“I Partiti europei”: Convegno organizzato dal Dip. di Scienze Politiche dell’Università di Genova

A trentacinque anni di distanza dalla prima elezione diretta del Parlamento europeo (PE) nel 1979 e a sessantadue anni dalla sua istituzione, con la creazione dell’Assemblea comune della CECA – Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio – nel 1952 (divenuta poi Parlamento europeo nel 1962), il prossimo maggio i cittadini degli attuali ventotto Stati membri dell’Unione europea saranno chiamati ad eleggere coloro che per cinque anni li rappresenteranno all’interno dell’assemblea parlamentare europea.

Come è ormai noto le elezioni europee non sono ancora percepite, dall’opinione pubblica e non solo, alla stregua di quelle nazionali e locali ma piuttosto, come affermano gli studiosi, come cosiddette “second order elections”[i]. Non sorprende dunque che a distanza di pochi mesi dal voto, partiti, candidati e rappresentanti del mondo della politica nazionale si siano prodigati poco per parlarne e per esporre le proprie idee e proposte rispetto all’Europa di oggi e dei prossimi anni e rispetto al ruolo che l’Italia può e deve avere in essa; questioni che, soprattutto alla luce dell’attuale crisi economica, politica, sociale europea, sono tutt’altro che marginali e richiedono centralità nelle sedi di discussioni e decisioni politiche. Se si prova anche solo ad immaginare quale sarebbe l’intensità delle discussioni e dei dibattiti se si trattasse di elezioni nazionali, si può facilmente avere un’idea del vacuum informativo e politico che caratterizza invece le elezioni europee. Fortunatamente è possibile formulare un diverso tipo di giudizio se dal mondo della politica si sposta lo sguardo sulle iniziative realizzate dalle istituzioni europee –  e dai loro vari servizi di comunicazione  presenti su tutto il territorio europeo (come Europe Direct) – e sul mondo accademico e della formazione. Sono infatti numerose le iniziative che accademici, studiosi, esperti, associazioni stanno realizzando, a livello nazionale, al fine di  promuovere la partecipazione alle prossime elezioni europee, ma anche di contribuire alla diffusione della conoscenza sulle tematiche europee tra i cittadini e di raccogliere le loro istanze e aspettative nei confronti delle istituzioni europee, del Parlamento europeo in particolare.

Tra queste, l’AUSE – Associazione Universitaria di Studi Europei – ha previsto alcuni appuntamenti destinati a discutere di tematiche europee e a far emergere un vivace dibattito tra coloro che sono i protagonisti della prossima tornata elettorale europea, nonché della realtà quotidiana, partiti, società civile, istituzioni. Il primo di questi incontri si è svolto nelle giornate del 30 e 31 gennaio scorso, presso l’Università di Genova, con la collaborazione del Dipartimento di Scienze Politiche, sotto la direzione scientifica della professoressa Daniela Preda e del professore Andrea Mignone, nell’ambito delle iniziative “L’Università per l’Europa. Verso l’Unione Politica”. Il Convegno, dal titolo “I Partiti europei”, si è posto l’obiettivo di fornire una esaustiva panoramica del sistema partitico europeo, attraverso interventi che hanno presentato e descritto le diverse formazioni partitiche transnazionali europee e la loro presenza all’interno del Parlamento europeo, introdotti da esponenti del mondo accademico – docenti e ricercatori universitari – e della politica europea attraverso la presenza di alcuni eurodeputati.

La discussione è stata articolata in diversi panel. Il primo di questi, presieduto da Daniela Preda, è stato dedicato ad un’introduzione storica sui partiti europei, con specifico riferimento al Partito popolare europeo (PPE), al Partito liberale europeo (ELD) ed ai partiti euroscettici.

Il Partito popolare europeo è stato descritto da Paolo Gheda dell’Università della Valle d’Aosta che, richiamandosi all’azione dei padri fondatori dell’Europa unita, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide de Gasperi, come “naturalmente” (ndr) appartenenti alla famiglia del Partito popolare europeo, ha introdotto la propria presentazione affermando che “i cristiano-democratici sono da considerarsi il movimento politico all’origine della riconciliazione postbellica e dell’integrazione europea”. Il Gruppo cristiano democratico, che ha avuto nel Secrétariat International des partis démocratiques d’inspiration chrétienne (1925) e nell’associazione Nouvelles Equipes Internationales (1947) i suoi predecessori, venne registrato all’Assemblea comune della CECA il 23 giugno del 1953, quando Leo Tindemans – futuro primo ministro belga (1974-1978) ed autore del rapporto sull’Unione europea presentato nel 1975 – ne divenne il primo Presidente. Nel 1979 i popolari si presentarono come Gruppo del partito popolare europeo (cristiano democratici) alle prime elezioni del PE. Dopo il 1989 appoggiarono l’avvento delle democrazie pluraliste nei paesi ex comunisti schierandosi a favore di una ricomposizione politica e sociale del vecchio continente; “una linea che – afferma Gheda – favorì l’affermazione del PPE come primo gruppo al Parlamento europeo con le elezioni del luglio 1999”. A partire dagli anni Novanta il PPE, introducendo alcune novità all’interno della propria compagine interna, come l’apertura a rappresentative del centro-destra,  arrivò ad includere i gruppi moderati e conservatori dei paesi scandinavi e dell’Europa centrale e orientale; “con la conseguenza – commenta Gheda – di un allargamento di vedute e programmi in senso liberale e di tolleranza religiosa, pur mantenendo un orientamento collegato alla dottrina sociale della Chiesa, ai valori del cristianesimo occidentale, al principio di sussidiarietà, di promozione delle autonomie locali, di tutela delle minoranze”. Il partito dei popolari europei, che nel 1998 ha fondato il suo think thank con la creazione del Centro per gli studi europei, unisce attualmente settantatre partiti membri provenienti da trentanove Paesi.

Gerardo Nicolosi dell’Università di Siena ha descritto il Partito liberale europeo che, nato nel 1976 con la Federazione dei partiti liberali europei, presenta origini più lontane che, come afferma Nicolosi, “risalgono all’immediato secondo dopoguerra se non addirittura a prima della fine del secondo conflitto mondiale”. Nel 1947 infatti venne fondata ad Oxford l’Internazionale Liberale di cui uno dei fattori genetici era l’antitotalitarismo, ciò che spiega la sovrapposizione tra Internazionalismo liberale e difesa del mondo occidentale negli anni della Guerra Fredda. Passando ad illustrare i principi ideologici del partito liberale europeo, questi vengono individuati nella difesa e promozione dei diritti e delle libertà individuali, del mercato e della libera concorrenza, affiancati dalla difesa dei diritti sociali. “Nonostante infatti si possa parlare di una tendenziale continuità di un liberalismo progressista è vero che nella storia dell’ELD, come in quella dell’Internazionale liberale, si nota la convivenza delle due anime del liberalismo europeo: una più sensibile alle tematiche della libertà economica ed un’altra più incline ai valori del welfare”, afferma Nicolosi. Rispetto all’europeismo, dire che i liberali siano sempre stati favorevoli all’Unione europea parrebbe riduttivo secondo il relatore. E’ infatti solo a partire dagli anni Cinquanta che la loro idea di europeismo perde ogni caratteristica di astrattismo per trasformarsi in appoggio concreto alla costruzione di una Europa realmente federale ed il Manifesto di Stoccarda del 1976 ne rappresenta la testimonianza.

Ha chiuso questa prima panoramica storica sui partiti europei l’intervento di Guido Levi dell’Università di Genova che, presentando i partiti euroscettici, ha inizialmente posto degli interrogativi sulle ragioni di questo fenomeno che, come egli stesso sostiene, “non si può sbrigativamente ricondurre solo ad anacronistiche nostalgie verso il passato o alla mancata comprensione della realtà presente”. Bisogna innanzitutto definire cosa s’intende per euroscettisimo, un termine che rimanda ad una molteplicità di significati e di posizioni politiche che vanno dalla totale avversione al processo d’integrazione europea alla contrarietà ad alcuni suoi aspetti. Si tratta di una questione ampiamente studiata e dibattuta all’interno di varie discipline, in particolare a livello politologico e storico. Per quanto riguarda il primo, i politologici, come ricorda Levi, distinguono tra un euroscetticismo radicale “hard” e un euroscetticismo moderato “soft” ed indicano nella dicotomia europeismo/euroscetticismo una nuova discriminante tra le forze politiche europee, che si affianca a quella tradizionale sinistra/destra. Gli storici invece hanno affrontato il fenomeno studiandone in modo particolare la genesi e lo sviluppo, provando a seguirne anche le dinamiche evolutive all’interno dei gruppi parlamentari (Europa della Nazioni, Indipendenti per l’Europa delle Nazioni, Alleanza per un’Europa delle Democrazie e delle Diversità, Indipendenza e Democrazia fino all’Alleanza per un’Europa delle democrazie e, al più recente, Europa della Libertà e della Democrazia) o all’interno degli stessi partiti europeisti sottoforma di correnti.  “Poco studiato invece – conclude Levi – appare il fenomeno dei partiti europei dichiaratamente euroscettici, come l’Alleanza per un’Europa delle democrazie o il Movimento per un’Europa della Libertà e della Democrazia, poiché di recente costituzione e non ancora in grado di incidere realmente sulle scelte e sulle politiche dell’Unione europea”.

Spostandosi poi verso l’altra ala dell’emiciclo parlamentare, nel corso della seduta pomeridiana presieduta dalla professoressa Maria Eleonora Guasconi dell’Università di Genova, sono stati presentati, sempre in una prospettiva storica, il Partito socialista europeo (PSE), i Verdi europei, il Partito della Sinistra europea (SE) e l’Alleanza libera europea (ALE).

Laura Grazi, dell’Università di Siena, ha fornito una panoramica storica della nascita e del consolidamento del Partito socialista europeo. Nascita avvenuta nel novembre 1992, pochi mesi dopo la firma del Trattato di Maastricht, e che ha rappresentato “un evento di notevole importanza nella storia del socialismo europeo” come sostiene la Grazi. Con questo atto infatti, il PSE si configurava come un tentativo di ricomporre le numerose fratture che avevano attraversato la sinistra democratica europea nel Novecento e che si erano manifestate anche in relazione alle decisioni riguardanti il processo di costruzione europea. Senza dimenticare che questa unione testimoniava altresì la volontà dei partiti socialisti del continente di approfondire la cooperazione transnazionale al fine di rafforzare i canali di partecipazione al processo di integrazione economica e politica dell’Europa e di contribuire più efficacemente al processo decisionale. Nel corso dell’intervento, Laura Grazi ha ripercorso alcune tappe salienti della cooperazione transnazionale tra le forze socialiste, scandite dalla nascita del Bureau de liaison des partis socialistes, istituito nel 1957, dalla successiva formazione della Confederazione dei partiti socialisti della Comunità europea nel 1974, fino alla costituzione del PSE nel 1992. Viene altresì ricostruita la continua tensione tra la volontà di approfondimento della cooperazione transnazionale tra le forze socialiste e socialdemocratiche in relazione ai cambiamenti avvenuti nel processo di integrazione europea e le tensioni legate alle diversità ideologiche e nazionali delle varie forze del socialismo europeo.  “La difficoltà di riconoscere un vero centro di potere politico europeo nelle diverse strutture di cooperazione partitica create nel tempo dalle forze socialiste  – continua Grazi  – è profondamente legata alle varie fasi di crisi e rilancio dell’integrazione europea, ma anche al carattere sui generis di tale processo”. E nonostante i vari cambiamenti negli assetti organizzativi, la definizione di una struttura di coordinamento tra le forze del socialismo europeo sembra ancora lontana dal dirsi compiuta. Concludendo afferma infatti la Grazi  che “a prescindere da quello che sarà l’esito di tale processo (un modello autenticamente integrativo della competizione politica europea o una situazione di autonomia dei partiti, senza uno stabile confronto tra le federazioni transnazionali) è evidente che il PSE, sebbene rappresenti un salto di qualità rispetto alle strutture transnazionali precedenti, è ancora un organismo debolmente integrato, profondamente verticistico, poco idoneo ad alimentare uno spazio europeo di militanza socialista”.

 

Il partito dei Verdi europei è stato descritto da Giorgio Grimaldi dell’Università della Valle d’Aosta. “I movimenti e partiti verdi europei sono sorti a livello nazionale nei primi anni Ottanta dello scorso secolo sull’onda delle mobilitazioni ambientaliste, antinucleari e pacifiste”, afferma Grimaldi a proposito delle origini del partito. Il primo momento per dare vita ad una cooperazione tra i partiti verdi a livello europeo è stato offerto dall’elezione diretta del Parlamento nel 1979 e successivamente nel 1984, in occasione del rinnovamento del PE, è stato fondato il Coordinamento dei Verdi europei. Nel 1993, inseguito ad un’apertura all’adesione paneuropea di partiti e movimenti provenienti soprattutto dai PECO – Paesi dell’Europa Centrale e Orientale – e dai Paesi mediterranei (che in quel momento iniziavano il loro percorso per l’adesione all’UE, conclusosi con l’allargamento del 2004, ndr), è nata la Federazione europea dei partiti verdi (FEPV) con sede iniziale a Vienna. Nel febbraio del 2004 venne infine costituito a Roma il Partito verde europeo – Verdi europei, ponendo in qualche modo fine a quella fase di divergenze tra i vari movimenti e partiti che fino alla metà degli anni Novanta aveva impedito che la loro azione andasse al di là di appelli e manifesti per un’Europa alternativa a quella comunitaria e del mercato comune. L’iniziale atteggiamento dei Verdi era infatti di opposizione alla Comunità/Unione europea “imperniata su una costruzione economica liberistica e capitalistica e poco attenta ai temi invece cari ai Verdi, come la difesa dell’ambiente, diritti sociali, partecipazione democratica e attenzione per uno sviluppo equilibrato e sostenibile”.  Posizioni destinate a modificarsi in concomitanza con la fine della guerra fredda, ma soprattutto con la partecipazione alle elezioni europee,  l’ingresso di un numero crescente di europarlamentari ecologisti di altri paesi europei e la costituzione di un Gruppo Verde autonomo al PE a partire dal 1989 (unitosi nel 1999 con il gruppo Alleanza Libera e formando un Gruppo unico), elementi che hanno sancito il passaggio da “ un generico internazionalismo all’europeizzazione e all’impegno riformista in senso ecologista”, che negli anni ha portato ad un vero e proprio ribaltamento delle originarie posizioni rispetto all’Unione europea. Quest’ultima, non più osteggiata, viene invece perseguita oggi con idee federaliste, soprattutto attraverso l’azione di alcuni esponenti dei Verdi come Joschka Fischer, Daniel Cohn-Bendit, Monica Frassoni. Ma nonostante siano oggi la quarta forza politica dell’UE, i Verdi, conclude Grimaldi, “si trovano ancora ad affrontare questioni quali la difficoltà di consolidamento, consenso, elaborazione politica, adattamento alle nuove sfide economiche, sociali, ecologiche dell’Europa, che contribuiscono ad alimentare in essi la tensione che li vede da un lato portati ad assumere ruoli di responsabilità e di governo multilivello dei processi politici; e dall’altro periodicamente tentati di recuperare posizioni radicali e intransigenti per svincolarsi dal legame con forze politiche maggioritarie che tendono ad occupare il loro spazio politico e ad oscurarne iniziative e voti”.

Enrico Calossi dell’Università di Pisa ha descritto il Partito della Sinistra europea, suddividendo il proprio intervento in cinque momenti. Nella prima parte è stata affrontata la ricostruzione storica del percorso di formazione del Partito della Sinistra Europea, ricordando le tappe che progressivamente hanno condotto alla creazione del gruppo Comunista e alleati nel PE, ai due gruppi nel 1989, al NELF nel 1991, al GUE-NGL – Confederal Group of the European United Left/Nordic Green Left – nel 1995, agli appelli di Parigi e Berlino nel 1999, all’appello di Berlino del 2004 e al Congresso Fondativo della Sinistra Europea tenutosi a Roma nel 2004, fino ai successivi e più recenti allargamenti a nuovi partiti membri. Successivamente Calossi è passato ad analizzare l’organizzazione del partito, soffermandosi sugli organismi dirigenti – Congresso, Consiglio dei Presidenti, la Direzione – i gruppi di lavoro, lo staff, gli iscritti individuali e il finanziamento. Le attività della Sinistra Europea sono state l’oggetto della terza parte della presentazione, in modo specifico le relazioni con il GUE-NGL, i programmi elettorali e l’attuale candidatura di Alexis Tsipras alla Presidenza della Commissione Europea. E’ stato poi affrontato il tema dei valori della Sinistra Europea, dividendoli tra fondativi e i successivi adattamenti e confrontandoli con quelli degli altri partiti della sinistra alternativa non membri della SE. Infine, Calossi si è soffermato sulle relazioni tra la Sinistra Europea e l’Italia e quindi con il Partito della Rifondazione Comunista (PRC), il partito dei Comunisti Italiani (PdCI), Sinistra Ecologia e Libertà (SEL), gli aderenti individuali, concludendo che tali relazioni sono state auspicate dal recente appello degli intellettuali di sinistra in vista delle Europee 2014.

E per chiudere la sessione dedicata agli interventi storici, Marco Stolfo dell’Università di Udine ha presentato un intervento su Alleanza libera europea (ALE).  Fondata il primo luglio 1981, si è costituita come federazione di partiti politici nel 1994, assumendo la denominazione di Partito democratico dei popoli d’Europa (ALE – PDPE). Nel 1999 ha creato, in seno al Parlamento europeo, un gruppo parlamentare comune con i Verdi (Verdi ALE), attualmente il quarto gruppo al PE e a partire dal 13 ottobre 2004 è divenuto un partito europeo a tutti gli effetti. I cambiamenti interni ed esterni, dovuti sia ai mutamenti interni di ciascun partito che ne fa parte sia alle modifiche del contesto politico, istituzionale, sociale europeo, non hanno avuto notevoli ripercussioni sul profilo politico del partito. Quest’ultimo continua ad essere infatti come alle origini, un partito progressista e favorevole al processo d’integrazione europea in senso federale. Concludendo Stolfo ha affermato che “l’ALE di oggi – che conta quaranta partiti – è il frutto di una fase istituzionale e matura di un lungo percorso nel quale partiti regionalisti e movimenti nazionalitari si sono proposti come gli interpreti più autentici ed originali dei bisogni specifici delle rispettive comunità, rapportandosi in maniera dialettica con la dimensione europea e con il processo di integrazione europea”.

 

Passando dall’analisi storica ad una più prettamente politologica, il convegno ha ospitato altresì un panel a quest’ultima dedicato, ed in particolare all’analisi dei Gruppi al Parlamento europeo, con riferimento al Gruppo socialista, Gruppo popolare, Gruppo Liberale, Gruppo della Sinistra unita.

Introdotto dal professore Andrea Mignone dell’Università di Genova, coordinatore del panel, Daniele Pasquinucci dell’Università di Siena ha descritto il Gruppo socialista al Parlamento europeo, suddividendo il proprio intervento in tre parti. Nel corso della prima, dopo aver ricordato la genesi dei gruppi all’assemblea comune, ha ricostruito i principali aspetti della prosopografia delle delegazioni nazionali del gruppo socialista al “Parlamento europeo” dal 1952 al 1979, segnalando alcuni dei criteri con cui i diversi gruppi parlamentari nazionali selezionavano la loro rappresentanza a Strasburgo. Successivamente ha esaminato l’organizzazione interna del gruppo, sottolineando come esso abbia assunto subito il ruolo di “motore esterno” per la nascita di un partito socialista europeo, anche al fine di avere un soggetto politico a cui fare capo. Infine, nella parte conclusiva ha analizzato alcuni aspetti dell’attività del Gruppo socialista al PE.

Luca Verzichelli e Stefano Braghiroli dell’Università di Siena e di Tartu hanno presentato un contributo sul Gruppo popolare e sul Gruppo liberale al Parlamento europeo, con il quale hanno voluto offrire una panoramica di lungo periodo sul consolidamento e sulla coesione dei due gruppi parlamentari che, come affermano, “rappresentano il nocciolo duro e più antico delle famiglie europeiste all’interno del PE”. Fornendo dapprima un inquadramento storico, partendo dalla formazione dei due gruppi nell’esperienza precedente alla fase elettiva del PE, Verzichelli e Braghiroli hanno effettuato una ricostruzione diacronica relativa al consolidamento dei modelli rappresentativi dei due gruppi post 1979. A tal fine hanno investigato tre indicatori: 1) la frammentazione dei gruppi e la coesione tra gli attori partitici nazionali che essi comprendono; 2) la rappresentatività transnazionale e il peso rispetto alle aree geopolitiche interne dell’UE; 3) il peso della leadership istituzionale e lo sviluppo della classe dirigente attraverso la dimensione transnazionale. Analizzando i due gruppi, è stato riscontrato che questi ultimi mostrano turning points diversi nel proprio sviluppo e valori molto disallineati rispetto alle tre dimensioni analizzate. I liberali mostrano un continuo affiorare di “sfide interne” legate alla maggiore volatilità della loro composizione e all’esiguità di alcune formazioni della tradizionale famiglia partitica europea; il gruppo dei popolari invece subisce un impatto su questi fenomeni soprattutto con gli episodi di entrata e di uscita della componente dei conservatori. Nella fase conclusiva dell’intervento, i relatori si sono concentrati, sui recenti sviluppi interni al PE ed in particolare gli effetti dell’allargamento del 2004. Essi infatti notano che i maggiori effetti si sono avuti nel gruppo ALDE, che ne è uscito particolarmente frammentato. L’attuale legislatura viene analizzata anche attraverso dati relativi alla presenza e al comportamento di voto dei parlamentari, che mettono in evidenza l’impatto del policy shaping potential determinato dal livello di defezione dei singoli partiti membri del gruppo, e anche la diversa tenuta di alcune “coalizioni” frequenti che vedono protagonisti questi gruppi europeisti tradizionali in combinazione con altri attori parlamentari, come da un lato i Verdi e il gruppo GUE-NGL e a destra i gruppi ECR e EFD.

Fabio Sozzi dell’Università di Genova è intervenuto sul Gruppo della Sinistra europea unita, partendo dalla premessa su come studiare i gruppi al PE e avvalendosi degli strumenti metodologici ed analitici tipici della teoria organizzativa applicata allo studio dei partiti. A tal proposito una prima parte dell’intervento si è concentrata sugli aspetti generali che riguardano l’origine e lo sviluppo dei partiti a livello europeo, tanto da un punto di vista teorico quanto empirico. All’interno delle nuove arene – parlamentare, elettorale e legislativa – create dal processo d’integrazione europea, i partiti nazionali per competere hanno dovuto modificare la propria struttura organizzativa e le proprie strategie politiche al fine di adattarsi al nuovo ambiente. “Questo processo di europeizzazione ha assunto – continua Sozzi – due direzioni distinte ma complementari, la prima riguarda i cambiamenti organizzativi, ideologici e strategici interni ai partiti nazionali; la seconda concerne invece il processo di costruzione a livello sovranazionale di strutture partitiche transnazionali capaci di operare all’interno del sistema politico sovranazionale”. I partiti europei in questo senso risultano come un’innovazione organizzativa creata dai partiti nazionali al fine di controllare al meglio le risorse messe a disposizione e i vincoli imposti dall’UE. Nel corso del tempo, i gruppi parlamentari e le federazioni transnazionali si sono sviluppate sino a divenire delle organizzazioni effettivamente europee sia dal punto di vista organizzativo, che ideologico e valoriale, assumendo un carattere prevalentemente transnazionale e non più nazionale. Introducendo nel discorso una seconda discriminante quella dell’istituzionalizzazione dei partiti, Sozzi continua asserendo che, in virtù dei differenti livelli di istituzionalizzazione raggiunti, i gruppi e le federazioni transnazionali si sono affermati in maniera diversa. A parità infatti di contesto in cui si sviluppano, e a cui si adattano, bisogna poi considerare i gruppi  e le federazioni come  «arene di potere» la cui forma organizzativa, così come le scelte strategiche e ideologiche, sono il frutto di una intensa contrattazione tra le diverse unità che li compongono. Passando al caso specifico delle sinistre radicali, Sozzi ha esposto le origini e lo sviluppo organizzativo del gruppo GUE/NGL. La ricostruzione storica ha illustrato il percorso che dalla contrastata origine del gruppo comunista all’interno del PE nel 1969 ha condotto fino a Sinistra Unitaria Europea/ Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL), nata nel 1994. Per quanto riguarda il modello organizzativo, senza entrare nei tecnicismi della notevole ricerca politologica condotta da Sozzi per capire come si struttura la vita politica all’interno del gruppo della GUE/NGL e quali sono le logiche che guidano la sua strategia, se ne riportano gli esiti e le conclusioni. Il gruppo è nato per diffusione territoriale dall’aggregazione di partiti burocratici di massa fortemente ideologizzati ed eterogenei dal punto di vista ideologico, soprattutto per quanto riguarda il giudizio nei confronti del progetto di integrazione europea. Nel 1994 è stato costituito un gruppo confederale al cui interno le delegazioni nazionali continuano a mantenere la propria identità politica e culturale, oltre a giocare un ruolo centrale nelle attività interne al gruppo. L’autonomia è cresciuta nel tempo anche se la natura di gruppo confederale frena il suo processo di istituzionalizzazione e la dimensione più problematica sembra essere quella dei rapporti con il Partito a livello europeo. Concludendo, Sozzi afferma che “la Sinistra Unitaria Europea/ Sinistra Verde Nordica appare come un gruppo solo parzialmente istituzionalizzato e in cui la dimensione nazionale gioca ancora un ruolo importante”.

Con quest’ultimo intervento si è concluso il panel dedicato all’analisi politologica ed anche la prima giornata del Convegno, con un dibattito finale nel corso del quale sono intervenuti alcuni dei partecipanti, tra i quali docenti, studiosi, studenti e membri della società civile.

 

La seconda ed ultima giornata dell’iniziativa di Genova è stata suddivisa in due parti; la prima ha avuto come protagonista il sistema partitico europeo che è stato descritto, analizzato e commentato da storici, politologi e giuristi; la seconda ha invece assunto la forma di una tavola rotonda alla quale hanno partecipato oltre ai docenti anche alcuni europedeputati, gli italiani On. Sergio Cofferati del Gruppo Socialisti e Democratici (S&D) e On. Susy De Martini del Gruppo Conservatori e Riformisti (ECR).

 

Il panel dedicato al sistema europeo dei partiti è stato coordinato dal professore Francesco Gui de La Sapienza – Università di Roma ed ha visto la partecipazione di Luciano Bardi dell’Università di Pisa, Andrea Mignone dell’Università di Genova e Maria Romana Allegri de La Sapienza Università di Roma.

Luciano Bardi ha presentato un intervento dal titolo “Esiste un sistema partitico europeo?”, interrogativo alla base del suo intervento. “Anche se ci sono prove empiriche crescenti di una transnazionalizzazione dei partiti a livello europeo, grazie all’europeizzazione delle questioni politiche e della comunicazione politica, allo sviluppo di mezzi e tecniche di propaganda politica comuni, ciò non vale necessariamente anche per lo sviluppo di un sistema partitico europeo per il quale il principale incentivo istituzionale è lo sviluppo di una struttura comune di competizione politica”, così esordendo Bardi ha esaminato, nel corso dell’intervento, la natura di quest’ultima nelle varie arene – Parlamento, Consiglio e arene nazionali – nelle quali gli europei sono attivi e i possibili mezzi per un’europeizzazione dello spazio politico. In particolare, lo sviluppo di un’arena elettorale competitiva a livello europeo attraverso la creazione di una circoscrizione transnazionale, la nomina da parte dei partiti europei di un candidato alla Presidenza della Commissione europea. “In subordine – sostiene Bardi – possono essere rilevanti anche attività di coordinamento per la raccolta di firme a favore, o contro, iniziative dei cittadini europei o per lo sviluppo di attività transnazionali dei parlamenti”.

Andrea Mignone ha offerto diverse riflessioni sul sistema partitico ed elettorale europeo, partendo dalla considerazione che il Parlamento europeo ha assunto interessanti posizioni sul procedimento elettorale, ma “risulta poco realistico immaginare l’esistenza di un vero e proprio sistema partitico europeo”. I partiti non appaiono robusti attori dei processi decisionali in un sistema di governance che elabora “politiche senza politica”. E, considerando che i sistemi elettorali sono variegati e differenziati, i confini e le dimensioni di un reale spazio politico europeo appaiono poco definiti. Mignone afferma che “oltre alla resistenza amministrativa e giuridica, nei confronti della soft law comunitaria, vi sia anche una sorta di decostituzionalizzazione dell’Unione, poco interessata a creare un “demos europeo”, disincantata dai supposti automatismi da spill over di neofunzionalista memoria, adattata a elezioni europee come elezioni di secondo grado”.

Maria Romana Allegri ha presentato una relazione intitolata “I partiti politici a livello europeo fra autonomia politica e dipendenza dai partiti nazionali”, che riassume perfettamente l’essenza della sua presentazione, incentrata sul rapporto tra i primi ed i secondi. I Partiti politici europei per Allegri nascono con un “peccato originale” che risiede nel fatto di non essere il risultato di un’aggregazione spontanea di cittadini ma la proiezione europea di federazioni politiche internazionali, rappresentate inizialmente in Parlamento attraverso gruppi parlamentari. Nonostante l’importante novità introdotta dal trattato di Maastricht (1993) che riconosceva formalmente i partiti politici a livello europeo (PPLE) questi ultimi continuano ad essere “organizzazioni ombrello dei partiti nazionali”. “Tale stato di cose continuerà almeno finché non vi sarà una legge elettorale uniforme e le elezioni europee continueranno a svolgersi come elezioni di secondo ordine, dipendenti esclusivamente dai partiti nazionali.  In virtù di ciò Allegri ritiene vada accolta con favore l’iniziativa di affidare ai partiti politici europei la scelta del proprio candidato alla presidenza della Commissione europea, che tra i suoi vantaggi ha quello di “coinvolgere i PPLE più attivamente nella campagna elettorale e di obbligare i partiti europei nazionali a convergere verso il sostegno ad un candidato comune. Anche se lo stretto legame tra partiti nazionali ed europei è difficile da indebolire, soprattutto in virtù del fatto che questo è rafforzato dalle regole contenute nello statuto vigente dei PPLE ( i partiti nazionali possono donare ad un PPLE fino a 40% del bilancio di quest’ultimo, i partiti nazionali non hanno l’obbligo di rispettare le decisioni ed i programmi definiti in seno ad un PPLE, ecc.). La proposta di modifica di tale regolamento, avanzata dalla Commissione nel 2012, è ancora in discussione. “L’approvazione della proposta apporterebbe senz’altro alcuni correttivi, anche se questi non arriverebbero ad incidere in maniera sostanziale sulla subalternità dei partiti europei rispetto ai loro omologhi nazionali”, conclude Allegri.

 

La tavola rotonda, svoltasi nel corso della mattinata della seconda giornata del Convegno, è stata coordinata da Marco Mascia dell’Università di Padova e Presidente dell’AUSE e sono intervenuti Francesca Longo dell’Università di Catania, Luigi Moccia dell’Università di Roma III, Franco Praussello dell’Università di Genova e gli Onn. Sergio  Cofferati e Susy De Martini. Il tema attorno al quale i partecipanti hanno discusso è racchiuso nel titolo stesso della tavola rotonda “I partiti europei: verso le elezioni del 2014”, lasciando così ad ognuno la possibilità di spaziare tra i vari aspetti che caratterizzano le elezioni del PE e i partiti europei.

Francesca Longo ha focalizzato il proprio intervento su due aspetti che a suo avviso influenzeranno le elezioni europee del maggio 2014 e il conseguente ruolo dei partiti nazionali e dei gruppi partitici europei: l’influenza della crisi sul comportamento di voto degli elettori e l’influenza del legame diretto tra i risultati delle elezioni del Parlamento europeo e la scelta del candidato alla presidenza della Commissione sul comportamento dei partiti. “Si tratta in entrambi i casi  – afferma Longo – di elementi da inquadrare nel più ampio tema della progressiva politicizzazione dell’Unione europea nel suo complesso, con particolare riferimento alle dinamiche del Parlamento europeo”. La politicizzazione dell’UE e della sua assemblea eletta è tuttavia ancora limitata alle funzioni legislative del sistema politico europeo e non alle funzioni di governo. Infatti se il comportamento di voto dei parlamentari europei è in gran parte legato alle dinamiche destra /sinistra e le Federazioni Partitiche Europee stanno, in quest’ottica, proponendo dei nomi per la Presidenza della Commissione già in fase di campagna elettorale, tuttavia il Parlamento europeo non detiene né il potere di iniziativa legislativa né può influire sulle attività, sulla composizione e sulla Presidenza dell’esecutivo politico dell’Unione, il Consiglio Europeo. Così argomentando, la Longo conclude dicendo che “fino a quando il Parlamento europeo non avrà la possibilità di influire sull’agenda politica dell’Unione una reale politicizzazione di questa istituzione sarà di difficile realizzazione”.

Franco Praussello ha incentrato il suo intervento sul progetto di Trattato sull’Unione europea elaborato da Altiero Spinelli e dal cosidetto “club del Coccodrillo” e presentato al Parlamento europeo il 14 febbraio del 1984 (di cui decorre il tentennale proprio quest’anno, ndr). Del progetto Spinelli, Praussello ha ripreso soprattutto gli aspetti economici. Gli obiettivi economici dell’unificazione prevista dal Trattato spinelliano spaziano dalla costruzione del grande mercato interno e dalle politiche strutturali e congiunturali dell’Unione alla realizzazione dell’integrazione monetaria. I principi a cui si ispirano sono il gradualismo costituzionale, il realismo politico, la sussidiarietà, la preminenza dell’azione comune sulla cooperazione intergovernativa e del diritto europeo su quello nazionale; implicito è il riferimento ad una concezione attiva del ruolo dei poteri pubblici in economia, seppur con qualche eccezione. Tutto ciò risulta in netto contrasto con il metodo iperliberista-neoclassico su cui si fonderà poi, col Trattato di Maastricht, la nascita della zona euro e con l’attuale politica dell’austerità utilizzata per combattere la crisi dell’euro, la quale si rifà ai principi dell’ordoliberalismo di matrice tedesca (in tedesco debito e colpa si indicano con lo stesso termine: Schuld). I settori economici di intervento individuato nel Trattato di Spinelli comprendono molti aspetti, che vanno dalla parità di genere, alla protezione dei consumatori e dell’ambiente, alla politica regionale per la riduzione delle disparità fra regioni avanzate e regioni in ritardo di sviluppo, alle politiche settoriali, ad esempio per l’industria e per l’energia. Gli obiettivi economici del trattato non sono però esenti da limiti. Prausello  fa riferimento alle incertezze relative all’integrazione monetaria dato che si prevede una competenza concorrente fra Unione e stati, “cosa non corretta – fa notare Praussello – perché il potere di emissione della moneta non può essere ripartito fra varie autorità, e ai limiti istituzionali, che dipendono dal principio del realismo politico seguito da Spinelli e dal Parlamento europeo, come il fatto che l’iniziativa legislativa continuava a basarsi sull’impulso della Commissione”. Ma ciononostante, Praussello conclude affermando che “il Progetto di Trattato ha preparato la strada per le tappe successive dell’unificazione europea”.

Ritornando ai giorni nostri, ed in particolare alle prossime elezioni europee, Luigi Moccia ha innanzitutto posto l’accento sul fatto che queste ultime saranno particolarmente importanti poiché esse daranno vita al primo Parlamento europeo eletto in rappresentanza dei cittadini dell’Unione (e non più dei cittadini degli Stati membri) come stabilito dal Trattato di Lisbona del 2009. In tal senso, le elezioni del 22-25 maggio 2014 potranno portare a un cambio di passo sulla strada dell’integrazione politica dell’Europa, “aprendo la via parlamentare verso l’unione politica dell’Europa”, afferma Moccia. La crisi economico-finanziaria ha evidenziato il deficit europeo a livello di governance, del sistema decisionale, chi governa l’Europa? Un quesito il cui baricentro continua ad oscillare tra formule di multilevel governance ed un metodo decisionale democratico. “L’impasse – continua Moccia – è quella sinteticamente descritta dal paradosso di politiche pubbliche gestite a livello europeo senza una politica e di una politica senza adeguati mezzi di attuazione al livello nazionale, per via di vincoli europei”.  Da ciò ne derivano il problema di credibilità delle istituzioni europee ed il disorientamento dell’opinione pubblica.  La questione del governo europeo e della creazione di uno spazio politico europeo sono tra loro strettamente connesse ed afferiscono al tema delle legittimazione democratica di cui le scelte politiche e di governo dell’Ue necessitano, la chiave di volta per far avanzare il processo d’integrazione verso un’unione politica europea.  In tal senso, il nuovo PE composto da “rappresentanti dei cittadini dell’Unione” e con l’elezione, da parte di quest’ultimo, alla carica di Presidente della Commissione europea di un candidato che sia espressione di una maggioranza politicamente caratterizzata su base partitica, è un fatto importante che porta nella direzione giusta, quella di un’unione politica. Il nuovo PE dovrà farsi carico, già a partire dall’elezione del Presidente della nuova Commissione europea, del proprio ruolo di prima e principale voce dei cittadini dell’Unione. Così da contrastare la tendenza che vede il Consiglio europeo avocare a sé, di fatto, il ruolo di principale agente del governo dell’Unione, che ha ridimensionato e snaturato il ruolo della Commissione. “Non è più il tempo di una “terzietà” del decisore di politiche pubbliche destinate a incidere direttamente sulle condizioni di vita della gente”, continua Moccia. E’ chiara l’esigenza di un ribilanciamento di potere, in linea con i principi della democrazia rappresentativa e partecipativa, che dovrà essere posta in testa all’agenda politico-istituzionale del nuovo PE e della nuova Commissione. Moccia conclude dicendo che “mettere il tema del “governo dell’Europa” in cima all’agenda dei partiti politici e più in generale porlo all’attenzione dei mezzi di comunicazione e in tutte le sedi di dibattito culturale e di formazione di una opinione pubblica, in occasione delle prossime elezioni europee, significa mettere al centro la questione di come guadagnare un consenso attivo e consapevole da parte della gente, dei cittadini, in termini di maggiore leggibilità, responsabilità e credibilità politica delle decisioni prese, come usa dire, “a Bruxelles”.

Come appare evidente, dagli interventi presentati nel corso dell’intera iniziativa sono emersi contributi di notevole interesse ed anche utili ai fini dei dibattiti che dovrebbero accompagnare nei prossimi mesi le elezioni europee. Per quanto riguarda la sezione storica, è stata fornita una panoramica precisa, ricca ed esaustiva sui percorsi storici che hanno condotto alla formazione degli attuali partiti europei e che, in molti casi, ne rendono maggiormente comprensibili le dinamiche e le scelte odierne, anche ai non addetti ai lavori.

Le diverse analisi politologiche hanno fornito, attraverso gli strumenti propri della materia, delle interessanti ed innovative descrizioni del funzionamento e dell’azione dei partiti e dei gruppi parlamentari europei considerati, mettendo in luce degli aspetti non agilmente osservabili al di fuori di tali analisi. La combinazione di quest’ultima con quella storica, attraverso un legame complementare, ha fatto sì che venisse fornita, nel corso dell’intero convegno, una panoramica piuttosto completa del sistema partitico europeo. Nel corso della tavola rotonda, che ha concluso i lavori, sono stati dati degli spunti molto interessanti e stimolanti, soprattutto rispetto al futuro ruolo dell’assemblea parlamentare europea all’interno del processo decisionale dell’UE. A tal proposito si può identificare come tratto comune ad alcune considerazioni emerse, l’aver posto l’accento sull’importante novità che caratterizzerà le prossime elezioni europee, ossia la possibilità per i partiti europei di scegliere ed appoggiare un proprio candidato alla carica di Presidente della Commissione europea. Ciò è stato visto come un primo passo verso una possibile, e tanto agognata, unione politica in cui il baricentro del potere decisionale si sposta dal Consiglio e si avvicina progressivamente alla Commissione e al Parlamento europeo, ma anche come un elemento che può fungere da collante all’interno delle formazioni partitiche transazionali, oggi ancora troppo ancorate alla matrici nazionali, come è stato possibile vedere per i partiti europei descritti ed analizzati nel corso del Convegno.

 

Per concludere, appare assolutamente apprezzabile ed auspicabile l’organizzazione di simili iniziative, che oltre alla ricchezza dei contenuti, alla multidisciplinarietà degli interventi e alle diverse provenienze accademiche e politiche (per quanto riguarda gli eurodeputati) dei relatori, offrono dei reali spunti di riflessione e di approfondimento ma anche delle occasioni per comprendere meglio la realtà politica europea, intendendo quest’ultima nel suo senso più largo, che s’intreccia quotidianamente con la con la vita dei cittadini europei, molti dei quali tra pochi mesi saranno protagonisti del più importante momento di partecipazione popolare a livello europeo. Inoltre la presenza al Convegno di una rappresentanza di una scuola media superiore, nell’ambito del progetto Hopeurope è un aspetto da sottolineare dato che molto spesso queste discussioni, anche di alto livello, rimangano relegate agli addetti ai lavori o ai particolarmente interessati. Coinvolgere giovani cittadini e prossimi elettori è un modo per avvicinarli a quella partecipazione democratica e consapevole di cui si è discusso e di cui l’Europa ha bisogno.

 


[i] Concetto ormai affermato tra gli studiosi di studi europei, venne per la prima volta elaborato da Karlheinz Reif and Hermann Schmitt e pubblicato nel loro articolo “Nine second-order national elections – A conceptual framework for the analysis of European election results”, in European Journal of Political Research, nel 1980, in cui venivano analizzate le prime elezioni del Parlamento europeo del 1979 dei nove Stati membri della Comunità Economica Europea.

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