Recensione: Valerio Vetta, Il Pci in Puglia all’epoca dei poli di sviluppo (1962-1973), Argo, Lecce, 2012, ISBN

Il volume di Valerio Vetta ripercorre la storia della Federazione pugliese del Partito Comunista Italiano negli anni della grande trasformazione del sistema-regione e del sistema-Italia. Si inserisce a pieno titolo in quel filone di nuovi studi regionali che scelgono la storia dei partiti politici come proprio focus per ricomporre il quadro differenziato della comunità italiana – segnalando la molteplicità dei livelli di identità e appartenenza, spesso locale prima che nazionale. La scelta del periodo 1962-1973 colma una lacuna della storiografia, che si è concentrata spesso sull’immediato dopoguerra senza poi analizzare le conseguenze che i fenomeni di quel periodo hanno avuto sui successivi. E colma una lacuna anche con la modalità scientifica di approccio al soggetto-partito, sinora affrontato spesso per l’area pugliese da un punto di vista memorialistico o giornalistico-politologico piuttosto che storiografico. L’oggetto della ricerca, a nostro parere pienamente raggiunto, è la verifica dei tempi e dei modi con cui il Pci si è trasformato, rispondendo all’avvento della società urbana e industriale e ai fenomeni ad essa correlati – mobilità geografica e sociale in primo luogo. Per far ciò, l’autore si è basato prevalentemente sull’Archivio del Pci presso l’Istituto Gramsci di Roma (le serie dei Comitati Regionali e Federali provinciali); sulle fonti prefettizie; sulla stampa (di partito, ma anche sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”, il quotidiano all’epoca più diffuso nell’area); sui dati quantitativi dell’Istat e dello Svimez. Inoltre, ha analizzato la bibliografia disponibile – per quanto essa soffra a volte dell’esiguità della letteratura precedente per la Puglia e per il periodo considerato  -, con un’utile, ampia rassegna della storiografia sulle “aree di sviluppo”.

Il volume si distingue per articolarsi su una molteplicità di livelli, che rispecchia la complessità del fenomeno che Vetta ha voluto studiare, producendo una frammentarietà del territorio che non si esaurisce nelle dicotomie modernità/arretratezza o città/campagna ma che spesso travalica i confini amministrativi. Un fenomeno che implica anzitutto l’analisi della dialettica centro-periferia tanto rispetto alle dinamiche dello sviluppo economico e sociale quanto rispetto a quelle interne alla struttura del partito. Ha perciò analizzato la permeabilità e la comunicabilità dei discorsi elaborati in sede centrale dal Pci e quelli locali – laddove per “locale” non si intende solo regionale ma sino al comunale. Su tutti questi livelli, Vetta ha analizzato dettagliatamente la dimensione sociale del Pci, la sua presenza sul territorio, i risultati elettorali – presi come indicatori della capacità del partito di rappresentare il contesto di riferimento e opportunamente rielaborati con una ricca rappresentazione cartografica in Gis. Particolarmente attenta è anche l’analisi delle altre forze e degli aspetti ideologico-teorici non solo di matrice amministrativa o territoriale – in primo luogo lasciando vasto spazio al dibattito sulle posizioni di politica estera, punto di scontro tra gli organismi centrali e una Federazione percorsa da vari rivoli filo-maoisti. Ampio spazio è lasciato nel volume anche alla questione giovanile ed universitaria, importante punto di aggiornamento strategico e di rinnovamento organizzativo soprattutto nell’area barese. Infine, evidenzia come i problemi interpretativi del Pci abbiano avuto una diretta ripercussione sulle loro attività amministrative, valutando il peso di tale titubanza nell’azione politica delle giunte locali.

Una prosa scorrevole e un vasto spazio lasciato alle parole e alle opinioni dei protagonisti, nonché la presenza di quadri d’insieme sulla situazione nazionale accurati ma non pesanti, rendono il volume una piacevole lettura. A voler appuntare una critica, che non sminuisce tuttavia la positiva impressione sul lavoro di Vetta, la parola è spesso lasciata ai dirigenti. Una storia del partito dal punto di vista di chi l’ha disegnato, più che da quello di chi l’ha vissuto nel quotidiano. Nonostante ciò, il risultato è la chiara descrizione di un percorso che, tra resistenze e settorialismi, portò i comunisti pugliesi ad accettare la “via italiana al socialismo”, salvo poi opporre molte più resistenze al momento di confrontarsi col “compromesso storico”. Un percorso che opportunamente Vetta mette in relazione con le trasformazioni del panorama socio-economico del territorio di riferimento e con le dinamiche di aggiornamento della linea interpretativa di tali trasformazioni, che permisero al partito di passare dall’essere un partito bracciantile a confrontarsi coi nuovi ceti operai e medi urbani.

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