Recensione: Massimo Mastrogregori, La lettera blu. Le Brigate Rosse, il sequesto Moro e la costruzione dell’osta

Massimo Mastrogregori torna in questo suo ultimo lavoro a riflettere su un tema a lui già caro da qualche anno: gli scritti del sequestro Moro. Dopo aver analizzato il “memoriale”, si sofferma ora su “la lettera blu”, la lettera che Moro indirizzò al partito della Democrazia Cristiana alla fine di aprile del 1978, scritta con due inchiostri, nero e, appunto, blu. Il testo della lettera è oggetto ma soprattutto strumento dell’autore per costruire un percorso di ragionamento, accompagnando il lettore in un crescendo logico da alcune “deduzioni preliminari” fino ad una conclusione chiara e strutturata. Un percorso maieutico che l’autore conduce non per, ma con il lettore, evidente riverbero dell’originale esperienza seminariale dalla quale il libro nasce.

L’Aldo Moro di cui parla Mastrogregori è uno dei protagonisti di una recita collettiva, condivisa da lui stesso, dalle Br, dai suoi collaboratori e familiari e dall’apparato pubblico. Una recita il cui risultato è un corpus di lettere, in cui è evidente la parte di ciascuno. Mastrogregori non si lascia ingannare dal tentativo tutto filologico dell’identificare nella lettera le parti ascrivibili a ciascuno di quegli attori, ma la usa da storico, come banco di prova della sua teoria della “costruzione dell’ostaggio”, una teoria in cui la domanda ricorrente è “perché Moro scrive? Perché si presta a interpretare un ruolo?”. Il punto dunque è abbandonare la falsa questione dell’autenticità dei suoi messaggi – e le tre immagini che da quella discussione si sono create di Moro: quella dei brigatisti che ne attestavano la veridicità; quella della scena pubblica che sminuiva il personaggio; e soprattutto quella della famiglia e di alcune interpretazioni successive al sequestro che lo trasformano in una vittima. Il libro spiega come viene costruita la prima immagine, accenna alla costruzione della seconda e per conseguenza smonta la terza.

Il tentativo riesce, pur con una certa complessità – stilistica e costruttiva – che tuttavia rispecchia la complessità dell’oggetto preso in considerazione. Complessità che lo stesso autore non manca di sottolineare a più riprese e che non deve essere mai persa di vista al momento di avvicinarsi agli studi sul sequestro Moro – una dicotomia tra troppo e troppo poco, in cui anche il pieno lascia lo storico perplesso sulla possibilità di considerarlo attendibile e in cui molto è lasciato all’esigenza di immaginare. Mastrogregori immagina molto, rende il testo intrigante calandosi nel personaggio, schizzando le sensazioni che Moro deve aver vissuto dalla violenza del sequestro al vedersi costretto ad abbandonare il se stesso persona fuori dalla cella per entrare nel se stesso personaggio. E allora la spiegazione del perché Moro scrive diventa più chiara e si lega alla duplicità di una persona che non ha cessato di esistere pur nella scelta di accettare il personaggio che poi scrive:

chiuso nel covo dei terroristi, scrive perché fare politica è stato il suo mestiere, una parte importante della sua vita, e gli viene naturale continuare a farla, anche in quella situazione inimmaginabile e disperata. Ma anche perché vuole assolutamente tornare libero, per fare tante cose: per esempio, perché non sopportava di non poter camminare. (p. 129)

Nella duplicità politica-persona risiede la “convenzionalità” dei suoi argomenti, che l’autore interessantemente definisce come il frutto di un complesso equilibrio tra il personaggio sequestrato e l’espressione di sentimenti propri della persona Aldo Moro. Convenzionale in quanto piegato dalla situazione, non in quanto asettico.

L’autore non manca di considerare il punto di vista dall’esterno della cella – di chi a quella recita ha partecipato contribuendo a costruirne una scenografia tanto adeguata quanto ingannevole: la scena di una Repubblica da difendere, quella stessa Repubblica accusata pubblicamente da più parti in quello stesso periodo. Né manca di sottolineare un aspetto indispensabile per capire gli scritti dei 55 giorni: il fatto che siano alla fine di un trentennio, politico ed umano. Giusto dunque sottolineare la lunga permanenza di Moro sotto scorta, la sua preoccupazione per le eventuali ricadute internazionali dell’instabilità italiana, il suo sotterraneo e incessante lavorio per promuovere nuovi equilibri.

Il volume risulta dunque agile ma denso. Denso per la ricchissima bibliografia (36 pagine di apparato critico, oltre che la riproduzione fotografica della lettera e la sua trascrizione) e per essere un condensato di un discorso che sicuramente nella riflessione dell’autore è molto più vasto, come plausibilmente emergerà dai prossimi lavori che egli stesso annuncia a conclusione del volume.

Un utile tassello, dunque, per contribuire ad un approccio storico alla vicenda Moro, un approccio che deve crearsi un proprio spazio dissipando l’eccesso di opinioni, studi, ricostruzioni che si sono negli anni accumulate intorno a quella vicenda da prospettive giudiziarie, giornalistiche, memorialistiche e politiche.

 

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