Note sulle origini della Public History italiana ed internazionale

[1]

Trad. Italiana di Agnese Bertolotti*

La nascita della Federazione internazionale di Public History (IFHP-FIHP)[2]

La prima conferenza annuale del National Council on Public History (NCPH) alla quale ho partecipato fu nel 2010 a Portland, nell’Oregon. Avevo scoperto nella lista di discussioni di H-Net, H-Public,[3] la call per una tavola rotonda organizzata da Anna Adamek, curatrice del Canada Science and Technology Museum di Ottawa, che mirava a fondare un Consiglio internazionale di Public History sul modello della NCPH.

Stavo seguendo il NCPH da alcuni anni e ricordo quanto fossi emozionato quando ho saputo di essere stato selezionato per questa tavola rotonda e che la mia istituzione, l’Istituto universitario europeo, avrebbe sponsorizzato la mia partecipazione. Dopo Portland, è stato infatti possibile lanciare una Federazione internazionale per la Public History.

La tavola rotonda organizzata lì da Anna Adamek servì di base per costituire la Task Force internazionale che avrebbe dovuto fondare un Consiglio internazionale come continuazione della discussione iniziata a Portland. Insieme al supporto del NCPH, un’altra importante iniziativa spingeva nella stessa direzione ed era stata portata avanti da Arnita Jones, una fondatrice del NCPH e, fino al 2010, direttore esecutivo dell’American Historical Association. Per conto del NCPH, nel giugno 2010, Arnita Jones si era recata a Berlino per una conferenza sulla “Public History in Germania e negli Stati Uniti“. Lo scopo della sua visita era di aiutare a organizzare il primo programma di Public History in Germania presso l’Università libera di Berlino.[4]L’incontro fu organizzato per aiutare gli storici a lavorare con il nuovo programma di Public History presso l’Università libera di Berlino e per beneficiare dell’esperienza americana nella progettazione e gestione di tali sforzi. Nel corso dei due giorni lì, sono stata colpita – scrive la Jones – … [dalla] crescente dimensione internazionale della Public history e dalla necessità per i public historian di trovare delle opportunità più frequenti per riunirsi e per discutere le loro esigenze e preoccupazioni al di là dei confini nazionali[5]. Arnita Jones doveva anche trasferirsi da Berlino a Roma, a causa della riunione di una sottocommissione del Consiglio Internazionale di Scienze Storiche,[6] poiché era anche la rappresentante degli Stati Uniti presso l’ICHS. “Durante l’incontro di Roma – afferma – uno degli argomenti in discussione è stato come migliorare gli sforzi dell’organizzazione coinvolgendo gli storici provenienti da nuovi campi di studio e incoraggiando un lavoro più comparativo. Abbiamo discusso di vari modi per farlo, ma uno in particolare mi ha fatto iniziare a pensare. Le commissioni interne del CISH offrono l’opportunità ad organizzazioni internazionali selezionate dopo auto candidature e a singoli studiosi, di incontrarsi, sotto gli auspici dell’CISH e di usufruire delle sue connessioni per promuovere la discussione internazionale nei loro campi. […] Perché quindi non pensare ad una commissione interna sulla Public History? […]. Al ritorno a casa contattai John Dichtl[7] che mi ha ricordato che la NCPH aveva recentemente istituito una task force internazionale, che includeva membri di diversi paesi […]. Alla fine, abbiamo elaborato una proposta per una Federazione internazionale per la Public History con il patrocinio del NCPH e l’abbiamo presentata all’assemblea generale del CISH al 21° Congresso internazionale annuale di Scienze Storiche di Amsterdam [nell’agosto 2010] dove è stato approvato all’unanimità.” E così eccoci qua. La presidentessa della Task Force internazionale Anna Adamek […] segnala la nostra intenzione di eleggere un comitato direttivo formale alla prossima riunione del NCPH a Pensacola [2011]. Per fare ciò, l’NCPH deve avere riscontri dal maggior numero possibile di gruppi – associazioni nazionali di storici e istituzioni che si occupano di Public History con obiettivi internazionali – nonché da tutti gli individui interessati…”

Ho ampiamente citato queste note di Arnita Jones perché nello stesso bollettino di notizie della NCPH, Anna Adamek ha spiegato[8] quale sarebbe stato il passo successivo per la fondazione di una rete internazionale di public historian durante la conferenza NCPH del 2011 a Pensacola in Florida. Non è errato affermare che fu grazie ad Arnita Jones che la creazione della IFPH fu resa possibile. Arnita aveva infatti appoggiato l’idea di Anna Adamek di promuovere un’associazione internazionale di Public History già tra il 2009 e il 2010. Alcuni dei partecipanti alla tavola rotonda del 2010, ed io ero uno di loro, hanno continuato la loro discussione internazionale online tra il 2010 e il 2011, su come organizzare al meglio quello che, a causa di questi nuovi sviluppi internazionali, era diventata la Federazione internazionale di Public History, la IFPH-FIHP. Individui e associazioni di storici furono contattati in diversi paesi per l’elezione di un comitato direttivo per l’IFPH. Infatti, nel 2010, la Federazione era ancora soltanto un costituendo sottocomitato del NCPH presso l’ICHS, e questo, fino all’elezione del suo comitato direttivo a Pensacola nella conferenza annuale dei 6-9 aprile 2011 su Crossing Borders/Building Communities — Real and Imagined, il titolo generale della conferenza molto adatto alla nuova impresa internazionale.

Anna Adamek scrisse che “i comitati nazionali che rappresentano individui, società, istituti, programmi o altre organizzazioni che si occupano principalmente di Public History possono diventare membri della federazione. La federazione offrirà una sede agli storici di tutto il mondo per– creare una rete internazionale di programmi e di studiosi per facilitare lo scambio internazionale di informazioni sull’insegnamento e la ricerca della Public History;

  • condividere le migliori pratiche professionali e accademiche, compresi gli standard per la valutazione delle borse di studio di Public History;
  • favorire la partecipazione dei Public Historian e delle loro organizzazioni nei congressi internazionali e in altri seminari di studio del settore;
  • incoraggiare la formazione di comitati nazionali di storici che lavorano nel campo della Public History1.

Questi erano gli obiettivi della IFPH quando è iniziata l’avventura. La Task Force internazionale che la NCPH favorì nel 2010,2 si è poi riunita a Pensacola dove ha eletto il comitato direttivo dell’IFPH, questo primo forum per favorire la cooperazione internazionale nel campo della Public History.

Quindi, l’idea della Federazione Internazionale è nata a Roma, in un incontro del CISH-ICHS in cui Arnita Jones ha rappresentato l’NCPH, congiuntamente all’azione della task force di Anna Adamek che ha fornito le persone interessate a fondare questa piccola comunità di internazionalisti convinti durante la conferenza NCPH del 2011 a Pensacola. In Florida, parlando con Anna e Arnita della possibilità di candidarmi al comitato direttivo dell’IFPH, mi sono convinto di presentarmi per essere eletto alla carica di presidente o di vicepresidente del primo comitato direttivo dell’IFPH e sono stato eletto, insieme al vicepresidente Jean-Pierre Morin, public historian nell’amministrazione federale del Canada a Ottawa.

I primi passi dell’IFPH

Senza sapere di questi sviluppi, ma profondamente interessato alla public history nordamericana e alla possibilità di tessere contatti in Europa, avevo anche risposto alla call for paper della conferenza NCPH a Pensacola. Il panel sulla Public History europea, costruito con diversi esempi di Paesi dell’UE come il Belgio, l’Irlanda del Nord, i Paesi Bassi e il Lussemburgo era stato accettato dal comitato scientifico. Il titolo del panel che mi proponevo di coordinare era “Approcci europei alla Public History: Identificare pratiche e bisogni comuni” e il suo obiettivo era quello di illustrare quattro casi di studio molto diversi che mettevano in mostra differenti esperienze di PH nei paesi dell’UE. Thomas Cauvin (Francia) affrontò il passato difficile da allestire nei musei di storia irlandesi con un intervento dal titolo: “Quando la Public History è in gioco: museo e passato controverso in Irlanda e Irlanda del Nord durante il processo di pace”; Cristina Blanco Sío-López (Spagna) illustrò un progetto di Public History digitale sulla storia dell’integrazione europea: “European NAvigator (ENA): un contributo europeo interdisciplinare per una storia digitale dell’integrazione europea”; Delphine Lauwers (Belgio) esaminò la storia del turismo dal 1919 ai nostri giorni a Ypres, una cittadina nelle Fiandre che fu teatro di battaglie cruenti durante la prima guerra mondiale Il fronte occidentale, un sito europeo della memoria: il turismo sul campo di battaglia come vettore di storia”; Hinke Piersma (Paesi Bassi) illustrò infine il ruolo degli storici come consulenti in importanti processi contro collaboratori dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale nei Paesi Bassi, “Educatori pubblici: gli storici olandesi influenzano la politica contemporanea” [9].

Una volta eletto, il primo comitato direttivo della IFPH ha subito promosso la Public History internazionale con una conferenza a Lussemburgo al Centre Virtuel de la Connaissance de l’Europe (CVCE), i 21-22 marzo 2012 e partecipando anche alla conferenza annuale della NCPH del 2012 che si è svolse a Milwaukee, il 20 aprile [10] . Il neoeletto comitato si riunì così due volte nel 2012[11]. La riunione del comitato direttivo dell’IFPH in Lussemburgo si è concentrata sui soci e sulle finanze dell’IFPH: fino al 2012, i membri dovevano solo esprimere il loro interesse per il campo della PH e per la federazione internazionale inviando un’e-mail al presidente, ma era essenziale che venisse decisa di richiedere d’ora in avanti, una quota di iscrizione all’IFPH per gli individui e per le organizzazioni. E, per evitare questioni più complicate e costose, il comitato direttivo decise di affidarsi alla lunga esperienza del NCPH per raccogliere i fondi e utilizzò il sito Web e l’ufficio amministrativo del NCPH presso l’Università Purdue di Indianapolis per riscuotere le prime quote di iscrizione nel 2012-2013[12] . Come presidente dell’IFPH, e con Anita Lucchesi, la nostra tesoriera brasiliana membra del comitato direttivo, sono riuscito a creare un conto bancario indipendente in Italia, a Firenze, solo per l’IFPH, di modo che alla fine del mio mandato a dicembre 2017, l’IFPH potesse emanciparsi dal supporto amministrativo del NCPH.

Nel frattempo, il comitato direttivo della IFPH lavorò per promuovere la presenza della Public History in tutto il mondo, sempre organizzando conferenze internazionali. L’incontro annuale del NCPH a Ottawa in Canada dell’aprile 2013 è così diventato la conferenza “zero” dell’IFPH – l’organizzatrice canadese locale, Michelle A. Hamilton, dell’Università del Western Ontario, ha scritto di recente che Ottawa è stata la “vera” prima conferenza IFPH[13] – con oltre quaranta partecipanti internazionali, provenienti principalmente da paesi europei. A Ottawa, l’IFPH ha così avuto la possibilità di presentare tavole rotonde e panel con contenuti internazionali. Thomas Cauvin, ex membro del Comitato per le Nomine al comitato direttivo IFPH 2011, che organizzò le elezioni a Pensacola insieme al comitato elettorale, è oggi il secondo presidente dell’IFPH. Egli propose una tavola rotonda comparativa dei programmi di insegnamento della Public History, un tema in linea con gli obiettivi proposti dalla task force di Anna Adamek per la nuova Federazione.

Nel giugno 2012, l’IFPH ha poi stretto un accordo con il programma di Public History dell’Università di Amsterdam[14] e il NIOD[15] per organizzare una sua prima conferenza annuale, basata sul modello di quelle della NCPH, presso l’università di Amsterdam nel settembre 2014. La Public History internazionale aveva ormai iniziato il suo cammino.

Verso una Public History italiana

In Italia, come è stato documentato per gli Stati Uniti, la Public history esiste da tempo, anche sotto diverse forme. Le istituzioni locali che si occupano del passato hanno eseguito pratiche di PH già dal XIX secolo. La professione scientifica di storico si è poi consolidata attraverso il processo di costruzione nazionale, come in altri Paesi, quando sono stati creati università, archivi, biblioteche e musei nazionali. Tuttavia, solo durante gli anni Novanta dello scorso secolo, parallelamente a quella che è stata definita la seconda repubblica italiana dopo il 1992, gli storici italiani hanno iniziato a pensare all’uso pubblico della storia, stimolati da politici e giornalisti a sostegno di idee politiche e considerazioni revisioniste sulla storia della Shoah. I public historian italiani ancora senza il nome allora, si sono così confrontati con memorie collettive conflittuali e con i modi in cui queste si sono formate. Una parte importante delle pratiche di PH in Italia si svolgono nei media, nei musei, nelle mostre, attorno ai siti del patrimonio culturale e a quelli intangibili della memoria, ma anche attraverso la toponomastica o con i monumenti e statue e persino attraverso le feste del calendario civile e nelle commemorazioni, tutte pratiche che sono così in grado di modellare il modo con il quale, collettivamente, guardiamo al passato.

L’uso politico e strumentale del passato ha forti radici nel sistema dei partiti dell’Italia repubblicana, in particolare per quanto riguarda la memoria della Seconda guerra mondiale, della resistenza e della guerra civile tra il 1943 e il 1945[16]. La memoria è un campo di battaglia sociale in un Paese che non ha mai accettato di riconoscere il proprio ruolo durante la Seconda guerra mondiale quando Mussolini e il fascismo erano alleati dei tedeschi e del nazionalsocialismo. Infatti, nell’Italia repubblicana, dalla fine della guerra, si sono avute controversie su chi potesse “controllare” il passato e la sua memoria o chi “possedesse” il passato in pubblico. Locali pratiche e progetti di Public History si sono confrontati con il modo in cui questo Paese ha guardato al suo passato e alle sue memorie difficili, soprattutto nelle attività delle istituzioni culturali che hanno sviluppato un approccio territoriale e comunitario alla storia come alle storie controverse. Battersi per il controllo delle memorie civiche, nazionali ed europee, è una questione importante per i public historian contemporaneisti in Italia.

Uscendo dalle forme di uso politico e pubblico della storia e della memoria, si può inoltre notare quanto, come in altri paesi, anche in Italia, la Public History ha seguito un suo percorso con i suoi metodi e pratiche pubbliche. L’organizzazione decentralizzata delle istituzioni culturali italiane e il loro contatto con le comunità locali è evidente da molti anni. Una delle industrie nazionali più importanti, il turismo culturale, si occupa del passato e del patrimonio culturale italiano.

Sia gli storici che le istituzioni culturali dei territori s’interessano oggi attivamente del patrimonio anche paesaggistico, a tal punto che non è difficile, una volta capito i meccanismi della public history, discutere e importare concetti e pratiche usati da tempo in altri paesi, adattandoli alle necessità della valorizzazione del patrimonio locale. Pertanto, il fatto che questa disciplina della storia fosse originariamente interessata ad attuare delle pratiche di storia applicata in pubblico e si era sviluppata per la prima volta in modo consapevole ed istituzionalizzato nei paesi anglosassoni, in particolare negli Stati Uniti, non ha sollevato grandi controversie. Istituzioni locali, archivi, biblioteche, musei erano pronti ad adottare il nome e le pratiche disciplinari di un campo internazionale che offriva un contesto professionale riconosciuto all’estero, e ad applicarlo a ciò che già praticavano attorno alla valorizzazione interdisciplinare e pubblica del patrimonio culturale anche senza la guida degli storici accademici più restii ad entrare in diretto contatto con il pubblico. Molti diversi professionisti che praticano la Public History nelle istituzioni culturali italiane oggi sentono di essere sempre stati parte del campo e, un’Associazione italiana di Public History fondata recentemente (AIPH, 2016)[17] ha permesso di rafforzare questa consapevolezza. Sin dalla fondazione dell’AIPH, chi praticava già forme di public history si è così impegnato in proficue discussioni sulla definizione del campo stesso, tra studi sul patrimonio, studi sulla memoria, studi museali, storia orale e digitale, storia popolare e comunicazione della storia attraverso diversi media. E la disciplina è anche entrata nell’università per formare i public historian.

Diversamente da quanto accade a Parigi, in Italia non esiste un unico centro culturale, ma piuttosto una rete capillare di comunità regionali, locali e urbane decentralizzate in cui molte istituzioni culturali territoriali lavorano con i diversi passati cronologici: la storia antica e medievale come l’archeologia sono molto presenti in Italia come parte del patrimonio e dell’industria del turismo culturale, un fatto promosso dalla stessa UNESCO. Le comunità locali ritengono che il loro patrimonio materiale e immateriale faccia parte dell’identità dei luoghi, della propria identità e della propria memoria e che vada preservata nel presente coinvolgendo le stesse comunità che le custodiscono e le valorizzano, come è stato evidenziato con forza dai numerosi esempi presentati da tutte le parti d’Italia, durante la prima conferenza nazionale di public archaeology nel 2015.[18] Le istituzioni culturali locali lavorano così a stretto contatto con le comunità, a livello locale e nazionale. Il ricordo del grandioso passato italiano (etruschi, romani, città medievali, rinascimento, ecc.) svolge un ruolo cruciale. Basta menzionare che nella penisola, ogni cittadina organizza forme di rievocazioni del suo passato antico e medievale, inaugura mostre, apre musei per valorizzare il patrimonio. I cittadini, ma anche gli enti governativi italiani, a tutti i livelli, vogliono valorizzare l’identità storica e culturale locali anche se non sempre adoperano le misure necessarie per farlo insieme alle comunità locali e con la consapevolezza che il patrimonio condiviso è anche prima di tutto un importante risorsa economica e turistica da valorizzare come ce lo ricordato il compianto Massimo Montella.[19]

Rispetto agli Stati Uniti, ma anche ad altri Paesi, l’Italia ha un passato molto più ampio e differenziato da valorizzare nel presente. Le pratiche di Public History italiana riguardano così enormi differenze cronologiche dalla preistoria, alla storia antica, medievale e agli inizi della storia moderna oltre che all’archeologia pubblica; tutti i passati sono presenti e vivi (e, come ho già accennato, spesso rievocati) oggi in Italia. Questa è una differenza molto importante con i colleghi americani impegnati in progetti che utilizzano i metodi scientifici dell’archeologia con un alto livello di tecnologia necessaria per indagare epoche remote, solo per i secoli diciottesimo e diciannovesimo. Vogliono scoprire, ad esempio, alcuni oggetti appartenenti ai prigionieri della guerra civile (1860-1865). Al contrario, in Italia si usano questi stessi metodi, ma per il recupero di oggetti della vita quotidiana del popolo etrusco, che visse e dominò l’Italia centrale prima di Roma, tra 600 e 200 anni prima di Cristo. Le differenze sono sostanziali ma non la voglia di valorizzare nel presente diversi passati, lo scopo primario della public history.

Per quanto riguarda la professione di public historian e per quanto concerne la Public History in Italia, non vi sono differenze fondamentali con i metodi professionali e le pratiche utilizzate in altri paesi insieme alle comunità locali che vogliono prendersi cura del loro passato e delle loro memorie. Tuttavia, c’è una differenza fondamentale nel modo in cui uno storico diventa un Public Historian in Italia. È molto raro che qualcuno che si occupi di public history abbia un biglietto da visita da offrirci sul quale si possano leggere le parole “Public Historian”. Sebbene le pratiche di PH vengono usate da molti professionisti nel Paese, spesso, la disciplina alla quale si riferiscono queste pratiche non viene ancora nominata. L’insegnamento della PH in Italia è molto recente. Le università – e il governo dell’università- non stanno ancora preparando gli storici a diventare Public Historian perché non esistono un curriculum per un insegnamento accademico specifico. È iniziato solo di recente a diffondersi nell’accademia. Si può diventare un public historian iscrivendosi ad alcuni programmi di master locali e corsi specializzati in PH o anche nei master di comunicazione della storia. Naturalmente, oggi abbiamo un’associazione nazionale e uno dei primi obiettivi dell’AIPH è sollecitare la creazione di nuovi programmi di insegnamento universitario e promuovere il riconoscimento ufficiale della disciplina da parte dei ministeri che si occupano della ricerca, della cultura, del turismo e della formazione.

Nonostante sia questa la situazione attuale, il campo riceve molta attenzione da enti pubblici e privati al di fuori delle università. Inoltre, la chiesa cattolica sta osservando le pratiche di Public History soprattutto a causa dei musei, archivi e biblioteche ecclesiastici, il MAB, che compongono il suo enorme patrimonio culturale da gestire, meglio valorizzare e condividere con il pubblico.[20] Inoltre, grazie all’interesse crescente del pubblico per la Public History, penso che la disciplina abbia un futuro brillante in Italia e potrebbe anche aiutare a risolvere la crisi del ruolo degli storici accademici nella società stimolandone la presenza. Ciò di cui abbiamo bisogno per esserne sicuri, è che i programmi universitari riconoscano ufficialmente che la Public History è diventata parte del curriculum umanistico: questa è la sfida per il prossimo futuro.

La Public History fa di tutta la storia una storia contemporanea

Benedetto Croce, scrisse che “tutta la storia è storia contemporanea”. Il modo in cui gli antichi romani accettavano molteplici religioni ed etnie nel loro impero è racconto importante per una Public History nel presente da condividere con pubblici locali e nazionali e da collegare con la globalizzazione e le migrazioni del XXI° secolo. Tutti i periodi del passato, se trattati attraverso il lavoro e le pratiche dei public historians, diventano vivi nel presente e sono condizionati dalle riflessioni sul presente. Tutti i passati, anche i più remoti, possono insegnarci qualcosa che ci permetta di spiegare l’oggi. La PH scava nei motivi per cui siamo oggi come siamo e ci permette di capire dove stiamo andando a causa di ciò che siamo oggi e di come eravamo ieri. Si tratta continuamente di sperimentare e riattivare il passato nel presente con metodi, linguaggi e forme narrative molto diversi che parlano a un pubblico più vasto talvolta anche partecipe di queste narrazioni.

In Francia l’Istitut d’Histoire du Temps Présent, fondato negli anni ’80 da François Bédarida[21] affronta i problemi legati alla memoria collettiva e all’uso del passato nei media, un campo specifico della Public History globale, quello della relazione odierna che ci lega alle memorie e alle identità e che permeano il presente. Tuttavia, non viene mai menzionata l’’Historire Publique, nel modo in cui viene chiamata la disciplina in un master -esperienza isolata- tenuto all’università di Parigi-Est.[22] Quindi, in Francia, non è necessario distinguere tra storici dei giorni nostri e public historian, ciò che viene compiuto dai public historian in altri paesi, fa invece parte del mestiere degli storici del presente senza distingui di metodi o pratiche che altrove, sono quelle proprie dei public historian. Invece, chi ha a che fare in Francia con la valorizzazione pubblica del “patrimoine” (patrimonio culturale materiale ed intangibile), sta praticando forme di PH applicata come ha spiegato Angelo Torre, ma qui di nuovo, senza mai usare il nome della disciplina.[23]

In Italia, come ho già descritto, non abbiamo avuto problemi a introdurre le due parole in inglese senza distinguere tra storia applicata e PH, al fine di differenziare lo studio della PH dall’uso strumentale del passato nel presente per sostenere memorie collettive o questioni politiche. Mantenere la nomenclatura inglese riguardava un campo istituzionalizzato dagli storici americani in oltre quaranta anni, includendo tutte le discussioni più teoriche e metodologiche sulle definizioni e le differenze tra storia applicata e una PH del patrimonio, che fosse anche storia applicata.

Oggi la Public History sta davvero diventando un fenomeno globale in tutto il mondo. Il globale entra nella dimensione nazionale attraverso pratiche universali di PH. La necessità di interagire con il passato nelle comunità e occuparsi delle questioni civili e sociali a livello locale è, in molti Paesi, anche una risposta empirica a ciò che è stato chiamato da David Armitage e Jo Guldi nel loro The History Manifesto, “la crisi delle discipline umanistiche e della storia come disciplina accademica in tutto il mondo[24]. Ma, naturalmente, come abbiamo già visto, l’interpretazione della Public History come disciplina è peculiare in ogni Paese. Essa è collegata al modo in cui le scienze sociali e umanistiche si sono sviluppate storicamente a livello istituzionale per aprirsi al pubblico, ma allo stesso tempo dipende da come la PH si è sviluppata attraverso iniziative dal basso corrispondente ad esigenze locali e popolari, si parla di citizen science e di public humanities. E queste esigenze sono diverse nei Paesi colonizzati e nei Paesi coloniali in cui, essenzialmente dagli anni ’70 in poi, le rivendicazioni sociali e le profonde disuguaglianze riorientarono la storiografia verso la storia sociale.Lo studio e la comprensione della storia delle classi popolari hanno stimolato un campo molto importante nella Public History, quello che è stato anche chiamato “attivismo” ovvero una storia che possa mobilitare attivamente le comunità, se pensiamo a Howard Zinn negli Stati Uniti o a Raphael Samuel, alle sue pratiche comunitarie e all’History Workshop Journal nel Regno Unito.

Thorsten Logge e Nico Nolden hanno così coniato di recente per la Germania, un’interpretazione innovativa che può facilmente descrivere queste diverse pratiche utilizzate dai public historian: egli parlano di diversi “history types”, in cui le varie forme di Public History si occupano maggiormente delle competenze e delle pratiche necessarie per fare una storia attiva nel presente.[25].

In altre parole, seguendo in questo Marcello Ravveduto, la Public History è un arcipelago di pratiche e sotto aree appartenenti alla storia. La storia in pubblico e con il pubblico viene condotta in modo diverso nelle numerose isole di questo arcipelago globale[26]e cresce fortemente al di fuori del Nord America e dei paesi anglosassoni che hanno introdotto la PH a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Oggi la Public History è un fenomeno e una disciplina glocal un concetto discusso in un saggio scritto insieme a Thomas Cauvin nel 2017.[27]

Sfide Future: il ruolo civile della public history

Se dobbiamo pensare alle prossime sfide della PH, anche queste sono molto diverse in ciascun Paese e modulate in base ai contesti nazionali. In generale, penso che per quanto riguarda la disciplina della PH, stiamo affrontando innanzitutto una sfida accademica: si deve fare in modo che la disciplina sia riconosciuta ovunque come un campo importante di pratiche con il passato in pubblico nell’ambito umanistico, che necessita di un insegnamento autonomo e di un curriculum ad hoc per formare i suoi professionisti che, quando ovviamente non insegneranno la PH, lavoreranno principalmente al di fuori delle università.

Una seconda importante sfida oggi non è istituzionale o pedagogica, ma riguarda la necessità per i public historian di impegnarsi in campagne civili sul passato contro la proliferazione di fake history, storie false, che pervadono le comunità e favoriscono scontri tra memorie divisive. Il risultato di un campo di battaglia per storicizzare le memorie collettive, dimenticare e / o ricordare, dipende da dove ciascuno di questi due comportamenti sia più importante per cementare una coesione sociale pacifica e / o talvolta, la pacifica coesistenza di memorie antitetiche. In molti paesi, un tale campo di battaglia fa ovviamente parte della storia dell’oggi ed impegnano le comunità in forme di giustizia transizionali e di riconoscimento di memorie collettive che non avevano voci. Ciò che è in gioco qui in molti paesi del Sudamerica e in Asia, è uno scontro pubblico che promuova un’accettazione condivisa dei passati violenti e traumatici, e una migliore comprensione collettiva del perché le collettività processano il lutto oggi usando di luoghi di memoria (siti di coscienza) e di politiche della memoria, che oggi interrogano i loro passati difficili.[28] E in molti casi i Public historian si occupano della costruzione partecipata, con le comunità stesse, di quei siti di coscienza e devono promuovere processi di giustizia transizionale, basandosi su una forte capacità di riscrivere una storia che possa essere accettata da tutti nelle società postcoloniali e anche se non condivisa; così anche per potere aiutare ad elaborare i lutti grazie a una memoria stabile e pubblicamente e storicamente consolidata.

Conoscere meglio il passato non è sufficiente, deve essere consegnato a tutti pubblicamente e dovunque anche nelle realtà più insidiose se si pensa al progetto di museo per la storia d’Italia durante il fascismo e nel primo ventesimo secolo a Predappio per esempio. La public history possiede anche un carattere militante. Gli esempi di queste battaglie globali sulle memorie difficili sono ubiqui, un campo di battaglia sulle memorie divise è quello delle lotte di molte comunità locali contro i monumenti ai generali Confederati oppure quello che, sempre negli USA, riguarda la campagna pubblica di sensibilizzazione come #BlackLivesMatter iniziata nel 2013[29], o in Europa, quelle su un recupero attivo, nelle memorie collettive dell’Unione, della storia del secondo dopoguerra nei paesi dell’Europa orientale che hanno sofferto il totalitarismo comunista fino al 1989 mentre i paesi occidentali erano stati liberati dal nazifascismo già nel 1945.[30]

Ma lo scopo della Public History è anche quello di aiutare e consolidare il diritto dei popoli autoctoni, delle comunità indigeni o delle first nations, delle comunità locali con le loro diverse etnie in tutti i continenti, per permetterli, insieme al lavoro dei public historian, di riscoprire le loro diversità e valorizzare le loro diverse identità culturali e le loro memorie.

Quindi sì, c’è molto lavoro per i Public historian di oggi e di domani perché il loro ruolo è quello di contribuire insieme alle comunità con le quali essi lavorano, alla costruzione di società più democratiche, più rispettose della cultura altrui e dei diritti umani e alla possibilità di tutte le minoranze di accedere alla propria storia e di coltivare la propria memoria senza alcun abuso o sopraffazione. Uno dei primi diritti umani è proprio il diritto al rispetto delle culture minoritarie e della diversità. Sono così personalmente convinto, che una dimensione etica e civile sia incorporata nelle pratiche e nei processi lavorativi di ogni Public historian e che la comunità dei praticanti della Public History in tutto il mondo possa fare molto per raggiungere questi obiettivi a livello globale e contribuire dal basso a regalarci un mondo migliore oggi e domani.


[1] Queste note si basano su due saggi che ho scritto nel 2019: “The birth of a new discipline of the past? Public History in Italy”, in Ricerche Storiche, Anno XLVIII, n. 3, settembre-dicembre 2019, pp.131-164, http://hdl.handle.net/1814/66367 e in breve in “An Overview of Public History in Italy: No Longer A Field Without a Name” in International Public History, 2 (1), 2019, doi: 10.1515 / iph-2019-0009.

[2] IFPH-FIHP, http://ifph.hypotheses.org

[3] H-Public, https://networks.h-net.org/h-public.

[4] Public History Master, https://www.geschkult.fu-berlin.de/e/fmi/bereiche/phm

[5] Arnita Jones: “Creating the International Federation for Public History, in Public History News, Volume 31, Number 1, December 2010, p.1 and p.4, https://ncph.org/wp-content/uploads/2010-Dec-Newsletter-FINAL-compressed1.pdf.

[6] ICHS-CISH http://www.cish.org/

[7] John Dichtl al tempo era il direttore esecutivo del NCPH. È grazie a lui che sono stato in grado di partecipare alla seconda conferenza Rede Brasileira de Historia Publica a Niteroi nel 2014. John e l’NCPH hanno suggerito di finanziare parzialmente il mio viaggio in Brasile perché, come Arnita Jones, era consapevole della necessità di sviluppare una rete internazionale nel settore.

[8] Anna Adamek: “International Task Force”, in Public History News, Vol.3, n.1, Dicembre 2010, p.8, http://ncph.org/cms/wp-content/uploads/2010-Dec-Newsletter-FINAL-compressed.pdf .

[9] https://ncph.org/wp-content/uploads/2011-Annual-Meeting-Program.pdf, p.25

[10] Serge Noiret “Next Steps for the International Federation“, in Public History News, Vol.32, N.4, September 2012, p.10, https://ncph.org/wp-content/uploads/PHN-2012-September1.pdf. Tre di questi interventi furono poi pubblicati nel fascicolo monografico di Memoria e Ricerca, Public History. Pratiche nazionali e identità globale, n.2, Maggio-Agosto 2011 che aveva anche una nota sulla fondazione, a Pensacola, della IFPH-FIHP nel 2011: Premessa: per una Federazione Internazionale di Public History“, pp.5-7.

[11] Comitato direttivo eletto IFPH: presidente, Serge Noiret, Istituto universitario europeo, Italia; Vicepresidente, Jean-Pierre Morin, Aboriginal Affairs e Northern Development Canada; Tesoriere, Michael Devine, Biblioteca presidenziale Harry S. Truman, Stati Uniti; Segretario, Arnita Jones, storico / consulente, Arlington, Virginia, Stati Uniti; Delegata, Anna Adamek, Museo della Scienza e Tecnologia del Canada a Ottawa, Canada; Delegato, Andreas Etges, Freie Universität Berlin, Germania

[12] L’indirizzo ufficiale era: IFPH c/o National Council on Public History (NCPH) 327 Cavanaugh Hall – IUPUI 425 University Blvd. Indianapolis, IN 46202.

[13] Michael Dove e Michelle A.Hamilton: “Public History in Canada: public service or public service?” in Paul Ashton e Alex Trapeznik (eds.): What Is Public History Globally? Working with the Past in the Present, London, Bloomsbury, 2019, pp.37-49, qui p.44.

[14] Public History, University of Amsterdam, https://www.uva.nl/en/discipline/history/specialisations/public-history.html

[15] Institute for War, Holocaust and Genocide Studies, https://www.niod.nl/

[16] Cfr. Il mio saggio “Il Ruolo della Public History nei Luoghi della Guerra Civile Italiana, 1943-1945“, in Ricerche storiche, XLIII/2, May-August 2013, pp.315-338.

[17] AIPH, http://www.aiph.it

[18] Guido Vannini, Michele Nucciotti, Chiara Bonacchi, “Archeologia pubblica e archeologia medievale” in Sauro Gelichi (a cura di): “Quarant’anni di Archeologia Medievale in Italia. La rivista, i temi, la teoria e i metodi”, Archeologia Medievale, numero speciale, 2014, pp.183-196, https://www.academia.edu/10414747/Archeologia_Pubblica_e_Archeologia_Medievale_2014_

[19] Massimo Montella: “Presentazione del Supplemento 5/2016, La valorizzazione dell’eredità culturale in Italia. Atti del convegno di studi (Macerata, 5-6 novembre 2015)”, in IL CAPITALE CULTURALE. Studies on the Value of Cultural Heritage, DOI: http://dx.doi.org/10.13138/2039-2362/1550

[20] Musei archivi e biblioteche ecclesiastici propongono una settimana di eventi in tutta Italia. Aperti al MAB, 6-9 giugno 2019, https://beweb.chiesacattolica.it/aperti-al-mab/?l=it_IT

[21] https://www.ihtp.cnrs.fr/

[22] https://www.u-pec.fr/fr/formation/master-histoire-parcours-histoire-publique

[23] Angelo Torre, “Public History ePatrimoine: due casi di storia applicata”, in «Quaderni Storici», 3/2015, pp.629-660.

[24] «The History Manifesto»: una discussione, introduzione di Serge Noiret, con contributi di Ramses Delafontaine (ed.), Quentin Verreycken, Eric Arnesen, in «Memoria e Ricerca», 1/2016, pp. 97-126, DOI: 10.14647/83225.

[25] Thorsten Lodge and Nico Holden: “Public History in Germany: opening new spaces”, in Paul Ashton and Axel Trapeznik: What Is Public History Globally? Working with the Past in the Present, London, Bloomsbury, 2019, pp.63-78, here p.74.

[26] Marcello Ravveduto, Il viaggio della storia: dalla terra ferma all’arcipelago, in Paolo Bertella Farnetti, Lorenzo Bertucelli and Alfonso Botti (eds.), Public History. Discussioni e pratiche, Milano: Mimesis, 2017, pp. 131-146, here, p. 136.

[27] Thomas Cauvin and Serge Noiret, Internationalizing Public History, in James B. Gardner and Paula Hamilton (eds.), The Oxford Handbook of Public History, Oxford, Oxford University Press, 2017, pp.25-43. Vedere anche Thomas Cauvin, Public history: a textbook of practice, New York, Routledge, 2016, pp. 17-18 e dello stesso autore The Rise of Public History: An International Perspective, in «Historia Crítica», n. 68, 2018, pp. 3-26, DOI: https://doi.org/10.7440/histcrit68. 2018.01; David Dean e Andreas Etges, What Is (International) Public History?, in International Public History, Vol.1, n.1, DOI: https://doi.org/10.1515/iph-2018-0007.

[28] Ad esempio vedere i luoghi di memoria riconosciuti nei cinque continenti dalla International Coalition of Sites of Conscience, https://www.sitesofconscience.org/en/home/

[29] https://blacklivesmatter.com/

[30] Una discussione molto viva sui percorsi narrativi della Casa della Storia europea a Bruxelles tocca proprio quest’aspetto delle due diverse memorie, https://historia-europa.ep.eu/

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    By: Serge Noiret

    Serge Noiret, Presidente AIPH Associazione Italiana di Public History, Istituto Universitario Europeo, Firenze, Italia.

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