La storia del comunismo nel rapporto tra intellettuali e partito. Il caso francese, Gregorio Sorgonà

Il volume di Marco di Maggio (Les intellectuels et la stratégie comuniste, Les éditions sociales, Parigi, 2013) affronta la storia del Pcf tra il 1956 e il 1981 utilizzando come punto d’osservazione il rapporto tra gli intellettuali comunisti e il gruppo dirigente del partito.

Il testo è diviso in due sezioni cronologiche (1956-1968; 1968-1981), nella prima delle quali viene tematizzato il dibattito sull’eredità dello stalinismo nel comunismo francese. Il confronto si impegna sulle tendenze dello sviluppo capitalistico e finisce con l’investire il tema del riferimento sociale del Pcf, del suo potenziale allargamento oltre la centralità del nucleo operaio. Di fronte alla condivisa intenzione di rivolgersi a un blocco sociale più ampio rispetto a quello operaio – che comprenda gli studenti e i tecnici – la componente tradizionalista del partito tutela il mantenimento di un atteggiamento sindacale, mentre il rinnovamento proposto principalmente dall’area giovanile del partito presuppone che il Pcf non debba limitarsi a rappresentare le esigenze corporative di queste soggettività.

I temi portati nel dibattito dagli studenti ci restituiscono quello che è il tema centrale del volume: l’analisi della politica comunista nei confronti di una società nazionale in cui assume rilevanza sempre maggiore la componente intellettuale e altamente scolarizzata. Il Pcf preserva un’immagine dell’intellettuale inteso come figura preminente quanto isolata  – tipologia in cui rientrano le figure di Garaudy, Althusser e Kanapa – e privilegia un rapporto di carattere economico-corporativo con gli intellettuali intesi come ceto rifiutando l’idea che essi possano contribuire a modificare il patrimonio ideologico del partito.

L’obiettivo del Pcf è di conservare congiuntamente l’unità interna e il proprio riferimento storico-ideologico. La giustapposizione operata tra aree differenti del partito avviene su argomenti su cui non sembra possibile una scelta ambigua e che riguardano la conciliabilità del socialismo con la democrazia e la libertà, come risulta evidente nel caso dell’atteggiamento tenuto di fronte all’invasione della Cecoslovacchia. La scelta di salvaguardare l’unità formale del partito lascia il Pcf privo di una linea effettiva che non sia quella ottenuta attraverso una sintesi forzosa.

Il Pcf affronta sulla scorta di questo retaggio il conflitto per l’egemonia a sinistra con i socialisti e il dibattito animato dagli interpreti dell’anticomunismo antitotalitario negli anni ‘70. Questo dibattito palesa la debolezza del comunismo francese anche nei confronti dei propri intellettuali di riferimento, come dimostra il caso di Althusser. Il filosofo marxista pone in discussione la priorità che i comunisti attribuiscono allo Stato come strumento di trasformazione quando lo scopo del Pcf è evidentemente quello di raggiungere il governo dello Stato e ciò avviene nel momento in cui i comunisti, nonché più genericamente la sinistra occidentale, sono posti sotto attacco da una nuova forma di anticomunismo che individua proprio nello Stato-centrismo il nucleo della natura totalitaria del comunismo e il suo deficit di legittimità democratica[1].

L’esito del rapporto tra partito e intellettuali si risolve, infine, nell’abbandono del primo da parte dei secondi che si avvicinano ai socialisti o aderiscono all’ideologia liberale, quando non ad un anticomunismo venato di antipolitica e che suona come un segnale esplicito del rifiuto di una totalità politica da ricercare attraverso il partito e la fedeltà al suo patrimonio ideologico.

L’asse interpretativo del testo è fondato sull’approccio metodologico della storia incrociata, intesa come metodo che intende superare la metodologia comparatistica[2]. Se il metodo comparato agevola interpretazioni dei fenomeni politici, e in questo caso del comunismo, in cui pur partendo dall’origine comune si tende a sottolineare i caratteri specifici e autonomi dei comunismi nazionali, il modello incrociato presuppone un sostrato condiviso più robusto. Nel modello incrociato le condizionalità transnazionali tracciano il terreno, il lessico e la tradizione in cui si inseriscono i comunismi nazionali anche quando criticano aspramente la propria genesi. Il termine di paragone più immediato per valutare l’utilità di questo metodo è utilmente individuabile nel caso italiano.

La cronologia rafforza l’ipotesi di un terreno incrociato comune. La divisione per archi temporali della storia del Pcf (1956-1968; 1968-1981) in gran parte coincide con quella del suo omologo italiano. Per entrambi gli scenari nazionali si può distinguere una prima fase (1956-1968) in cui il movimento comunista internazionale percepisce la perdita dell’unità, ma ancora non rinuncia al suo recupero e a una visione globale della rivoluzione. Nella seconda fase (1968-1981) l’azione dei partiti si profila prevalentemente all’interno di una riforma in senso radicale, o di un completamento costituzionale ma non rivoluzionario, degli istituti della democrazia occidentale. I due partiti condividono anche l’epilogo di questa stagione di avvicinamento e raggiungimento del governo. L’esito del processo si consuma nella comune subalternità rispetto ai propri partner di governo che prelude alla marginalizzazione subita negli anni ‘80. Questa dinamica è riconducibile sia a ragioni interne al mondo occidentale – la crisi del modello di democrazia che quei partiti hanno contribuito a forgiare – sia per ragioni interne al mondo comunista che vede esaurirsi la prospettiva globale della rivoluzione.

L’ambito in cui si incrociano le storie dei comunismi euro-occidentali va evidentemente allargato almeno al terreno delle trasformazioni che il mondo occidentale affronta dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ‘70. Nel primo spezzone cronologico, 1956-1968, i due comunismi nazionali affrontano il dibattito sulla modernità del capitalismo e del modo in cui questo modello economico si relaziona con una forma di Stato democratica e interventista in economia. Il lungo decennio seguente, invece, impegna il Pci e il Pcf nel rapporto con le soggettività definitivamente emerse attraverso il ’68. L’emersione di nuovi soggetti sociali agevola l’avvicinamento delle sinistre al governo e però lo fa mettendo in circolo un tipo di cultura politica che non è convergente, in certi casi è opposta, a quella veicolata da quei partiti comunisti.

Le scansioni interne ai due blocchi cronologici mostrano rilevanti tratti comuni. Il dibattito su quello che in Italia verrà chiamato il neocapitalismo entra nel vivo in entrambi i Paesi alla fine degli anni ’50 e su riviste specialistiche simili anche nel nome (“Politica ed economia” in Italia, “Economia e politica” in Francia). In entrambi i casi le posizioni emerse si scontrano in modo sempre più aperto dopo la morte dei segretari storici dei due partiti (Togliatti e Thorez), avvenuta nell’estate del 1964. A questo scontro, nel corso del quale le organizzazioni giovanili ricoprono un ruolo importante e tendenzialmente spostato a sinistra, segue una fase congiunta di normalizzazione dalla seconda metà degli anni ’60 che si protrarrà nell’avvicinamento al governo del Paese nel corso degli anni ’70.

Le analogie, però, non eliminano le differenze tra i due partiti. La prima domanda che il testo indirettamente sollecita è se queste differenze possano essere risolte dentro la categoria scivolosa del ritardo. Se il ritardo è ricavato rispetto a un presunto modello corretto di modernità il rischio è di sfociare in un rigido teleologismo che legge la storia a tesi, stinge ancora di più nell’omogeneità la storia dei comunismi e presuppone l’esistenza di un modello politico cui mirare. Il ritardo dei comunisti, invece, assume diverso significato se è riferito al modo in cui essi interpretano l’evoluzione delle società occidentali. La definizione del ritardo rimanda così al grado di anacronismo del lessico comunista rispetto alle tendenze fondamentali delle società in cui i comunisti occidentali si trovavano ad agire. In questo caso è più difficile sostenere che un anacronismo non ci fosse, da parte di entrambi i partiti, anche se con delle significative distinzioni tra i due scenari.

Il superamento di una teoria sottoconsumistica del capitalismo sembra avvenire prima e con più convinzione nel Pci che nel Pcf. Il confronto sul neocapitalismo e sul capitalismo di Stato è uno tra i più significativi all’interno del partito italiano e sulle pubblicazioni comuniste nella seconda metà degli anni ’50 [3]. Questo dibattito si risolve, di fatto, con l’indebolimento dell’equazione tra capitalismo, monopoli e fascismo, mentre nel caso francese l’intensità di questa triade sembra rimanere ben più incisiva, pur se stemperata, anche dopo la fine degli anni ’50.

La diversità rilevabile tra i due partiti non è storicizzabile affermando semplicisticamente che nel Pci convivono due genetiche, nazionale e internazionale, rispetto a un Pcf più integrato nel bolscevismo. Il doppio dna è caratteristica comune a entrambi e nel secondo di essi si declina nell’incrocio tra la tradizione giacobina e quella bolscevica, come il volume specifica nell’introduzione e nel corso della narrazione. Possiamo ipotizzare che la diversità riguardi, allora, il cromosoma nazionale del Dna e, in modo non marginale, il rapporto tra partito e intellettuali.

Nel Partito nuovo togliattiano gli intellettuali svolgono una funzione politica qualitativamente diversa rispetto al caso francese che li proietta alla guida di un partito nato per affermare un blocco storico a egemonia operaia senza però essere il partito della classe operaia. Senza soffermarci sui risultati della politica togliattiana verso gli intellettuali, che però è un nodo storiografico decisivo per capire la parabola comunista in Italia[4], il suo carattere costitutivo nella nascita del Partito nuovo è una specificità non riscontrabile nel caso francese.

La relativa diversità tra i due contesti nazionali è un dato che permane anche leggendoli con l’approccio della storia incrociata, tanto che il testo ricostruisce come la vicinanza al “togliattismo” sia un’accusa che dentro il Pcf prelude all’isolamento delle posizioni giudicate eterodosse perché innovative rispetto alla tradizione ideologica del partito.

Alla luce di queste osservazioni la storia incrociata appare un metodo che consente di compiere un salto qualitativo nello studio della storia del comunismo, perché contribuisce a fornirne una specificità maggiore. Tuttavia se questo metodo non è relativizzato non consente di razionalizzare alcune differenze non secondarie in questa storia. È importante, in conclusione, mantenere intatte le specificità dei contesti nazionali e definire il terreno dell’incrocio estendendolo oltre il perimetro ideologico e storico tracciato dal movimento comunista, che va ricompreso come fattore fondamentale all’interno del terreno più vasto del Novecento globale.

 

 


[1] Cfr. M. S. Christofferson, French Intellectuals against the Left: France’s Antitotalitarian Moment, New York, Berghahn, 2004.

[2] Cfr. Cahiers d’Histoire, Histoires croisées du communisme italien et français, n. 112-113, 2010, p. 17-44.

[3] Si fa qui riferimento al dibattito sul capitalismo di Stato aperto da Luciano Barca su «Politica ed Economia» nel novembre del 1958 e che fa da preludio a una discussione che avrebbe impegnato il Pci almeno fino al dibattito pre-congressuale del 1965.

[4] Cfr. F. De Felice, La via italiana al socialismo , «La Politica», Anno I, n. 2, giugno 1985, p. 39-62.

Print Friendly, PDF & Email

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *