L’immagine di Mussolini. Le copertine della “Domenica del Corriere” 1923-1940

La Domenica del Corriere, com’è noto, è stato il settimanale più popolare in Italia nella prima metà del XX° secolo[1]. Italo Calvino ricorda:

« Parlo di quell’epoca rifacendomi alla mia memoria di ragazzo, che si faceva un’idea del mondo soprattutto attraverso le illustrazioni dei giornali che più colpivano la sua fantasia, […] essenzialmente […] la popolarissima Domenica delCorriere »[2].

 

Estremamente realistiche, con dei soggetti scelti con gran cura, a colori (particolare di non trascurabile attrattiva ad un’apoca in cui le fotografie erano esclusivamente in bianco e nero), la prima e la quarta di copertina sono state illustrate fin dal primo numero (8 gennaio 1899) da Beltrame[3], e la loro altissima qualità le ha giustamente rese, in molti casi, delle vere e proprie icone.

 

Non vi sono copertine che riguardino gli albori del fascismo: dello squadrismo si parla poco anche nelle pagine interne, e la Marcia su Roma viene totalmente ignorata, almeno nel momento in cui si verifica, il che è logico se si pensa che l’effettiva portata storica dell’evento era impossibile da prevedersi nel 1922. La prima copertina in cui appare Mussolini, per il momento ancora nel ruolo istituzionalmente corretto di Presidente del Consiglio, è dell’aprile del 1923. Vi viene raffigurato quale accompagnatore del re durante l’inaugurazione della Fiera Campionaria, veste con un corretto ed elegante soprabito e una camicia bianca col colletto duro a punte inamidate. Da notare che il re, grazie alla sapiente prospettiva, al berrettone militare e ad una certa dose di adulazione pittorica (sempre presente nella royaliste Domenica), sembra perfino essere di statura lievemente superiore a quella di Mussolini.

 

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Calvino sottolinea la tendenza ad adulare Vittorio Emanuele su questo soggetto sensibile, che è presente in tutta la ritrattistica del Ventennio :

 

« Simmetrica al questa effigie del Duce c’era quasi sempre quella del Re […] La testa di Re Vittorio era certo molto più piccola di quella del Duce, ma nei ritratti figurava ingrandita in modo da poter apparire […] quasi della stessa cubatura di quella del suo insostituibile primo ministro »[4]

 

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Se pensiamo ad uno « stile fascista », abbiamo in mente soprattutto l’iconografia tipica del fascismo ormai stabile, guerrafondaio, a base di uniformi, atteggiamenti marziali e mascelle sporgenti. In realtà, le cose stanno così solo a partire dalla metà degli anni Trenta, e prima di allora assistiamo ad un fenomeno più complesso ed interessante. Intanto, fin da subito Mussolini si allontana decisamente dallo stile squadrista, che non piaceva alla stragrande maggioranza degli italiani. Il futuro duce vuole dare di sé un’immagine rassicurante e piuttosto tradizionalista, da « vero » uomo politico che intende restaurare l’ordine e occuparsi efficacemente del suo paese. Calvino ricorda infatti che i politici si presentavano in pubblico :

« In abbigliamento borghese, colletto duro con le punte rivoltate come era allora d’uso comune per le persone di riguardo […] La giacca che il Capo del Governo indossava era un tight […] che lui allora portava d’abitudine nelle cerimonie ufficiali […] L’abbigliamento da uomo di stato ne accentuava la giovinezza, perché quella era la vera novità che l’immagine doveva trasmettere […] Neanche s’era mai visto in Italia un uomo di stato rasato, senza barba e baffi, e questo era già di per sé un segno di modernità. »[5]

 

Calvino, pur avendo ragione sul fondo, sbaglia però nel considerare che la novità fosse solo questa. La novità sensazionale, almeno durante il primo decennio del regime, sarà quella di dimostrare agli italiani che, pur essendo capace di portare la marsina in Parlamento e la divisa –non necessariamente fascista- in certe circostanze ufficiali, il nuovo capo del governo rimane un uomo del popolo, una persona normale capace di confondersi con la gente.

 

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La divisa fascista, per il momento, si limita alla camicia nera e ad un’uniforme piuttosto sobria ; è riservata ad avvenimenti speciali e non viene portata abitualmente. Quando si festeggia il decennale della Marcia su Roma, Mussolini appare al balcone con la camicia nera, ma vi aggiunge una cravatta, sempre nera, che non si nota eccessivamente ma basta a far sì che la sua immagine non si possa assimilare a quella dello squadrista esaltato e scamiciato.

 

 

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Ma, mentre fino ad allora gli uomini politici che che si recavano sui cantieri, al fronte, in visita ai contadini, eccetera, restavano sempre dei distanti ed inappuntabili gran signori in marsina, in queste circostanzze Mussolini veste invece come un cittadino qualsiasi. Mantiene sempre un certo decoro borghese (giacca e cravatta, spesso col cappello in mano o in capo), ma, ogni qualvolta venga raffigurato fuori dalle cerimonie imposte dalla sua carica di capo del governo, la sua immagine non si allontana mai eccessivamente da quella dell’italiano medio ; e questo anche quando pratica sport generalmente riservati alle classi altolocate, come l’equitazione. In diverse circostanze appare anche in abbigliamento informale, « sportivo », come si diceva, che si tratti di aiutare dei militari durante le grandi manovre[6] o di dare il primo colpo di piccone per inaugurare un cantiere.

 

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Ma, appena un anno più tardi, il pullover e il « basco da motociclista »[7] del picconatore hanno ormai ceduto definitivamente il passo all’uniforme, che imperverserà dal 1935 in poi.

 

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Mussolini si mette sempre più in mostra, affianca sempre più spesso la propria immagine a delle allegorie evocatrici, non si veste più in borghese. Il ridicolo della sua nuova immagine non viene comunque affatto percepito in un paese culturalmente isolato e che si abitua gradualmente a questa evoluzione.

 

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Molto importanti, per l’immagine del « duce uomo del popolo tra il popolo », le celeberrime Battaglie del Grano destinate a pubblicizzare la bonifica dell’Agro Pontino. Ci sono tre copertine della Domenica dedicate all’evento : nel 1933 si festeggia la prima raccolta, e Mussolini appare con un basco ed una giacca un po’ stretta, come un contadino col vestito della festa, il che sembra impacciarlo ; accanto a lui, delle procaci contadine e un gagliardo giovane. L’anno seguente lo vediamo, molto più disinvolto, in maniche di camicia (bianca) aperta sul collo. Con lui, oltre alle donne e al giovane, vi sono due personalità imprecisate, probabilmente podestà dei paesi dell’Agro ; anche loro in maniche di camicia, ma coi capelli impomatati e le cravatte strettamente annodate, uno ha addirittura le mani sui fianchi : non sembrano avere la minima intenzione di sporcarsi le mani con un lavoro da contadini. La terza copertina è del 1938, e si concentra sul primo piano del duce, debordante di muscoli e di virilità. Esistono diverse immagini di questo evento e, come per la scomoda statura del re, il ritratto mostra di avere degli indiscutibili vantaggi sulla fotografia. Nelle fotografie, infatti, il cinquantacinquenne Mussolini appare assai meno muscoloso, per non parlare della sua imbarazzante quanto evidente pancetta, mal camuffata dai pantaloni « ascellari ». Beltrame, pur senza cambiare gran cosa, ci mostra invece il ritratto di un uomo virile, robusto, giovanile e in gran forma. Non occorre molto : si arrotondano i muscoli, si abbassa la cintola, si cancella la sporgenza del ventre…

 

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Il 1938 è un anno particolarmente difficile : gli italiani cominciano ad avere davvero paura di dover sopportare un’ennesima guerra, dopo quella d’Africa e quella di Spagna, pur sperando ancora nella pace.

«  A Monaco nel 1938 i due dittatori affrontano l’ultima partita nel gioco delle immagini contrapponendo la loro grinta […] alla sagoma sparuta e antiquata di Neville Chamberlain in marsina, colletto duro, ombrello. Ma in quel momento il messaggio che le masse colgono è quello che l’ombrello di Chamberlain ispirava, cioè la pace. »[8]

 

Beltrame dedica una tavola all’avvenimento, che non farà in tempo ad essere pubblicata in copertina, ma verrà inserita, in bianco e nero, nella pagina centrale. Mussolini è il solo tra i quattro ad avere un atteggiamento marziale, e pare ergersi a silenzioso arbitro e giudice. Hitler ha una posa che sembra mitemente persuasiva, chino verso i suoi interlocutori. Grazie al bianco e nero, a differenza di Mussolini, Hitler non sembra nemmeno in divisa : la sua giacca non si distingue da quelle civili di Daladier e di Chamberlain, porta una camicia bianca con cravatta scura e il bracciale con la svastica sul braccio sinistro si intravede a malapena, a causa della prospettiva scelta dal disegnatore :

« Mussolini, che si presenta come il salvatore della pace, raccoglie gli ultimi applausi spontanei della folla. »[9]

 

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La guerra scoppierà comunque, e Mussolini farà la fine che sappiamo. In due delle ultime tavole disegnate da Beltrame[10] lo vediamo invecchiato, un poco cascante e smagrito, con i capelli bianchi, molto diverso dall’uomo deciso, giovanile e virile che era stato ritratto fino ad allora.

 

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In conclusione, vediamo le tre dichiarazioni di guerra che hanno cambiato l’Italia durante la prima metà del XX° secolo. Quella della prima guerra mondiale è stata fatta, naturalmente, dal re. Costui è al balcone con tutta la famiglia, bambini inclusi, e guarda alla folla sotto di lui. L’accento è posto più sulla grande bandiera italiana che sventola che sulle persone, e l’imbandieramento generale conferisce un’aria quasi festiva all’evento.

 

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La copertina che precede la dichiarazione della guerra d’Africa[11] mostra un Mussolini che gira le spalle alla piazza, che sembra comunque gridare entusiasta all’unisono con lui. E, dietro l’oceano di folla che arriva all’orizzonte, si stagliano in filigrana contro il cielo come numi tutelari il Fascio Littorio e l’Italia Turrita.

 

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La dichiarazione del 1940 è assai più drammatica e si direbbe che Beltrame, e attraverso di lui anche la Domenica del Corriere, pur sempre indulgentissima col fascismo, condividano un sentimento di paura e d’incertezza. Mussolini, con una cupa e sinistra divisa nera, gira ancora le spalle alla folla che però, stavolta, non sembra affatto entusiasta. I volti degli astanti sono mal delineati e confusi, ma sembrano tutti ugualmente sgomenti.

 

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[1] Nel periodo tra le due guerre la Domenica del Corriere non aveva praticamente rivali : le altre riviste dello stesso tipo (L’Illustrazione italiana e La Tribuna Illustrata), benché più antiche, erano molto meno diffuse. L’Illustrazione, ottima rivista patinata con fotografie di alta qualità, si rivolgeva ad un pubblico più esigente, ma anche decisamente più benestante : nel 1935 una copia costava 3 lire contro i 30 centesimi della Domenica e della Tribuna. Chiaramente, il segreto del successo non era solo nel prezzo : la Tribuna non costava più della sua rivale, ma la qualità degli articoli, delle immagini, delle rubriche, era decisamente inferiore a quella della Domenica. Fin da subito, inoltre, la Domenica ha un preciso target : un pubblico enorme e fino ad allora relativamente trascurato, le famiglie della media e piccola borghesia, e si rivolge indistintamente ad uomini e donne, con articoli di cronaca, letture e rubriche per tutti (medicina, arte, costume, concorsi…), ma anche rubriche più orientate al femminile (cucina, economia domestica, moda…) Il successo è immediato e costante : la tiratura della Tribuna era, negli anni Trenta, di 40.000/50.000 copie contro le 500.000/600.000 della Domenica. L’alta qualità era garantita dalla collaborazione, regolare od occasionale, della scuderia del Corriere della Sera : tra gli altri, giornalisti come Paolo Monelli, Arnaldo Fraccaroli, Renato Simoni, Indro Montanelli, Giovannino Guareschi, Bruno Roghi, Luigi Barzini jr… Molti dei suoi collaboratori lavoravano anche alla radio, come Mario Appelius, vera celebrità dell’epoca e che aveva coniato l’indimenticato slogan di guerra « Dio stramaledica gli inglesi ». Vi erano poi delle rubriche fisse molto amate, soprattutto quella di Petronilla per la cucina e del Dottor Amal per la medicina, entrambe tenute, sotto i due diversi pseudonimi, da Amalia Moretti Foggia, medico e gionalista mantovana. Infine c’era la parte “scritta” dal pubblico, che aveva un successo enorme : le famose “cartoline” (le barzellette e gli aneddoti dei lettori, pubblicati e premiati ogni settimana) ; i concorsi fotografici amatoriali (dal concorso per per il più “bel (bambino/sorriso/animale domestico…)”  alle foto di viaggio, alle “foto curiose”) ; le ricette delle lettrici… Curiosamente, non vi fu mai una “piccola posta” di alcun genere fino al secondo dopoguerra.

[2] Italo Calvino, I ritratti del Duce, in Eremita a Parigi, Milano, Mondadori 1994

[3] Achille Beltrame (Arzignano, 18 marzo 1871Milano, 19 febbraio 1945), ha illustrato 4462 copertine, lavorando fino a pochi mesi prima della morte. Durante la sua collaborazione con la Domenica pochissime tavole sono state illustrate da altri: di solito ciò accadeva a fine luglio o a fine dicembre, quando prendeva una breve vacanza. La qualità ne risentiva, almeno fino alla metà degli anni Trenta, e le “finte” copertine si distinguono a colpo d’occhio per la loro rozzezza, senza che sia necessario controllare la firma dell’autore. Durante gli anni di guerra Beltrame è stato più volte sostituito dal suo allievo Walter Molino, anche lui illustratore di eccezionale bravura, che prese poi definitivamente il suo posto nel dopoguerra.

[4] Italo Calvino, op. cit.

[5] Italo Calvino, op. cit.

[6] « Ricordo […] una tavola a colori di Beltrame sulla Domenica del Corriere : il Duce aiuta degli artiglieri a trascinare un cannone su per una scarpata ». Italo Calvino, op. cit.

[7] Italo Calvino, op. cit.

[8] Italo Calvino, op. cit.

[9] Italo Calvino, op. cit.

[10] La tavola relativa alla sua destituzione, interna anche questa e in bianco e nero, sarà disegnata da Walter Molino.

[11] La copertina seguente, dedicata alla dichiarazione di guerra vera e propria, è un’allegoria. Mostra una procace e severa giovane donna italiana con elmo e camicia nera, che suona una campana. La didascalia dice, semplicemente : « L’Italia fascista suona la Diana »

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