Dialogo con Antonio Varsori (Presidente dell’European Union Liaison Committee of Historians). Il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma e la storiografia sull’integrazione europea

 

  1. Il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma ha offerto la possibilità di approfondire la ricerca sull’integrazione europea. Il Ministero degli affari esteri (MAE) ha dato vita a una nuova collana per la pubblicazione dei “Documenti sulla politica internazionale dell’Italia”. Il primo volume è stato appunto dedicato a “Il «rilancio dell’Europa» dalla Conferenza di Messina ai Trattati di Roma 1955-1957”[1]. Quale è il quadro che emerge dalla documentazione? Quali elementi di analisi sono stati confermati o smentiti? Quali sono le possibili piste di ricerca innovative che si aprono agli studiosi?

Da questi documenti emergono alcune conferme. In primo luogo, l’interesse italiano nei confronti del negoziato e l’apporto non secondario dell’Italia su alcuni temi, ad esempio l’istituzione del Fondo sociale europeo (FSE), la nascita della Banca europea per gli investimenti (BEI), il legame molto forte che i responsabili italiani avevano individuato per ciò che concerne il rilancio dell’Europa, la creazione sia della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM) sia della Comunità economica europea (CEE) e il Piano Vanoni, vale a dire l’ipotesi di una politica di sviluppo del Mezzogiorno e di modernizzazione economica del Paese, che la partecipazione a questi due nuovi organismi europei avrebbe favorito.

In parte tutto questo era noto, ma i documenti pubblicati ce lo confermano e ce lo mostrano in maniera più precisa. Un tema invece nel complesso abbastanza nuovo, che emerge dalla documentazione del MAE, è l’importanza di questo “doppio canale” di negoziato: da un lato quello tra i Sei, che conosciamo come elemento assodato della storiografia, dall’altro quello che dalla Conferenza di Messina alla vigilia dei Trattati di Roma è il negoziato in sede Organizzazione europea per la Cooperazione europea (OECE), in un ambito quindi più ampio.

E un altro degli aspetti a mio giudizio importante che emerge da questi documenti è che fin quasi alla vigilia della firma, diciamo fino alle fine del 1956 e ai primi inizi del 1957, da parte italiana vi è sempre una grande attenzione nei confronti della questione inglese. Era quindi implicita una sorta di speranza che gli inglesi magari non sarebbero entrati chiaramente a pieno titolo nella CEE e nell’EURATOM, ma ci sarebbe stato un qualche legame di cooperazione tra la Gran Bretagna e l’Europa dei Sei. Mi sembra anche questo un elemento di una certa novità e di un certo rilievo.

Un altro aspetto abbastanza importante ‒ ce ne sono anche altri, ma questo mi sembra tra i più interessanti ‒ è che se in una prima fase dei negoziati l’attenzione si concentra in maniera molto forte sull’EURATOM, che come sappiamo era l’organismo che allora si considerava quello che avrebbe avuto maggiori possibilità di successo, in realtà poi nel corso del 1956 c’è una crescita di attenzione nei confronti della Comunità economica europea e anche da parte italiana la CEE è considerata un obiettivo particolarmente rilevante.

Questi mi sembrano gli elementi di conferma e di novità più interessanti, ma diciamo che nell’ambito di un volume che raccoglie diverse centinaia di documenti diplomatici, e in più non dimentichiamo il secondo volume di annessi che raccoglie i processi verbali di tutti gli incontri al livello dei ministri degli Affari Esteri tenutosi tra il 1955 e il 1957, ci sono tutta una serie di elementi nuovi, che non riguardano soltanto l’Italia. Le valutazioni dell’ambasciatore Quaroni sulla situazione interna francese dal 1955 al 1957 in relazione al negoziato sui Trattati di Roma, ma non solo, rappresentano anch’esse una documentazione di una certa importanza.

 

  1. Tra i documenti spicca il verbale di un incontro tra il ministro degli Esteri Martino e il vice presidente degli Stati Uniti Nixon alla vigilia della firma dei Trattati di Roma, nel quale sembra emergere un interesse da parte americana per il ruolo che la CEE avrebbe potuto giocare nelle relazioni internazionali e nell’articolazione dei rapporti transatlantici[2]. È effettivamente così?

L’Amministrazione Eisenhower ha sempre mostrato un interesse forte nei confronti sia dell’EURATOM sia della CEE e il negoziato è stato seguito dagli Stati Uniti con grande attenzione. Ci si rendeva conto che erano in campo ipotesi che potevano condurre a un effettivo rilancio dell’integrazione europea. Gli Stati Uniti all’inizio fanno una scelta ben precisa: quella di sostenere i Sei senza dare un particolare risalto pubblico a questo sostegno, per evitare che accadesse quanto si era verificato negli anni immediatamente precedenti con la Comunità Europea di Difesa (CED), per evitare cioè che il rilancio dell’Europa venisse visto come una ingerenza americana. Questa attenzione statunitense, devo dire più forte a mio giudizio nei confronti dell’EURATOM che della CEE,  è un dato di fatto che viene confermato anche dai documenti diplomatici americani.

Credo che quanto espresso da Nixon nel documento citato rappresenti soprattutto la fase finale dell’attenzione americana, quando si comprende che non solo l’EURATOM ma che anche la CEE sarebbe andata in porto. Non dimentichiamo che esistevano dei contatti abbastanza stretti tra Jean Monnet e l’Amministrazione americana e Monnet era convinto che l’EURATOM sarebbe stato un successo, mentre rimaneva invece abbastanza scettico nei confronti della CEE. Quando si arriva sostanzialmente verso la fine del negoziato, io credo che gli americani abbiano compreso che a questo punto il rilancio dell’Europa, che non era solo un rilancio economico ma che era anche per alcuni aspetti un rilancio politico, si sarebbe poi mosso lungo due binari: quello della Comunità europea dell’energia atomica e quello della Comunità economica europea, che da un certo punto di vista era quella che implicitamente aveva un contenuto politico più forte rispetto all’EURATOM.

 

3.  In concomitanza con il sessantesimo anniversario, il MAE ha dato vita in collaborazione con l’European Union        Liaison Committee of Historians al convegno “The Re-Launching of Europe and the Rome Treaties”. Viene in          mente il precedente del convegno del 1987, alla presenza dei maggiori protagonisti politici del biennio 1955-        1957 e di figure istituzionali come il presidente della Commissione europea Jacques Delors[3]. Siamo in due          fasi profondamente diverse della integrazione europea. A trenta anni di distanza da quell’incontro, quale è il          bilancio del convegno del 2017? Quali linee interpretative sono emerse dal dibattito tra gli storici?

Diciamo che i due convegni sono molto diversi. Ho avuto l’opportunità di prendere parte da giovane ricercatore, ho assistito ed ho ascoltato ma non ho avuto modo di intervenire direttamente, al convegno del 1987. Devo dire che quello del 1987 si situava in un momento molto diverso. Eravamo in una fase di “euroentusiasmo”. Si era superata la fase di incertezza dei primi anni ottanta, Delors era stato nominato presidente della Commissione, c’era stato il cambiamento determinato dall’Atto Unico Europeo e altro elemento da non trascurare è che nel 1987 erano ancora presenti molti testimoni del biennio 1955-1957. Ricordo appunto tutta una serie di interventi di personalità politiche e di diplomatici, che avevano preso parte direttamente alle vicende del rilancio europeo di Messina e dei Trattati di Roma.

Il convegno del 2017 prima di tutto si è esaurito in una giornata. Quello del 1987 era stato un grande convegno, se non ricordo male di quattro giorni molto intensi. Quello del 2017 ha risentito anche un po’ del clima esistente all’interno dell’Unione Europea. Una parte delle relazioni si è concentrata più sul capire quanto era accaduto nel passato, sul ripensare il periodo 1955-1957 sulla base di una serie di nuove fonti archivistiche. Nel 1987 le fonti relative agli anni cinquanta erano o appena state aperte o non erano ancora del tutto disponibili. Il convegno del 2017 è stata una occasione per un ripensamento complessivo della costruzione europea. La storiografia sul processo di integrazione ha nel frattempo seguito l’apertura degli archivi. Prendendo le mosse dal convegno del 1987, si è passati a studiare gli anni sessanta e settanta, poi è stata la volta degli anni ottanta e si è un po’ messo da parte il periodo iniziale, cosiddetto del rilancio dell’Europa da Messina a Roma.

Ritengo che uno degli aspetti più importanti del convegno del 2017 sia stato proprio quello di offrire agli storici la possibilità di una riflessione diversa e tra l’altro di sottolineare la visione che altri avevano avuto dalla metà degli anni cinquanta del processo di integrazione europea. Basterebbe ricordare le relazioni di un collega rumeno, che ci ha offerto un panorama della visione dei paesi del blocco comunista nei confronti del rilancio dell’Europa, e di una collega greca, che insegna presso una università inglese, sulla visione dei paesi del Mediterraneo sul rilancio dell’Europa.

Il convegno del 2017 ha quindi fornito una visione più completa, più articolata di quanto naturalmente non fosse stato possibile al convegno del 1987, che tra l’altro puntava molto sul dialogo tra gli storici e i testimoni, per ragioni abbastanza evidenti. Nel 2017 questo ormai non era più possibile. Possiamo dire che il convegno del 1987 mostrava i primi risultati della ricerca e stimolava il dialogo con i testimoni; quello del 2017 è stato più una occasione di ripensamento storiografico e di una visione più complessa, sulla base di una documentazione ormai accessibile. Questa mi sembra una delle differenze più importanti.

 

  1. Quali sono state le altre iniziative alle quali ha preso parte nei circuiti accademici e istituzionali europei? Quale è la sua impressione sullo stato della storiografia europea sul processo di integrazione?

Devo dire che ci sono state una serie di altre iniziative in Europa, anche se la mia sensazione è meno di quanto ci si potesse attendere. Alcune iniziative si sono svolte in Germania, penso ad un convegno all’Istituto di storia giuridica dell’Università di Francoforte. Quella è stata una iniziativa importante, alla quale ho preso parte, e che rappresenta uno dei nuovi approcci alla storia dell’integrazione europea, con una forte attenzione verso la storia del diritto. Del resto, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) prima e la CEE poi sono state effettivamente alle origini del diritto comunitario. Quella di Francoforte è una delle nuove tendenze che sta emergendo a livello europeo nell’ambito della storia del processo di integrazione.

Ci sono state poi anche altre iniziative, che però puntavano su una attualizzazione di alcuni temi della storia dell’integrazione europea. Penso ad esempio ad alcuni convegni, ai volumi e ai numeri monografici di riviste, per cercare di vedere da un punto di vista storico, e quindi tornare indietro nel tempo agli anni quaranta e cinquanta, per capire quali fossero le ragioni che allora militavano contro il processo di integrazione. Forse più che di iniziative per celebrare i Trattati di Roma o per studiare il rilancio europeo del biennio 1955-1957 si è trattato di iniziative che hanno fatto da spunto per una riflessione su temi che erano ormai maturi nel discorso pubblico sull’Europa. Questo mi sembra il tratto caratterizzante delle iniziative per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, anche pensando alla produzione più recente, apparsa nel 2017 e nei primi mesi di questo anno. Ecco, mi sembra che i titoli più significativi vadano in questa direzione.

Devo segnalare infine una serie di contributi che vengono soprattutto da studiosi più giovani dell’Europa settentrionale, o che si sono formati per esempio in Gran Bretagna, per un dialogo tra storici e scienziati politici. Questo mi sembra ciò che emerge negli altri paesi dell’Unione europea, anche se non è strettamente collegato al rilancio dell’Europa da Messina a Roma. La mia sensazione è che tutto sommato, se mettiamo da parte il convegno di Roma e quello di Francoforte, non ci sia stato poi molto altro, devo dire la verità.

 

  1. Nella storiografia italiana si sta andando verso una fase nuova degli studi, caratterizzata dal superamento delle tradizionali scuole di appartenenza. Il seminario di Forlì della primavera 2016 promosso da Giuliana Laschi e Daniele Pasquinucci è stato abbastanza significativo da questo punto di vista[4]. Quale è il suo parere in proposito? Quali sono le linee di ricerca che stanno emergendo nella storiografia italiana? Quale è l’andamento del dialogo con la storiografia internazionale sull’integrazione europea?

Questo certamente si, nel senso che gli storici che in Italia si sono occupati dell’integrazione europea appartenevano fondamentalmente a due filoni principali, o per meglio dire a due filoni principali e mezzo. C’erano gli storici di impostazione federalista e gli storici di impostazione politico-diplomatica, con due prospettive abbastanza diverse. Gli uni erano molto interessati ai movimenti, al ruolo dei leader federalisti, alle posizioni di Altiero Spinelli. Gli altri erano più interessati al momento politico-diplomatico, al ruolo dell’Europa nella politica estera italiana, ai rapporti bilaterali sulle questioni europee, ai rapporti  Italia-Francia, Italia-Gran Bretagna o Italia-Stati Uniti.

Devo dire che c’è stata una trasformazione già agli inizi degli anni duemila, con una maggiore attenzione da parte dei due filoni verso quelli che venivano definiti gli attori dell’integrazione europea, sia che fossero attori istituzionali sia che fossero attori non istituzionali, quali la Commissione o il Parlamento da una parte, la Confederazione Europea dei Sindacati (CES), l’Unione delle Industrie della Comunità europea (UNICE) o i partiti europei dall’altra. Venivano indagate nello stesso tempo le politiche della CEE, la politica agricola, la politica regionale, la politica sociale, la politica ambientale e così via. E questa devo dire è stata la linea di tendenza prevalente fino a questo momento. Poi c’è stato un altro filone concernente gli aspetti di natura economica e le trasformazioni dello Stato Nazione indotte dal processo di integrazione, che riprendeva certe linee di tendenza che erano state rappresentate soprattutto da Alan Milward, quando era stato per parecchi anni all’Istituto Universitario Europeo, con alcuni suoi allievi che hanno proseguito questo tipo di studi.

Devo dire quindi che a mio giudizio attualmente c’è una certa complessità di studi sull’integrazione europea. Ultimamente vi è una certa attenzione per certi temi che possono collegare gli studi storici a quelli della scienza della politica. Direi quindi che c’è una serie di cambiamenti anche abbastanza importanti, che si sono realizzati nel corso di una ventina di anni. Poi ovviamente ci sono una serie di studi che si collegano ‒ e devo dire che questi intercettano anche i miei interessi personali ‒ ai legami tra le scelte europee, altre scelte della politica estera italiana e certi momenti fondamentali della storia italiana, quindi un interesse verso il nesso interno-internazionale. Personalmente, devo dire che mi interessa per esempio la questione di Maastricht, non semplicemente come negoziato ma come scelte delle istituzioni e dei partiti italiani sull’Europa. Sono tutte scelte che si legano strettamente tra loro e che ci consentono di spiegare certe vicende non solo di collocazione internazionale dell’Italia, ma anche la sua evoluzione politica sul piano interno.

 

  1. Le celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma si sono svolte il 25 marzo 2017 in un clima di “euroscetticismo”, a pochi mesi di distanza dal referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016, che ha approfondito ulteriormente la crisi dell’UE. La manifestazione ufficiale in Campidoglio è stata piuttosto fredda e non ha coinvolto molto i cittadini europei[5]. Quale è lo stato del discorso pubblico sull’Europa? In quale maniera gli storici possono contribuire ad accorciare le distanze tra la polemica politica contingente e lo sguardo lungo della storia?

Il clima è abbastanza evidente e mi pare che non sia difficile rispondere. È un clima di delusione, di scetticismo, in qualche caso giustificato nei confronti dell’Unione Europea. Basta vedere i dati dell’eurobarometro ed è evidente che l’Italia è un paese diventato più scettico nei confronti dell’Unione, questo è un dato di fatto. Diciamoci la verità. L’Unione europea da una decina di anni a questa parte sembra che faccia tutto il possibile per avere una immagine negativa. Forse anche Bruxelles e le istituzioni europee dovrebbero porsi qualche interrogativo, su che cosa è stato fatto negli ultimi dieci anni, perché è molto semplice cavarsela dicendo: sono gli altri che non capiscono. Gli altri non capiscono anche perché tu probabilmente non ti fai capire o perché dici qualcosa che forse non è detto che sia sempre corretto, forse anche perché esiste una differenza tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto. Allora bisogna concentrarsi su ciò che è stato fatto, per rimediare ad eventuali errori, guardarsi indietro e chiedersi: che cosa ho fatto? ho fatto bene? ho fatto male? potevo fare in maniera diversa? Ma questo riguarda la politica, più che gli storici. Quello che penso possano fare gli storici è continuare a fare gli storici, vale a dire studiare e spiegare, trarre delle interpretazioni che diano una visione precisa e il più possibile tendente all’oggettività ‒ naturalmente l’oggettività è sempre difficile se non impossibile ‒ poi sta agli altri, ai responsabili politici cercare a loro volta di capire ed assumere decisioni efficaci sul futuro dell’Europa. Poi se gli storici vogliono intervenire in un dibattito pubblico, questo è una loro scelta ed è una scelta individuale. Ma questa è una domanda che pone tutta una serie di questioni sull’uso pubblico della storia che porterebbe penso molto lontano, e che potrebbero essere il tema di un altro dialogo e di un altro numero monografico di “Officina della Storia”.

 

 

 

[1] Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, Serie A – Europa Occidentale e Unione Europea, Il “rilancio dell’Europa” dalla Conferenza di Messina ai Trattati di Roma (1955-1957), a cura di A. Varsori e F. Lefebvre D’Ovidio, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 2017. Si veda anche l’Appendice documentaria, che raccoglie i verbali delle Conferenze dei ministri degli Affari esteri e dei capi di Governo dalla Conferenza di Messina dell’1-3 giugno 1955 alla firma dei Trattati di Roma del 25 marzo 1957.

[2] MAE, Il “rilancio dell’Europa” dalla Conferenza di Messina ai Trattati di Roma 1955-1957, cit., D 304, Colloquio del Vice Presidente Nixon con il Ministro degli Affari Esteri, Martino (Roma, 16 marzo 1957), pp. 635 – 638.

[3] Il convegno “The Re-Launching of Europe and the Rome Treaties” si è svolto presso la Farnesina il 16 marzo 2017. Una panoramica sul convegno e sulle iniziative ufficiali del governo italiano è in https://www.esteri.it/mae/it/politica_estera/politica_europea/italia_in_ue/60mo-anniversario-trattati-di-roma.html (consultazione del 20 giugno 2018). Il Convegno del trentennale si era svolto in Campidoglio dal 25 al 28 marzo 1987, con la partecipazione dell’European Community Liaison Committee of Historians. Si veda in proposito il volume curato da E. Serra, Il rilancio dell’Europa e i Trattati di Roma, Giuffré, Milano 1987.

[4] Università degli Studi di Bologna, Campus di Forlì, Dipartimento di Scienze politiche e sociali, L’Europa e il suo processo d’integrazione: il punto di vista della storiografia italiana (26-28 maggio 2016). L’impianto del seminario è sul sito dell’Università di Bologna : http://corsi.unibo.it/magistrale/ScienzeInternazionaliDiplomatiche/bacheca/leuropa-e-il-suo-processo-dintegrazione.htm. Il programma completo è disponibile in: http://www.ause.eu/it/associazione-ause/convegno-leuropa-e-il-suo-processo-di-integrazione-il-punto-di-vista-della-storiografia-italiana-forli-26-28-maggio-2016.html (consultazione del 20 giugno 2018).  

[5] Un panorama delle celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, ricco di articoli a stampa e di contributi video, è in http://www.repubblica.it/argomenti/Trattati_di_Roma (consultazione del 20 giugno 2018). Si veda anche il contributo di M. Chiara Bernardini in questo numero della rivista.

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    By: a cura di Sante Cruciani

    Sante Cruciani, ricercatore a tempo determinato (tipo b) in Storia delle relazioni internazionali all’Università della Tuscia. Si occupa del processo di integrazione, delle culture politiche e sindacali della sinistra europea, delle rappresentazioni mediatiche della guerra fredda. Tra le sue pubblicazioni: L’Europa delle sinistre. La nascita del Mercato comune europeo attraverso i casi francese e italiano (1955-1957), Carocci, 2007; Passioni politiche in tempo di guerra fredda. La Repubblica di San Marino e l’Italia repubblicana tra storia nazionale e relazioni internazionali (1945–1957), Università di San Marino, 2010. È curatore di: Bruno Trentin e la sinistra italiana e francese, École Française de Rome, 2012; Il socialismo europeo e il processo di integrazione. Dai Trattati di Roma alla crisi politica dell’Unione (1957-2016), FrancoAngeli, 2016.  Insieme a M. Ridolfi, ha recentemente curato i volumi L’Unione Europea e il Mediterraneo. Relazioni internazionali, crisi politiche e regionali (1947-2016), FrancoAngeli, 2017; L’Unione Europea e il Mediterraneo. Interdipendenza politica e rappresentazioni mediatiche (1947-2017), FrancoAngeli, 2017. È condirettore della rivista digitale www.officinadellastoria.eu.

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