La violenza e la storia della Repubblica.

Storia politica, culturale e sociale della Repubblica italiana. Sguardi incrociati italo-francesi, Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, Cantieri di storia, IV, Marsala, 20 settembre 2007.

Violenza e storia d’Italia. Conflitti e contaminazioni ideologiche nel secondo ‘900, Università degli Studi di Macerata, Facoltà di Scienze Politiche, 22-24 maggio 2008.

L’Italie des annes de plomb: le terrorisme entre histoire et mémoire, Sciences Po, Centre d’histoire, CERI/CNRS, Centre d’études et de recherches internationales, Paris, 10-11 octobre 2008.

Nel 2004, nell’introduzione al suo libro Partito e antipartito, Salvatore Lupo, parafrasando una frase attribuita a Rosario Romeo, scriveva: «bisogna capire non perché l’Italia sia così diversa dall’Inghilterra e Francia, ma perché essa sia sfuggita al fato della Grecia o della Spagna, cui per molti aspetti l’assimilavano la storia e la geografia: infatti l’Italia, insieme alla Francia, è l’unico paese tra quelli che si affacciano sulle rive del Mediterraneo ad aver conservato ordinamenti democratici per tutta la seconda metà del Novecento»[1]… Lupo segnalava un’inversione di tendenza nella recente produzione storiografica italiana con diversi storici impegnati in «una riflessione in positivo sull’idea di nazione»[2]. Questa significativa considerazione seguiva di un anno la pubblicazione del Paese Mancato di Guido Crainz che si era espresso in termini opposti.

È impossibile sintetizzare in questa sede il dibattito che, in questi ultimi anni, ha attraversato la storiografia sull’Italia repubblicana (e non solo) attorno al problema dell’esistenza o meno di un’anomalia italiana [3]. La crisi del sistema politico degli inizi degli anni Novanta e gli effetti travolgenti che questa ha avuto sulla democrazia repubblicana hanno riproposto, in realtà, una problematica di lunga durata che ha attraversato la storia culturale del Paese [4]: «nelle fratture che hanno accompagnato tutte le tappe della vicenda della società e dello Stato dall’unificazione in avanti», ha acutamente osservato Massimo L. Salvadori, la storiografia è stata utilizzata e si è proposta «come mezzo di legittimazione o delegittimazione dell’ordine sociale e politico» di volta in volta affermatosi [5].
Sicchè anche in occasione delle elezioni politiche del 2006 e del 2008, con le sostanziali novità che si sono prodotte nel panorama politico italiano, si è riproposto l’annoso problema della «normalizzazione» e dell’eterna «transizione» dell’Italia verso una democrazia compiuta [6]. Così in un convegno di studi storici dedicato al tema Il nemico addio? Le memorie divise nella storia della Repubblica, promosso da Angelo Ventrone e dalla casa editrice Donzelli e svoltosi presso l’università degli studi di Macerata nel maggio del 2006, ci si è interrogati sulla possibilità che nel Paese si stesse realizzando un profondo cambiamento con l’esaurirsi «della concezione della lotta politica come scontro radicale, volto non solo a delegittimare l’avversario come possibile forza di governo, ma anche a dipingerlo come un elemento esterno ed estraneo alla comunità nazionale» [7].
Il paradigma storiografico incentrato sulla dicotomia tra paese reale e paese legale, in tutte le sue articolazioni, sembra, dunque, essere entrato in crisi. Significativamente a mettere in discussione questo modello è stato, di recente, il libro curato dallo storico britannico Stuart Woolf, L’Italia repubblicana vista da fuori, con una serie di interventi di studiosi stranieri volti a criticare lo stereotipo diffuso nella cultura italiana di un’arretratezza storica del Paese rispetto al resto delle democrazie occidentali [8].
Marc Lazar, nell’introduzione alla sessione Storia politica, culturale e sociale della Repubblica italiana. Sguardi incrociati italo-francesi della quarta edizione dei “Cantieri della Storia”, organizzati dalla Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Marsala, 20 settembre 2007), è partito da simili premesse. Lo storico francese ha invitato a rileggere la storia del sessantennio repubblicano in chiave positiva: l’Italia passava dalla dittatura fascista alla democrazia – ripetutamente contestata e messa in crisi – e affrontava il delicato passaggio da una società agricola ad una industriale e nuovamente, nel giro di pochi anni, ad una società post-industriale: queste mutazioni sono state segnate da fratture e traumi, come del resto è accaduto negli altri paesi europei che hanno affrontato prove analoghe; alla fine il risultato è stata la costituzione di una democrazia compiuta, una delle più longeve dell’Europa mediterranea. Perché, allora, il mancato riconoscimento da parte della storiografia italiana di questo traguardo? A questa domanda hanno cercato di rispondere Michela Nacci, Salvatore Lupo, Roberto Chiarini e Michele Salvati ripercorrendo le varie tappe del dibattito storiografico dal Risorgimento fino all’ultima stagione di studi. È difficile sintetizzare l’articolazione delle diverse posizioni, ma nonostante le differenze e i distinguo, gli interventi hanno sostanzialmente preso di mira il paradigma “dell’anomalia italiana”. Semmai, come ha precisato nella sua relazione Roberto Chiarini, di specificità italiana si può parlare in riferimento alla rielaborazione del passato – in chiave conflittuale – nei processi di rifondazione delle identità collettive seguiti alle fratture che si sono succedute nella vicenda unitaria: il passato, dunque, come risorsa politica e come fonte di continua legittimazione e di delegittimazione tra le forze politiche, in assenza di quell’«accordo sui fondamenti» che caratterizza, invece, le altre democrazie occidentali.
Qualche mese prima del convegno di Marsala, sulle colonne del «Corriere della Sera» era scoppiata un’aspra polemica tra gli storici dopo che Ernesto Galli della Loggia pubblicò un editoriale – Brigatismo senza fine, prendendo spunto da alcune intemperanze che si erano verificate nelle manifestazioni che avevano celebrato la ricorrenza del 25 aprile, in cui veniva denunciata «la presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione della cultura della legalità»
[9]; la violenza è secondo Galli della Loggia un «germe» che «l’Italia democratica…porta in certo senso dentro di sé, nella sua storia culturale e dunque nella sua antropologia accreditata» [10]. Durissima la replica di Sergio Luzzatto, apparsa pochi giorni dopo: «non si capisce l’utilità di un ragionamento sul nostro passato che precipiti in un unico calderone, relativamente al mito della rivoluzione e alla seduzione della violenza…oltre un secolo di storia italiana, una varietà di culture politiche diverse e per molti aspetti contrapposte» [11]. L’idea di un’anomalia italiana, rispetto al tema della violenza, veniva criticata anche da Giuseppe Galasso: «la violenza? Ma essa è stata all’origine di tutte le democrazie moderne, da quella inglese (con le sanguinosissime e lunghe guerre civili del Seicento, l’esecuzione di Carlo I, la lunga oppressione dei cattolici, il frequente rischio della guerra civile nei primi tempi della rivoluzione industriale e come fu in particolare tra il 1830 e il 1845) a quella francese (quattro rivoluzioni in meno di un secolo, la prima sanguinosissima, e così quella del 1870-71 con la guerra civile della “Comune”…). Giudicheremo con questo metro il Risorgimento, che fu molto meno sanguinoso e violento?» [12].
Il tema della violenza, dunque, sembra delinearsi come il banco di prova su cui la storiografia è chiamata a confrontarsi, rappresentando, forse, l’ultimo capitolo della polemica tra i sostenitori e gli oppositori del paradigma del “caso italiano”. Complici, anche, le ricorrenze sul quarantennale del ’68 e del trentennale del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro e le imminenti celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia: in particolar modo in vicinanza di particolari date significative per la memoria della stagione dei movimenti – come, ad esempio, quello del ’77 – si sono susseguite numerose iniziative [13]; lo stesso scenario sembra profilarsi per il 2008 [14].
Un sostanziale contributo a questo dibattito è provenuto, ancora una volta, dall’iniziativa congiunta di studiosi italiani e stranieri. La Fondazione Bruno Kessler di Trento, infatti, in collaborazione con la Georg-August Universität di Gottinga, la Christian-Albrechts-Universität di Kiel e l’Università di Torino, ha promosso due cicli di conferenze (la prima sessione il 21-22 febbraio 2008, la seconda l’8-9 maggio), sul tema Protesta sociale e violenza politica in Italia e nella Germania federale negli anni ’60 e ’70 del Novecento. Anche in questo caso la prospettiva comparativa ha permesso di ridimensionare l’unicità del caso italiano, in un convegno che è stato, al contempo, molto attento alle singole specificità dei due Paesi.
Se la violenza sia stata il tratto distintivo della stagione degli anni Settanta, inoltre, è stato il tema che ha dominato, nell’ultimo anno, l’editoria, con decine e decine di pubblicazioni, che hanno visto prevalere, però, la memorialistica e le inchieste giornalistiche: fanno eccezione, per la qualità e la complessità delle argomentazioni utilizzate nell’affrontare questo tema, il saggio di Anna Bravo A colpi di cuore, quello di Luigi Manconi Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale (19702008), l’introduzione scritta da Miguel Gotor all’edizione critica delle Lettere dalla prigionia di Aldo Moro e il phamplet Anni Settanta scritto da Giovanni Moro [15].
Nel complesso, però, si ha l’impressione che la trattazione scientifica – e in particolar modo quella storiografica – non solo sia stata numericamente inferiore ad altri tipi d’indagine, ma che poco sia riuscita ad incidere sul dibattito pubblico attorno agli anni Settanta, un dibattito che in questa tornata di ricorrenze ed anniversari è divenuto particolarmente aspro visto che, ad esempio, attorno al tema del movimento del ’68 si è articolata, a cavallo tra le elezioni del 2006 e del 2008, la discussione sulla capacità o meno delle elites politiche ed intellettuali che sono passate attraverso quella stagione a governare il Paese [16].
Il rischio che il dibattito pubblico prenda il sopravvento su quello scientifico – anche in presenza di opere complesse e ben documentate – e che venga riproposta l’immagine dell’Italia come il Paese eternamente sospeso tra normalità ed arretratezza sembra riproporsi anche quest’anno. Ad accendere le polemiche contribuirà, probabilmente, la pubblicazione, presso la casa editrice Rizzoli, di uno studio di Marc Lazar sulle fratture della storia unitaria italiana analizzate alla luce della chiave interpretativa della “guerra civile” [17]: lo storico francese, infatti, ha riletto la storia dell’Italia unita come un’ininterrotta serie di guerre civili – realmente combattute, invocate, cercate o simulate – che si sono riproposte ogni qual volta il Paese sia stato sul procinto di affrontare un grande cambiamento. Una prospettiva simile era già stata utilizzata dalla storiografia francese che aveva parlato di «guerres francofrançaises» in riferimento alle violente fratture attraverso cui la Francia è dovuta passare in età moderna e contemporanea [18]. Un’anticipazione del saggio di Lazar, inoltre, verrà pubblicata nel prossimo numero della rivista «Vingtème Siècle» dedicato alla storia dell’Italia repubblicana.
Il tema della violenza nella storia dell’Italia repubblicana è stato trattato nel convegno di studi organizzato da Angelo Ventrone e dall’Università degli Studi di Macerata ed intitolato Violenza e storia d’Italia. Conflitti e contaminazioni ideologiche nel secondo ‘900 (Macerata, 22-24 maggio 2008) [19]. Il convegno si segnalava non solo per l’originale confronto che ne è scaturito tra storici, giornalisti e uomini politici, ma anche per le diverse chiavi di lettura che sono state proposte. Le giornate di Macerata, infatti, rispetto ad analoghe iniziative che si sono registrate per tutto l’anno, hanno avuto il merito di trattare con sistematicità il tema della violenza negli anni Settanta, legittimandola come materia di studio e inserendola in una equilibrata ricostruzione complessiva del sessantennio repubblicano. Tra i molti interventi si è distinto quello di Salvatore Lupo che ha ripercorso le diverse fasi della violenza nella vicenda unitaria, descrivendo le diverse interconnessioni che hanno posto le condizioni affinché la violenza divenisse un costante strumento di contrattazione nella lotta per il potere: la rivendicata superiorità morale di chi, ad esempio, da destra a sinistra (ma anche la “bella mafia”), ha utilizzato la violenza come strumento della propria strategia; la contrapposizione estremismo/moderatismo che attraversa l’intera vicenda unitaria; l’assenza di legittimazione per il pluralismo politico; la formazione delle elites che vengono socializzate alla violenza in età giovanile per poi approdare in età adulta al moderatismo; la diffusa opposizione, già a partire dall’età liberale, al reato associativo. Tutti elementi, secondo Lupo, che contribuiscono a delineare un quadro complesso all’interno del quale la violenza, negli anni Settanta, si è configurata come uno degli strumenti della lotta politica all’interno, però, di una cornice di sostanziale legalità democratica che impedisce di parlare di guerra civile, né ad alta né a bassa intensità, per quegli anni.
L’intervento di Angelo Ventrone ha aperto un’inedita prospettiva di ricerca, all’interno della quale è stata confutata l’immagine della violenza come una delle tante espressioni dell’anomalia italiana. L’utilizzo della violenza politica, infatti, va legato alla centralità dell’idea di rivoluzione che caratterizza gli anni Sessanta e Settanta del Novecento e alla crisi che questa idea attraversa in tutte le democrazie occidentali: le diverse culture politiche – dall’estrema destra all’estrema sinistra, infatti, denunciarono la capacità del sistema consumistico di annichilire le differenze, di perpetrare, in sintesi, un vero e proprio genocidio culturale, rilanciando, all’unisono l’idea di rivoluzione. La violenza, dunque, non come espressione dell’arretratezza italiana o di una sua tara antropologica, ma come problema culturale di lunga durata della storia occidentale.
Nella stessa linea interpretativa, infine, ma più concentrato sulla dimensione politica del terrorismo e sul dibattito pubblico attorno a questo tema, il convegno L’Italie des annes de plomb: le terrorisme entre histoire et mémoire, promosso da Science Po, dal Centre d’histoire e dal CERI/CNRS-Centre d’études et de recherches internationales (Parigi, 10-11 ottobre 2008)[20]. Nella loro relazione introduttiva Marie-Anne Matard-Bonucci e Marc Lazar, pur sottolineando una specificità italiana riguardo alla lunga presenza del terrorismo sulla scena politica, hanno di fatto preso le distanze da una visione riduttiva e semplificatoria degli “anni di piombo”; in particolar modo è stata duramente contestata l’immagine dell’Italia degli anni Settanta, molto diffusa in Francia, come di un regime autoritario e repressivo delle più elementari libertà di espressione. Gli interventi critici del sistema politico italiano e della sua presunta illeberalità, infatti, come quelli, ad esempio, di Antoine Vauchez sul lotta della magistratura al terrorismo e di Lynda Dematteo sul problema della mancata amnistia, sono stati intelligentemente bilanciati da relazioni che andavano in senso contrario, come quella di Frank Lafaille che ha trattato il tema del rispetto dello stato di diritto in Italia durante gli anni di piombo in comparazione con la tradizione giuridica francese. Preziose, in questa prospettiva, le testimonianze dei magistrati Giancarlo Caselli e di Armando Spataro che hanno più volte ribadito il quadro di sostanziale legalità nel quale fu condotta la lotta della magistratura contro il terrorismo. Il convegno si è poi distinto per aver trattato un tema delicato come quello della “dottrina Mitterand”, analizzata non solo da studiosi italiani e francesi, con la relazione, ad esempio, di Marco Gervasoni, ma anche inquadrata nella sua dimensione europea, con riferimento ai fenomeni terroristici della Spagna e della Germania Ovest negli anni Settanta e Ottanta. Il convegno si è poi concluso con una tavola rotonda alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Donatella Della Porta e Simona Colarizi.
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[1] S. Lupo, Partito e antipartito. Una storia della prima Repubblica (19461978), Donzelli, Roma 2004, p. 21.
[2] Ivi., p. 21. [3] Per una breve rassegna rimando a Discussioni. Un paese mancato. Interventi di M. G. Rossi, P. Scoppola, G. Santomassimo, G. Crainz, in «Passato e Presente», n. 63, 2004.
[4] Si pensi, ad esempio, al dibattito suscitato, nei primi anni Novanta, dai lavori di E. Galli della Loggia, La morte della patria, Laterza, Roma-Bari 1996; R. De Felice, Il rosso e il nero, Baldini&Castoldi, Milano 1995 e, di segno opposto, dall’interpretazione di P. Scoppola, La Repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico, 1945-1996, Il Mulino, Bologna 1991.
[5]M. L. Salvadori, Italia divisa. La coscienza tormentata di una nazione, Donzelli, Roma 2007, pp. 38-39.
[6]Con questi termini si era espresso lo storico francese Marc Lazar in un articolo di fondo che aveva preceduto l’inizio della campagna elettorale delle elezioni politiche del 2008; cfr. M. Lazar, L’Italia in cerca di normalità, «La Repubblica», 12 febbraio 2008.
[7]A. Ventrone, La cittadinanza repubblicana. Come cattolici e comunisti hanno costruito la democrazia italiana, Il Mulino, Bologna 2008, p. 14. Al convegno parteciparono: Massimo L. Salvadori, Maurizio Ridolfi, Emanuele Macaluso, Pietro Scoppola, Giovanni Gozzini, Andrea Sangiovanni, Marco Tarchi, Edoardo Novelli, Alessandro Campi, Giovanni Orsina e Giovanni Orsina. Gli atti del convegno sono pubblicati in A. Ventrone (a cura di), L’ossessione del nemico. Memorie divise nella storia della Repubblica, Donzelli, Roma 2006.
[8]S. Woolf (a cura di), L’Italia repubblicana vista da fuori (19452000), Il Mulino Bologna 2007.
[9]E. Galli della Loggia, Brigatismo senza fine, «Il Corriere della Sera», 27 aprile 2007.

[10]Ibidem.

[11]S. Luzzatto, Tutti sembrano uguali nella notte della violenza, «Il Corriere della Sera», 3 maggio 2007.

[12]G. Galasso, Non c’è solo violenza nel nostro album di famiglia, «Il Corriere della Sera», 29 aprile 2007. Il dibattito ha visto la pubblicazione degli interventi di G. Belardelli, All’inizio ci fu la «rivoluzione tradita», «Il Corriere della Sera», 1 maggio 2007, G. Donno, È il fiancheggiamento morale che alimenta la violenza politica, «Il Corriere della Sera», 16 maggio 2007, A. Lepre, Quella distanza tra cultura «eroica» e società reale, «Il Corriere della Sera», 21 maggio 2007 e la replica finale di E. Galli della Loggia, Storia e violenza, cattivo modello italiano, «Il Corriere della Sera», 31 maggio 2007.

[13] In occasione del trentennale del movimento del ’77, ad esempio, l’Archivio storico “Marco Pezzi”, l’ “Officina dei Media Indipendenti VAG61” e il Centro di documentazione dei “Movimenti F. Lorusso – C. Giuliani” hanno organizzato per tutto il mese di marzo del 2007 convegni, seminari e presentazioni di libri sul tema. Dal 27 al 29 settembre 2007 si è svolto il convegno, organizzato dall’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna, dalla Regione Emilia-Romagna e dall’Istituto storico “Ferruccio Parri”, Ripensare gli anni ’70.
[14]Il 10 e il 31 ottobre, ad esempio, l’università di Bologna e di Paris X-Nanterre hanno dato vita ad una serie di seminari sulla stagione del ’68 a cui hanno partecipato studiosi francesi ed italiani sul tema ’68, et après?. In occasione dell’anniversario della Primavera di Praga l’Università degli Studi “Roma Tre”, l’Università della Calabria, l’Istituto culturale ceco e quello slovacco hanno promosso, il 7 e l’8 maggio 2008, il convegno Era sbocciata la libertà?.
[15]Cfr. A. Bravo, A colpi di cuore. Storie del sessantotto, Laterza, Roma-Bari 2008, L. Manconi, Terroristi italiani. Le Brigate Rosse e la guerra totale (19702008), Rizzoli, Milano 2008, M. Gotor (a cura di), Lettere dalla prigionia, Einaudi, Torino 2008.
[16] Tra i tanti interventi segnalo P. Battista, Degli anni Settanta si ricorda solo la violenza. Perché non ci fu altro, «Il Corriere della Sera», 19 novembre 2006; T. Todorov, Vi spiego perché i neo-con sono i veri eredi del ’68, «La Repubblica», 29 febbraio 2008; A. Glucksmann, Il nichilismo di oggi, figlio del Sessantotto, «La Repubblica», 4 aprile 2008; G. Crainz, Il Sessantotto, Amore e Dolore, «La Repubblica», 10 aprile 2008; S. Fiori, Le uova della violenza. Un’idea del terrorismo, «La Repubblica», 30 aprile 2008.
[17] Su questo tema Lazar ha tenuto nel novembre del 2007 e nel maggio del 2008 due seminari presso l’Università degli Studi “Roma Tre” e presso l’Università degli studi della Tuscia (Vt).
[18]Cfr., ad esempio, la tavola rotonda sulle guerres «francofrançaises» organizzata dalla rivista «Vingtème Siècle», n. 5, 1985.
[19]Al convegno hanno partecipato Salvatore Lupo, Marco Tarchi, Alberto Melloni, Roberto Chiarini, Ermanno Taviani, Guido Panvini, Vittorio Vidotto, Federica Rossi, Edoardo Novelli, Michela Nacci, Emanuele Macaluso, Giovanni Moro e i giornalisti Giovanni Bianconi, Ida Dominianni e Giordano Bruno Guerri. Gli atti saranno pubblicato nel 2008 presso la casa editrice EUM.
[20]Alle giornate di studio hanno partecipato: Jean-François Sirinelli, Marie-Anne Matard-Bonucci, Marc Lazar, Agostino Giovagnoli, Guido Panvini, Hervé Rayner, Jean-Dominique Durand, Antoine Vauchez, Lynda De Matteo, Spohie Wahnich, Frank Lafaille, Marco Gervasoni, Barbara Armani, Jean Musitelli, Gino Nocera, Julien Hage, Frédéric Attal, François Dosse, Giancarlo Caselli, Simona Colarizi, Armando Spataro, Gilles Ménage e Donatella Della Porta.

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