La “Commissione Moro”. Un percorso di riflessione tra indagini documentarie, dibattiti storiografici e “storia pubblica”

Premessa

Al di là del suo profilo strettamente politico e investigativo, per il quale si rimanda alle tre relazioni approvate[1], l’attività dell’ultima Commissione di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, ha consentito l’acquisizione di una grande quantità di documentazione, spesso nuova e di interesse non tanto e non solo investigativo, ma piuttosto storico-culturale. Tale documentazione, se messa a sistema con gli altri archivi disponibili (in particolare quelli conservati all’Archivio Centrale dello Stato e gli archivi della cessata Commissione “Terrorismo e Stragi”), consente di affrontare in maniera nuova diverse tematiche legate sia alla ricostruzione del più ampio contesto storico-politico in cui avvenne il sequestro Moro sia anche alla costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro e della memoria pubblica di quell’avvenimento.

In attesa che si definiscano meglio le modalità di pubblicità della documentazione, attualmente oggetto di riflessione nell’ambito della Camera dei deputati, si possono enucleare alcune tematiche – la dimensione internazionale della vicenda Moro, la questione della trattativa, “le carte di Moro”, la costruzione della verità giudiziaria e le politiche dissociative – sulle quali avviare un percorso di riflessione e confronto scientifico, anche attraverso momenti specificamente dedicati. Per ognuna delle tematiche individuate c’è già ora la possibilità di disporre di documentazione libera, in diversi casi pubblicata su vari siti.

1. La dimensione internazionale della vicenda Moro

Un primo ambito tematico su cui la Commissione ha compiuto estese acquisizioni documentali è quello della dimensione internazionale della vicenda Moro. Di per sé non si tratta di un tema del tutto nuovo. Esso è stato infatti oggetto di approfondimento sia nel corso della prima Commissione Moro (1979-1983), sia in maniera più marcata nel corso dei lavori della Commissione Stragi (1988-2001), che operò nella fase in cui l’apertura degli archivi dei Paesi del Blocco sovietico alimentò varie campagne di ricerca. Anche a livello storiografico il tema ha ricevuto qualche interesse, specialmente dopo le operazioni di declassifica seguite alle direttive Prodi e Renzi[2].

La novità dei lavori dell’ultima Commissione può essere individuata nell’analisi più sistematica (e di taglio a questo punto non solo investigativo, ma in qualche modo storico-politico) di alcuni filoni internazionali, in particolare quello tedesco e soprattutto quello mediorientale. Sotto il profilo strettamente investigativo, è stato approfondito il coinvolgimento della formazione terrorista RAF, che del resto ha costituito tema d’accertamento fin dalle prime indagini, anche a causa dell’identità di matrice ideologica della formazione terroristica tedesca con le Brigate rosse italiane e delle analogie operative con il sequestro di Hanns-Martin Schleyer, Presidente della Confederazione tedesca degli industriali, avvenuto a Colonia il 5 settembre 1977.

Un altro tema che ha ricevuto attenzione è la vicenda, che pure aveva avuto notevole spazio nelle precedenti Commissioni e nella pubblicistica, della scuola di lingue parigina della Hyperion. In numerosi appunti, note e relazioni della nostra intelligence, fu infatti lungamente coltivata l’ipotesi che la scuola di lingue e traduzione fosse in realtà una stanza di compensazione dei maggiori gruppi eversivi del terrorismo internazionale, sotto la “benevola” vigilanza di svariati servizi segreti, a cominciare da quello francese. La numerosa documentazione acquisita rimane peraltro in larga parte classificata e quindi non utilizzabile ai fini della ricerca storica.

Il tema internazionale che ha avuto maggiore rilievo, anche sul piano documentale, è però quello del ruolo dei movimenti palestinesi nel sequestro Moro e, più in generale, della dimensione mediorientale della politica e del terrorismo italiani. Il tema fu trattato con molta rapidità nella prima Commissione Moro in una fase storica in cui le dinamiche della politica internazionale non facilitavano un confronto con il tema del peculiare rapporto che si venne a stabilire tra l’Italia e il Medio Oriente dai primi anni ’70 e che trovò in Moro uno dei suoi principali artefici. In quel contesto politico sia i brigatisti che le principali autorità politiche presentarono una versione riduttiva di questo tema, per diverse ragioni, valorizzando invece la dimensione nazionale e “interna” del terrorismo brigatista. L’ultima Commissione ha invece inteso indagare con la maggiore completezza possibile lo spazio politicamente fluido del rapporto tra Italia e Palestina, sia sul versante dei collegamenti tra Brigate rosse e movimenti palestinesi, sia sul versante degli accordi definiti per preservare il Paese da attacchi terroristici. Sono stati compiuti, in particolare, approfondimenti in tre ambiti tematici: le segnalazioni pervenute precedentemente al sequestro su possibili iniziative terroristiche in Italia; il ruolo dei Servizi di sicurezza italiani e in particolare del Capocentro a Beirut del Sismi, sia anteriormente al sequestro sia, nel corso di esso, quando fu avviata, per il tramite dei palestinesi, una trattativa finalizzata alla liberazione dell’ostaggio. Il colonnello Stefano Giovannone, uomo fidato di Aldo Moro, fu l’artefice del cosiddetto “Lodo Moro”, l’accordo segreto concluso tra l’intelligence militare italiana e i servizi segreti palestinesi per mantenere indenne l’Italia da attacchi sul suo territorio, in cambio della libertà di movimento per i terroristi palestinesi in Italia e la circolazione di armi tra l’Italia e il Medio Oriente[3]. Dal complesso della documentazione esaminata (in buona parte ormai non più classificata) emerge chiaramente la centralità del ruolo dei movimenti palestinesi nella vicenda Moro e si evidenzia che le Brigate rosse non sono pienamente riducibili a un fenomeno puramente nazionale, ma facciano parte a pieno titolo di una dimensione internazionale, anche se in maniera diversa dall’IRA e dalla RAF. Si sottolinea, quindi, la costante interlocuzione tra gli apparati del Governo italiano e quelli dei palestinesi, nell’ambito degli accordi definitisi dopo il 1973[4]. L’interlocuzione si orienta innanzitutto verso l’OLP, ma non esclude movimenti fortemente impegnati nel terrorismo, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, la formazione marxista di George Habash. Questa costituisce il tramite per avere notizie e informazioni anche su veri e propri movimenti terroristici, come quello di Wadie Haddad e poi di Abu Nidal e Carlos. Il punto di caduta di questi elementi si colloca proprio nel periodo del sequestro Moro, quanto tanto lo Stato italiano quanto le Brigate rosse mantennero, per linee parallele, un rapporto e un confronto con l’area palestinese[5].

2. La questione della trattativa

Un secondo aspetto dell’ultima inchiesta parlamentare che ha portato significative acquisizioni documentali è la vicenda delle trattative, tentate o avviate, per garantire a Moro la salvezza.

Tali trattative, che avvenivano a un livello segreto e informale, in quanto incompatibili con la «linea della fermezza» ufficialmente perseguita, hanno una rilevanza notevole per la «storia politica» del sequestro Moro, perché intersecano la vicenda terroristica strettamente intesa e l’analisi delle posizioni delle varie forze politiche nei loro reciproci rapporti.

Il tema non è certo nuovo. Fu al centro del dibattito politico nel corso del sequestro e, in seguito, esponenti politici e partiti sono tornati, retrospettivamente, sul tema della legittimità e della funzionalità delle posizioni assunte in quella fase. Anche gli studi che si sono concentrati sulla dimensione politica del sequestro, da quelli di Giovagnoli e Gotor al volume collettaneo patrocinato, non a caso, da Gennaro Acquaviva[6], hanno conferito molto spazio alle intricate vicende delle possibili trattative. Il limite è stato, in diversi casi, quello di riproporre a livello storiografico o pubblicistico, posizioni cristallizzatesi nel corso del sequestro per ragioni politiche contingenti.

Rispetto a questo quadro, le attività della Commissione hanno consentito un rilevante arricchimento documentale che consente di studiare la questione della trattativa in maniera più articolata e meno rigida. Si evidenzia infatti una pluralità di soggetti coinvolti, una serie di sfumature e una mobilità delle posizioni che permette di evadere dalla logica manichea della contrapposizione tra “partito della fermezza” e “partito della trattativa”.

Tra gli elementi di maggior interesse acquisiti dalla Commissione in questo ambito, c’è soprattutto la ricostruzione di una trattativa facente capo a Bettino Craxi e alla direzione socialista, che aveva come punto centrale l’azione di una serie di personalità legate all’area milanese del PSI. Si tratta di una pagina importante della storia politica italiana, che va collocata nell’ambito dei tentativi del Partito socialista di porsi come «terza forza» e in una forte attenzione di quel partito per l’area dell’«Autonomia», che portò anche a contrapporsi frontalmente agli indirizzi giudiziari di quegli anni[7].

3. Le “carte di Moro”

Una tematica importante e controversa, che è stata complessivamente rivista dopo la pubblicazione degli studi di Miguel Gotor[8], è quella delle “carte di Moro”. La circolazione delle lettere di Moro durante il sequestro, la scoperta, in due riprese (1978 e 1990), del cosiddetto “Memoriale” di via Monte Nevoso hanno da tempo suscitato numerosissime ricerche, più o meno fondate. Attorno alla vicenda delle carte di Moro si giocarono infatti partite politiche importanti, sia nel 1978, sia anche dopo il 1990, quando la seconda scoperta delle carte di via Monte Nevoso avvenne quasi contemporaneamente alla diffusione ufficiale delle notizie sulla organizzazione Gladio.In questo ambito, la nuova documentazione acquisita dalla Commissione riguarda le indagini condotte in relazione alla possibile circolazione di carte di Moro tra Liguria e Lombardia. Gli aspetti di interesse sono soprattutto tre: il ruolo del covo di via Fracchia, a Genova, e più in generale della colonna genovese delle Brigate rosse[9]; una possibile circolazione di carte e scritti per il tramite del maresciallo Angelo Incandela, all’epoca in servizio con il ruolo di comandante presso il carcere di massima sicurezza di Cuneo ove furono detenuti numerosi personaggi di rilievo, sia appartenenti alle Brigate rosse e ai gruppi affini sia appartenenti alla criminalità organizzata, che aveva un rapporto diretto con il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora responsabile delle carceri di massima sicurezza[10]; l’uso di carte di Moro come elemento di scambio nel corso del sequestro.

Si tratta, nel complesso, di approfondimenti specifici, che tuttavia rappresentano un tassello importante su una questione che rimane ancora aperta dal punto di vista storico (mentre non ha particolare rilievo giudiziario).

4. La costruzione della verità giudiziaria e le politiche dissociative

Un’altra tematica che costituisce un’autentica novità dell’ultima Commissione Moro è l’avvio di una riflessione critica sulla costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro. Si tratta di un tema centrale, che è in qualche modo implicito in molta della letteratura “revisionista” e nell’attività delle commissioni di inchiesta, ma che raramente è stato tematizzato in maniera precisa. L’importanza di una rivisitazione critica della “verità giudiziaria” è rilevante non solo perché l’accumulo di documentazione impone una sorta di “storia della storiografia”, ma perché quello giudiziario costituisce, in qualche modo, un perimetro condizionante di ogni ulteriore ricerca sulla vicenda Moro. Per cogliere questo elemento sino in fondo occorre considerare che la verità giudiziaria sulla vicenda Moro presenta, oltre ai limiti connaturati a quel tipo di accertamento, il carattere ulteriore di essere la risultante di attività di indagini e di attività di collaborazione svolta da brigatisti “pentiti” e soprattutto da quella particolare figura assai presente nella vicenda Moro del “dissociato”, cioè di colui che, abbandonando la lotta armata, si dichiara disposto a rilasciare testimonianze sui fatti, ma non a coinvolgere altri brigatisti.

Proprio l’attività della Commissione e la documentazione acquisita evidenzia come la vicenda processuale finisca per dipendere in maniera molto forte da alcuni dissociati, (specialmente dopo le leggi premiali del 1987). Dissociati, i quali a loro volta, giocano la loro partita su più tavoli, quello giudiziario, quello del confronto con le forze politiche, quello pubblicistico e del rapporto con i media.

Acquisita una verità giudiziaria, soprattutto nei processi Moro-ter e seguenti, anche i brigatisti non pentiti si dedicano a una intensa attività pubblicistica, fortemente sostenuta dal gruppo de “Il manifesto”, che contribuisce a fondare una “memoria ufficiale” dell’avvenimento. Rientra in questo quadro anche la misteriosa circolazione del cosiddetto “Memoriale Morucci”, una lunga ricostruzione della vicenda, che circolò tra la magistratura, i Servizi segreti e il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con il quale del resto Morucci mantenne a lungo rapporti cordiali[11].

Gli aspetti sommariamente delineati non devono essere visti in termini moralistici. Allo stesso tempo, però, la documentazione nuovamente disponibile consente di avviare una riconsiderazione generale dei processi di costruzione di una memoria pubblica della vicenda Moro a partire dalla tortuosa vicenda giudiziaria e parlamentare. L’indagine parlamentare, in questo quadro, ha messo in evidenza la necessità di riflettere sulla figura di Aldo Moro nell’interezza della sua esperienza personale e politica e non solo in quanto vittima della più grave operazione di terrorismo politico della storia repubblicana.

5. Il contesto storico e politico delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo

La riflessione che si è avviata cerca di seguire il filo che lega il complesso periodo storico degli “anni di piombo” e la cultura contemporanea, prestando una maggiore attenzione al tema delle Commissioni di inchiesta sul terrorismo che si sono succedute dal 1979 fino al 2018: la prima “Commissione Moro” (1979-1983); la “Commissione Stragi” (1988-2001); la seconda “Commissione Moro” (2014-2018). In realtà nel 1987 ha operato un’altra Commissione di inchiesta monocamerale, che però ebbe una breve durata a causa della fine anticipata della IX legislatura. Nonostante ciò, nelle poche audizioni svolte iniziò a lavorare su una questione precedentemente poco indagata, vale a dire l’eversione di destra e le compromissioni dei servizi di sicurezza, un lavoro che in qualche modo aprì una nuova strada e che venne consegnato alle successive commissioni di inchiesta.

L’attività di tali Commissioni presenta un oggetto – in parte – comune, il sequestro e l’omicidio Moro, ma si svolge in contesti molto diversi. Il punto di partenza dell’analisi è rappresentato pertanto dai lavori della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo italiano”, istituita nel dicembre del 1979. La vicenda della Commissione costituì uno dei più rilevanti eventi politico-parlamentari dei primi anni’80. Quando è attiva la prima “Commissione Moro”, infatti, il terrorismo di sinistra in Italia è tutt’altro che sconfitto (basti ricordare che il sequestro Cirillo è del 1981, così come l’arresto di Mario Moretti) e la valutazione della vicenda Moro è una questione politicamente scottante. Gli stessi interlocutori governativi della Commissione, in primo luogo Andreotti e Cossiga, erano stati i responsabili della gestione politica e poliziesca del sequestro Moro. E poi le diverse relazioni, di maggioranza e minoranza e, soprattutto, il primo cristallizzarsi di una ricostruzione della vicenda Moro in parallelo con lo svolgimento delle inchieste giudiziarie: Moro e Moro-bis.

Assai diverso è il contesto in cui ha operato la “Commissione Stragi” che lavorò per tredici anni, dal 1988 al 2001, attraversando la X, XI, XII e XIII legislatura, affrontando molteplici aspetti del terrorismo di destra e di sinistra, con una specifica attenzione alla dimensione internazionale. Quando la Commissione inizia ad operare esplodono quasi contestualmente la vicenda del secondo ritrovamento delle “carte di Moro” in Via Monte Nevoso (9 ottobre 1990) e la questione Gladio, che Andreotti, allora Presidente del Consiglio, rivela davanti alla Commissione parlamentare Stragi, il 18 ottobre 1990. Negli stessi anni si sovrappone anche un’intensa attività giudiziaria, con i procedimenti Moro-ter, Moro-quater e Moro-quinquies[12].

La Commissione, in effetti, opera in un contesto politico e culturale in continua evoluzione. Dopo aver mantenuto, sotto la Presidenza Gualtieri, una specifica attenzione a singoli episodi, la Commissione ha allargato, sotto la Presidenza Pellegrino, il suo raggio di azione in direzione di una questione che è centrale per l’analisi di questi organismi, l’idea di ricostruire, nel nuovo quadro politico definitosi con la fine della «Prima Repubblica», una sorta di storia pubblica condivisa del terrorismo italiano. Un progetto che era sostenuto da una consistente parte della classe dirigente nazionale ed era fondato sull’idea che, una volta crollato il Muro di Berlino e superate le rigide contrapposizioni ideologiche, si potesse giungere a una condivisione del nostro passato. Insomma, una ricostruzione finalizzata alla reciproca legittimazione delle forze politiche in campo e al consolidamento dell’identità nazionale italiana[13]. Il fallimento di questa iniziativa (la Commissione non approvò alcuna relazione condivisa) è, di fatto, il punto di partenza da cui si sono mossi i lavori della “Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro” presieduta da Giuseppe Fioroni. Quest’ultima si è mossa in un contesto molto diverso, lontano dagli avvenimenti, ma caratterizzato da una disponibilità di documentazione impensabile anche solo qualche anno fa. La natura dell’inchiesta si è dunque venuta modificando: se nel primo caso il tema era quello della lotta al terrorismo, nel secondo era il tentativo di arrivare a una elaborazione storico-politica condivisa e di mettere a disposizione documentazione non disponibile agli studiosi. Il filo conduttore di questo percorso sta nell’analisi dell’attività delle commissioni nel loro rapporto, da un lato, con una magistratura presente in maniera crescente nel dibattito pubblico, e dall’altro, con un quadro politico e culturale nel quale diversi attori (politici, storici professionali, giornalisti, esperti e consulenti delle commissioni) veicolano i risultati delle inchieste per proporre una sorta di public historydel terrorismo italiano, che si afferma anche tramite veicoli non narrativi (film, opere teatrali, da ultimo anche il fumetto)[14]. Si tratta di fenomeni che sono stati oggetto di dibattito in sede storiografica sin dai primi anni 2000, quando la SISSCO animò alcune riflessioni sul tema, ma che meritano un’attenta e aggiornata riflessione. Occorre infatti focalizzare che tipo di storia è quella che emerge dall’attività delle Commissioni (e che tipo di fonti usa), quali retoriche la caratterizzano, in che modo si rapporta a una riflessione storiografica che ha talora “snobbato” lo studio del terrorismo, che tipo di uso viene fatto delle inchieste nel dibattito pubblico, non solo giornalistico, ma anche televisivo e documentaristico.

6. Tra inchiesta e memoria: elementi generali

Nel complesso si può dire che la vicenda del rapimento e uccisione di Aldo Moro – e più in generale la biografia di questo statista – è stata oggetto di una sorte curiosa. Indagata in numerose inchieste giudiziarie e parlamentari, è riconosciuta come un momento di cesura nella storia dell’Italia repubblicana. Allo stesso tempo rimane una tematica relativamente poco frequentata dalla storiografia accademica e, per converso, ancora fortemente presente in una memoria pubblica, che si alimenta spesso di prodotti (saggi, film, romanzi, memorie personali) di tipo scandalistico, polarizzati tra due estremi: quello della spy story e quello della rievocazione autogiustificatoria di una militanza estremistica[15].

In questo ambito l’attività dell’ultima Commissione di inchiesta, che pure ha dovuto confrontarsi con aspettative giornalistiche talora ingenue ha rappresentato un’occasione per «scombinare il quadro» e creare le condizioni per un diverso approccio.

In questa prospettiva si possono inquadrare le parole di Marco Damilano: “far parlare Moro di politica significa cercare di liberarlo almeno dalla seconda prigionia in cui è stato rinchiuso”[16]. Una riflessione che appare una vera e propria esortazione a confrontarsi con il pensiero, l’iniziativa politica, le logiche del dialogo, la tensione morale del politico democristiano. Il direttore de l’Espresso, nelle pagine finali del suo libro dedicato allo statista pugliese, conclude scrivendo “che di tutto resti qualcosa”, perché in fondo “tocca a noi continuare quel cammino verso una democrazia adulta, avere sempre fame di giustizia, sete di un atomo di verità”[17].

Questa tendenza è del resto presente in una serie di volumi recenti sulla figura dello statista che hanno seguito percorsi differenti. Tra questi l’importante biografia di Guido Formigoni (Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma) e l’opera di Massimo Mastrogregori (Moro. La biografia politica del democristiano più celebrato e discusso della storia della Repubblica), pubblicati entrambi nel 2016, hanno contribuito a ricollocare la vicenda del sequestro e della morte di Moro nel rapporto con il progetto che Moro portò avanti nel corso degli anni ’70, anche allo scopo di contenere le tensioni distruttive che affioravano nella società italiana[18].

È possibile dunque ripensare ad Aldo Moro, al suo impegno politico e alla sua lezione, all’interno di un percorso capace di coniugare memoria e riflessione, al fine di favorire un confronto aperto con la figura dello statista democristiano. In un recente seminario su Aldo Moro, Angelo Ventrone ha offerto una definizione particolarmente efficace in relazione al mestiere dello storico: “chi scrive di storia – ha sostenuto –  può essere paragonato a colui che compie il gesto della sepoltura, cioè dare pace alla memoria e nello stesso tempo rivitalizzare il ricordo di chi non c’è più; permettere il sereno congedo dal passato per aprire una nuova pagina nella propria vita”. Questa idea incontra in pieno lo spirito della riflessione che si è avviata: pensare al mestiere dello storico e al suo impatto pubblico nella costruzione di memorie consapevoli e critiche. Lo studioso di storia dunque ha il compito di rendere vivo il passato, perché lo ricostruisce, ma allo stesso modo misura la distanza dall’oggi, “permette di rendere il passato un luogo dove poter tornare con serenità”[19].

Il rischio dell’oblio, tuttavia, è dietro l’angolo, non solamente perché da un’inchiesta realizzata nelle scuole italiane, è emerso che circa il 70% dei ragazzi non sa chi sia Moro[20], ma per il pericolo di ridurre la sua eredità e i suoi 62 anni di vita al «caso Moro» e ai 55 giorni della sua prigionia.

Nelle nostre scuole appare piuttosto complicato insegnare la storia degli anni ’70. La storia del nostro Paese, peraltro, viene spesso raccontata attraverso una prospettiva negativa: così si parla di Risorgimento incompiuto, di Vittoria mutilata, di Resistenza tradita, di Costituzione inattuata, di Stragi impunite. E con il prevalere di queste sequenze di fallimenti diventa ancora più difficile raccontare gli avvenimenti più recenti alle generazioni più giovani. Queste ultime potrebbero trarre beneficio, invece, dallo studio di quel periodo, nell’orizzonte della costruzione di una memoria viva e condivisa. Questo è stato, del resto, un tema particolarmente considerato dal Presidente della Commissione Fioroni, già Ministro della Pubblica Istruzione e attento osservatore delle dinamiche e delle sensibilità presenti nel mondo della scuola italiana. Consapevole della necessità di lavorare sul tema della conoscenza per le giovani generazioni, la Commissione, infatti, ha realizzato, insieme al Ministero dell’Istruzione, un programma destinato alle scuole secondarie, che ha avuto il suo punto qualificante in approfondimenti, svolti dallo stesso Presidente e dagli altri parlamentari membri della Commissione, presso istituti scolastici di ciascuna Regione italiana. Il progetto dal titolo «Memoria e ricerca della verità», si è inserito nella programmazione delle iniziative per la ricorrenza del Quarantesimo della morte e del Centenario della nascita di Aldo Moro, privilegiando di fatto una sorta di «memoria aperta» attraverso un percorso formativo ed educativo.

Proprio il materiale radicalmente nuovo ma di non agevole consultazione, accumulato dalla Commissione (circa 1.000.000 di pagine digitalizzate, comprensive anche di materiale fotografico e video) costituisce il punto di partenza di una ricerca capace di interfacciare diversi ambiti, da quello propriamente storiografico a quello della memoria pubblica.

Le Commissioni di inchiesta, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria[21], ma non sono composte – di norma – da studiosi, possono accedere a fonti che spesso sono poco conosciute o ancora precluse agli studiosi. In questo ambito si può dunque creare un circolo virtuoso, che consente di mettere a disposizione e interpretare documenti che non necessariamente sono destinati agli archivi di Stato e rischiano di essere dimenticati o, in alcuni casi, distrutti.

Già in occasione dei numerosi documentari realizzati per il quarantesimo anniversario della morte di Moro, l’archivio della Commissione ha fornito diversi materiali. La stessa Commissione ha svolto alcune attività di comunicazione, affidate in prevalenza al Presidente Fioroni e ad altri parlamentari membri della Commissione, tra le quali, un ciclo di conferenze nelle scuole secondarie di tutte le regioni italiane, già menzionato, la mostra «Aldo Moro e l’Assemblea Costituente»[22], diversi convegni e momenti di approfondimento, tra i quali una conferenza a Bruxelles sul contributo di Aldo Moro all’integrazione europea, svoltasi il 24 febbraio 2016, in occasione dell’intitolazione a Moro di un’aula del Parlamento europeo[23]. Tra le iniziative pubbliche si può annoverare anche il Protocollo d’intesa tra il Ministero dei Beni Culturali e il Ministero della Giustizia per la digitalizzazione degli atti dei grandi processi per la conoscenza della storia del nostro recente passato, accolto con il pieno favore anche della Commissione[24].

La costruzione di un percorso fortemente orientato alla public history e basato sulla documentazione della Commissione Moro trova un preciso fondamento nell’approccio seguito dall’organo parlamentare, che consente di disporre di materiali realmente nuovi. Seguendo la logica della legge istitutiva[25], la Commissione non ha, infatti, inteso proporre una lettura complessiva del caso Moro, quasi dedicandosi a una sorta di storiografia parlamentare. Ha invece focalizzato la sua attenzione sugli aspetti che più di altri fanno emergere elementi nuovi o non sufficientemente indagati e specifiche responsabilità, trasmettendo, ove necessario, i relativi atti alla Procura di Roma, alla Procura generale presso la Corte di appello di Roma.

Si è scelto di lavorare, dunque, come organo inquirente. La Commissione non ha voluto ambire ad una storiografia parlamentare, cercando di tenere ben lontano il rischio dell’uso pubblico della storia da parte della politica.

L’obiettivo è stato quello di acquisire prove giuridicamente apprezzabili, anche in sede giudiziaria. Alla luce di queste premesse, si potrebbe dire che la Commissione si è data il compito di raccogliere nuovi elementi, non indagati, trascurati o omessi, demandando agli storici quello di contestualizzarli nel più ampio quadro di relazioni interne e internazionali del nostro paese e alla magistratura quello di valutare se gli elementi presentino un rilievo processuale.

7. Le “nuove fonti” sul caso Moro

A caratterizzare l’esperienza dell’ultima Commissione di inchiesta sul caso Moro è stata la ricerca di percorsi di indagine radicalmente innovativi rispetto a quelli sperimentati dalla Commissione Stragi, basati cioè sull’accertamento puntuale (tramite deleghe di indagine) di elementi fattuali piuttosto che su una rilettura degli eventi (tramite audizioni). Ciò ha portato, da un lato, a una minore esposizione pubblica dei lavori, dall’altro all’acquisizione di una grande quantità di documentazione, che ha creato una sorta di grande archivio del caso Moro, in via di parziale declassificazione. Per tale archivio si pone naturalmente un problema di valorizzazione, non solo rispetto all’area dell’università e della ricerca, ma rispetto ad una memoria del caso Moro che va ormai costruendosi più su prodotti giornalistici o cinematografici che storici in senso stretto. La ricerca della verità storica sugli anni Settanta, e non solo, passa inevitabilmente per una gestione e valorizzazione degli archivi pubblici, altrimenti il rischio è quello di contribuire ad alimentare la dietrologia, il qualunquismo a scapito, innanzitutto, di una corretta informazione e di una buona ricerca storica. Sembra chiaro, infine, che nel rapporto tra i contenuti proposti dai mezzi di comunicazione e un percorso di valorizzazione delle fonti e dei documenti (cartaceo, audio, video, fotografico), la storia può assumere un ruolo pubblico, attraverso un’accurata analisi critica e un aggiornamento dei suoi linguaggi, ormai richiesti dalla società della comunicazione[26].

La conoscenza delle fonti acquisite dalla Commissione è ancora patrimonio di un numero ristretto di operatori, in particolare i parlamentari membri e i consulenti. D’altro canto il versamento della documentazione all’Archivio storico della Camera, se metterà la documentazione a disposizione degli studiosi, non comporterà un’immediata leggibilità, anche a causa della carenza di strumenti inventariali. Da questo punto di vista, appare particolarmente produttivo un lavoro di censimento delle fonti acquisite (tutte disponibili in formato digitale, con vari livelli di riservatezza). Di seguito si riepilogano le principali:

  • Atti delle precedenti Commissioni: la Commissione ha acquisito buona parte della documentazione delle precedenti inchieste sul concetto terrorismo di sinistra. In particolare, oltre all’integralità della prima Commissione Moro, sono stati acquisiti dal Senato il filone Moro e terrorismo di sinistra della «Commissione Stragi», nonché una parte cospicua della «Commissione Mitrokhin».
  • Atti giudiziari: la Commissione ha acquisito spezzoni consistenti dei Processi Moro, Moro-bis, Moro-ter, Moro-quater e Moro-quinquies, nonché fascicoli di indagine tuttora aperti; ha inoltre acquisito e digitalizzato una parte consistente del «Processo Andreotti-Pecorelli» di Perugia, numerosi procedimenti relativi a Giovanni Senzani, al terrorismo stragista di destra, ai processi alla colonna genovese e milanese delle Brigate rosse. Tale materiale è stato integralmente digitalizzato e indicizzato.
  • Documenti dei Servizi di sicurezza: la documentazione dei Servizi acquisita dalla Commissione è assai cospicua e può essere ricondotta a due grandi filoni: la documentazione declassificata a seguito delle cosiddette direttive Prodi (2008) e Renzi (2014); la documentazione ancora classificata o eventualmente declassificata su richiesta della Commissione. L’interesse di questa documentazione relativamente poco conosciuta e utilizzata dagli studiosi (e semmai prediletta da giornalisti scandalistici) sta soprattutto nel fatto che consente di afferrare la dimensione internazionale della vicenda Moro, sfuggendo a una tradizionale immagine delle Brigate rosse come fenomeno esclusivamente interno.
  • Documenti di indagine: innovando la prassi rispetto ad altre Commissioni, la Commissione ha usato largamente del potere di sentire testi, secondo le norme del Codice di procedura penale. Nel complesso sono stati conferiti oltre 440 incarichi e sono stati svolte 256 escussioni, delegate a collaboratori della Commissione. In particolare, tra gli incarichi, si segnalano le attività tecniche delegate alla Polizia scientifica e al RIS dei Carabinieri di Roma, che hanno consentito di rivedere alla luce delle nuove tecnologie tanto la strage di via Fani che la vicenda dell’uccisione di Moro. Le escussioni di testi hanno riguardato sia testimoni, in alcuni casi mai sentiti prima, operatori delle forze di polizia o dei servizi, ex terroristi, politici, giornalisti. Si tratta di un materiale imponente che è stato quasi integralmente declassificato al termine dei lavori.
  • Contributi di studiosi: un aspetto importante è stato pure il contributo (prevalentemente attraverso audizioni) di studiosi qualificati della vicenda Moro, dei più vari orientamenti. Tra questi si ricordano in particolare Francesco Biscione, Gianluca Falanga (esperto studioso italiano della Stasi; le notizie che Falanga riferisce alla Commissione sono nuove e significative, in grado di contribuire anche a ristrutturare il campo della conoscenza degli «anni di piombo» nel nostro Paese, fornendo un quadro interpretativo diverso rispetto alla narrativa pubblicistica prevalente), Vladimiro Satta, Gianremo Armeni, al quale può essere accostato, per uniformità tipologica, il contributo degli ex presidenti di Commissioni di inchieste, da Giovanni Pellegrino a Luciano Violante.

Nel complesso il lavoro della Commissione (e conseguentemente la documentazione acquisita) ha intersecato una pluralità di dimensioni: giudiziaria, storiografica, della memoria pubblica, della comunicazione giornalistica e pubblicistica. Un ritorno sulle fonti e un’adeguata valorizzazione appare particolarmente fruttuosa, anche alla luce di esperienze in corso, come quella del Centro Flamigni, dell’Accademia di Studi Storici Aldo Moroe della digitalizzazione dei primi processi Moro, che sta avvenendo a cura dell’Archivio di Stato di Roma.

Alla luce di quanto esposto, si inserisce la riflessione di Maurizio Ridolfi, fondata sulla necessità di costruire un percorso di ricerca e di storia pubblica, tornando a parlare di storia con linguaggi nuovi, critici, senza ombre nella narrazione. La costruzione di uno «spazio» capace di privilegiare una memoria pubblica, nell’ambito di un discorso di storia presente, si realizza senza dubbio con il contributo degli storici. Questi, però, devono avere la consapevolezza, soprattutto in questo tempo nuovo, della necessità di una maggiore «apertura», attraverso metodologie nuove, fonti diverse, – narrative, audiovisive -, per dialogare con studenti e con un pubblico che ha piacere di fare i conti con la storia collocandola, insieme alle passioni politiche e civili, al centro di una riflessione più larga. In questo ragionamento, lo storico pone l’accento sul valore dellefeste civili nazionali,cherappresentano uno snodo in cui le generazioni possono ritrovare cosa le tiene insiemee, con l’obiettivo di legare la storia e la memoria, sembra utile selezionare i passaggi cruciali, mettendo insieme delle date celebrative di momenti decisivi della nostra storia repubblicana. “Il calendario civile laico ha una sua religiosità intrinseca – conclude lo storico – che potremmo recuperare mettendola al centro di una tensione pubblica più ampia”[27].

Il delitto Moro ha rappresentato il momento più drammatico della storia repubblicana, suscitando un grande clamore a livello nazionale e internazionale e “nell’immaginario finì per condensare in sé la lunga stagione di sangue e violenze che segnò l’Italia dalla fine degli anni sessanta fino alla metà degli anni ottanta. Per questo motivo, quando nel settembre 2006, richiamandosi alla decisione dell’Europarlamento di Strasburgo di dichiarare l’11 marzo (anniversario degli attentati qaedisti sui treni a Madrid del 2004) “Giornata europea delle vittime del terrorismo”, alcuni deputati (primi firmatari erano Sabina Rossa, figlia dell’operaio Guido ucciso dalle Br il 24 gennaio 1979 e Rosa Villecco Calipari, vedova dell’ufficiale dei servizi Nicola Calipari, ucciso in Iraq nelle fasi successive alla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena il 4 marzo 2005) presentarono un disegno di legge per fissare una ricorrenza analoga in memoria delle vittime italiane, inclusi i caduti del terrorismo internazionale, la data prescelta fu proprio il 9 maggio”[28]. Una scelta – tanto dibattuta – ma alla fine ampiamente condivisa (legge istitutiva n. 56 del 4 maggio 2007) che riconosce, appunto, il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, quale «Giorno della memoria», al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice. Si tratta di una scelta carica di significato. La strage in via Fani degli uomini che scortavano Moro, il suo rapimento, la tragica morte, rappresentano senza alcun dubbio la pagina più delicata della storia politica italiana e il momento più drammatico di quell’attacco che mirava a colpire al cuore dello Stato.

8. L’inizio della fine. Aldo Moro nell’immaginario repubblicano

Nei contributi storiografici, ma anche divulgativi, degli ultimi anni sembra che si stia colmando quella separazione tra la drammatica fase del sequestro e dell’omicidio di Moro e la ricostruzione complessiva della sua azione politica, con particolare riferimento alla stagione del «compromesso storico». A livello giornalistico, il tema ha avuto una certa eco nel dibattito sul senso e la lungimiranza del progetto politico di Moro in relazione alla crisi della «Prima Repubblica» che ha preso le mosse dalla pubblicazione del libro di Marco Damilano[29]. Un testo che è un viaggio personale, un percorso intimo dell’autore nella vicenda Moro. In una lettura “appassionata e non convenzionale” che dedica al libro Un atomo di verità, Ernesto Galli Della Loggia bolla il progetto di Moro come inattuale rispetto ai movimenti profondi della società italiana. Lo storico e pubblicista italiano declina il suo ragionamento sulle pagine del «Corriere della Sera», sostenendo che il tentativo di Moro del 1978 di aprire la strada ad una nuova alleanza politica con il Partito Comunista di Berlinguer era destinato al fallimento, perché ormai “le lacerazioni prodotte dalla modernità nel corpo della società avevano messo in crisi i partiti”. Il crescente terremoto sociale iniziato nel 1968, il Paese minacciato dalla crisi economica e dal terrorismo sembrano convincere Moro che “solo un progressivo ingresso del Pci nell’area delle decisioni e alla fine del governo, solo l’allargamento del consenso così ottenuto, sarebbe stato in grado di assicurare al Paese la crescita economica, lo sviluppo sociale e la necessaria maturazione democratica che di per sé il partito cattolico non era più in grado di assicurare”. Moro pensava che “la ricomposizione di una società non potesse che iniziare dai partiti e prendere necessariamente la forma del compromesso”[30]. Nel percorrere questa strada, quindi, Moro si affidava ai partiti che però erano in declino. Galli della Loggia, per sostenere la sua tesi, recupera un’analisi di Pietro Scoppola: “Per raggiungere l’obiettivo di una più larga realizzazione del disegno costituzionale di democrazia sostanziale e quello più propriamente politico, dell’ampliamento delle basi di consenso alla democrazia parlamentare e all’azione di governo, che hanno guidato la lunga fase di preparazione del centro-sinistra, sarebbe stata necessaria una coerente e forte azione di governo nel quadro di una dinamica istituzionale meno direttamente e pesantemente condizionata dagli equilibri interni dei partiti e dei loro rapporti”[31]. Questa soluzione richiedeva un caro prezzo: la visione idealistica di Moro “implicava inevitabilmente la necessità di subordinare ogni iniziativa, ogni decisione ed ogni concreto operare a logiche di partito che ben poco avevano a che fare con i problemi nuovi del Paese”[32]. Marco Damilano affida la sua replica alle pagine del quotidiano «La Repubblica». Muovendo da una diversa prospettiva, il direttore de l’Espresso vede dietro il progetto di Moro “un’intuizione profonda sulla crisi italiana”, proprio perché “soltanto Moro avvertiva i segni di una disgregazione che i partiti non avrebbero più controllato, neppure la sinistra in quel momento trionfante”. Moro, infatti, sentiva crescere il malcontento, percepiva in maniera sempre più forte il distacco dei cittadini dalla politica. “Può darsi – scrive Damilano – che il suo disegno non avesse futuro, ma il primo ad avere un’idea disincantata della grande svolta che si stava compiendo era lui. Non voleva il compromesso storico, come Berlinguer, più laicamente stava costruendo un anno di tregua e una strada che portasse l’Italia alla democrazia dell’alternanza”[33].

In effetti, la questione della crisi della rappresentanza politica nonché della crescente complessità sociale, vengono affrontate da Moro con molta lucidità. Nel suo intervento al Consiglio nazionale DC del luglio 1975 ne traccia una sintesi particolarmente incisiva: “E’ in atto quel processo di liberazione che ha nella condizione giovanile e della donna, nella nuova realtà del mondo del lavoro, nella ricchezza della società civile, le manifestazioni più rilevanti ed emblematiche. In qualche misura questo è un moto indipendente dal modo di essere delle forze politiche, alle quali tutte, comprese quelle di sinistra, esso pone dei problemi non facili da risolvere. Questo è un moto che logora e spazza via molte cose e tra esse la «diversità» del partito comunista”[34].

Dopo la sconfitta della DC sul divorzio (12 maggio 1974) e l’avanzata delle sinistre, in particolare dei comunisti, nelle elezioni amministrative e regionali del 15 e 16 giugno del 1975 che determinano il formarsi in cinque regioni e nelle principali città e province di giunte di sinistra, Moro prende coscienza che è giunto il momento di avviare una «terza fase» della democrazia italiana. Una nuova stagione caratterizzata, in altre parole, dal passaggio da una democrazia fragile a una democrazia compiuta. “Due momenti della nostra storia – continua Moro – sono passati e si apre un capitolo nuovo. È cominciata una terza difficile fase della nostra esperienza”[35]. La sua idea era quella di creare le condizioni per una convivenza dei diversi partiti in un campo democratico sempre più largo, privilegiando il metodo del “confronto” fra le forze politiche che si riconoscevano nella Costituzione repubblicana.

Aldo Moro, nel 1976, dopo i risultati delle elezioni politiche, che collocano la Dc al 38% e il Pci al 34%, intuisce che c’è un partito condannato a governare e uno condannato all’opposizione e capisce che c’è bisogno di forzare i limiti della Guerra fredda, con un anticipo di oltre un decennio rispetto alla sua fine. La sua tragica morte, però, rese impossibile ogni tentativo di auto-riforma del sistema. A ben guardare, sembra coerente riprendere una riflessione di Umberto Gentiloni: “Un secolo dopo la nascita di Moro, le ragioni per tornare su quelle pagine sono molteplici: liberare il profilo del leader democristiano dal suo tragico epilogo, sottrarsi alla morsa della falsa alternativa tra apologeti e denigratori, inserendo finalmente la parabola politica e il pensiero dello statista in quella che Renato Moro ha recentemente definito “una dimensione non solo nazionale, ma connessa, in chiave comparativa, all’evoluzione politico-sociale europea e ai suoi problemi”. Non è semplice, ma ne può valere la pena per chi voglia tentare di comprendere qualcosa in più non tanto su Aldo Moro quanto sull’Italia e sul mondo di oggi”[36]. In una missiva del suo Memoriale, ritrovata soltanto nel 1990, Moro scriveva che la sua eventuale condanna avrebbe privato il Paese “di un punto di riferimento e di equilibrio”, lo statista aveva piena consapevolezza del proprio ruolo all’interno della storia repubblicana. E in una lettera divulgata il 24 aprile 1978, percependo sempre più il senso dell’abbandono, asseriva: “Non creda la Dc di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come punto irriducibile di contestazione e di alternativa[37]. Non a caso molti studiosi, tra cui Andrea Riccardi, Guido Crainz, Piero Craveri, commentando la cerimonia funebre di Aldo Moro, hanno parlato di “funerale della Repubblica”. Il 13 maggio 1978 i funerali, come si ricorderà, sono celebrati nella Basilica di San Giovanni in Laterano con il rito presieduto da Paolo VI, in assenza del corpo di Moro e, questo vuoto, la sua tragica fine, fanno di Moro l’uomo che muore portandosi dietro una parte della Repubblica. Il titolo di un intervento di Giovanni Moro, pubblicato su La Repubblica, appare particolarmente efficace: “È mio padre il fantasma di questa Italia senza pace”[38]. Con la morte di Moro, scrive Guido Formigoni, “si era forse perduta l’ultima opportunità per una rifondazione della democrazia parlamentare in senso convergente e non contrastante alle spinte sociali di quegli anni tormentati. E in questa prolungata agonia, è rimasto il segno di una tragedia che non ha avuto la sua catarsi”[39]. Quando il 16 marzo 1978 un gruppo di fuoco massacrò la scorta di Moro e prese in ostaggio il Presidente della Democrazia Cristiana, iniziando un cinico gioco ricattatorio che si concluse con l’uccisione dell’ostaggio, il bersaglio non fu scelto a caso o – come hanno detto alcuni brigatisti – perché l’operazione era «tecnicamente» più facile di altre. Con il rapimento di Aldo Moro ci si illuse di poter determinare un collasso del sistema istituzionale italiano, privandolo di una figura centrale e impedendo che si realizzasse quella complessiva riforma che aveva in Moro il suo perno e che poteva portare alla ricostruzione il nuovo rapporto tra sistema politico e società civile. L’obiettivo di disarticolare la democrazia italiana fallì, perché lo Stato seppe reagire, sia pur con ritardo e pagando un grave tributo di sangue, ma la morte di Moro produsse effetti pesantissimi sull’evoluzione del sistema politico italiano, che non riuscì a condurre a termine un urgente e necessario processo di rigenerazione e si avvitò in una lunga e talora schizofrenica transizione. “Senza di lui – sostiene Damilano – quel sistema non regge più. È in quel momento che i partiti, tutti insieme, esauriscono la forza propulsiva. La crisi politica si trasforma in crisi istituzionale. Gli interventi di piccola manutenzione dell’esistente non bastano più[40]”. Il progetto politico di Moro era anticipatore e guardava avanti. Dopo la sua morte, le principali forze politiche non ebbero il coraggio di proseguire su quella strada e cercarono di preservare le posizioni acquisite più che di promuovere un rinnovamento del rapporto tra partiti e società. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro finirono dunque per privare il Paese di un futuro diverso dalla progressiva crisi del sistema politico che si determinò dalla fine degli anni ‘80. Ma rimane ancora viva e feconda la sua visione, la sua ispirazione a cercare l’unità di fondo a un progetto di sviluppo della società italiana, radicato nei principi fondamentali della Costituzione e da realizzare attraverso un continuo apporto di idee e di energie mediato dalle formazioni sociali e dai soggetti politici collettivi. La prospettiva di Moro era quella di una democrazia integrale, dell’alternanza, competitiva e plurale. Pur consapevole dell’importanza della dimensione istituzionale, l’esponente democristiano diede la priorità a un rinnovamento dei partiti, ritenendo che questa sola avrebbe consentito di dare sostanza a una trasformazione del sistema politico-istituzionale. Questo progetto trovò grandi opposizioni, che non furono estranee al dramma del suo assassinio, sia nella dimensione internazionale sia nelle forze interne al Paese che operavano per una fuoriuscita dal quadro della Costituzione. Con la morte di Moro finì la fase della Repubblica fondata sulla Costituente ed è iniziato un lungo periodo di transizione che stiamo vivendo ancora oggi. Il dramma dei 55 giorni ha infatti messo in luce i germi di autodistruzione presenti nella società italiana e, soprattutto, ha lasciato una scia di dubbi sull’azione di istituzioni e apparati, sulle responsabilità, sulle connivenze, sulla dimensione internazionale di tutta la vicenda. La verità giudiziaria affermatasi tra gli anni ’80 e ’90 appare ancora parziale, perché fondata prevalentemente sulle incomplete ammissioni di alcuni responsabili materiali dell’omicidio. Da allora, però, sono emersi numerosi elementi nuovi che rimandano al ruolo degli attori della politica internazionale – i blocchi occidentale, sovietico e dell’Est, i movimenti terroristici europei e mediorientali – e alle modalità in cui le forze politiche italiane scelsero di affrontare e chiudere precipitosamente la stagione del terrorismo[41].

In altri contributi recenti si è piuttosto approfondito il progetto di Moro per rispondere alla crisi italiana e ai possibili collegamenti con un gruppo di forze, anche internazionali, che operarono, in maniera non sempre chiara nel corso del sequestro. Tra questi possiamo includere il libro Moro. Il caso non è chiuso[42] scritto a quattro mani dalla giornalista Calabrò e dal Presidente Fioroni, e il testo dal titolo Io ci sarò ancora[43], pubblicato dallo storico Miguel Gotor che colloca l’operazione Moro in un contesto “spionistico-informativo”, funzionale a raccogliere notizie segrete o riservate riguardanti la sicurezza nazionale e atlantica dello Stato, realizzato mediante l’espediente mediatico brigatista del «processo al regime democristiano». Lo stesso volume della Calabrò e di Fioroni, che raccoglie le risultanze dell’ultima Commissione parlamentare di inchiesta, cerca di ristrutturare il campo della conoscenza sul caso Moro. È un libro aperto, che ha la finalità di dire che c’è ancora da scoprire, non fissa dei punti definitivi. Offre, tuttavia, lo spunto per confrontarci, su un piano storico e politico, con la figura di Moro che fu estremamente complessa e innovativa.

“Aldo Moro è vissuto e ha operato nel corso di una crisi permanente della democrazia parlamentare italiana. Questa crisi che egli ha cercato di superare è ancora attuale”[44]. Così rifletteva George Mosse su Moro nel 1979. Sembrano parole sospese nel tempo.

9. La pedagogia civile nell’azione di Aldo Moro. Percorsi storiografici

Numerosi altri contributi recenti non hanno affrontato specificamente l’ultima fase della vita di Moro, ma hanno piuttosto approfondito altri aspetti, legati al suo ruolo nella storia dell’Italia contemporanea. Ciò spesso nella convinzione che nella memoria collettiva del nostro Paese la figura di Aldo Moro per lungo tempo è rimasta schiacciata dalla successione di eventi culminata con la sua morte[45]. Rispetto a questo quadro, ci sono stati negli ultimi anni diversi importanti segnali di novità. Ad una valutazione complessiva dell’opera di Moro hanno dedicato i rispettivi lavori: Nicola Antonetti, che ha curato un’opera collettanea con il duplice obiettivo di rinnovare l’immagine pubblica di Moro e di ampliare le conoscenze sulla sua attività di governo[46], Guido Formigoni che ha pubblicato un’importante biografia sullo statista[47] e Massimo Mastrogregori, con il suo contributo intorno alla figura di Aldo Moro[48].

Il volume curato da Antonetti, raccoglie una serie di nuove ricerche e rappresenta, indubbiamente, un importante strumento di approfondimento. Attraverso una ricerca storiografica molto dettagliata, che si basa sull’attività di governo di Moro e sui suoi discorsi, il volume riesce a restituire allo statista democristiano un profilo più politico, proponendo un’immagine parzialmente diversa rispetto a quella prevalente, spesso costruita trascurando gli elementi più propriamente politici della sua complessa personalità.

Il testo di Mastrogregori si muove lungo una peculiare prospettiva. Si tratta di una ricerca dettagliata del profilo dello statista pugliese, dalla quale emergono notizie inedite, insistendo molto su alcuni passaggi giovanili e sul periodo della sua formazione. Analizza attraverso una pluralità di documenti la complessità di quegli anni, che l’autore scandisce attraverso i grandi successi di Moro, ma anche tramite gli insuccessi. La singolarità che caratterizza questa biografia è il punto partenza e il suo punto di arrivo. L’autore infatti sostiene che Moro, con il suo profilo conservatore e anticomunista, nella «terza fase» non puntasse effettivamente a far entrare i comunisti al governo. Il suo orizzonte era una sorta di coinvolgimento parlamentare del Partito comunista, utile ad attendere che si recuperasse un rapporto con il Partito socialista. Tutto questo peraltro, sempre secondo Mastrogregori, stava già accadendo grazie ad una attiva interlocuzione con Craxi. “Il profilo di Moro presentato da Mastrogregori è ostico, osserva Paolo Acanfora. Sin dalle prime pagine, anzi sin nella premessa, si offre una chiave interpretativa del lavoro svolto – o quantomeno un indirizzo di dove si vuol instradare il lettore”[49].

Dal testo di Formigoni emerge tutto il valore di una figura politica che è decisiva per capire l’Italia della seconda parte del Novecento. L’autore ne tratteggia un profilo biografico completo: l’intellettuale, il giurista, il dirigente delle associazioni cattoliche, il costituente, il politico, lo statista. Si tratta di una figura emblematica, nella quarta di copertina del volume, infatti, Formigoni ne delinea i tratti: “Moro non era stato mai popolare, non era mai stato un leader ampiamente amato o un capopopolo. Aveva avuto avversari acerrimi e detrattori feroci, ma aveva conservato attorno a sé, nonostante tutto, l’alone diffuso del riconoscimento di un grande disegno. Era stato un politico con una strategia[50]. Una grande prospettiva costruita fin dagli anni della sua formazione giovanile, che lo storico indaga con grande rigore. La vita di Moro ebbe senza dubbio il suo momento decisivo di svolta il 16 marzo del 1959, quando venne eletto segretario nazionale della Democrazia Cristiana. E da allora fino al 1978, è stato uno dei perni del sistema politico e istituzionale del’Italia. Alla base del libro, sostiene Biscione, si percepisce l’idea che sia da attribuire soprattutto a Moro la prospettiva di “imprimere alla politica italiana nel ventennio 1959-1978 quella curvatura verso sinistra che, pur contrastata e condizionata da forze interne ed esterne alla Democrazia Cristiana, ha segnato quella fase della nostra storia[51]. Si può affermare, in definitiva, che il testo di Formigoni contribuisce molto a comprendere il progetto politico di Moro, la sua strategia e l’impatto che la sua figura ebbe nell’ambito di un periodo storico decisivo per l’Italia del Novecento.

Va anche in questo senso il saggio di Giuseppe Fioroni e Giovanni Iannuzzi, che cerca di confrontarsi globalmente con l’opera politica di Moro. Il volume si propone di recuperare la sua progettualità politica che si fonda sulla centralità del tema della costruzione di un tessuto di valori e ideali comuni e di un circuito virtuoso tra forze sociali e forze politiche. La biografia di Aldo Moro si intreccia profondamente con la storia dell’Italia repubblicana[52], dalla Costituente fino al suo tragico assassinio. Tra il 1945 e il 1978 egli ha costantemente operato per il consolidamento e lo sviluppo della democrazia italiana, ottenendo grandi successi, ma anche incontrando dure sconfitte politiche. La riflessione, quindi, si svolge nell’ambito di un approccio comprensivo, che vede nel sequestro e nell’uccisione di Moro la discontinuità che privò il Paese di un grande progetto organico di cambiamento e rigenerazione del nostro sistema democratico, forse l’ultimo che affondava pienamente le sue radici nel sistema politico-istituzionale definitosi alla Costituente[53].

In un orizzonte pedagogico si inserisce, invece, il testo di Mario Caligiuri, Aldo Moro e l’educazione civica. L’attualità di un’intuizione[54], che ricostruisce il contesto storico, politico e culturale nel quale si muove l’impegno di Moro verso le politiche scolastiche. L’autore analizza, in modo particolare, il contesto pedagogico nel quale si confrontano i diversi approcci ideologici, cattolico, marxista e laico. Aldo Moro era convinto che l’istruzione dovesse rappresentare una priorità democratica. Da questa ispirazione prende forma la sua iniziativa caratterizzata dal fatto che l’educazione civica dovesse trovare uno spazio adeguato nel quadro didattico della scuola. Nel 1958, in qualità di Ministro della Pubblica Istruzione[55], Moro sviluppa la sua proposta[56], in particolare si stabiliva che i programmi d’insegnamento di storia fossero integrati con quelli di educazione civica, diventando parte integrante della formazione scolastica.

In questo contesto, già nella Premessa al Decreto presidenziale emergono questioni fondamentali: la dignità della persona, la libertà, la famiglia, la comunità. «La persona prima di tutto», affermava Moro, un principio che rimane al centro di tutto il suo percorso politico e istituzionale. L’educazione civica, dunque, si identifica con il fine pedagogico della scuola e si proietta verso la vita sociale, giuridica, politica, verso quei principi che reggono la collettività e le forme nelle quali essa si realizza. “L’aspetto più umano della storia – si evidenzia nel provvedimento – quello del travaglio di tante genti per conquistare condizioni di vita e statuti degni della persona umana, offre, lo spunto più diretto ed efficace per la trattazione dei temi di educazione civica. La consapevolezza che la dignità, la libertà, la sicurezza non sono beni gratuiti come l’aria, ma conquistati, è fondamento dell’educazione civica. Se l’educazione civica mira, dunque, a suscitare nel giovane un impulso morale, ad assecondare e promuovere la libera e solidale ascesa delle persone nella società, essa si giova, tuttavia, di un costante riferimento alla Costituzione della Repubblica, che rappresenta il culmine della nostra attuale esperienza storica, e nei cui principi fondamentali si esprimono i valori morali che integrano la trama spirituale della nostra civile convivenza”[57].

Nella prospettiva di Moro di portare a maturazione l’idea di un avanzamento dei diritti soggettivi della persona, va menzionato il suo impegno per la riforma della scuola media unica, ma anche l’apporto determinante che il politico pugliese diede alla piena alfabetizzazione del popolo italiano, come fondamento della giustizia sociale, tramite il servizio pubblico radiotelevisivo e la trasmissione «Non è mai troppo tardi» del maestro Alberto Manzi. È un processo che si colloca lungo una linea che Moro aveva già sviluppato alla Costituente, quando aveva affermato i principi dell’istruzione come diritto soggettivo, propugnando come scelta di vera pluralità, la libertà di educazione e quindi la valorizzazione delle iniziative educative e scolastiche della società civile. Alla fine degli anni Cinquanta, a coronamento di questo percorso, elaborò un «Piano decennale» per lo sviluppo della scuola, che prevedeva notevoli aumenti di stanziamenti pubblici diretti a rendere effettivo il diritto alla scuola con nuovi edifici, borse di studio e altre forme di iniziativa educativa e assistenziale, oltre a permettere di realizzare il principio della gratuità dell’istruzione obbligatoria. Aldo Moro, di fatto, non si sottraeva alla necessità di misurarsi con il tema della diffusione e della modernizzazione dell’istruzione, tanto più in quegli anni in cui le premesse del miracolo economico aprivano nuovi scenari. Alla fine degli anni cinquanta, quando diventa Ministro della Pubblica Istruzione, Moro è convinto che la scuola possa rappresentare una sostanziale premessa per costruire italiani liberi e per migliorarne le condizioni di giustizia sociale. Per l’esponente democristiano la scuola costituisce lo strumento principale per una nuova pedagogia civile collettiva, quest’ultima è parte essenziale della sua azione, che si concretizza mettendo da parte le diverse visioni ideologiche e tendendo l’orecchio e l’occhio ad ascoltare e guardare gli uomini e le donne – come lui ha scritto – così come sono, per favorire un più libero e completo progresso umano, all’interno di un comune destino democratico e civile.

10. “Fare” e “raccontare” storia nel tempo presente

Nella attuale fase storica si pone evidentemente un problema di condivisione delle importanti novità emerse nella storiografia su Aldo Moro e sull’Italia repubblicana[58], anche rispetto a una pubblicistica di analisi tipo amatoriale o scandalistico ancora molto diffusa e, soprattutto, in relazione alla imponente produzione di contenuti culturali di tipo filmico, televisivo o letterario. Riguardo a tali contenuti una storia pubblicafortemente radicata in un terreno scientifico potrebbe assumere una funzione specificamente pedagogica, indirizzandosi soprattutto verso le giovani generazioni, e capace di coinvolgere, comunque, un pubblico sempre più vasto. Su questa riflessione si è aperto già da tempo un dibattito fra studiosi, ripreso a livello giornalistico dal «Corriere della Sera». La questione è stata posta da Fulvio Cammarano, Presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea (SISSCO), nel giugno 2016, allorché ha lanciato l’allarme di una crescente emarginazione della storia nelle scuole, nelle università e nel discorso pubblico, in di un clima culturale complessivo in cui la storia, in definitiva, viene ridotta all’irrilevanza. “Oggi – ha notato Cammarano – in un contesto d’incertezza e ansia per il futuro, domina la fretta di trovare soluzioni immediate, senza curarsi di esaminare, come se fosse tempo sprecato, le radici dei problemi”. Quando ci si confronta con i problemi del presente si preferisce non fare riferimento alla storia che studia gli eventi nella sua complessità e unicità, ma “è molto più rassicurante, per il pubblico e per i mezzi di comunicazione, sentirsi dire che esistono «leggi scientifiche» della vita sociale che consentono di proporre ricette buone per ogni circostanza”[59]. Il dibattito prende consistenza con il successivo intervento di Aldo Giannuli che premette: “ha ragione Fulvio Cammarano a sostenere che c’è un processo di graduale emarginazione della storia tanto dagli assetti scolastici e universitari, quanto dal dibattito politico, a favore di un rapporto preferenziale con altre discipline quali sociologia, politologia ed economia”. Nella sua riflessione, Giannuli non ridimensiona l’importanza delle scienze sociali, anzi, le recupera e le riconnette con la storia. Per rispondere alle complesse sfide del presente e alle questioni che la globalizzazione pone, occorre tenere insiemele scienze sociali e la storia, in una sorta di contaminazione tematica e metodologica. Questa strada esige, secondo Giannuli, una risposta forte da parte degli storici proprio per dimostrare che la storia, con la sua visione di lungo periodo, è indispensabile. E in questo contesto serve un profondo rinnovamento nella didattica e nei percorsi di ricerca, “un mutamento tanto nelle tematiche indagate quanto dell’approccio metodologico”[60] da parte degli storici. Il confronto a distanza, avviato dal Presidente della SISSCO, si definisce con l’intervento di Maurizio Ridolfi. Dalla riflessione di Cammarano, sostiene lo storico, sembra emergere un curioso paradosso: a fronte di un indebolimento nella società del discorso storico prodotto o verificato dagli storici di professione, si registra invece una ricchezza di storia e di storie nello spazio pubblico che rivela un disagio comunicativo di fronte a una domanda di storia crescente. La crisi della storia, segue il ragionamento, non è da attribuire ad un “presunta inadeguatezza delle metodologie e dei temi presi in esame”, come ha osservato Giannuli, ma a ben guardare sarebbe necessario “promuovere una storia più attraente e qualificata”[61], senza ridurre, allo stesso tempo, la complessità della storiografia. Per rilanciare la storia e il mestiere dello storico, fuori e dentro le università, sarebbe auspicabile, in effetti, privilegiare un rinnovamento concettuale, di linguaggi e di pratiche che la società della comunicazione ormai richiede. Occorre definire uno «spazio» dotato di forme comunicative in grado di raggiungere e interessare un pubblico sempre più vasto e protagonista, tenendo insieme le esigenze del «racconto» con quelle della scientificità.

“Per noi storici – osserva Ridolfi – è fortemente mutato lo scenario, sia con riguardo all’esercizio della professione sia rispetto al ruolo sociale oggi riconosciutoci. Con le fortune del cinema e della televisione – immagini in movimento –, accanto alla fotografia, non basta più scrivere saggi e libri. La pluralità dei linguaggi induce ad una profonda rivisitazione del rapporto tra “fare storia” e “uso pubblico della storia”[62].

Con questo proposito, sotto la direzione scientifica di Maurizio Ridolfi e con la collaborazione di Giovanni Iannuzzi, è stato promosso un ciclo di incontri capace di favorire un certo interesse verso la storia pubblica e la pedagogia civile.

L’iniziativa nasce dall’idea di mettere al centro della riflessione i momenti decisivi della recente storia italiana e i personaggi politici più popolari, il loro progetto, la loro volontà di costruire un’idea forte di cittadino. La centralità della persona, peraltro, emerge come un elemento comune alla migliore classe politica della “Repubblica dei partiti”. In questo orizzonte, una personalità come quella di Moro rappresenta un prezioso contributo. L’obiettivo dunque è quello di “accorciare le distanze” fra la disciplina storica e la società, di “fare e raccontare storia” nella misura in cui il “vissuto” dei protagonisti viene presentato attraverso la valorizzazione di uno spettro sempre più largo di fonti (scritte, orali, iconografiche, audio-visive e cinematografiche).

Le ricerche degli studiosi si confrontano con le nuove fonti e si misurano con l’impatto del sapere storico nel mondo più largo dell’università e delle istituzioni, della cultura e dell’economia, del giornalismo e della comunicazione politica. Il punto centrale resta quello di sviluppare una riflessione sulla storia della Repubblica attraverso i principali protagonisti della democrazia italiana, all’interno di un rinnovato oggetto di narrazioni e linguaggi. Il primo di questi seminari è stato dedicato alla figura di Aldo Moro, alla sua pedagogia civile e alla centralità del suo impegno nella storia dell’Italia repubblicana[63].

11. Il tempo della responsabilità

Ho ultimato questo lavoro nelle giornate tormentate dalla ferocia della nuova peste moderna. Nei giorni in cui tutti siamo stati “invitati” a rimanere dentro le nostre abitazioni. Il Governo ha lanciato la campagna “#iorestoacasa”, nell’ambito delle disposizioni per il contenimento del coronavirus. Ho guardato poco la tv, troppi «tuttologi» nei suoi salotti, poca umiltà e spesso tanta disinformazione. Una pletora di politici che straparlano, ognuno fornendo la propria tesi. Ho cercato di dedicare attenzione, pertanto, solo alle notizie ufficiali, a quelle più attendibili. Ho seguito i dati e gli aggiornamenti diramati dalla Protezione Civile, sempre più sconvolto dal dolore provocato da quel «freddo» elenco di malati e vittime. Veri e propri bollettini di guerra. Non c’è consolazione di un dopo, e questi giorni terribili hanno tolto dignità finanche alla morte, scrutando il dramma delle tante persone che se vanno, senza neppure ricevere l’affetto di un ultimo saluto da parte dei propri cari. Viviamo oggi le inquietudini e le ansie di tempi che sembravano sprofondati negli abissi della storia. Siamo di fronte a una guerra contro un nemico che semina morte senza sparare, una vera e propria catastrofe. Alla fine di questa triste storia, ricorderemo i nomi e i volti degli scienziati, degli esperti e dei tecnici che, senza sosta hanno lavorato e raccontato l’esperienza dell’Italia nell’emergenza. E sarà impossibile dimenticare il sacrificio dei medici, degli infermieri e di tanti altri operatori che sono stati travolti da questa tragedia. Tutto questo, però, avverrà in un’Italia diversa, perché alla fine di questa guerra tutto cambierà. Emblematica è stata la reazione degli astronauti che sono atterrati in pieno lockdown per la pandemia da coronavirus dichiarata dall’Oms a marzo. “È come se tornassimo in un pianeta completamente diverso”, hanno detto, commentando il ritorno in un mondo definito «surreale»[64].

Questo è il tempo della responsabilità, dell’azione, della ricostruzione. Per tentare una riflessione sulla complicata situazione – politica, sociale e sanitaria – che stiamo vivendo, ho preso spunto da un passaggio che Guido Formigoni, nella sua biografia su Moro, dedica alla delicatissima crisi politica di inizio 1978. Nel corso di questa transizione verso la “terza fase”, Aldo Moro si ritrovò di fatto di nuovo al centro della dinamica politica, ampliando le sue funzioni connesse alla sua carica marginale di Presidente della Democrazia Cristiana. Verso la fine del 1977, il dibattito pubblico subiva una certa accelerazione e la crisi del sistema politico si faceva sempre più acuta. A Benevento, il 18 novembre dello stesso anno, Moro illustrava la sua strategia (offrendo qualche apertura ai comunisti), in un intervento pubblico che viene considerato uno dei suoi ultimi discorsi politici. Il nuovo «regime istituzionale di non opposizione, o non sfiducia forzato dai fatti richiamava a suo parere la situazione del 1960 delle “convergenze parallele”. Il riferimento era evocativo per chi si ricordava dove quel passaggio si collocasse nell’evoluzione verso il centro-sinistra. In quel momento, Moro sostenne che i partiti non erano in grado di coalizzarsi, erano tra loro in posizione di «indifferenza». Il che aveva permesso comunque l’accordo programmatico per gestire l’emergenza del paese: l’importanza della posta “esclude che taluna forza profitti dell’occasione per logorarne altre”[65]. Moro pronunciò un discorso destinato a fare la storia che rimane tanto attuale, tanto più in un tempo così delicato che richiede alla classe dirigente soluzioni condivise e straordinarie. Siamo ad un nuovo tornante della storia e in discussione c’è, come allora, il futuro della democrazia.

Le parole pronunciate da Moro, nel discorso davanti ai Gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana del 28 febbraio 1978, sembrano attraversare la complessità di questa stagione tanto inquieta: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà”[66]. Il nostro oggi non è minacciato dal terrorismo interno ma da un virus insidioso e dalla crisi economica che si porterà dietro. Le parole giuste che questo tempo deve recuperare, allora sono: senso di responsabilità e senso delle istituzioni, doti e virtù che rendono Aldo Moro ancora tanto attuale.

Saranno necessarie scelte difficili. L’epidemia potrebbe segnare un importante spartiacque nei rapporti politici interni e soprattutto in quelli di collaborazione internazionale. Occorre affidarsi alla scienza, alle competenze e ricostruire con giudizio la fiducia delle persone nelle autorità pubbliche, ma senza una maggiore solidarietà globale, la strada sembra segnata.

C’è stato un periodo, in Italia, in cui il terrorismo rosso e nero ha cercato di destabilizzare il sistema politico e condizionare il processo di evoluzione democratica, tra stragi indiscriminate e delitti mirati.

“Io temo l’emergenza”, sosteneva Moro. Nel frattempo, le Brigate rosse preparavano il loro attacco più violento.

La mattina del 16 marzo 1978, andò in scena l’agguato di via Fani, Aldo Moro venne rapito e i terroristi massacrarono gli uomini della sua scorta. Cominciò un periodo buio, angosciante, che culminò il 9 maggio con il suo assassinio. Fu il momento più drammatico della storia dell’Italia repubblicana e l’inquietudine collettiva, l’ultima grande paura che la nazione ha vissuto, venne percepita, in tutto il Paese, come una totale sospensione.

Nuovo e vecchio, vecchio e nuovo, sembra di ascoltarlo il suono cadenzato dell’oscillazione della storia. In questo eterno conflitto. ci guida l’anelito verso il nuovo, inteso come sinonimo di bene. Il sole tramonta sul vecchio e porta con sé un sistema e i suoi valori, lasciando negli occhi solo l’immagine dolorosa degli ultimi suoi spasmi.

La Sacra Scrittura dice “quanto resta della notte?”.

Di questa lunga e angosciosa notte verso una nuova transizione.


[1] Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 10, approvata dalla Commissione nella seduta del 10 dicembre 2015; Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 23, approvata dalla Commissione nella seduta del 20 dicembre 2016; Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, approvata dalla Commissione nella seduta del 6 dicembre 2017. Per una consultazione in via digitale degli atti parlamentari e della documentazione relativa all’attività svolta dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta si può fare riferimento all’indirizzo https://inchieste.camera.it/.

[2] Cfr. ad. es. V. Lomellini, Il mondo della guerra fredda e l’Italia degli anni di piombo. Una regia internazionale per il terrorismo?, Milano, Mondadori-Le Monnier, 2017.

[3] Sulla questione si rimanda al volume Moro. Il caso non è chiuso. La verità non detta, di Maria Antonietta Calabrò e Giuseppe Fioroni, Torino, Lindau, 2018; si vedano in particolare i capitoli Il lupo e L’allerta telex da Beirut, pp. 89-107.

[4] Sul tema delle relazioni internazioni e in particolare sul rapporto tra Moro e i servizi segreti italiani, questione cruciale negli anni della guerra fredda, ha scritto M. Caligiuri, che ha curato il volume Aldo Moro e l’intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018. Aldo Moro, osserva Caligiuri, si è confrontato con le questioni relative ai servizi segreti in tutta la sua esperienza politica, svolgendo un ruolo determinante in alcuni dei momenti più delicati della storia del nostro Paese: come Segretario della Democrazia Cristiana, Moro gestì innanzitutto la delicata situazione creatasi nel 1960 con la formazione del nuovo Governo Tambroni; successivamente da Presidente del Consiglio, dovette affrontare la crisi politica del 1964 che vide protagonisti il Presidente della Repubblica Segni (tormentato dalla minaccia comunista) e il generale dell’Arma dei Carabinieri De Lorenzo (che predispose un piano di interventi, che prese il nome di «Piano Solo»); da Ministro degli Esteri, si trovò a fronteggiare la «strategia della tensione», soprattutto in seguito alla Strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969. Degno di nota è il saggio di Giacomo Pacini, Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia, inserito nel libro di Caligiuri, che ripercorre la storia dell’accordo segreto concluso tra l’intelligence militare italiana e i servizi segreti palestinesi. Per una ricostruzione puntuale delle relazioni internazionali si veda G. Formigoni, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, Il Mulino, 2016.

[5] Per un’analisi dettagliata si rimanda alle relazioni approvate dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.

[6] A trent’anni dalla tragica vicenda Moro, il quarto volume della collana Gli anni di Craxi, curato da G. Acquaviva e L. Covatta, Moro – Craxi. Fermezza e trattativa trent’anni dopo, (2009), propone una ricostruzione e una lettura critica della posizione politica e delle azioni svolte dal Partito Socialista in quei difficili giorni, https://www.fondazionesocialismo.it/wp-content/uploads/2015/10/Moro-Craxi.pdf.

[7] Cfr. Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, approvata dalla Commissione nella seduta del 6 dicembre 2017, pp. 198-216; sulla trattativa si veda anche M. Gotor, Io ci sarò ancora. Interventi sul delitto Moro e la crisi della Repubblica, in particolare le sezioni «Né con lo Stato, né con le Brigare Rosse». Fermezza pubblica e trattativa segreta. La falsa alternativa, pp. 71-81 e «La verità è più grande di qualsiasi tornaconto». Il testamento di Moro, l’ultimo discorso, pp. 181-188.

[8] Si tratta di due importanti testi di Miguel Gotor, Moro. Lettere dalla prigionia, Torino, Einaudi, 2008, in particolare la parte Le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore: della scrittura come agonia, pp. 183-389, e Il Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Torino, Einaudi, 2011. Sulle «carte di Moro», è uscito nel novembre 2019 Il Memoriale di Aldo Moro, una nuova edizione critica curata da un gruppo di studiosi coordinati da Michele Di Sivo.

[9] Sulla questione relativa al «covo di via Fracchia» si rimanda alla Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, pp. 238-255.

[10] Cfr. Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, pp. 199-210.

[11] Relazione sull’attività svolta dalla Commissione parlamentare di inchiesta su rapimento e sulla morte di Aldo Moro, XVII legislatura, Doc. XXIII, n. 29, pp. 93-139; si veda anche Maria Antonietta Calabrò, Giuseppe Fioroni, Moro. Il caso non è chiuso, in particolare la sezione Un abito su misura, pp. 7-9: “Tutto quello che la gente sa sul cosiddetto caso Moro, cioè sulla strage efferata della sua scorta in via Fani, la lunga prigionia dello statista democristiano e la sua sconvolgente morte, si basa in gran parte su una narrativa frutto di un «compromesso» sulla verità dei fatti. Dopo quarant’anni appare evidente che questo «negoziato» è stato lo strumento che ha consentito a un Paese piegato dai morti e dal sangue, di chiudere con i cosiddetti «anni di piombo». Tale «compromesso» modulò però la forma di una «verità accettabile», sia per apparati dello Stato italiano e sia per gli stessi brigatisti. Prima della caduta del Muro di Berlino”. E si legge ancora: “negli anni ’80 e ’90 ci si limitò, più o meno, a registrare quello che i brigatisti sostenevano e in questo modo si tagliò e cucì un abito su misura. Nel frattempo però il mondo è cambiato e quell’abito è diventato troppo stretto”. Sul «Memoriale Morucci – Faranda» si vedano anche i testi di S. Flamigni, Patto di omertà, Milano, Kaos, 2015 e di S. Limiti e S. Provvisionato, Complici, Milano, Chiarelettere, 2015.

[12] Processi che si concluderanno in maniera definitiva nel 1998.

[13] G. Fasanella, G. Pellegrino, C. Sestieri, Segreto di Stato. La verità, da Gladio al caso Moro, Torino, Einaudi, 2000; si veda anche Francesco M. Biscione, Il delitto Moro. Strategie di un assassinio politico, Roma, Editori riuniti, 1998.

[14] Per citare solo alcuni contributi più recenti proposti in tv e in teatro: il film Aldo Moro, il Professore, del maggio 2018, che affronta la vicenda di Moro alla luce degli anni della sua attività come docente universitario e politico di spicco della Democrazia Cristiana, tratto dall’omonimo libro di Giorgio Balzoni; lo spettacolo di Fabrizio Gifuni, andato in scena a Roma, al Teatro Vascello dal 18 al 23 febbraio 2020, dal titolo Con il vostro irridente silenzio, che dà corpo e voce alle lettere dalla prigionia e al «Memoriale» di Aldo Moro. È del 2017, invece, il fumetto di Luca Bagnasco e Tommaso Arzeno Il caso Moro. Attacco al cuore dello Stato.

[15] Basti pensare a come in tante delle rievocazioni in occasione dei quarant’anni del delitto Moro è stato offerto molto spazio pubblico ad una narrazione ormai superata, con un’ampia visibilità mediatica concessa a molti ex terroristi, come accaduto anche in passato con risultati assai dubbi sul piano della ricostruzione degli avvenimenti.

[16] Nel corso del programma «M» di Michele Santoro andato in onda dal 10 maggio 2018 su Rai 3, è intervenuto Marco Damilano, https://www.michelesantoro.it/2018/05/damilano-su-aldo-moro/.

[17] M. Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Milano, Feltrinelli, 2018, pp. 266-267.

[18] G. M. Ceci, Aldo Moro di fronte ai terrorismi e alle trame eversive (1969-1978), in Mondo Contemporaneo (2010), pp. 167-206; per una riflessione sul terrorismo italiano, in particolare sulla questione dei collegamenti internazionali si rimanda al recente saggio, La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969 – 1986), di G. M. Ceci, Roma, Carocci, 2019.

[19] Sono sempre parole di Angelo Ventrone.

[20] Cfr. https://www.skuola.net/news/inchiesta/9-maggio-1978-moro-impastato-studenti-mafia-br-ricordo.html.

[21] “Ciascuna Camera – recita l’art. 82 della Costituzione- può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. A tal fine, istituisce una apposita Commissione composta in modo da rispecchiare la proporzione dei vari Gruppi parlamentari. Le Commissioni d’inchiesta bicamerali, formate da Deputati e Senatori, sono ordinariamente istituite con legge. Le Commissioni d’inchiesta, sia monocamerali sia bicamerali, procedono nelle indagini e negli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria”.

[22] La mostra si è svolta nei locali di Palazzo San Macuto, presso la Camera dei deputati, dal 5 al 18 ottobre del 2016, https://www.youtube.com/watch?v=4sqrJue4Bwk.

[23] Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio in occasione del convegno Il contributo di Aldo Moro all’integrazione europea, che si può reperire al seguente indirizzo https://www.quirinale.it/elementi/2270.

[24] Cfr. https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_6_2_1.wp?contentId=NOL1145215.

[25] Legge 30 maggio 2014, n. 82, Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 31 maggio 2014, n. 125.

[26] Sul punto si veda l’intervista a Maurizio Ridolfi, La storia può avere un ruolo pubblico ma deve aggiornare i suoi linguaggi, https://www.corriere.it/la-lettura/16_luglio_18/storia-cammarano-ridolfi-giannuli-sissco-4513e18c-4cc8-11e6-b4d6-1a2d124027e8.shtml. La questione assume un carattere più ampio, se si recupera la tesi su gli «agenti di storia» elaborata Giovanni De Luna, nell’ambito della riflessione sul rapporto fra mezzi di comunicazione, fonti, ricerca storica e analisi critica, cfr. Giovanni De Luna, La passione e la ragione. Il mestiere dello storico, Milano, Mondadori, 2004, considerazioni poi riprese dallo studioso nel testo più recente, La repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Milano, Feltrinelli, 2011, p. 118; sul ruolo dei media nella vicenda Moro si veda anche il contributo di I. Imperi, Il caso Moro: cronaca di un evento mediale. Realtà e drama nei servizi Tv dei 55 giorni, Milano, FrancoAngeli, 2016.

[27] Il Messaggero del 5 novembre 2018, intervista a Maurizio Ridolfi, Senza Caporetto, niente Vittorio Veneto. Il calendario laico per salvare la memoria. Alcune riflessioni di Ridolfi sono state riprese dalla sua relazione tenuta in occasione del seminario Aldo Moro, la pedagogia civile e l’immaginario repubblicano, che si è svolto a Roma, presso la Società Dante Alighieri, il 12 dicembre 2019.

[28] Sulla questione si segnala il saggio curato da Alessandro Portelli Calendario civile. Per una memoria laica e democratica degli italiani, Roma, Donzelli, 2017; in relazione al dibattito parlamentare sulla legge che fissa nel 9 maggio il «Giorno della memoria» si vedano le pp. 91-107.

[29] Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Milano, Feltrinelli, 2018.

[30] Corriere della Sera, articolo di Galli della Loggia, Inutile rimpiangere il disegno di Moro. Non aveva un futuro, pubblicato il 31 marzo 2018.

[31] P. Scoppola, La Repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 372.

[32] Galli della Loggia, nell’articolo appena citato riprende le considerazioni di Pietro Scoppola.

[33] La Repubblica del 4 aprile 2018, articolo di M. Damilano, La vera intuizione di Aldo Moro.

[34] Intervento di Aldo Moro al Consiglio Nazionale della DC del 20 luglio 1975, in quell’occasione venne eletto segretario Benigno Zaccagnini.

[35] Intervento di Aldo Moro al Consiglio Nazionale della DC del 20 luglio 1975.

[36] U. Gentiloni Silveri, Il giorno più lungo della Repubblica, Milano, Mondadori, 2016, p. 98.

[37] Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di M. Gotor, Torino, Einaudi, 2008, p. 100; sempre M. Gotor, L’Italia del Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Torino, Einaudi, 2019, p. 358.

[38] Intervista a Giovanni Moro, sociologo e figlio dello statista, a cura di Ezio Mauro, cfr. La Repubblica del 13 marzo 2018, È mio padre il fantasma di questa Italia senza pace; sembra riprendere una riflessione che aveva enunciato nel 2007, in un intervista al Corriere della Sera del 14 ottobre 2007, Giovanni Moro: mio padre, i politici, il Vaticano, dove si legge: “Come tutti sanno, i fantasmi sono morti che non riposano in pace e che non lasciano in pace nemmeno i vivi, perché continuano a manifestarsi chiedendo loro di onorare un debito, o di liberarli dalla maledizione che consiste proprio nel dover ritornare. Penso che la nostra vita pubblica sia attraversata da molti fantasmi degli Anni Settanta. Il più ovvio e ingombrante di questi fantasmi è quello di Aldo Moro”, intervento che ha preceduto di due giorni l’uscita del suo libro Anni Settanta, Torino, Einaudi, 2008.

[39] G. Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 372-373.

[40] M. Damilano, Processo al Nuovo, Bari-Roma, Laterza, 2017, p. 22.

[41] G. Fioroni, G. Iannuzzi, Aldo Moro. Una lezione di democrazia, Napoli, Giapeto, 2018.

[42] Maria Antonietta Calabrò, Giuseppe Fioroni, Moro. Il caso non è chiuso. La verità non detta; nell’ottobre del 2019 è uscita una nuova edizione aggiornata, pubblicata sempre dalla Lindau.

[43] M. Gotor, Io ci sarò ancora. Interventi sul delitto Moro e la crisi della Repubblica, Roma, PaperFirst, 2019; il tema è ampiamente ripreso anche nel più recente testo di M. Gotor, L’Italia del Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Torino, Einaudi, 2019.

[44] Si tratta di una intervista a Mosse a cura di A. Alfonsi, L’opera di Aldo Moro nella crisi della democrazia parlamentare in occidente, in Aldo Moro, L’intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959 –1978, Milano, Garzanti, 1979, pp. VII-LXXV.

[45] Si veda l’articolo di P. Acanfora, Aldo Moro. Ritratto a figura intera, Aggiornamenti sociali, agosto-settembre 2016, pp. 569-578.

[46] N. Antonetti (a cura di), Aldo Moro nella storia della Repubblica, Bologna, Il Mulino, 2019.

[47] G. Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, Il Mulino, 2016.

[48] M. Mastrogregori, Moro. La biografia politica del democristiano più celebrato e discusso nella storia della Repubblica, Roma, Salerno Editore, 2016.

[49] Cfr. https://aro-isig.fbk.eu/issues/2019/1/moro-paolo-acanfora/.

[50] G. Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, Il Mulino, 2016.

[51] F.M. Biscione, recensione dei libri di G. Formigoni e di M. Mastrogregori sulla vita di Aldo Moro, in Rivista storica italiana, 2017, fascicolo III, pp. 1179-1187.

[52] Negli anni più recenti sono state pubblicate importanti contributi storiografici sulla figura di Moro, tra questi si segnalano: Aldo Moro. Un percorso interpretativo, a cura di A. Alfonsi e L. D’Andrea, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018; Una vita, un Paese. Aldo Moro nell’Italia del Novecento, a cura di R. Moro e D. Mezzana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014.

[53] G. Fioroni, G. Iannuzzi, Aldo Moro. Una lezione di democrazia, Napoli, Giapeto, 2018.

[54] M. Caligiuri, Aldo Moro e l’educazione civica. L’attualità di un’intuizione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.

[55] Aldo Moro ha ricoperto il ruolo di Ministro della Pubblica Istruzione dal 19 maggio 1957 al 15 febbraio 1959 nei governi guidati dai democristiani Adone Zoli e Amintore Fanfani, il primo governo della III legislatura (Fanfani II) caratterizzato dal dibattito sul primo centro-sinistra. Il successivo 16 marzo Moro venne eletto segretario nazionale della Dc.

[56] Cfr. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1958/06/17/058U0585/sg, Decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 1958, n. 585.

[57] Si tratta ancora del Decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 1958, n. 585.

[58] Negli ultimi anni assistiamo al definirsi di una nuova stagione di studi storiografici su Moro, volti a tematizzare, tramite un’analisi dettagliata dei suoi atti e dei suoi discorsi, i molti aspetti dell’azione politica e intellettuale dello statista. Una svolta resa possibile anche grazie alla disponibilità all’accesso al patrimonio documentale depositato presso diversi archivi. Una rinnovata stagione di studi si è sviluppata essenzialmente a partire dal 2008 e ha contribuito molto a riscoprire e spiegare nella sua interezza questo importante protagonista della storia repubblicana; su questa tendenza di possono consultare i contributi di G. Formigoni, Il rinnovamento della storiografia su Aldo Moro dopo il 2008, in Aldo Moro. Gli anni della «Sapienza» (1963-1978), a cura di A. D’Angelo e M. Toscano, Roma, Studium, 2018, pp. 27-38; P. Acanfora, La storiografia su Aldo Moro e gli archivi dell’Istituto Luigi Sturzo, in Aldo Moro e la storia della Repubblica, a cura di N. Antonetti, Bologna, Il Mulino, 2019.

[59] Corriere delle Sera del 19 giugno 2016, intervista a Fulvio Cammarano, Avete emarginato la storia.

[60] Corriere delle Sera del 3 luglio 2016, intervento di Aldo Giannuli, Cari storici, dobbiamo rinnovarci (e pensare un pò meno al fascismo).

[61] Corriere delle Sera del 18 luglio 2016, riflessione di Maurizio Ridolfi, La storia può avere un ruolo pubblico ma deve aggiornare i suoi linguaggi. Sul «fare e raccontare storia», sulla sua ricezione che essa ha nel pubblico, attraverso una sua sempre più corale e attiva fruizione, si veda il testo di M. Ridolfi, Verso la Public History. Fare e raccontare storia nel tempo presente, Pisa, Pacini Editore, 2017.

[62] Cfr. https://www.officinadellastoria.eu/it/category/storici-e-uso-pubblico-della-storia/.

[63] Il seminario su Aldo Moro si è tenuto a Roma il 12 dicembre 2019 nella sede della Società Dante Alighieri, ed è stato organizzato con la collaborazione del Centro Studi Europei e Internazionali, sotto il patrocinio dell’Università degli Studi Roma Tre, dell’Università degli Studi della Tuscia, dell’Accademia di Studi Storici Aldo Moro, della Dante, dell’Archivio Flamigni e dell’Associazione italiana di Public History; cfr. https://ladante.it/comunicati-stampa/2933-aldo-moro-la-pedagogia-civile-e-l-immaginario-repubblicano-fonti-percorsi-di-ricerca-e-public-history.html; il resoconto video della giornata di studio è reperibile sulla pagina facebook della Società Dante Alighieri.

[64] Cfr. https://www.corriere.it/scienze-ambiente/20_aprile_17/tre-astronauti-ritornati-pianeta-coronavirus-surreale-a55cfcf0-80b2-11ea-ac8a-0c2cb4ad9c17.shtml.

[65] G. Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, pp. 326-327.

[66] Discorso di Aldo Moro ai Gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana, pronunciato il 28 febbraio 1978.

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    By: Giovanni Iannuzzi

    Giovanni Iannuzzi Assegnista di ricerca in Storia Contemporanea all’Università degli Studi della Tuscia. Ha collaborato con la Presidenza della «Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro». Segue i temi dell’attualità politica e nel maggio 2018 ha pubblicato, come autore, il saggio Aldo Moro. Una lezione di democrazia. Svolge attività di relazioni, coordinamento e comunicazione nell’ambito dell’organizzazione di incontri pubblici sulla storia del Novecento. È socio del Centro Studi Europei e Internazionali. Attualmente collabora con l’Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa.

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