Il fondo della Direzione generale di pubblica sicurezza, Divisione polizia giudiziaria e politica amministrativa e sociale. Categoria 12.100.1 – Profughi e internati di guerra (1915-1920)

Nel corso della Prima guerra mondiale, migliaia di persone furono obbligate a lasciare le loro case e i loro paesi dalle autorità civili e militari italiane che allontanarono le popolazioni che risiedevano nei territori coinvolti dalla guerra o dove erano poste le retrovie. I trasferimenti ebbero inizio durante i primi mesi di guerra e causarono il concentramento di decine di migliaia di persone in alcune regioni, questa popolazione fu considerata in due modi diversi e divisa in profughi e internati.

Facevano parte degli internati tutte quelle persone considerate sospette e pericolose ma anche i sudditi austro-ungarici presenti sul territorio e tutti coloro i quali dimostravano ostilità verso l’Italia e il suo esercito e chiunque fosse ritenuto colpevole di fornire informazioni alle autorità austro-ungariche e ai suoi alleati. Fra gli internati vi erano sempre gli irredenti, allontanati dalle zone di guerra spesso in seguito a denunce anonime o solo per la loro qualità di irredenti, i loro ricorsi erano costantemente respinti senza ascoltare i Comitati per l’assistenza dei fuorusciti, i soli a poter fornire dati sicuri sulle persone[1]. Gli internati erano distinti dai profughi “ i quali sono persone che si allontanarono spontaneamente dalle zone di guerra o che furono allontanate in massa per ordine dei Comandi militari delle zone stesse e per ragioni inerenti al libero svolgimento delle azioni belliche”[2]. Tutta questa moltitudine non era indegna di considerazione per lo stato penoso in cui versava e perché “trattasi di persone non già convinte di colpa, bensì semplicemente indiziate”[3].

A titolo di rappresaglia tutti i sudditi austro-ungarici maschi fra i 18 e i 50 anni furono trasferiti in Sardegna dove vennero internati anche i sudditi dei paesi nemici che risiedevano nelle provincie non interessate dalla guerra. Tale decisione fu motivata con il fatto che “un provvedimento di questo genere è stato adottato infatti dal governo austro-ungarico a carico dei nostri connazionali”[4].

L’allontanamento dalle zone di guerra era una disposizione eseguita dalla polizia militare e di competenza del Comando supremo, unica autorità avente giurisdizione sul territorio dichiarato in stato di guerra. La scelta della località dove gli internati dovevano essere spostati spettava invece al Ministero dell’interno. Nel corso dei trasferimenti in Sardegna si verificarono problemi di ordine pubblico, ma una volta raggiunta l’isola gli internati godettero di relativa libertà di movimento senza essere sottoposti ad eccessive misure di sicurezza[5].

Il 12 luglio 1916 il Ministro dell’interno Vittorio Emanuele Orlando inviò ai prefetti le direttive per gli spostamenti e l’assistenza delle popolazioni residenti nelle zone di guerra. Dovevano essere allontanate dalla loro residenza le popolazioni dei villaggi appartenenti allo stato nemico per proteggere la loro incolumità, i cittadini dell’Austria-Ungheria abitanti in zone occupate dalle truppe italiane, le popolazioni dei comuni italiani sgomberate dall’autorità militare sempre per tutelare la loro incolumità ed i cittadini italiani residenti in Italia dimostratisi ostili alla guerra. Tranne che in casi particolari a nessuno fu permesso di scegliere la propria dimora. I prefetti furono incaricati di disporre un servizio di visite nei luoghi di concentramento degli internati; i delegati incaricati erano tenuti ad ascoltare le richieste e le lamentele degli internati, prestando attenzione soprattutto alle condizioni igieniche e alle domande di cambiamento di domicilio. Le relazioni redatte dopo le visite venivano trasmesse al Ministero dell’interno[6].

I cittadini venivano allontanati e internati in base all’art. 2 del Decreto legge n.674 del 23 maggio 1915 del quale era stata data un’interpretazione molto larga dal momento che non riguardava disposizioni di internamento ma di rimpatrio e domicilio coatto regolati, come l’internamento, dal codice penale. Tale interpretazione ingenerò tra le autorità locali confusione, alla quale, nel novembre 1915, il Ministero dell’interno cercò di porre rimedio con una circolare diretta alle prefetture in cui si precisava che il decreto non permetteva di allontanare le persone dal proprio comune di residenza per trasferirli in uno diverso, mentre consentiva di avviare a domicilio obbligatorio gli ammoniti o i sottoposti a vigilanza speciale e tutti coloro erano ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico, ma si precisava che tale provvedimento restrittivo non “può giungere a permettere che siffatta grave misura possa colpire anche persone non pregiudicate”[7].

Nel 1917, in seguito alla disfatta di Caporetto, fu creato l’Alto commissariato per l’assistenza materiale e morale dei profughi[8], con il compito di occuparsi dell’assistenza morale e materiale dei profughi. L’Alto commissariato divenne l’organo direttivo le cui disposizioni in materia sanitaria e i provvedimenti di ordine pubblico e di sicurezza dovevano essere realizzati d’intesa con il Ministero dell’interno e rese operative dalla Direzione generale di pubblica sicurezza e dalle prefetture che erano predisposte ad organizzare la vita nei centri di accoglienza[9]. Si realizzò una struttura capillare che si occupava dell’assistenza ma anche del controllo dei profughi e degli internati, che presto diventarono un problema di ordine pubblico e come tale fu affrontato.

La stretta sorveglianza aveva anche una valenza militare poiché impediva che il nemico ricevesse informazioni. Il controllo divenne capillare con il censimento generale dei profughi di guerra diretto dall’Alto commissariato e dal Commissariato dell’emigrazione[10]. Con le informazioni reperite nelle schede del censimento venivano compilati gli elenchi generali alfabetici dei profughi di guerra, nei quali, divisi per comune di origine, era contenuta l’indicazione dell’attuale residenza nel regno. Venne creato anche uno schedario generale alfabetico, con i nomi di tutti i profughi di guerra, grazie al quale il Commissariato per l’emigrazione era posto in grado di fornire qualsiasi informazione relativa ai profughi[11]. I prefetti furono incaricati di occuparsi del censimento e della distribuzione, delle tessere di riconoscimento e del sussidio di mantenimento riconosciuto ai profughi bisognosi. Oltre il controllo, secondo una parte della pubblica opinione, vi era la necessità di rendere meno ostico l’ambiente in cui vivevano i profughi, che spesso erano tollerati e considerati solo delle bocche da sfamare, mentre il loro legame con la patria doveva essere salvaguardato, curata l’istruzione dei loro figli e facilitato il ricongiungimento familiare[12].

Nel 1919 l’Alto commissariato fu abolito e le sue attribuzioni passarono al Ministero per le terre liberate dal nemico, a cui spettava la direzione e il coordinamento di tutte le amministrazioni pubbliche per quanto concerne la ricostruzione dei territori coinvolti dalla guerra[13].

Durante la guerra, in Italia migliaia di persone vissero una situazione di estremo disagio, superiore al resto della popolazione, perché profughe e costrette a vivere lontane da casa, una parte di queste, gli internati, vissero da nemici in patria osteggiati dal resto dei cittadini che non li considerava connazionali e non li reputava amici.

 

La Direzione generale di pubblica sicurezza, la Divisione IV: Polizia giudiziaria, amministrativa e sociale.

Le carte conservate in questo fondo sono state prodotte dalla Direzione generale di pubblica sicurezza, Divisione polizia giudiziaria, amministrativa e sociale del Ministero dell’Interno. Le mansioni della P.S. erano centrate nella tutela dell’ordine e della sicurezza dello stato e la sua azione si esplicava nella prevenzione e nel soffocamento dei reati. Nel 1915 la Divisione IV era organizzata in tre sezioni. La sezione I Polizia giudiziaria, aveva fra i suoi compiti la repressione dei reati, il controllo dell’ordine pubblico, la ricerca e l’arresto di malfattori, disertori, disertori stranieri, renitenti alla leva e provvedeva alla loro espulsione dal regno. La sezione II Polizia amministrativa e sociale, si occupava della vendita, deposito e introduzione in Italia delle armi, del controllo degli esercizi pubblici, del rispetto dei regolamenti di polizia urbana e rurale, dell’emigrazione, del rilascio di passaporti e dei domicili coatti. Nel 1918 la Divisione venne suddivisa in cinque sezioni e la sezione III Ufficio esplosivi fu ripartita fra la Polizia amministrativa e quella sociale. La sezione IV si occupava del rilascio dei passaporti per l’interno e del controllo dei vigilati speciali. La sezione V Ufficio profughi, gestiva i profughi adriatici e trentini, i cittadini rimpatriati e i profughi irredenti e i rapporti con l’Alto commissariato.

 

Ordinamento del fondo

Il fondo del Ministero dell’interno, Direzione generale di pubblica sicurezza, Divisione polizia giudiziaria, amministrativa e sociale, Categoria 12.100, Profughi e internati di guerra (1915-1920), conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato è stato ordinato nel 2000 in 1039 fascicoli, circa 500 sotto-fascicoli e raccolto in 32 buste. Il fondo contiene fascicoli classificati per categorie numeriche e alfanumeriche, il numero di categoria è composto da sette cifre alle quali, vengono aggiunte una lettera ed ancora una o due cifre, ogni volta separate da un punto, quando si tratta di sotto categorie. Sulla base delle categorie è stato possibile ricostruire il titolario, perché quello originale non è stato trovato fra le carte depositate.

L’inventario è diviso in sei parti e ogni parte in sezioni. La prima parte “Assistenza profughi” ha due sezioni “Fascicoli nominativi” e “Prefetture e comuni: attività svolte”. La seconda “Spostamenti dei profughi e masserizie a loro assegnate” ha anch’essa due sezioni “Movimenti dei profughi” e “Forniture ditte”. La terza parte “Richieste e concessioni di fondi”, la quarta “Argomenti vari”, la quinta è dedicata agli “Internati” la sesta alla “Contabilità”.

I fascicoli sono stati sistemati in ordine alfabetico, sia per quanto riguarda i fascicoli nominativi sia per quelli contraddistinti dal nome della provincia o della prefettura. Si sono così rispettati i canoni di archiviazione adottati dal Ministero dell’interno tendenti ad archiviare i documenti delle prefetture in ordine alfabetico. I fascicoli successivi sono in ordine cronologico.

Le prime sei buste contengono 566 fascicoli nominativi intestati sia ai profughi sia a coloro i quali si adoperavano per aiutarli. Contengono domande di sussidi, di rimborso spese di trasporto di effetti personali, di rimpatrio nei territori occupati dopo Caporetto. Di queste domande, in molti fascicoli, non rimangono che i moduli con la segnalazione della richiesta, i dati del richiedente e l’indicazione di dove venivano inviate le carte. Le richieste di sussidio furono in seguito trasferite all’Alto commissariato e poi al Ministero per la ricostruzione delle terre liberate ma, in alcuni casi, venivano inviate ai prefetti di competenza. Le richieste di rimpatrio erano inviate ai prefetti delle zone in cui i profughi erano ricoverati. Spesso si trovano richieste di notizie di persone di cui si erano perse le tracce dopo i trasferimenti.

I fascicoli ordinati per provincie e comuni, dalla busta 7 alla 13, contengono gli atti relativi alle requisizioni di ville e alberghi, teatri e cinema, ospizi e case di villeggiatura e le relative richieste di risarcimento danni. Inoltre vi sono documenti dei patronati e delle associazioni che si occupavano dell’assistenza e i documenti della Croce Rossa americana, quelli attinenti l’invio di operai profughi in Francia, la posizione degli irredenti ed il loro rimpatrio.

I documenti contenuti nelle buste dalla 14 alla 18 riguardano le ditte italiane che offrivano “effetti letterecci” per i profughi.

Nelle buste dalla 19 alla 23 vi sono numerosi fascicoli ordinati per provincia che riguardano l’assistenza materiale ai profughi e la gestione dei fondi stanziati per loro. Infine dalla busta 23 alla 29 troviamo le relazioni delle visite delle commissioni ispettive presso i ricoveri degli internati e nelle ultime tre buste la contabilità delle persone beneficiate nel 1916.

 

 


[1] Archivio Centrale dello Stato, Roma, Fondo Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Polizia Giudiziaria, Amministrativa e Sociale, Busta 13, fasc. 811

[2] Ibidem, Busta 23, fasc. 1054

[3] Ibidem, Busta 27, fasc. 1084

[4] Ibidem, Busta 23, fasc. 1049

[5] Ibidem, Busta 23, fasc. 1051

[6] Ibidem, Busta 27, fasc. 1084

[7] Ibidem, Busta 25, fasc. 1062

[8] Da ora Alto Commissariato

[9] DLT n.1179 del 11 ago. 1918

[10] Il Commissariato dell’emigrazione era un ufficio autonomo alle dipendenze del Ministero degli esteri che si occupava della preparazione dei documenti, dell’assistenza e tutela nei porti e durante il viaggio degli emigranti italiani, Calendario Generale del Regno d’Italia 1919.

[11]Ibidem, Busta 23, fasc. 1017

[12]Ibidem, Busta 10, fasc. 732

[13] Il Ministero per le terre liberate fu istituito con Regio Decreto n.41 del gennaio 1919 e soppresso con Regio Decreto n.391 del 25 febbraio 1923

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