Sergio Flamigni, Un archivio per non dimenticare

Sergio Flamigni nasce a Forlì nel 1925 e inizia a occuparsi di politica con passione e dedizione appena sedicenne, partecipando all’attività clandestina di un gruppo di giovani antifascisti della città natale. Dopo aver aderito al Partito comunista clandestino nel gennaio 1942 ed essere stato eletto l’anno successivo nel “Comitato direttivo della federazione forlivese” quale responsabile del movimento giovanile comunista clandestino, nel 1944 diviene commissario politico della 29° brigata Gap “Gastone Sozzi”.

È già qui che Flamigni pone le basi per la costituzione del suo archivio – conservando non solo il materiale strettamente collegato con l’attività della brigata ma anche copia dei volantini clandestini e dei giornali – che vedrà la luce poi nel 2005 in quel di Oriolo Romano piccolo comune in provincia di Viterbo. Il Centro documentazione archivio Flamigni (www.archivioflamigni.org), riconosciuto dalla Soprintendenza Archivistica per il Lazio di notevole interesse storico poiché rappresenta nel suo insieme una fonte importantissima e particolarmente ricca per gli studi e le ricerche sulla storia italiana del dopoguerra e sull’attività d’inchiesta parlamentare”, nasce con lo scopo di raccogliere e descrivere una vasta documentazione acquisita e conservata da Sergio Flamigni a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso a testimonianza della sua attività politica, parlamentare e di ricerca storica, in particolare a seguito del suo impegno ventennale, nell’arco di cinque legislature, quale membro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, sulla P2 e sull’Antimafia.

Mai una parola fuori posto, mai accuse irragionevoli, solo documenti con i quali raccontare ai giovani e non solo quell’essere e avere dell’Italia dal Dopoguerra ai giorni nostri.

 «Ho lavorato nel Pci fino alla fine del 1989, prima che si passasse al Pds, capendo ormai come la mia presenza in quel di Forlì fosse diventata leggermente ingombrante. Ho scelto così di abbandonare la vita parlamentare, ma non potevo lasciare in un cantuccio o in un cassetto tutto ciò che avevo visto, sentito e conservato in anni e anni di militanza e impegno politico. Ho così preferito approfondire le mie ricerche e ho scelto i temi che mi avevano maggiormente impegnato nell’attività politica e parlamentare:la lotta alla mafia, il terrorismo e lo stragismo, le dinamiche interne ai servizi segreti, la strategia della tensione e tanto altro. Tirando fuori le mie agende degli anni ’84, ’85, ’86, ’87, con gli appunti che avevo preso quando andavo in visita nelle carceri, parlando con i terroristi, oppure gli appunti che prendevo leggendo i documenti, mi misi all’opera per realizzare quella che nel 1988 si chiamerà “La tela del ragno – Il delitto Moro”, il mio primo libro sull’argomento nel quale tento di ricostruire la strage di via Fani, i successivi 55 giorni del sequestro Moro e tutti i misteri che lo avvolgono. Ho cercato di basarmi sui documenti, ho provato a capire, a scavare a fondo senza fermarmi alle dichiarazioni il più delle volte approssimative dei protagonisti. Ho posto l’accento sugli affiliati alla Loggia segreta P2 insediati ai vertici dei Servizi e delle forze di sicurezza, sulle indagini approssimative e omissorie, sui depistaggi delle ricerche della “prigione” brigatista, sui reperti e documenti scomparsi e le ambiguità della magistratura romana. Perché non dire la verità dopo oltre trent’anni? Perché celare ai più le ragioni che hanno spinto all’uccisione di un volto politico pronto a sacrificare se stesso per un Paese migliore?»
 Ma il lavoro del senatore Flamigni non si ferma qui e dopo quello che verrà archiviato come un bestseller, il partigiano forlivese scrive numerosi libri, tra i quali “Trame Atlantiche – Storia della loggia segreta P2” nel 1996, “Il mio sangue ricadrà su di loro – Gli scritti di Moro prigioniero delle Br” dell’anno successivo, “Convergenze parallele” nel 1998, nel 1999 “Il covo di Stato”, nel 2001 “I fantasmi del passato”, nel 2004 “La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti”, nel 2006 “Le idi di marzo – Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli”; sino ad arrivare al recentissimo “Il sequestro di verità – I buchi neri del delitto Moro” redatto con altri autori.

Dopo la Liberazione, la sua attività politica prosegue in collaborazione con Enrico Berlinguer, allora responsabile dei giovani comunisti; nel 1945, in occasione di un Consiglio nazionale del Pci, riceve da Berlinguer l’incarico di evitare che a Bologna e nelle altre città dell’Emilia venisse sciolto il Fronte della gioventù, un’organizzazione unitaria della gioventù antifascista e antinazista che raggruppava giovani di tutti i partiti e indipendenti.

Nel 1949, ricostituita la Federazione giovanile comunista italiana, «divenni segretario provinciale. L’anno successivo il XII Congresso nazionale – (Livorno, 29-30 aprile 1950) – fui eletto membro del Comitato centrale della Fgci; nel 1952 il congresso dei lavoratori della CGIL di Forlì mi elesse segretario generale della Camera confederale del lavoro, incarico che svolsi fino al 1956 quando fui eletto segretario della Federazione forlivese del Pci. Nel 1959 venni eletto membro del Comitato centrale del partito e incaricato del coordinamento regionale del Pci in Emilia-Romagna, dove era concentrato quasi un quarto degli iscritti di tutta Italia. In questo periodo fui consigliere comunale a Forlì, dal 1956 al 1960, e poi consigliere provinciale dal 1960 al 1964. Nel 1962 venni chiamato dal partito a Roma, con l’incarico di membro dell’Ufficio di segreteria della Direzione nazionale, insieme a Berlinguer, responsabile dell’ufficio, Alessandro Natta, Ferdinando Di Giulio, Franco Calamandrei, Elio Quercioli. Nel maggio 1968 venni eletto deputato nella circoscrizione di Bologna; rieletto nel 1972 e nel 1976, rimasi alla Camera dei deputati per tre legislature. Nel 1979 fui eletto senatore, carica che ricoprii fino alla fine della nona legislatura, nel 1987. Nel gennaio 1980 poi fui chiamato a a fare parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e il terrorismo in Italia, che ha lavorato fino al 29 giugno 1983. Nella nona legislatura (1983-1987) entrai a far parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2».

«Quando si costituì la Commissione Moro – prosegue Flamigni – successe che io avevo questa mole enorme di materiale da studiare, e mi trovavo in difficoltà, perché i documenti da leggere erano tantissimi. Un gruppo di compagni e amici bolognesi, che facevano capo a una sezione del Pci di Bologna, appassionati allo studio delle trame nere, mi venne a trovare. Dopo la strage di piazza Fontana, avevano costituito una associazione culturale in memoria di Leonida Casali, un avvocato dei poveri, che era stato partigiano e dopo la Liberazione aveva continuato a praticare la solidarietà offrendo assistenza legale gratuita a coloro che non erano in grado di pagarsi l’avvocato. I compagni dell’Istituto Casali vennero a chiedermi la documentazione di tutta l’istruttoria giudiziaria del caso Moro per poterla studiare. Per me, che non avevo il tempo materiale per leggere tutti i documenti disponibili e distribuiti ai membri della commissione, fu l’occasione per organizzare un proficuo lavoro collegiale. I risultati dello studio sulla documentazione andavano anche agli avvocati di parte civile: Tarsitano e Zupo. I componenti del gruppo erano attenti nell’esame dei documenti: evidenziavano le parti più significative, segnalavano problemi da affrontare, indagini da approfondire. La mia collaborazione con loro era iniziata ancor prima del caso Moro: dopo la strage dell’Italicus mi avevano invitato a Bologna a incontri e dibattiti per discutere delle trame nere, poi mi hanno voluto nominare presidente dell’Istituto. Ho collaborato a lungo con l’Istituto Casali, specie fino alla morte del suo segretario, Beppe Morara, autore di varie ricerche, citate nei miei libri. La Commissione Moro terminò i suoi lavori nel giugno ’83, causa lo scioglimento anticipato delle Camere per cui non si può dire che il suo programma di lavoro sia stato completato. Dopo le elezioni e l’insediamento del nuovo Parlamento sono entrato a fare parte della commissione d’inchiesta parlamentare sulla Loggia massonica P2, che era già stata costituita nella legislatura precedente. Nel nuovo incarico ho continuato ad occuparmi del caso Moro esaminando, in particolare, il negligente comportamento dei capi dei servizi segreti e degli altri piduisti nei confronti del terrorismo.

 Nel corso della nona Legislatura 1983-1987 ho anche svolto l’incarico di capo gruppo nella Commissione antimafia diretta dall’on. Alinovi.

Terminata la Legislatura e conclusa la mia attività parlamentare, ho continuato ad occuparmi delle materie per le quali avevo acquisito un certo patrimonio di conoscenze svolgendo il mio lavoro volontario presso la Direzione nazionale del PCI, quale responsabile dell’Ufficio delle forze di polizia e per i problemi del terrorismo e criminalità organizzata. Era un Ufficio esistente nell’ambito della Sezione di lavoro per i problemi di riforma dello Stato, con cui avevo collaborato da parlamentare fin dai tempi dell’impegno per la riforma della polizia. La sezione di lavoro per i problemi della riforma della Stato aveva avuto come responsabile il senatore Ugo Pecchioli e dopo la sua elezione a capo gruppo dei senatori comunisti, venne sostituito dall’on. Aldo Totorella. Nell’ambito di questa sezione di lavoro c’era l’Ufficio per i problemi della giustizia, diretta da Luciano Violante, l’Ufficio per i problemi delle forze armate, diretta da Arrigo Boldrini, medaglia d’oro della Resistenza, e dall’on. Aldo D’Alessio.

Nel 1987 – 88 la battaglia contro il terrorismo era ormai vinta. Il lavoro di riforma dello Stato era all’ordine del giorno e la nostra Sezione di lavoro, la Direzione, i Gruppi parlamentari del Pci avevano elaborato un progetto che bisognava discuterlo con le altre forze politiche. Si aprì un confronto di vertice con la Dc. Ricordo che l’on. Tortorella ebbe una serie di incontri con il sen. Ruffilli, consigliere per i problemi costituzionali del presidente del Consiglio dei ministri Ciriaco De Mita, e riuscirono a concordare un progetto comune. Un accordo ancora riservato, che venne messo a conoscenza di pochissime persone, ma tutto si bloccò perché dopo pochi giorni le Brigate Rosse uccisero il senatore Roberto Ruffilli. Avevo lavorato con Ruffilli nella Commissione parlamentare sulla P2, era un seguace della politica di Aldo Moro e sono convinto che con la sua uccisione le Br hanno reso un servizio in favore della politica della P2.

Nel 1988 ero molto impegnato a scrivere “La tela del ragno”. E questo è stato un motivo di riflessione che mi ha spinto ancora di più a continuare».

 Ma a 83 anni, dopo una lunghissima carriera politica, qual è il valore della memoria e il messaggio che vuole lanciare ai giovani?

«Ho organizzato questo archivio, ricco di documenti sugli avvenimenti della storia recente del nostro Paese, per rendere un servizio alle nuove generazioni che penso sia bene conoscano il valore storico dell’antifascismo, della Resistenza e dei principi fondamentali della nostra costituzione repubblicana. È bene che i giovani possano costruire il futuro dell’Italia valendosi della memoria e della conoscenza del passato onde evitare le tragedie causate dal fascismo, dalla guerra e dal terrorismo.

La memoria storica può costituire un patrimonio di sapienza e di forza per i giovani che intendono operare e lottare per un futuro in cui sia possibile conquistare pace e lavoro nello sviluppo della democrazia».

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