime quanto tra i carnefici. E nel mettere al centro la vittima il discorso sul «cattivo tedesco» torna in quel canone. Se è possibile riscontare grandi progressi della storiografia sul tema della violenza, degli apparati repressivi, della politica coloniale, si deve però prendere atto – come storici e per di più della contemporaneità – della evidente discrasia tra i passi in avanti della storiografia e un’opinione pubblica che è ancora lontana da una presa di coscienza seria di quello che furono il fascismo e la guerra di aggressione dagli italiani combattuta.

Un’ultima riprova che, ancora una volta, fa dubitare che il fantasma del «cattivo tedesco» sia del tutto sparito è emerso con l’attuale profonda crisi economica mondiale. Non è venuto meno il collegamento, del tutto capzioso, tra i piani di Hitler e la politica economica del cancelliere Merkel la cui immagine è spesso accostata a quella del dittatore. I mezzi di comunicazione hanno spesso presentato la Germania come “cattiva” nei confronti di paesi economicamente più deboli. Spingere sulle emozioni (perché “buono” e “cattivo” a questa rimandano, a un giudizio privato e morale) e puntare ancora sul «cattivo tedesco» è ancora funzionale a giustificare scelte politiche di ben altro tipo.

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