“Il passato è avvenuto veramente …”. la nascita e l’evoluzione delle iniziative di didattica negli Archivi di Stato, negli Archivi comunali e negli Archivi ecclesiastici

“L’emergere del tema della didattica negli archivi italiani – inteso con riferimento alle attività educative e ai rapporti con il mondo della scuola e della formazione non specialistica – risale alla fine degli anni ’70: in ritardo, e con caratteristiche diverse rispetto ad analoghe realtà europee.

Non contemplata dal quadro normativo né fornita di specifiche strutture, la sollecitazione verso le attività didattiche è certamente collegabile con alcuni cambiamenti istituzionali e culturali che connotarono gli orizzonti di lavoro degli archivisti italiani, in particolare:

  1. L’istituzione del Ministero per i beni culturali (1974-1975).
  2. Il vivacissimo dibattito che si aprì, sul passaggio fra gli anni ’70 e ’80, attorno alla fisionomia e all’identità professionale dell’archivista, forte in Italia di una prestigiosa tradizione scientifica ma contemporaneamente attento e aperto al nuovo clima culturale.
  3. Il reclutamento di una nuova generazione di archivisti, protagonisti naturali, quanto a vissuto personale e a formazione culturale, di attenzione verso i temi della didattica (l. 285/1979)” [2].

Dietro a queste prime forme di sperimentazione si colgono anche gli echi di un dibattito altrettanto vivace che nel mondo della scuola, a partire dagli anni ’70, aveva messo a fuoco la necessità del superamento dell’egemonia del manuale scolastico e la sua integrazione con esperienze dirette – dall’inevitabile valore formativo – di ricerca sulle fonti.

A questa iniziale fase di gemmazione di attività didattiche, ne seguì, a metà degli anni ’80, una di riflessione in cui si posero interrogativi e si evidenziarono indicazioni e modelli di lavoro: quale didattica si proponeva negli archivi? Quali le sue esigenze rispetto alla generica attività di divulgazione? Quali i soggetti cui affidare o con cui elaborare le attività didattiche e quale la loro necessaria formazione? A quali strutture ancorare lo svolgimento delle attività didattiche negli archivi e la raccolta della documentazione prodotta? La riflessione si tradusse anche in un censimento a carattere nazionale, raccolto in un numero monografico della “Rassegna degli Archivi di Stato” del 1985, delle attività realizzate negli istituti dell’amministrazione statale e di quelle seguite dalle soprintendenze, che diede la misura della vitalità di un fenomeno sorto in grande prevalenza come risposta spontanea “ad un bisogno comunque espresso”[3].

A metà degli anni Novanta furono elaborate alcune coordinate concettuali che ancor oggi possono guidare nell’analisi delle attività didattiche con le fonti d’archivio, pure in un contesto digitalizzato. Si distinse allora fra: didattica degli archivi, avente come obiettivo la promozione della conoscenza dell’archivio-istituto o complesso documentario e didattica negli archivi, che in essi si proponeva di penetrare attraverso veri e propri itinerari di ricerca: riproducendo come in un laboratorio le tecniche del lavoro storico a partire dalle fonti[4]. “L’irrompere delle problematiche della storia locale nella didattica, l’approfondimento del suo particolare rapporto con i documenti d’archivio, l’emergere di tipologie sempre più ampie di fonti quali gli archivi vicini dei comuni, delle parrocchie, delle strutture assistenziali e dell’associazionismo, delle imprese e dei singoli privati e quelli vicinissimi delle scuole stesse, ha contribuito indubbiamente a far uscire il sapere scolastico dalle secche della storia generale cronologico-manualistica, ancorando attraverso le fonti la didattica al territorio e alle vicende della comunità, ai loro protagonisti, ai loro progetti, conflitti e ricorrenze”[5].

Oggi, in particolare, siamo di fronte alla presa di coscienza della necessità di un coordinamento efficace e di una sedimentazione di riflessioni sistematiche sul tema della didattica negli archivi.

Il rapporto tra gli Archivi di Stato e la didattica risale ai primi anni ’80; si trattava però, allora, di esperienze spontanee, dovute all’iniziativa di singoli archivisti, che, se avevano successo e richiamavano in archivio molti studenti, ponevano non pochi problemi organizzativi all’istituto, al punto da dover essere interrotte, in quanto giudicate in più rispetto alla funzione primaria dell’archivio.

L’attività scientifica principale degli Archivi di Stato è sempre stata quella dell’ordinamento e dell’inventariazione dei fondi al fine di renderne possibile la consultazione. Con l’ingresso degli Archivi nell’Amministrazione dei beni culturali[6], si è resa più forte l’istanza di promuovere attività di divulgazione culturale allo scopo di far conoscere il patrimonio documentario italiano ad un pubblico più ampio di quello costituito da studiosi e specialisti che frequentano le sale di studio: pubblicazioni e iniziative scientificamente specializzate.

Accanto a queste attività per così dire istituzionali, si è sviluppato un vasto settore di iniziative che va dall’organizzazione di mostre più o meno specificatamente didattiche all’esecuzione di ricerche coordinate, dai cicli di conferenze o lezioni all’uso degli audiovisivi fino alle visite guidate; settore che si è sviluppato ed accresciuto in maniera autonoma e per iniziative dei responsabili locali.

In verità non è così pacificamente accettato che l’istituto Archivio “oltre che un contenitore di documentazione fruibile, sia qualche cosa d’altro e di più. Di fronte alla stessa organizzazione attuale si presenta infatti una richiesta di riforma globale della gestione dei beni culturali: è indispensabile che per poter espletare la funzione che gli si demanderebbe/delegherebbe l’Archivio sia il primo e vero- e autonomo –laboratorio della ricerca”[7]. Questo tipo di servizio archivistico va oltre il lavoro strettamente tecnico dell’archivista ma risponderebbe alla vocazione “di archivisti la cui cultura storica consente direttamente il lavoro scientifico tecnico”[8].

L’attenzione per le carte degli archivi storici locali è strettamente legata al mutamento degli interessi storiografici degli anni Settanta, nel corso dei quali si verifica anche un allargamento del pubblico degli archivi ed una maggiore attenzione alla redazione e pubblicazione di inventari, per iniziativa di eruditi e appassionati di storia locale e delle amministrazioni.

Dal punto di vista legislativo il primo intervento che abbia avuto conseguenze sulla sorte di alcuni archivi storici locali è stata la legge n. 285 del 1977 sull’occupazione giovanile, la quale ha comportato la sistemazione di alcuni archivi dell’Emilia Romagna, del Friuli- Venezia Giulia, della Lombardia, del Lazio, dell’Umbria, delle Marche, della Toscana, della Puglia, del Trentino-Alto Adige con la partecipazione delle Sovrintendenze archivistiche e delle stesse Regioni.

Per il resto, le iniziative di riordinamento e di pubblicazione degli inventari sono da collegare a finanziamenti ed interventi regionali che si sono avvalsi dell’aiuto di personale specializzato degli Archivi di Stato, delle Sovrintendenze archivistiche ed in casi meno frequenti ad Istituti e Dipartimenti universitari, docenti universitari, studiosi delle società, istituti di cultura e di storia locale.

In Toscana sono state pubblicate, con il coinvolgimento delle province, una serie di collane con gli inventari degli archivi riordinati; in Emilia Romagna è stata pubblicata una guida regionale degli archivi storici comunali e guide relative alle singole province; in Lombardia si sono costituiti consorzi tra comuni per il coordinamento degli interventi di riordino e di inventariazione degli archivi comunali.

Nel Lazio gli interventi sugli archivi locali di interesse storico sono avvenuti dopo l’emanazione della legge regionale n. 30 del 1975 e sono diventati parte di una programmazione più sistematica dopo il 1986 con la pubblicazione delle delibere del Consiglio Regionale riguardanti i Piani Triennali di intervento su musei, biblioteche e archivi[9].

Nell’ambito degli archivi ecclesiastici una esemplare esperienza di didattica della storia è stata quella realizzata dall’Archivio storico del Patriarcato di Venezia sotto la direzione di Francesca Cavazzana Romanelli: particolare attenzione viene rivolta, fra le attività culturali e promozionali dell’Archivio storico del Patriarcato, al mondo della scuola e all’utilizzo della documentazione archivistica nell’insegnamento della storia e di altre discipline. Gli archivi parrocchiali, come quelli di confraternite, associazioni, e non poche serie dei fondi della Curia – specie se interpellati con attenzione alla storia sociale e tramite le metodologie diffuse nella didattica di laboratorio – offrono materiali di lavoro singolarmente significativi e ricchi di suggestioni. L’impatto con l’Archivio come istituto di conservazione della memoria scritta delle diverse comunità ecclesiali si è rivelato una significativa occasione di formazione alla dimensione della storia passata, ai suoi echi nel presente, alle problematiche della sua ricostruzione, nonché alla tutela dei beni culturali archivistici che la testimoniano. In tale contesto è stato realizzato, da un gruppo di lavoro costituito da insegnanti di scuole medie e superiori della provincia di Venezia, da archivisti e da studiosi di storia moderna e storia contemporanea, il sussidio Esperienze di didattica della storia in un Archivio ecclesiastico; questo raccoglie i risultati di vari seminari sulla didattica delle fonti d’archivio svoltisi dal 1999 al 2003 presso l’Archivio storico del Patriarcato di Venezia.

Dagli anni ‘70 le iniziative ed i percorsi di ricerca proposti alle scuole e dalle scuole sono stati molteplici, in particolare vorrei ricordare alcuni momenti di riflessione attraverso seminari e convegni sui temi della didattica negli archivi, dell’ultimo decennio all’indomani delle novità determinate dal nuovo quadro normativo (d.lgs. 112/1998, Testo unico sui beni culturali), che collocava i beni culturali tra i servizi alla “persona e alla comunità”: Scrigni. La promozione degli archivi storici locali tra scuola e territorio, Atti del Convegno tenuto a Nozza di Vestone nel 1999, seguito al progetto partito nel 1996 con il riordino e la catalogazione degli archivi e delle biblioteche dei quindici comuni della Comunità Montana di Valle Sabbia con il contributo finanziario della Regione Lombardia con l’obiettivo finale di costituire un Sistema Archivistico di valle che consentisse “la fruibilità di fondi da parte degli studiosi, ma ancor più per i giovani che devono crescere con la consapevolezza del passato per conservare la memoria degli eventi che hanno caratterizzato la vita dei paesi valsabbini perché diventino motivo di riflessione per disegnare il futuro”[10]; La didattica negli archivi. Atti del seminario di studi “L’officina della storia. Le fonti della ricerca”, Carpi, 29 aprile 1999, in cui si rifletteva sull’esperienza dei laboratori dedicati alla didattica della storia negli archivi e nelle biblioteche, fornendo utili indicazioni per la sperimentazione degli stessi in altri contesti; “Quante storie nella Storia”. Settimana della didattica in Archivio, dal 2002, appuntamento annuale nella regione Emilia Romagna, che intende illustrare concretamente ai docenti i vantaggi che l’archivio e l’uso delle fonti possono presentare in percorsi didattici e formativi che basino l’insegnamento della storia direttamente sull’analisi e l’interpretazione dei documenti; La didattica della storia. Archivi, reti, strumenti digitali: esperienze in corso, Firenze, 4-5 ottobre 2002, che si proponeva di analizzare le potenzialità delle cosiddette sezioni didattiche on line, senza ignorare i problemi ed i possibili limiti che iniziative di questo genere erano e sono destinate ad incontrare; Didattica della storia dell’800 e del 900. Un modello per la fruizione e la valorizzazione delle fonti documentarie, Giornate di studio, Roma, 27-28 novembre 2003, in cui sono state esaminate le diverse prospettive con l’alternanza di elaborazioni teoriche, riflessioni metodologiche ed esperienze di percorsi didattici, attraverso l’incontro e il confronto tra due mondi, quello degli archivi e degli storici e quello della scuola; Gli archivi ispirano la scuola. Fonti d’archivio per la didattica. Terza giornata di studio per la valorizzazione del patrimonio archivistico del Trentino-Alto Adige, 21 novembre 2008, dove si è sottolineato come il documento d’archivio rappresenti il punto di partenza per la ricostruzione della microstoria, in grado di rendere protagonisti i ragazzi che, nei laboratori didattici, scoprono un nuovo e diverso approccio alla storia, purtroppo spesso nell’Europa occidentale declassata a materia di secondaria importanza e, secondo recenti sondaggi, ancora meno amata della matematica; Gli archivi oggi: beni culturali e risorse per la didattica, per la formazione storica dei giovani e l’educazione al patrimonio culturale. Esperienze laboratoriali della scuole umbre, Perugia, 1 marzo 2010, concepita come un momento di incontro e di confronto tra il mondo degli archivi e quello della scuola con l’intento di porre delle questioni di fondo che sollecitino gli insegnanti verso nuove strategie didattiche, di render conto di buone pratiche di didattica, non solo di storia ma anche di altre discipline, dentro e con gli archivi e di prospettare possibili obiettivi futuri.

L’archivio è, tra le tante cose, depositario della memoria collettiva, è luogo di costruzione dell’identità storica della comunità: in tale prospettiva può assumere, accanto ad istituzioni come biblioteche e musei, una funzione molto importante nel definire una concezione dell’educazione come sistema formativo allargato e come strumento per una didattica intesa, non solo come mera trasmissione di contenuti, ma come “processo di costruzione di strumenti e di attivazione di operazioni tecnico-mentali specifiche e ciò sia al livello dell’apprendimento che dell’insegnamento, sia cioè al livello della pratica didattica quotidiana, che al livello della formazione continua degli insegnanti”[11], di quelli di storia in particolare.

Affinché un archivio possa essere utilizzato per fini didattici è necessario che vi siano o che si producano determinate condizioni: in primo luogo elaborare delle “metodologie, delle procedure di trasferimento dei metodi della ricerca professionale ai livelli adeguati per la scuola”[12]; in secondo luogo costituire delle sezioni didattiche archivistiche e dei laboratori di storia che svolgano le attività di ricerca documentaria, di organizzazione dei documenti in dossier e di costruzione didattica del dossier di documenti per renderli fruibili dai ragazzi; di laboratori che insegnino ai docenti l’uso di dossier già strutturati, oppure l’uso dell’archivio e della ricerca d’archivio.

L’importanza di questo dibattito è da ricollegarsi, indubbiamente, al valore formativo della ricerca sulle fonti che significa imparare a pensare, a divenire consapevoli del proprio tempo perché capaci di porsi domande alle quali rispondere con strumenti analitico-operativi adeguati e, quindi, a costruire una coscienza critica nello studente e nel cittadino.

Si potrebbe affermare con le parole di March Bloch che il fine ultimo della didattica nell’archivio debba essere quello di “far venir fame, fame di apprendere e soprattutto di cercare”.

Il panorama che si è cercato di descrivere si presenta ricco di esperienze di qualità, appassionanti e stimolanti, in particolare questa sinergia tra archivi e scuola ha necessariamente modificato il modo degli insegnanti di porsi nei confronti dell’insegnamento della storia e dell’uso delle fonti, ma anche quello delle istituzioni culturali, e soprattutto degli archivi, nei confronti di un pubblico non specializzato; ma quello che ancora manca, tra le molteplici iniziative in questo senso, è, forse, un collegamento che vada oltre la semplice informazione, una sorta di centro di documentazione che consenta la collaborazione ed il confronto tra le diverse realtà già operative.

 


[1] I. Germani-C. Salterini, Il passato è avvenuto veramente. Itinerari di ricerca nell’Archivio di Stato di Bologna, , in “Rassegna degli Archivi di Stato”, XLV/1-2 (1985), p. 156.

[2] F. Cavazzana Romanelli, Archivi, didattica e nuove tecnologie, Firenze, 4-5 ottobre 2002, reperibile all’indirizzo http:// www.storia.unifi.it/_storinforma/Ws/archivi3/Cavazzana.ppt.

[3] L. Lume, Archivi e didattica. Osservazioni introduttive , in “Rassegna degli Archivi di Stato”, op. cit., p. 9.

[4] Tali coordinate concettuali furono elaborate nell’Archivio di Stato di Bologna, uno degli istituti più dinamici non solo nelle realizzazioni ma pure nella concomitante riflessione sul tema della didattica.

[5] F. Cavazzana Romanelli, Come in un caleidoscopio: elaborati di didattica sulle fonti d’archivio al premio “Piccoli archivi crescono”, in La didattica negli archivi. Atti del seminario di studi “L’officina della storia. Le fonti della ricerca” (Carpi, 29 aprile 1999), a cura di E. Ficarelli e G. Zacchè, San Miniato, Archilab, 2000, p. 58.

 

[6] Legge n. 5 del 29 gennaio 1975 che istituisce il Ministero per i beni culturali e ambientali, all’interno del quale vennero inclusi anche gli Archivi di Stato che, precedentemente erano inquadrati nel Ministero dell’Interno.

[7] A. Mordenti, Il problema della didattica negli Archivi di Stato, in “Rassegna degli archivi di Stato”, op. cit., p. 57.

[8] Ivi.

[9] L. Osbat, Archivi storici locali tra ricerca e didattica, Introduzione a Bolsena in età moderna: l’archivio e la sua storia, in “Bollettino di Studi e Ricerche” a cura della Biblioteca Comunale di Bolsena, XVIII, Bolsena, 2003, pp. 7-37.

[10] A. Bonomi, Archivi storici comunali e cultura locale, in Scrigni. La promozione degli archivi storici locali tra scuola e territorio, a cura di Comunità Montana di Valle Sabbia- Assessorato alla Cultura e Cooperativa ARCA di Gardone Valtrompia, (Atti del convegno), Brescia 1999, p. 10.

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[11] F. Pitocco, Archivio, scuola e insegnamento della storia, in “Rassegna degli archivi di Stato”, op. cit., p. 25.

[12] I. Mattozzi, Dalla ricerca storica specialistica alla ricerca storico-didattica, in La didattica negli archivi, op. cit., p. 36.

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    By: Monica Ceccariglia

    Monica Ceccariglia, Laureata in Conservazione dei Beni culturali con indirizzo archivistico-librario presso la Facoltà di Conservazione dei Beni culturali dell’Università degli Studi della Tuscia, con una tesi relativa all’amministrazione della giustizia nello Stato pontificio in antico regime (relatore prof. Luciano Osbat, correlatore dott. Luigi Londei). Nel 2005 ha conseguito il diploma di laurea specialistica in Gestione e valorizzazione della documentazione scritta e multimediale, presso la medesima Facoltà, con una tesi sulla didattica della storia attraverso le fonti documentarie conservate negli archivi storici comunali (relatore prof. Luciano Osbat, correlatore prof. Giovanni Paoloni).

    Dal 2000 collabora con il Dipartimento di storia e cultura del testo e del documento svolgendo lavori di ricerca su temi di storia locale e di riordinamento ed inventariazione di archivi storici di enti locali ed ecclesiastici.

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