Pietre nella Rete. Un monumento virtuale in ricordo dei caduti della Prima Guerra Mondiale

Il mito dei caduti

L’ingresso dell’Italia in guerra ha comportato lo stravolgimento della vita e delle abitudini dell’intero paese, e non solo dei territori più prossimi alle trincee ed ai combattimenti. Tutti i comuni dovettero far fronte ad una situazione senza precedenti e moltiplicarono gli sforzi per riorganizzare l’amministrazione, garantire l’assistenza sanitaria ed ospedaliera, e attenuare il disagio dei cittadini provati dalla scarsa alimentazione, dalla mancanza di beni di prima necessità, e dalla partenza di uno o più famigliari per il fronte. Furono numerose anche le iniziative e le attività volontarie che sorsero in aiuto alle famiglie dei combattenti ed alle situazioni di maggior emergenza, ma fondamentali furono anche le infrastrutture e le vie di comunicazione. Nel caso  specifico dell’Emilia Romagna la rete ferroviaria presente in regione rappresentava uno degli snodi principali, ma il suo apporto fu rilevante anche nella gestione delle risorse materiali e umane nei settori della produzione agricola e industriale, sotto il coordinamento del Comitato regionale di Mobilitazione industriale, dipendente dal Ministero per le armi e le munizioni.[1]

Per gli italiani la Prima Guerra Mondiale ha rappresentato anche l’incontro con la morte di massa, con conseguenze di vasta portata per milioni di uomini e per le loro famiglie. Secondo le cifre ufficiali, gli uomini arruolati tra il 1915 e il 1918 dal Regio Esercito furono poco meno di 6 milioni, equivalenti ad un sesto della popolazione italiana censita nel 1911; al termine del conflitto, furono all’incirca 600 mila i caduti, mentre il numero degli invalidi arrivava a poco meno di 500 mila, la metà circa dell’insieme dei feriti. Per quel che riguarda l’Emilia Romagna fu altissimo il numero di mobilitati, quasi 500 mila uomini, pari al 91% dei maschi “in età militare”, così come quello dei caduti, che furono oltre 50 mila (per la precisione 51.044, pari al 10,4%.), e dei decorati, ben 1.837, ricordati in lapidi e monumenti presenti, in modo capillare, su tutto il territorio regionale.[2]

Proprio l’impatto con la morte su larga scala modificò l’atteggiamento verso la scomparsa dei propri cari e costrinse la popolazione a cercare un modo per dare un significato a un tale sacrificio umano e giustificare un evento così tragico. In questo contesto il conflitto fu quasi sacralizzato dal discorso pubblico e i caduti divennero martiri da venerare per i quali si diffusero nuove forme di celebrazioni funebri, con lo scopo di sublimare gli ideali del conflitto e giustificarne le conseguenze. Furono queste le basi sulle quali si sviluppò un’intensa opera di monumentalizzazione in ricordo dei caduti, che si diffuse in varie forme nei paesi coinvolti.[3]

Così come varie furono le tipologie scultoree che furono collocate nei comuni, dalle lapidi ai bassorilievi ma anche colonne e steli, statue che richiamavano simbolicamente o realmente l’Italia, la Vittoria, la figura del fante, della madre affranta, divenuti topoi della narrazione della memoria negli anni Venti.

Negli anni successivi al conflitto furono numerose le iniziative in ricordo dei caduti, tanto quelle che provenivano dal basso e che portarono all’apposizione di lapidi nelle scuole, nelle associazioni sportive e negli uffici pubblici, quanto quelle volute ed organizzate direttamente dallo Stato e dalle amministrazioni locali. [4] In particolare il rito del Milite Ignoto segnò uno dei momenti più importanti e coinvolgenti nella celebrazione collettiva in ricordo dei caduti: il passaggio del treno che trasportava la salma del caduto prescelto da Aquileia a Roma fu seguito con commozione e partecipazione dagli italiani, i quali formarono delle vere e prioprie ali di folla ai lati della ferrovia, fino al lungo tributo offerto dalla popolazione romana in occasione della tumulazione del corpo all’Altare della Patria.[5]

Con l’avvento del regime fascista, gli uomini di Mussolini si appropriarono di questo patrimonio simbolico legato alla guerra, utilizzando e diffondendo la monumentalistica per celebrare la vittoria dell’Italia in chiave fortemente nazionalista e per stabilire una continuità tra i martiri del conflitto e quelli che contribuirono alla rivoluzione fascista. É in quest’ottica che si comprende la centralità politica e retorica che per il regime assunse la realizzazione dei grandi sacrari ed ossari negli anni Trenta: dal cimitero monumentale del Monte Grappa, inaugurato nel 1935, fino al Sacrario militare di San Candido, ultimato alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, passando per il sacrario militare di Redipuglia, la retorica fascista ha costruito il mito dei caduti, mettendoli al centro del discorso pubblico.[6]  Parallelamente i giornali e le riviste pubblicarono articoli celebrativi dei caduti, spesso per accompagnare i necrologi, e molti comuni diedero alle stampe gli albi d’oro con i loro morti, mentre enti, associazioni e gruppi di vario genere pubblicarono opuscoli commemorativi.[7]

La memoria del conflitto a cento anni di distanza

A fronte delle tante attività che hanno caratterizzato la memoria pubblica negli anni successivi al conflitto mondiale, la ricorrenza del centenario dal termine dei combattimenti non sembra aver rappresentato l’occasione per dare vita ad un processo di analisi in chiave nazionale, tanto della storia quanto della memoria pubblica della Grande guerra. Al contrario, il ruolo dello Stato e dei suoi organi si è rivelato piuttosto debole e si è assistito ad una mancanza di iniziative coordinate; ciò ha fatto sì che il controllo sia stato lasciato nelle mani delle amministrazioni regionali, che si sono occupate autonomamente dell’organizzazione di ricerche, studi e momenti di condivisione pubblica legati alla memoria del conflitto. Sono state in particolare le regioni del Nord-Est, il Veneto, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, ad aver fatto un grosso lavoro di commemorazione, anche perché si tratta delle zone che sono state attraversate dal fronte militare e nel cui tessuto sociale la memoria della Grande guerra è presente in misura maggiore rispetto al resto del territorio nazionale.

Quanto detto emerge ancora più chiaramente se si mette a confronto l’Italia con gli altri paesi europei coinvolti nel conflitto. Ad esempio nei contesti francese, inglese e tedesco sono stati appositamente creati portali web gestiti dai singoli governi, dimostrando così quella volontà di coordinamento centrale che sembra mancare nel caso italiano, e che nei paesi citati si è concretizzata nella realizzazione di programmi di lavoro definiti e ben strutturati. Al contrario, per quel che riguarda l’Italia, il sito dedicato alle celebrazioni del centenario (http://www.centenario1914-1918.it) ha svolto piuttosto la funzione di promozione delle iniziative che si sono susseguite sul territorio e che hanno ottenuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma si è trattato per lo più di occasioni locali e slegate le une rispetto alle altre.

Dal punto di vista digitale fino ad oggi in Italia è mancata una attenzione chiara alla valorizzazione del materiale storico relativo alla Grande Guerra e alla memoria dei soldati deceduti al fronte. Rispetto ad altri paesi l’Italia appare molto indietro nel processo di informatizzazione e digitalizzazione dei dati sui caduti della Prima Guerra Mondiale, e il confronto con il lavoro fatto da altre nazioni mette in evidenza le lacune italiane. Il lavoro che propongono altri paesi europei su questo tema risulta ben più strutturato e agevole per la consultazione di studiosi, appassionati e interessati. La Francia ha lavorato al progetto Mémoires des Hommes (http://www.memoiredeshommes.sga.defense.gouv.fr) con cui ha raccolto e messo a disposizione on line i dati dei “morti per la Francia” nelle guerre che si sono succedute nel corso del Novecento e che hanno registrato l’impegno e la morte di soldati francesi. Attraverso i campi di ricerca incentrati sul nome e cognome, sul luogo e la data di nascita oppure, ove possibile, su informazioni più specifiche come il grado, la matricola e le cause del decesso, si può accedere alle informazioni di base della vita militare dei caduti.

Più marcatamente legato alla Prima Guerra Mondiale è il memoriale virtuale che la città di Parigi ha dedicato ai propri caduti (http://memorial14-18.paris.fr/memorial), in cui è possibile cercare per nominativi, luogo di residenza e di decesso le informazioni sui parigini caduti, che generalmente riportano alla scansione del foglio matricolare di ognuno di essi.

Quello francese non è, però, l’unico esempio di questo tipo, anche l’Inghilterra e i paesi del Commonwealth hanno fatto un profondo lavoro di restituzione digitale dei materiali relativi ai propri caduti. L’Imperial War Museum ha prodotto il sito (https://www.gov.uk/government/topical-events/first-world-war-centenary) in occasione del centenario della Grande Guerra, con cui coordina le attività locali e nazionali legate a questo tema implementando quindi le informazioni a disposizione, oltre a rendere disponibili approfondimenti su temi specifici.

Il sito presenta anche molti collegamenti ipertestuali attraverso cui accedere a materiali e archivi di altri siti, come quello della Commonwealth War Graves Commission (https://www.cwgc.org/), che permette una ricerca a partire dai nomi o dal cimitero in cui sono sepolti i caduti, con la possibilità di raffinare ulteriormente la ricerca in base alla informazioni conosciute (luogo di morte, decorazioni, paese per il quale il caduto ha combattuto).

In Italia, invece, la ricerca su questi temi è affidata per lo più a studi locali spesso di pregevole fattura ma privi di coordinamento e cooperazione fra gli studiosi e fra i promotori di queste ricerche[8], per quel che riguarda l’Emilia-Romagna sono pochi gli studi complessivi sulla regione nella Prima Guerra Mondiale e nemmeno il Centenario ha rappresentato una svolta da questo punto di vista.

Fra i progetti digitali si può citare il sito www.cadutigrandeguerra.it, realizzato dall’Istituto Storico per la Resistenza di Reggio Emilia e l’Associazione Cime e Trincee, con il patrocinio del Ministero della Difesa, che mette a disposizione le scansioni complete dei 28 volumi che compongono l’Albo d’Oro. Un progetto lodevole e che ha richiesto uno sforzo importante per la sua realizzazione ma di fatto si tratta della trasposizione del materiale cartaceo in formato digitale. [9]

A livello regionale non si tratta dell’unica piattaforma dedicata alla Prima Guerra Mondiale, il lavoro di rete degli istituti storici regionali è converso nel portale https://grandeguerra.900-er.it/, in cui oltre alle forme più tradizionali, quali pubblicazioni e lezioni magistrali sulla Grande Guerra, vi è anche una specifica sezione dedicata a progetti più public, quali una mostra e un history telling.

Altro esempio è rappresentato dal lavoro svolto dal Museo del Risorgimento di Bologna, che ha raccolto e valorizzato l’archivio documentario dell’Ufficio per le notizie alle famiglie dei militari, attivo nel capoluogo   durante   la   guerra   (http://badigit.comune.bologna.it/csg/index.htm), oltre a segnalare i monumenti dedicati ai caduti sul territorio bolognese, raccolti dal museo stesso e dal Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto.[10] Ad ulteriore completamento lo stesso Museo del Risorgimento ed il Mibact hanno avviato negli anni passati una prima mappatura dei monumenti dedicati ai caduti della prima guerra mondiale, aperto all’implementazione e agli aggiornamenti derivanti da nuovi studi.

Il progetto Pietre nella Rete (http://www.pietrenellarete.it) nasce quindi dalla volontà dell’Associazione di Promozione Sociale PopHistory[11] di creare uno spazio digitale che possa definirsi un memoriale virtuale attraverso il quale rendere fruibile i nomi, i volti e le storie dei caduti di quattordici comuni dell’Emilia Romagna e che allo stesso tempo sia un prodotto di digital public history. Per questo si tratta di un database biografico che si pone una doppia finalità: da un lato c’è una forte valenza documentaria e storica, dall’altro c’è attenzione affinché la fruizione sia semplice ed esteticamente pregevole, oltre ad essere un progetto aperto a sviluppi sia didattici sia civili, e che permette di far dialogare diverse fonti e saperi.

I comuni finora coinvolti sono dislocati in cinque province emiliano-romagnole: Calendasco e Gropparello in provincia di Piacenza, Baiso, Castelnovo ne’ Monti, Correggio e Vetto nel territorio di Reggio Emilia, San Felice sul Panaro, San Possidonio, San Prospero e Mirandola in provincia di Modena, Monzuno in provincia di Bologna e l’unione dei comuni formata da Galeata, Premilcuore e S. Sofia per il territorio di Forlì-Cesena. Questi sono per lo più comuni medio-piccoli che pur se lontani dal fronte sono stati sconvolti dall’esperienza della guerra, in virtù di quella centralità che anche i territori delle retrovie hanno avuto e a cui si è accennato in precedenza.

Questi comuni hanno dato un contributo importante in termini di caduti e la monumentalizzazione ha interessato fortemente anche questi territori: lapidi, targhe e monumenti sono presenti spesso anche nelle frazioni oggi più piccole e scarsamente abitate, a dimostrazione della capillarità che la memorialistica legata ai caduti ha avuto.

A un secolo di distanza, tuttavia, queste opere hanno perduto la propria centralità, talvolta sono anche state spostate e ricollocate, oppure sono in un precario stato di conservazione, con nomi pressoché illeggibili. L’obiettivo del portale Pietre nella Rete è ridare centralità a questi manufatti, valorizzandone tanto l’aspetto memoriale quanto quello artistico, ricostruendo la loro storia e presentandoli agli utenti attraverso una trasposizione grafica appositamente creata.

Dare centralità del monumento significa anche ridare importanza ai nomi dei caduti che sono ricordati su quei monumenti, per fare questo è stato necessario incrociare i nominativi presenti nelle iscrizioni con quelli ufficiali presenti nell’Albo d’oro dei caduti relativo all’Emilia Romagna e con la documentazione presente negli archivi storici comunali, se ancora esistenti, oltre che nel materiale a stampa celebrativo prodotto negli anni successivi al conflitto. Si tratta di uno studio che ha un importante valore storiografico, dal momento che non è raro trovare discrepanze fra i nomi riportati, dovuti talvolta alla discordanza tra comune di residenza e comune di nascita, ma non va dimenticato il contesto fortemente nazionalista in cui queste opere furono prodotte, e nel quale originariamente non trovavano posto coloro che erano considerati “morti con disonore” in prigionia, suicidi o in seguito a malattie mentali.

Nel database ogni comune ha la propria pagina, introdotta da un’immagine originale che riprende il monumento locale e lo ripropone attraverso l’uso di figure e simboli legati al conflitto e ai segni che ha lasciato nelle comunità; per realizzarle è stata richiesta la collaborazione dell’artista e writer Youness Nazli, che ha creato quattordici diverse immagini originali da inserire nel portale.

All’interno della pagina riservata ad ogni comune è possibile effettuare una ricerca per campi, inserendo nome e cognome, a partire dai quali si possono visualizzare le principali informazioni biografiche dei caduti e, quando è stato possibile reperirle, anche le loro fotografie. Per ognuno dei nomi sono riportate la data e il luogo di nascita, il grado, il reggimento ed il distretto militare di riferimento, il luogo e la data di morte e la causa del decesso, oltre ad essere segnalato se abbia ricevuto decorazioni militari. Se conosciuto vi è anche il luogo della sepoltura, è indicato in quale o quali monumenti il nome è ricordato, e c’è anche il rimando all’albo d’oro cartaceo che contiene il nominativo.

A queste informazioni se ne aggiungono altre, che permettono di conoscere meglio il comune preso in esame e di contestualizzare il periodo della Prima Guerra Mondiale e l’impatto che questa ha avuto sulle comunità locali. Scorrendo le pagine è possibile trovare una cartina dell’Emilia-Romagna sulla quale è segnalata la posizione geografica del singolo comune, corredata da una breve descrizione del luogo e delle sue principali caratteristiche; a questo si affianca una breve descrizione delle principali vicende storiche che hanno caratterizzato il territorio del comune in epoche passate fino ad arrivare agli anni del conflitto mondiale, che sono descritti soprattutto negli effetti e nei cambiamenti che la guerra impose al territorio.

Più in basso vi è la sezione dedicata alla memoria, nella quale trova posto la descrizione del monumento principale, con tanto di ricostruzione delle vicende che portarono alla costruzione ed all’inaugurazione del manufatto. Quando possibile si è voluto dare risalto sia al valore storico sia al valore artistico di questi monumenti, spesso pagati dalla popolazione ed affidati ad artisti e specialisti dell’epoca, tanto era cruciale erigere segni di memoria.

A riprova delle centralità della memoria del conflitto, ed in particolare dei suoi caduti, vi è il fatto che ogni comune, anche quelli più piccoli, hanno sul proprio territorio o su quello delle frazioni limitrofe, più di un monumento, che abbiamo provveduto a geolocalizzare e a presentare su una mappa apposita. Cliccando su ogni segnalino colorato della mappa compare la foto e una breve descrizione per ognuno dei monumenti presenti.

Nella sezione riservata ai caduti, oltre al database anagrafico, si trovano le scansioni di alcuni documenti conservati presso gli archivi locali, corredati da una breve descrizione, e una storia personale legata a uno o più caduti. Quest’ultima è descritta ricorrendo ad un artificio letterario attraverso il quale abbiamo immaginato che sia il caduto stesso ad essere l’io-narrante di un’ipotetica lettera in cui ripercorre le proprie vicende, fino alla morte durante il conflitto.

L’ultima sezione, ma non certo per importanza, è dedicata alle canzoni: grazie alla collaborazione con il Centro Studi Musica e Grande Guerra di Reggio Emilia per ogni comune è stato individuato un canto fra quelli che i soldati erano soliti cantare al fronte, di cui viene proposto un file musicale ed il testo.

PopHistory ha tenuto in considerazione anche la possibilità, in qualche caso, di raccogliere materiale messo a disposizione dalla cittadinanza e farla così partecipare direttamente all’implementazione del database attraverso la condivisione di oggetti, memorie e testimonianze che altrimenti rischierebbero di andare perdute. La costruzione del database ha quindi tenuto conto della cittadinanza, delle sue memorie e del suo vissuto, cercando di coinvolgerla nella ricerca del materiale, nella costruzione del portale ed anche nella sua fruizione. Non di rado, infatti, le amministrazioni locali hanno collaborato per presentare pubblicamente il progetto ed i risultati ottenuti, dando vita ad eventi in cui la ricerca storica è stata arricchita da narrazioni, esecuzioni musicali dal vivo e letture che hanno permesso di intrecciare saperi e metodi attraverso pratiche di public history.

Il valore aggiunto della storia in digitale

Come scritto, oggi la maggior parte dei monumenti e dei manufatti legati alla Prima Guerra Mondiale ed alla commemorazione dei caduti si trova in condizioni critiche, in molti casi sono piuttosto rovinati e le iscrizioni sono ormai illeggibili. È proprio a partire da questa constatazione che è nata l’idea di un intervento commemorativo di tipo nuovo, che rilanciasse l’importanza dell’evento storico ma che allo stesso tempo riuscisse ad ovviare ai segni del tempo e a parlare il linguaggio della contemporaneità.

L’utilizzo di internet in tal senso si rivela particolarmente interessante sotto diversi punti di vista, a partire dalla possibilità di condividere le fonti e i dati sia a livello sovra locale, creando un collegamento diretto fra i comuni coinvolti, sia fra gli utenti interessati. La connessione internet diventa l’unica prerogativa per avere accesso alla base di dati e consultarla, rendendo così accessibili e visibili i monumenti da ogni posizione, svincolandoli in questo modo dal forte legame, anche simbolico, dei luoghi in cui sono ubicati.

A questo si aggiunge la possibilità di implementare ed arricchire il lavoro svolto con altri contributi tanto di studiosi locali, che abbiano approfondito questi aspetti, quanto di altri comuni che nel tempo potranno richiedere di partecipare al progetto, allargando così ancora di più il raggio di coinvolgimento all’interno della regione. Database virtuali come quello qui preso in esame hanno il vantaggio di poter accogliere documenti ed immagini potenzialmente senza alcun limite, contrariamente a quanto accade con gli archivi fisici. In più un prodotto come questo permette di integrare materiali molto diversi fra loro, facendo dialogare fonti a stampa, fotografiche e musicali, incrociando tanto i dati locali quanto i dati nazionali.

Non è da trascurare nemmeno il fatto che così facendo si dà vita a nuove forme della conoscenza e talvolta si incentiva la partecipazione di privati e di altri soggetti interessati, che contribuiscono attivamente all’emersione delle fonti, in special modo quelle dirette.

Sempre più spesso negli ultimi anni si è fatto ricorso a questo tipo di strumenti di raccolta e divulgazione dei dati, anche e soprattutto per eventi tragici e che hanno colpito da vicino la cittadinanza. Fra i casi più noti e studiati vi è l’archivio digitale dedicato alle vittime dell’attentato dell’11 settembre 2001 a New York (http://911digitalarchive.org/ ), il quale conserva immagini fotografiche, video, audio relativi alle ore ed ai giorni immediatamente successivi all’attentato, e sono presenti tanto documenti e registrazioni ufficiali, come quelle messe a disposizione dai vigili del fuoco, quanto materiale privato, messo liberamente a disposizione dalle famiglie delle vittime.

Altro caso interessante è quello dell’Uragano Katrina, che nel 2005 ha provocato ingenti danni e vittime, soprattutto nella città di New Orleans (Louisiana) e dalla cui esperienza è nato il progetto Hurricane Digital Memory Bank (http://hurricanearchive.org/ ). Questa “banca digitale della memoria” raccoglie, anche in questo caso, una pluralità di fonti dirette: foto, video e racconti a cui i cittadini coinvolti ed interessati hanno contribuito direttamente; entrambi i progetti sono sostenuti dal Roy Rosenzweig Center for History and New Media.[12]

La svolta digitale che ha avuto luogo negli ultimi decenni ha prodotto enormi cambiamenti nella produzione e nella fruizione del sapere, dando spazio a ricerche e prodotti in cui strumenti e metodologie di diverse discipline si mescolano. Attualmente sempre più spesso la gestione e la visione dei documenti e delle fonti, la struttura narrativa, la diffusione della ricerca e dei suoi risultati passano anche, se non completamente, dalla rete.[13] La cultura digitale oggigiorno è parte integrante della società e allo stesso modo la cultura storica non è, e non può essere, estranea ai meccanismi ed alle forme comunicative di internet. Tuttavia il mondo degli storici sembra essere ancora legato ad una visione limitata dall’informatica, considerandola solo uno strumento per la ricerca, quando si tratta, invece, di un modo specifico di presentare e raccontare la storia, con un linguaggio proprio e specifiche metodologie. Per questo la collaborazione tra figure professionali differenti è fondamentale e l’interdisciplinarietà rappresenta una prerogativa indispensabile per tutti i progetti digitali, a maggior ragione è un aspetto fondamentale quando si tratta di digital public history.

Il solo utilizzo di strumenti o ambienti digitali, tuttavia, rende i contenuti accessibili al vasto pubblico ma non necessariamente significa che coinvolgano il pubblico e creino un’interazione bilaterale, invece è fondamentale che i piani si mescolino, ci sia interazione e gli utenti abbiano la possibilità di essere coinvolti nella produzione di contenuti.

Oggi più che mai lo storico, e in particolare il public historian, deve saper coniugare i metodi di ricerca tradizionali con i tempi e le modalità di comunicazione introdotti dal web: per chi si occupa di storia si sono aperti ampi spazi d’azione ma deve anche essere consapevole che soprattutto attraverso il web la trasmissione della conoscenza storica non può più essere pensata come unidirezionale. L’interattività e la condivisione hanno portato gli utenti, anche se privi di una formazione storica, a partecipare attivamente alla raccolta di oggetti e testimonianze, e questo ha significato ripensare le modalità di analisi e verifica dei materiali storici.[14]

Non mancano gli aspetti critici e i problemi legati alla conservazione ed alla diffusione di informazioni storiche attraverso gli strumenti digitali, su tutti il continuo aggiornamento dei supporti e le conseguenti difficoltà di stare al passo con gli aggiornamenti dei dispositivi e dei loro meccanismi di funzionamento.[15] A cui si aggiunge che il public historian più di ogni altro deve essere un attore consapevole e capace di usare criticamente la rete e i suoi strumenti e, con la stessa abilità con cui si confronta e si muove sul web, deve utilizzarlo per proporre contenuti capaci di dialogare tra loro e non limitarsi a caricare contenuti, trasponendoli dalla forma cartacea a quella digitale senza aggiungere nulla.

Tuttavia appare indispensabile, oggi come mai prima, che chi si occupa di public history si interessi alla creazione di contenuti che tengano insieme una pluralità di competenze e di punti vista, è necessario saper dialogare attraverso il web, saper proporre contenuti che abbinino all’accuratezza scientifica la facilità di consultazione e la semplicità di esposizione, tanto più se pensati per un pubblico ampio e non specialista. Strumenti modulari, facilmente implementabili e che consentano più livelli di approfondimento, in base all’interesse ed alle conoscenze degli utenti, sono potenzialità che internet offre e che gli storici pubblici devono essere in grado di cogliere ed utilizzare.

Bibliografia

  • Antonelli Q., Cento anni di grande guerra. Cerimonie, monumenti, memorie e contro memorie, Donzelli Editore, Roma, 2018.
  • Balbi M., Scolè P. (a cura di), Una rete di ricordi. La memoria digitale dei caduti nella Grande Guerra, Società Storica Guerra Bianca, 2017.
  • Carrattieri M., De Maria C., Gorgolini L., Montella F. (a cura di), Grande Guerra. L’Emilia Romagna tra fronte e retrovia, BraDypUS, Bologna, 2014.
  • Cauvin T., Public History. A textbook of practice, Routledge, New York-Londra, 2016.
  • Cresti C., Architetture e statue per gli eroi: l’Italia dei monumenti ai caduti, Firenze 2006.
  • De Maria C. (a cura di), L’Italia nella Grande Guerra. Nuove ricerche e bilanci storiografici, BraDypUS, Roma, 2017.
  • Gorgolini L., Montella F. (a cura di), La Grande Guerra in retrovia: il caso dell’Emilia Romagna, in «E-Review», vol. 2, 2014, BradYpUS, Bologna, 2015.
  • Janz O., Kilkhammer L. (a cura di), La morte per la patria: la celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli, Roma, 2008.
  • Mosse G., Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Roma-Bari, 1990.
  • Noiret S., Informatica, storia e storiografia: la storia si fa digitale, in “Memoria e Ricerca”, n.28, maggio-agosto 2008, pp.189-201.
  • Noiret S., Storia digitale o storia con il digitale, in Academia.edu.
  • Rochat G., Isnenghi M., La Grande Guerra, Il Mulino, Bologna, 2014.
  • Salvatori E., “Storia digitale e pubblica: lo storico tra i “nuovi creatori” di storia” in Bertella Farnetti P., Bertucelli L., Botti A. (a cura di), Public History: discussioni e pratiche, Mimesis, Milano 2017.

Sitografia


[1] Su questo tema si vedano M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra, Il Mulino, Bologna, 2014, C. De Maria (a cura di), L’Italia nella Grande Guerra. Nuove ricerche e bilanci storiografici, BraDypUS, Roma, 2017 e, specificamente sul contesto dell’Emilia-Romagna, il numero monografico della rivista degli Istituti Storici dell’Emilia Romagna in rete E-Review, L. Gorgolini, F. Montella (a cura di), La Grande Guerra in retrovia: il caso dell’Emilia Romagna, vol. 2, 2014, BradYpUS, Bologna, 2015.

[2] M. Carrattieri M., C. De Maria, L. Gorgolini, F. Montella (a cura di), Grande Guerra. L’Emilia Romagna tra fronte e retrovia, BraDypUS, Bologna, 2014, p.18.

[3] G. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Roma-Bari, 1990. Sul contesto italiano si veda O. Janz, “Lutto, famiglia e nazione nel culto dei caduti della prima guerra mondiale in Italia”, in O. Janz, L. Kilkhammer (a cura di), La morte per la patria. Le celebrazioni dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli editore, Roma, 2008, pp. 63-79.

[4] Sulle memorie legate alle Grande Guerre e le loro diverse fasi si veda Q. Antonelli, Cento anni di grande guerra. Cerimonie, monumenti, memorie e contro memorie, Donzelli Editore, Roma, 2018.

[5] Cfr. B. Tobia, “Monumenti ai caduti. Dall’Italia liberale all’Italia fascista”, in O. Janz, L. Klinkhammer (a cura di), La morte per la patria, op. cit., pp. 59-62. Su questo argomento si veda anche C. Cresti, Architetture e statue per gli eroi: l’Italia dei monumenti ai caduti, Firenze 2006.

[6] Tuttavia i monumenti di pietra non furono le uniche forme di commemorazione dei caduti che si diffusero dopo la guerra, piuttosto frequenti furono anche le celebrazioni cartacee attraverso la distribuzione dei diplomi ufficiali per le decorazioni o i quadri d’onore dei singoli reparti. Cfr. Q. Antonelli, Cento anni di grande guerra. op. cit., pp. 239-257.

[7] Molto importante fu anche il ruolo della scuola, in cui i bambini vennero educati al culto dei caduti. Ivi, pp. 171-191.

[8] Fra gli esempi esistenti si segnalano i progetti legati alla regione Toscana (http://toscana.grandeguerraitalia.it/) e quello della regione Lombardia (http://www.albodorolombardia.it/) Cfr. M. Balbi, P. Scolè (a cura di), Una rete di ricordi. La memoria digitale dei caduti nella Grande Guerra, Società Storica Guerra Bianca, 2017.

[9] L’Istituto Storico per la Resistenza di Reggio Emilia ha anche creato il portale http://www.albimemoria-istoreco.re.it/, che racchiude gli elenchi dei caduti reggiani di tutte le guerre dal 1820 al 1945, compresi i perseguitati politici antifascisti ed i militari internati, con la riproduzione fotografica dei monumenti presenti sul territorio provinciale.  

[10] Ad ulteriore completamento lo stesso Museo del Risorgimento ed il Mibact hanno avviato negli anni passati una prima mappatura dei monumenti dedicati ai caduti della prima guerra mondiale, aperto all’implementazione e agli aggiornamenti derivanti da nuovi studi (http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/121/itinerari/17/18/0).

[11] L’associazione nasce a Modena nel 2017 da alcuni diplomati del master in Public HIstory dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Si veda http://www.pophistory.it

[12] È uno dei più importanti centri di ricerca in ambito storico degli Stati Uniti, specializzato nella storia digitale, https://rrchnm.org/.

[13] Tutti gli aspetti del mestiere dello storico sono stati modificati dall’avvento del digitale, dalla definizione dell’ipotesi di ricerca, all’accesso alle fonti fino alla comunicazione dei risultati conseguiti, ma il mondo digitale ha, anche, dato spazio ad una pluralità di nuove fonti digitali alle quali attingere. Su questo tema si veda S. Noiret, Storia digitale o storia con il digitale, in Academia.edu.

[14] Il mondo digitale ha permesso a chiunque di accedere a pubblicazioni online, corsi telematici, accedere ai canali comunicativi delle istituzioni culturali e modificare le pagine di Wikipedia. Questo vale ovviamente per tutti gli ambiti, ma la storia è particolarmente coinvolta poiché spesso i temi che tratta toccano da vicino su istanze identitarie o movimenti d’opinione. Cfr. E. Salvatori, “Storia digitale e pubblica: lo storico tra i “nuovi creatori” di storia” in Bertella Farnetti P., Bertucelli L., Botti A. (a cura di), Public History: discussioni e pratiche, Mimesis, Milano 2017.

[15] Fra le caratteristiche della rete vi è l’instabilità di molti dei prodotti e degli ambienti che vi trovano spazio, e di conseguenza anche le fonti che gli spazi digitali ospitano, o che generano, risultano sfuggenti. Cfr. S. Noiret, Informatica storica, storia storiografia. La storia si fa digitale, in “Memoria e Ricerca”, n.28, maggio- agosto 2008, pp.189-201.

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    By: Giulia Dodi

    Giulia Dodi, dopo aver conseguito la laurea in Scienze Storiche presso l’Università di Bologna, frequenta il master in Public History dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Da questa esperienza nasce l’associazione PopHistory, di cui è socia fondatrice e membro del consiglio direttivo. Attualmente è dottoranda presso il dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna e collabora con l’Istituto Storico di Modena e con l’Università di Modena e Reggio Emilia.

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