Public History – Panel – Scheda presentazione

L’undici settembre, durante i Cantieri di Storia 2013 svolti all’Università di Salerno, si è tenuto un panel sulla Public History, al quale hanno partecipato: Serge Noiret, Francesco Catastini, Francesco Mineccia, Ilaria Porciani, Marcello Ravveduto e Maurizio Ridolfi in qualità di discussant. L’obiettivo del seminario è stato quello di presentare questa disciplina, anche in Italia, come il possibile snodo attraverso il quale la storia viene comunicata, divulgata e proposta con professionalità anche al di fuori dal contesto accademico, determinando strategie interdisciplinari di collaborazione e lavoro collettivo. Il confronto si è incentrato sull’innovazione del “mestiere di storico”. Il public historian è stato definito come un professionista che affronta pubblici eterogenei interessati tanto alla storia quanto alla memoria. È emerso che la ricostruzione storica, legata ad avvenimenti, commemorazioni, musei, geografie urbane, ambienti, memorie e testimonianze, è il campo di azione di una narrazione del passato che si fa storia nel presente all’interno delle comunità protagoniste di un evento. Nelle relazioni sono stati evidenziati, inoltre, i metodi usati dai public historians per comunicare la storia in pubblico. Un ruolo strategico è stato assegnato alla Digital Public History, la cui prossimità virtuale, nella fase di transizione analogico/digitale, è nevralgica per evitare che il campo della comunicazione online sia soggetta al dominio di storici improvvisati, assegnando, così, al public historian il compito di realizzare una “grammatica storica” per le generazioni dei “nativi digitali”. La Public History, coniugata con il sapere scientifico, può ambire a formare nuove figure professionali (“passatori di storia”, “mediatori della memoria”) il cui scopo è portare, con strumenti moderni, il sapere storico ad una vasta platea non specializzata, onde evitare che, in pubblico, Clio divenga campo di scontro di un “uso pubblico” assoggettato alle esigenze politiche contingenti. In conclusione, il panel si è proposto di definire, una Public History che vuole trasmettere, anche al di fuori dei tradizionali canali accademici, un “senso pubblico” della Storia.

Serge Noiret ha introdotto il tema della Public History con una breve storia della disciplina, mostrando come in Europa continentale istituzioni culturali, media e attori individuali di diverse provenienze professionali operano nel campo della Public History in assenza di una formazione professionale o accademica specifica che esiste solo nelle isole britanniche. A tal scopo ha presentato i risultati del fascicolo monografico della rivista “Memoria e Ricerca che di questi argomenti ha trattato nel 2011 e messo in luce il lavoro e gli scopi della International Federation for Public History Fédération Internationale pour l’Histoire Publique (IFPH-FIHP) che presiede e che è commissione interna e membro permanente della CISH – Commission Internationale des Sciences Historiques).

Francesco Catastini ha realizzato una rassegna dei festival italiani di storia soffermandosi sulla causa del successo di queste manifestazioni, ovvero il “bisogno” di storia. Un bisogno che nasce da uno stile originale di fruire -e quindi diffondere- la conoscenza e la cultura storica, legato allo scatto tecnologico degli anni 80 e 90 del XX secolo (digitalizzazione e internet). I festival rappresentano il tentativo di trasmettere una storia che non si configura più come una semplice materia scolastica, come una palestra di esercizio alla critica della realtà o semplicemente come diletto culturale, ma che si presenta come strumento prezioso per orientare le proprie scelte e vivere più consapevolmente, dunque una storia “necessaria”.

Francesco Mineccia ha puntato l’attenzione sulle dispense che hanno conosciuto un boom a partire dagli anni sessanta del Novecento. Dal secondo dopoguerra le maggiori case editrici italiane hanno lanciato nelle edicole una serie di opere illustrate che hanno ottenuto il favore del pubblico. Uno dei filoni principali riguarda la storia d’Italia. Caratteristica comune delle pubblicazioni a fascicoli è il ricchissimo apparato iconografico, di sicuro richiamo per il pubblico delle edicole – grande consumatore di rotocalchi illustrati -, e l’uso di un linguaggio semplice e accessibile, con stile ed effetti giornalistici: “una storia in presa diretta”. Marginale appare, in questo campo, il contributo degli storici accademici sostituiti, fin dal secondo dopoguerra, dalla più rassicurante figura del giornalista-scrittore di storia, vero regista dell’uso pubblico della storia.

Ilaria Porciani si è concentrata sui musei di storia (territori di confine tra varie competenze e discipline) quale costruzione materiale di uno spazio cruciale, spesso sottovalutato, per la public history. È partita dai risultati dei progetti NHIST- writing national histories – e EuNaMus – European national museums – per mettere in luce in che modo alcuni musei storici hanno fatto e stanno facendo public history e quali sono le potenzialità ed i problemi ancora aperti.

Marcello Ravveduto ha concluso con una relazione sulle celebrazioni repubblicane radicatesi nell’ultimo ventennio a partire dall’affermazione del paradigma vittimario suscitatore di emozioni e sentimenti di identificazione collettivi. Intorno al ricordo delle vittime delle mafie, del terrorismo, della Shoa, delle foibe, delle catastrofi naturali, del dovere, del precariato si sono organizzati nuovi scenari pubblici che hanno modificato i programmi di studio, i luoghi della memoria, l’organizzazione museale, i calendari delle festività civili, la toponomastica e i cerimoniali. La relazione si è concentrata dunque sul vasto dominio della memoria in cui lo storico di mestiere può tornare ad esercitare un ruolo di guida per formare le nuove generazioni al “senso pubblico” della storia.

 

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