La società civile: verso le elezioni europee del 2014, Firenze, Archivi Storici dell’Ue, marzo 2014

“La società civile: verso le elezioni europee del 2014”

Workshop presso gli Archivi storici dell’Unione europea, Firenze, 21 marzo 2014

di Silvia Sassano – Università di Pavia

 

Le diverse iniziative realizzate dall’AUSE – Associazione Universitaria di Studi Europei –  in occasione delle elezioni europee 2014 hanno avuto l’obiettivo di interrogare ed interrogarsi sui principali protagonisti di queste ultime: i partiti e la società civile. Dopo aver destinato un’ampia ed approfondita discussione al sistema partitico europeo nel corso del Convegno di Genova del 30 – 31 gennaio 2014 il workshop tenutosi a Firenze il 21 marzo 2014 è stato dedicato a “La società civile: verso le elezioni europee del 2014”. L’evento si è svolto presso gli Archivi Storici dell’Unione europea (ASUE) ed è stato realizzato con la collaborazione del CRIE – Centro d’Eccellenza Jean Monnet dell’Università di Siena.

I saluti iniziali sono stati affidati al Direttore degli Archivi Storici dell’Unione europea, Dieter Schlenker, che ha ricordato l’impegno dell’istituzione che dirige a favore della diffusione della conoscenza e dell’informazione sull’UE  e delle varie manifestazioni a sostegno degli studi sull’Unione europea. Un impegno concretizzatosi quest’anno anche con la realizzazione di una mostra on line dal titolo “l’Europa vince” che ripercorre i 35 anni di elezioni europee.

Ha introdotto i lavori del seminario il Presidente dell’AUSE, Marco Mascia dell’Università di Padova, che ha ricordato come anche questo incontro s’inserisca tra le iniziative organizzate dall’AUSE per il venticinquesimo anniversario dalla sua fondazione coincidente con il venticinquesimo anniversario del programma Jean Monnet. “Non si tratta di una coincidenza – ha spiegato Mascia – dato che l’AUSE nasce nel 1989 proprio su sollecitazione della Commissione europea, e soprattutto di personalità come Emile Noël[i] e Jacqueline Lastenouse[ii], al fine dar vita ad un’associazione nazionale che potesse gestire l’action Jean Monnet insieme alla Commissione”. L’invito proveniente da Bruxelles venne infatti prontamente raccolto dal professor Antonio Papisca dell’Università di Padova e portò alla creazione dell’AUSE in Italia, seguita successivamente da altri Stati membri dell’UE, giungendo così alla creazione di un network europeo di associazioni, la European Community Studies Association (ECSA) divenuta internazionale con la nascita di ECSA World, che raccoglie associazioni di studi europei presenti in tutto il mondo.

“Qualche anno fa – continua il Presidente – in seguito all’adozione del Trattato di Maastricht accadde grosso modo la stessa cosa con le organizzazioni non governative della società civile. La Commissione europea stimando che le decisioni prese a Bruxelles necessitassero di legittimità democratica, anche a fronte della crisi della democrazia  rappresentativa e della diminuzione del voto per le elezioni europee, decise di promuovere la creazione di network della società civile europea in modo da avere degli interlocutori con cui interfacciarsi”. Fu così che le ONG europee iniziarono ad affacciarsi al processo d’integrazione europea, soprattutto grazie al Trattato di Maastricht le cui innovazioni politiche e normative hanno favorito il cosiddetto “dialogo civile” tra le istituzioni europee e le organizzazioni della società civile. “L’obiettivo del seminario odierno è proprio quello di dialogare con alcune organizzazioni della società civile europea in vista delle prossime elezioni”, ha concluso Mascia, passando la parola alla moderatrice del seminario Ariane Landuyt dell’Università di Siena e Direttrice del CRIE. Prima di introdurre i relatori la professoressa Landuyt si è soffermata ad evidenziare la collaborazione tra gli organizzatori del workshop, AUSE, CRIE e Archivi e come questa rappresenti la testimonianza di quanto sia importante per lo studio dell’integrazione europea fare rete. “I rapporti già consolidati nel tempo tra questi tre organismi hanno favorito e favoriscono un “ponte” tra la memoria storica, contenuta negli archivi, l’AUSE che dal 1989 ha creato un’importante rete di collaborazione interdisciplinare sui temi europei ed il CRIE Centro di ricerca sullo studio dell’integrazione europea, ed in particolare sull’analisi storica delle politiche europee. Il fatto che molti studiosi siano passati da tutte e tre queste istituzioni è significativo in questo senso e dimostra che non vi possono e non vi devono essere divisioni tra ricerca, attività politica e memoria, ma collegamento e collaborazione”, afferma la Landuyt. “La memoria storica è alla base dell’identità e questa è fondamentale per dare radici ai progetti della società. L’iniziativa di oggi è particolarmente importante perché permette questo tipo di interazione”, ha concluso, introducendo la prima relatrice, Ludovica Botarelli Tranquilli-Leali, Segretaria Generale del Coordinamento italiano della Lobby europea delle donne/ LEF (Lobby Européen des Femmes).

La Tranquilli-Leali, riallacciandosi a quanto detto dal professor Mascia, ha introdotto la Lobby Europea delle Donne dicendo che questa si colloca tra le associazioni che hanno beneficiato della decisione della CEE di finanziare dei gruppi rappresentanti la società civile a livello europeo. Attualmente fanno parte della Lobby 30 coordinamenti nazionali, tra cui anche la Turchia, la Macedonia e la Serbia. Prima di passare a descrivere le attività della LEF ed in particolare quelle in vista delle elezioni europee di maggio, la Segretaria Generale ha illustrato la situazione particolarmente grave riguardo la rappresentanza femminile in Europa e nel mondo. Ha ricordato che per quanto riguarda l’Europa, meno del 35% degli europarlamentari sono donne e la percentuale scende al  22% se si guarda alla media dei parlamentari nazionali nell’Unione europea. A livello di incarichi governativi, solo il 33% dei Commissari europei sono donne e a livello nazionale solo il
24% delle cariche nei governi sono ricoperti da donne. A livello globale la situazione è ancora più preoccupante, meno del 20% dei seggi parlamentari di tutto il mondo sono occupati da donne e se nei partiti il 40-50% dei membri sono donne solo il 10% rivestono però posizioni di leadership. La proporzione di donne ministro in media è del 16%  e di donne Capi di Stato (2 su 17) e di Governo (3 su 27) è meno del 5% (2011). Le ragioni di tale sottorappresentanza delle donne nella vita politica sono da attribuire, secondo la LEF, tanto alla subordinazione economica delle donne, dato che spesso sono sottooccupate o sottopagate e le risorse economiche, sociali e culturali sono necessarie per raggiungere posizioni decisionali, quanto a fattori simbolici, cioè all’esistenza di vere e proprie barriere culturali che vedono il processo decisionale e l’esercizio del potere ancora come un dominio maschile. “Questa sottorappresentanza costituisce un grave deficit democratico, considerando che democrazia paritaria vuol dire pari rappresentanza di donne e uomini nei posti decisionali e dove la parità si basa sull’idea che le donne non sono una minoranza. Devono perciò cambiare i sistemi che hanno portato a tale anomalia e vanno dunque affrontate le questioni relative al lavoro “life-balance” e la sua organizzazione, le norme patriarcali dei partiti politici e delle istituzioni” ha affermato la Tranquilli-Leali.  Il tema delle donne nei processi decisionali ha assunto la massima importanza per la LEF fin dalla sua nascita, nel 1987. Tra le iniziative recenti messe in atto a sostegno di tale obiettivo viene citata la Campagna 50/50 realizzata in occasione delle elezioni europee del 2009 al fine di mobilitare e sensibilizzare l’opinione pubblica europea sulla necessità di spostare verso la parità di genere le istituzioni europee e i “posti di responsabilità dell’UE”. Più di 300 donne e uomini di spicco, di tutte le provenienze politiche, hanno sostenuto la Campagna: Commissari europei, Capi di Stato, Ministri, parlamentari, dirigenti dei Sindacati, scrittori, vincitori di Nobel ecc. I risultati delle elezioni europee 2009 hanno fatto registrare qualche piccolo miglioramento:  35% di europarlamentari donne rispetto al 30% circa della legislatura precedente e in quasi tutti gli Stati si sono avute più donne nel Parlamento europeo che in quello nazionale. Ma poiché il risultato da raggiungere rimane ancora quello del 50/50, la questione delle Donne nel processo decisionale continua a rappresentare una questione da affrontare ed un obiettivo della Lobby europea delle Donne. Quest’ultima infatti in occasione delle elezioni 2014 ha nuovamente proposto al Campagna 50/50 con lo slogan: “No Modern European Democracy without Gender Equality”. Per raggiungere l’equilibrio di genere (50/50) nella composizione delle istituzioni europee dopo le elezioni 2014, una coalizione trasversale di 95 parlamentari europei  e 2 commissari si sono uniti per dare sostegno alla Campagna, sottoscrivendo la Joint Declaration il 21 novembre 2012. Inoltre a tutti i candidati al PE è stato fatto  sottoscrivere il Manifesto LEF per elezioni del Parlamento europeo 2014 che, tra le altre cose, prevede un quadro completo giuridico per raggiungere la parità di genere, il finanziamento sostenibile per l’uguaglianza di genere e politiche dell’Ue credibili in materia di parità di genere a livello internazionale. “L’uguaglianza di genere è una condizione per modernizzare i nostri sistemi politici, in modo che le donne e gli uomini, nella loro diversità, possano condividere diritti, responsabilità e potere. La parità di genere deve essere al centro delle iniziative europee per coinvolgere i cittadini nel processo decisionale, per aumentare la legittimità dell’Ue e progredire verso politiche che riflettano i bisogni e le aspirazioni di tutti gli europei”, ha affermato Tranquilli-Leali, che ha concluso l’intervento  con un appello rivolto ai decisori politici ma anche ai cittadini. “Chiediamo a tutti i decision maker, ai singoli e alle organizzazioni, interessati a promuovere la democrazia e la giustizia, a sostenere la parità tra donne e uomini nel processo decisionale oltre i confini dei paesi e dei partiti politici; ad ogni Stato membro di nominare una candidata e un candidato per il Collegio dei Commissari e nelle istituzioni europee; agli Stati membri e al Consiglio dell’Unione europea di promuovere e garantire la parità di genere nel Consiglio esecutivo e in posizioni di vertice nella Banca Centrale Europea; ai gruppi politici del Parlamento europeo di nominare una candidata e un candidato per la nomina di Presidente del Parlamento europeo e di garantire la parità di genere nella nomina dei presidenti all’interno di Comitati così come nella composizione degli Uffici; ai partiti politici europei di promuovere e garantire la rappresentanza di genere nei loro organi decisionali e promuovere candidature di donne per le posizioni decisionali in seno al Parlamento europeo; ai partiti politici nazionali di comporre le loro liste elettorali in modo tale da garantire la parità di genere alle elezioni europee del 2014; al Consiglio europeo di porre “donne e processo decisionale” all’apice dell’agenda politica”.

Intervenendo a chiusura del contributo della Segretaria Generale Tranquilli Leali, la moderatrice Ariane Landuyt ha ricordato che sul tema delle donne il processo d’integrazione europea ha portato un contributo rilevante. Le politiche di genere a partire dalla metà degli anni Settanta hanno trovato, insieme alle politiche sociali, uno spazio sempre maggiore soprattutto nel momento in cui l’UE ha incentivato la società civile a partecipare.  Il fatto  stesso che uno dei criteri di adesione all’Unione europea sia la democrazia porta con sé anche il tema ed il requisito della partecipazione femminile alla vita politica di uno Stato. “Non va salvata la quota del genere ma la democrazia paritaria e a tal proposito l’attività della Lobby Europea delle Donne è molto importante”, ha concluso la Landuyt.

Dalla Lobby Europea delle Donne si passa ad un altro movimento importante ed di raccordo tra la società civile e l’Unione europea con il Movimento Europeo, e nello specifico il Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME) rappresentato dal suo Presidente, Pier Virgilio Dastoli, noto europeista e federalista. Dastoli ha iniziato il proprio intervento evidenziando subito quanto poco si stia parlando delle elezioni europee in Italia ed il fatto che i partiti nazionali si siano concentrati più su altro, ignorando l’importanza di questo momento per il processo d’integrazione europea. Entrando poi nel merito del suo intervento ed in particolare soffermandosi sul dialogo tra la società civile e le istituzioni, ha affermato  che “il Trattato di Lisbona distingue tra dialogo tra istituzioni e società civile e dialogo tra istituzioni e associazioni, come si legge all’art. 11 del Trattato sull’Unione europea (TUE) attraverso cui viene consolidata e codificata la necessità di un dialogo non previsto prima e lo si fa con un obbligo che concerne tutte le istituzioni, non solo europee ma anche nazionali e parlamentari, dato che il Trattato parla generalmente di istituzioni, senza precisare europee”. “L’art.11 TUE  – continua Dastoli – è sicuramente un fatto positivo, ma va considerato solo come un primo passo, poiché l’impostazione che è stata fissata necessita ancora di appositi strumenti di applicazione che per ora non sono stati previsti ma che molto probabilmente verranno proposti dalla Commissione europea alla fine di quest’anno europeo (2014) dedicato alla società attiva”. A tal proposito, secondo il Presidente del CIME, il nuovo PE potrebbe e dovrebbe fornire il suo contributo in questo senso, adoperandosi per completare la norma generica prevista dall’art. 11 del TUE. Gli strumenti a cui far riferimento ci sono, avverte Dastoli, come ad esempio la Convenzione di Aarhus, in tema ambientale, che rappresenta una best practice in questo senso in quanto obbliga le istituzioni a consultare la società civile quando vengono decise norme aventi  effetti sull’ambiente; al riguardo Dastoli ha anche segnalato che nel giugno 2013 la Corte di giustizia dell’Unione europea (CJUE) ha condannato l’UE per la mancata applicazione della Convenzione, ratificata dalla UE (e da altri 43 Paesi) nel 2013. Il secondo aspetto analizzato riguarda una delle novità più importanti che caratterizza le prossime elezioni europee, ossia la procedura di composizione della Commissione europea ed in particolare l’elezione del suo Presidente. Il Trattato di Lisbona prevede infatti una norma, già presente tra l’altro nel regolamento del PE, secondo cui il Presidente della Commissione debba essere eletto dal Parlamento europeo. Nel Trattato viene difatti indicata la procedura secondo cui: « tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento europeo un candidato alla carica di Presidente della Commissione. Tale candidato è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono (…) » (art.17 TUE). Ma su tali disposizioni Dastoli avanza alcune perplessità. In primo luogo la frase “tenuto conto delle elezioni europee” risulta a parer suo incompleta poiché rimane un po’ ambigua e sarebbe stato più preciso e corretto dire “tenuto conto dei risultati delle elezioni europee”. Ed anche laddove si legge “fatte le opportune consultazioni” non viene precisato il soggetto che deve o può essere consultato (partiti, società civile), lasciando dunque vaga la disposizione. Discussioni in merito all’interpretazione da dare a queste previsioni del Trattato sono al momento in corso. Il PE ha votato una risoluzione sul suo ruolo nell’elezione del Presidente della Commissione. Secondo Dastoli, così come avviene a livello nazionale (come è successo ad esempio di recente nel caso italiano con le consultazioni tra il Presidente della Repubblica ed i rappresentanti dei partiti politici presenti in Parlamento, all’indomani delle elezioni politiche del 2013), il Consiglio dovrebbe consultare i gruppi politici, aspettando quindi la loro formazione all’indomani delle elezioni e che il Parlamento europeo si consolidi. In virtù di ciò sarebbe auspicabile che il Consiglio convochi una riunione straordinaria a luglio per poter effettuare le consultazioni durante la prima sessione. Ma le intenzioni del Consiglio europeo non sembrano andare in questa direzione dato che il Presidente Herman Van Rompuy ha già previsto un incontro con i capi di Stato e di Governo per il 26 maggio, giorno successivo alle elezioni europee. Il ruolo del PE sarebbe senza dubbio più importante nella prima ipotesi, ma in ogni caso i candidati alla Presidenza sono stati già indicati da parte dei vari partiti europei e comunque si presenteranno di fronte all’elettorato indicando il proprio “programma di governo”, un elemento sicuramente innovativo e positivo per queste prossime elezioni europee. Riferendosi poi al ruolo della società civile rispetto alle elezioni, Dastoli ha concluso dicendo che il suo ruolo si è concentrato soprattutto nell’elaborazione di vari manifesti, iniziative senz’altro utili ed importante “ma che varrebbe la pena di coordinare al fine di presentare ai partiti proposte precise”. A tal proposito il CIME ha realizzato il Progetto “Officina14 l’Italia in Europa” che ha raccolto le varie richieste dei portatori di interesse da sottoporre alla Presidenza italiana della UE che ci si augura “possa avviare riflessioni di prospettiva anche su alcune tematiche emerse nel corso di questo  workshop, come il dialogo con i cittadini, attraverso il completamento dell’articolo 11”.

E restando sempre in tema di elettorato e di società civile, nel corso del terzo intervento si è parlato di un’”altra faccia” di quest’ultima, ossia dei cittadini in quanto consumatori, con Fabio Picciolini, Presidente del Consumer’s forum, un’associazione che riunisce dodici associazioni di consumatori nazionali italiane, oltre ad associazioni d’impresa ed imprese nazionali, e che si propone di favorire la promozione, lo sviluppo e la diffusione della cultura del consumo responsabile, orientare il consumatore e l’impresa verso una maggiore qualità e sicurezza, realizzando politiche consumeristiche per il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Picciolini ha fornito una panoramica sul consumerismo in Italia e in Europa, illustrandone soprattutto le criticità. In primo luogo, per quanto riguarda quello italiano, ha messo in luce quanto finora questo sia stato abbastanza autarchico, vivendo chiuso al suo interno e in maniera divisa, non riuscendo tra l’altro a passare da un consumerismo di protesta ad consumerismo di proposta, di confronto e concertazione. Le motivazioni sono a parer suo da rintracciare soprattutto nella poca presenza e apertura verso l’Europa. Qualche anno fa si era cercata la soluzione con il tentativo di creare un’associazione europea dei consumatori, ma le differenze tra consumerismo del nord e mediterraneo sono talmente forti che l’hanno resa e la rendono ancora oggi impossibile. A suo avviso quindi è necessario intraprendere un percorso alternativo, che porti ad un raggruppamento dei consumatori italiani a Bruxelles, dove sono totalmente assenti. Il Consumer’s forum sta tentando infatti di fare rete tra le associazioni italiane di consumatori a livello europeo, obiettivo che si è posto Picciolini sin dal momento del suo insediamento come Presidente, il quale afferma che: “è necessario partire dall’Europa, non solo perché è diventata il centro legislativo più importante per tutti i Paesi membri ma anche perché l’Europa è il nostro essere ed il nostro destino”. Oltre all’attività di networking il Consumer’s forum realizza anche altre iniziative, soprattutto eventi, convegni, incontri, conferenze nelle scuole, aventi come tema la tutela del consumatore inteso come cittadino, quindi in tutti gli aspetti della vita di ognuno. Ciononostante il Presidente considera che bisogna ancora lavorare molto e migliorarsi al fine di giungere ad un consumerismo di proposta che deve poter dialogare con il governo ed esprimere la propria posizione su un determinato argomento a priori e non a posteriori, in un’ottica costruttiva e non di lamentela postuma. “Bisogna agire a monte, pensare ad una tutela collettiva che si fa prima che la norma venga emanata, quando è in via di costruzione, così che anche in Italia il consumerismo possa raggiungere i risultati raggiunti in altri Paesi”, ha ribadito Picciolini. In occasione delle elezioni europee anche il Consumer’s Forum si è attivato, redigendo un manifesto da sottoporre ai candidati in cui viene chiesta una maggiore attenzione verso i consumatori, ai valori europei ed un’attenuazione del divario e della divisione tra consumerismo del nord e del sud. Nello specifico chiedono la creazione di un gruppo di lavoro interdisciplinare che consenta ai vari rappresentanti dei consumatori nazionali di confrontarsi gli uni con gli altri. Il Consumer’s forum sta inoltre lavorando al fine di fornire proposte al governo italiano nel corso della sua Presidenza dell’UE; sono stati costituiti vari gruppi di lavoro: uno specifico sulla normativa europea, su come e quanto viene recepita in Italia e su come alcuni passaggi del recepimento possono essere utili anche a livello europeo, un altro invece sta lavorando sulla tutela individuale del cittadino ed un terzo sul comportamento dei professionisti, la vendita di beni e servizi. L’auspicio attuale dell’associazione è l’apertura entro la fine del 2014 di una sede a Bruxelles  come punto di incontro delle associazioni dei consumatori oggi assenti, che concretizzerebbe le ambizioni e gli obiettivi enunciati dal Presidente.

Dai consumatori ad un’ulteriore categoria rappresentante la società civile, quella degli insegnanti, illustrata dal Presidente dell’Associazione Europea degli Insegnanti (AEDE – Association Européenne Des Enseignants) Silvano Marseglia. L’attività dell’associazione, nata nel 1956 con l’obiettivo di formare cittadini europei, è stata particolarmente intensa nel corso dei decenni ed ha visto il suo progressivo consolidarsi e ampliarsi. Attualmente è presente, attraverso le sue sezioni nazionali, in quasi tutti gli Stati membri dell’Ue oltre che in Moldavia,  Serbia e Svizzera. I risultati prodotti, soprattutto sotto forma di atti e risoluzioni, sono numerosi come si evince anche dall’entità del fondo documentario dell’associazione  depositato presso gli Archivi Storici dell’UE di Firenze. Non da meno è la produzione attuale di documenti di riflessione; recentemente infatti la sezione italiana dell’AEDE, ha adottato due documenti su temi molto, e tristemente, attuali, come quello sulla “Violenza contro donne, una verità scomoda” e sulla “Crisi in Ucraina”. Passando al tema delle prossime elezioni europee, Marseglia ha enunciato quali dovrebbero essere alcune delle priorità politiche da portare avanti nel corso della campagna elettorale e successivamente all’interno del nuovo PE. “La crisi che ha toccato l’Unione europea e l’eurozona – dice Marseglia –  ha reso manifesti i vizi della costruzione europea ed ha mostrato l’incapacità di dare risposte efficaci. Ma essa ha dimostrato altresì che le decisioni prese in Europa hanno ripercussioni su tutti i Paesi membri e i cittadini europei ed è dunque in virtù di ciò che non ci si può concepire al di fuori di questo contesto ed è per questo che bisogna lavorare all’interno e per il bene dell’Europa. Ed è importante e necessario che la prossima campagna elettorale recepisca le indicazioni che vengono da questa crisi, che purtroppo ha portato con sé anche una forte ondata di antieuropeismo, soprattutto tra i giovani ai quali oggi, alla luce degli allarmanti dati sulla disoccupazione, sembra incomprensibile la ragion d’essere dell’Unione europea”.  Un rischio questo che l’Ue non può permettersi, perché i giovani sono il suo futuro ed è perciò necessario che si ricominci dai giovani, dagli studenti a parlare di Europa. Le ragioni di tali deviazioni dall’originario “sogno europeo” dei padri fondatori risiedono per Marseglia nel fatto che “gli ultimi vent’anni sono stati anni di non scelte, di passi indietro, nel corso dei quali il profilo della costruzione federale europea ha vacillato spesso, come ad esempio nel momento del no alla costituzione europea che non ha permesso di costruire un patriottismo europeo, fondato sull’adesione degli Stati membri ad progetto di unione nella diversità. Un altro aspetto poi da considerare è l’atteggiamento comune agli Stati membri di utilizzare l’UE come capro espiatorio, attraverso l’utilizzo della ormai nota frase “ce lo chiede l’Europa”, per mascherare le proprie negligenze interne”. Cosa fare dunque?  “E’ venuto il tempo per il federalismo – ha affermato Marseglia – per dare una spinta reale al processo d’integrazione europea e per mettere da parte il funzionalismo; impegnarsi affinché il Parlamento europeo diventi un vero luogo di confronto democratico, impegnarsi per la realizzazione di una cittadinanza europea con diritti e doveri, per una migliore unione economica ed impegnarsi per una Europa dei popoli e dei cittadini. Soltanto così, offrendo uno spazio di libertà e sicurezza si potrà avere un’inversione di rotta e l’Ue  potrà fondarsi su di un rinnovato consenso”.

E, riprendendo l’elemento di novità che caratterizzerà l’elezione del prossimo Presidente della Commissione europea, ha definito come una “grande rivoluzione” la possibilità che il motore della UE sia in qualche modo scelto dai cittadini europei. L’Italia poi, oltre alle elezioni, possiede un’altra importante occasione per influire positivamente in Europa, il semestre di Presidenza dell’UE, dove dovrà dimostrare di essere in grado di essere protagonista del cambiamento. L’auspicio per il Presidente dell’AEDE è che si possa giungere ad una Convenzione che elabori un progetto per la realizzazione dell’Europa federale. “Se il nostro continente oggi è in crisi è perché non siamo riusciti a creare un’unione politica europea, perciò gli Stati Uniti d’Europa restano l’obiettivo!” Marseglia si è infatti detto convinto che l’unica risposta alla crisi sia un’unione politica più stretta, “bisogna fare squadra a ventotto in tutte le politiche, perche da soli non si possono affrontare i problemi, è impossibile recuperare il benessere smantellando l’edificio europeo”. E se questi sono gli obiettivi politici indicati e sostenuti dall’AEDE, tra gli strumenti più importanti individuati per realizzarli il riferimento è per forza di cose alla formazione. Il Trattato di Lisbona prevede nuove competenze e finalità per la dimensione europea dell’insegnamento, mettendo al centro le politiche educative e su questo tema sono intervenuti anche i vari Consigli europei negli anni seguenti. L’auspicio dell’AEDE è che entro il 2020 i sistemi di formazione dell’UE rappresentino un punto di riferimento di qualità a livello mondiale e che quelli nazionali diventino fondamentali nella costruzione di spazio educativo europeo. “Va rafforzata la dimensione europea delle politiche educative e questa va declinata in contenuti che valorizzino la diversità, il pluralismo, il rafforzamento dell’identità europea, i valori della cittadinanza e della civiltà europea”, dice Marseglia. In questi obiettivi il Consiglio dei ministri dell’istruzione dell’Ue ha individuato varie aree d’intervento, come la diminuzione dell’abbandono scolastico, incentivare il numero dei laureati in materie scientifiche, favorire l’aumento del numero dei giovani che completano gli studi secondari superiori, far divenire il programma lifelong learning della Commissione europea una realtà concreta. “Costruire realmente l’Europa dell‘istruzione e dell’educazione, affinché si preparino i giovani ad inserirsi in una dimensione europea più esigente e s’inquadri la scuola in nuovo contesto, edificando l’Europa di domani, perché l’UE non è e non può essere solo un’integrazione economica ma anche la costruzione di una cittadinanza, di un’identità ed una coscienza comune che realizzi l’obiettivo dell’integrazione culturale e sociale”, ha sostenuto Marseglia. Ed in questo senso la scuola ha un ruolo fondamentale, dal momento che rappresenta il luogo in cui si forma l’identità e la coscienza collettiva dei giovani; e, grazie all’Europa, essa dispone di molti strumenti come ad esempio il programma Erasmus, che oggi con la nuova versione Erasmus plus, prevede la mobilità anche per i docenti, che hanno così la possibilità di aggiornarsi e formarsi in Europa. Inoltre,  ha concluso Marseglia “solo l’Europa può aiutare gli Stati membri ad affermarsi nella globalizzazione favorendo il potenziamento dell’importanza della scuola, creando un modello europeo di competizione internazionale basato sull’informazione, la conoscenza e l’impegno. All’interno delle società l’educazione e la formazione rivestono un posto fondamentale, la qualità dell’istruzione è una necessità per l’Europa, fattore chiave per la competitività dell’Unione europea nell’era della globalizzazione, oltre che per la formazione di cittadini europei capaci di proporre valori su cui costruire un progetto europeo che non sia chiuso nelle trattative diplomatiche ma entri nelle coscienze”.

Alcuni dei temi affrontati dal Presidente dell’AEDE, sono stati ripresi anche nel corso dell’ultimo intervento proposto dal Wilmer Mostacciuolo, Presidente di ESN Siena (International Erasmus Student Network). In particolare con questa presentazione è stata approfondita la tematica della mobilità europea, sempre più centrale per la formazione degli studenti europei e per la creazione di una comune identità europea.  Il Network è nato nel 1989 a seguito dell’istituzione del programma Erasmus nel 1987, che promuove la mobilità di studenti e docenti con lo scopo di migliorare la qualità della formazione universitaria ed innalzarla ad una dimensione europea, ma che offre anche la possibilità di vivere un’esperienza di vita personale. Si tratta del programma europeo più riuscito con 3 milioni di esperienze (4%degli studenti europei) e che coinvolge 33 Paesi. L’importanza di questo programma risiede nel fatto che oltre a favorire l’apprendimento di nuove competenze (linguistiche, accademiche e professionali) favorisce il dialogo interculturale, la possibilità di networking e contribuisce alla creazione di una identità europea. A partire dal 2014 il programma Erasmus si è rinnovato, con la realizzazione di Erasmus plus che raggruppa tutti i programmi già esistenti: Comenius per studenti delle scuole dell’obbligo, Erasmus per studenti universitari, Gruntvig per adulti e insegnanti,  Erasmus Placement per tirocini all’estero, Leonardo Da Vinci per la formazione a diversi livelli. Il nuovo programma dovrebbe offrire maggiori prospettive professionali, istruzione e formazione e quindi maggiori opportunità e spazio ai giovani, che spesso faticano a trovarne a livello nazionale. Una delle novità rilevanti è l’interscambio con le aziende che offre l’opportunità ai giovani di trascorrere un periodo di lavoro presso un’azienda con la possibilità di essere assunti. Il budget stanziato è stato aumentato del 40% rispetto alla programmazione precedente e prevede 14, 7 miliardi di euro. E’ stimato intorno ai 4 milioni il numero di europei che potranno vivere un’esperienza all’estero grazie ad Erasmus plus. Uno degli obiettivi di ESN è portare la mobilità dei giovani dal 10/15 % attuale al 20%, continuando a diffondere e a supportare la mobilita studentesca. Tra le principali attività infatti del network vi è quella di offrire supporto ai giovani che arrivano nei diversi Paesi europei, grazie a questi programmi di scambio. Solo in Italia sono 20.000 gli studenti che arrivano ogni anno e che trovano un supporto concreto nei volontari di ESN Italia. La sezione italiana di ESN, nata nel 1994, è oggi la più grande in Europa e conta attualmente 50 sezioni. E’ composta da studenti ed ex studenti volontari che lavorano per accogliere gli studenti Erasmus in arrivo e supportare quelli italiani che rientrano dall’estero. Si fonda sui valori dell’integrazione culturale e della cittadinanza europea che si intendono realizzare soprattutto attraverso la mobilità (studentesca e lavorativa) ed il confronto. Le principali azioni svolte riguardano le attività culturali (cene internazionali, tandem linguistici, ecc.), e sociali (attività di volontariato, SocialErasmus, ecc.), viaggi ed escursioni e promozione di attività sportive (tornei locali, Olimpiadi Nazionali Erasmus, ecc.). Tra i diversi progetti attualmente attivati dal network ESN a livello internazionale, Mostacciuolo ne ha illustrato alcuni. Il primo progetto si chiama “Social Erasmus” ed ha l’obiettivo di integrare gli studenti internazionali nelle comunità locali, di coinvolgere gli studenti internazionali in attività di volontariato, con l’obiettivo di prevenire forme di xenofobia, sviluppare competenze interculturali e di promuovere la cittadinanza europea. L’iniziativa si divide in tre aree di azione, l’istruzione (Europe at School), il volontariato (International Santa Claus, raccolta fondi per bambini svantaggiati) e l’ambiente (Erasmus Forest, prevenzione degli incendi).Il secondo progetto prevede la presentazione dei programmi di mobilità agli studenti degli istituti di scuola superiore, creando momenti di incontro e confronto con studenti provenienti da altri Paesi. L’obiettivo è mostrare agli studenti i benefici dello svolgere una parte dei loro studi all’estero, mostrare uno stile di apprendimento innovativo basato sul contatto diretto con le realtà diverse dei giovani europei (Youth 2 Youth) ma anche contribuire a sviluppare le loro competenze interculturali e accrescere la consapevolezza che la diversità europea sia una ricchezza da sfruttare. Ed infine il terzo progetto presentato è ExchangAbility con cui ESN si propone di rimuovere gli ostacoli e migliorare l’accessibilità degli studenti disabili ai progetti di scambio. Gli obiettivi concreti sono di aumentare il numero di disabili in scambio portandolo dallo 0,14% del totale degli studenti erasmus al 4,5% e di effettuare una mappatura dei maggiori siti di accesso dell’Università. Concludendo, il Presidente di ESN Siena  ha affermato che “l’associazione attraverso queste iniziative e dunque attraverso la promozione dell’integrazione, l’intercultura e della mobilità studentesca, vuole contribuire a creare una reale cittadinanza europea, nella convinzione che l’Europa sia l’unica alternativa al particolarismo locale da cui bisogna uscire”.

E con quest’ultimo intervento si è conclusa la seconda giornata dedicata dall’AUSE alle prossime elezioni europee, che non ha mancato di offrire interessanti spunti di riflessione. Innanzitutto ciò che emerge da questo workshop è la forte vivacità della società civile che, lungi dall’essere apatica e distante rispetto a ciò che la circonda e la governa, mostra tutto il suo dinamismo nel voler essere presente nei processi in cui si prendono le decisioni che la riguardano da vicino. Ne sono dimostrazione le associazioni che rappresentano le varie categorie sociali, alcune di esse presenti nel corso del seminario, consumatori, donne, insegnanti, federalisti, studenti, semplicemente gruppi di persone che vogliono essere cittadini attivi e che hanno colto nella bontà del progetto europeo la dimensione in cui rivendicare tale partecipazione, insieme alla tutela e difesa dei propri diritti. Il workshop AUSE ha offerto la possibilità a queste associazioni di poter dialogare tra loro, con il mondo dell’accademia e, indirettamente, con il mondo della politica e delle istituzioni,  oltre che di farsi conoscere e far sentire la propria voce, con idee e richieste precise e concrete indirizzate ai prossimi membri del Parlamento europeo. Come è stato illustrato, quasi tutte le rappresentanze della società civile presenti hanno predisposto manifesti o documenti programmatici  contenenti proposte, suggerimenti e richieste da sottoporre ai candidati al Parlamento europeo e ai governi, in modo da sensibilizzarli sulle tematiche al centro delle loro mission. E sicuramente le elezioni europee, ma le elezioni in generale, rappresentano un momento in cui vi è una maggiore possibilità di essere ascoltati da parte dei decisori politici o coloro che verranno chiamati ad esserlo. Quella che però può essere un’opportunità non può e non deve trasformarsi nell’unico momento in cui si da ascolto e voce ai gruppi della società civile che invece lavorano costantemente per portare avanti le proprie istanze e cercano, ognuno nel proprio ambito, di migliorare la vita dei cittadini e la vita democratica degli Stati. L’auspicio quindi è che questo dialogo, voluto, come abbiamo visto, dalle istituzioni europee e sancito anche dai Trattati, sia proficuo e continuo e coinvolga sempre di più i cittadini nei processi decisionali dei quali sono destinatari.

 

 


[i] Uno dei maggiori europeisti e federalisti francesi, Emile Noël è stato il primo Segretario generale della Commissione europea dal 1958 al 1987, esercitando un’influenza decisiva sulla formazione e sull’evoluzione della Commissione stessa.

[ii] É stata capo della divisione “Informazione universitaria e gioventù” della Commissione europea dal 1972 al 2001. Si deve a lei il lancio  dell’azione Jean Monnet, programma che ha portato alla  creazione di cattedre universitarie e corsi sullo studio del processo d’integrazione europea.

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