Riflessioni sulla storiografia della transizione italiana a partire dalla biografia di Claudio Martelli. Ricordati di vivere

L’autobiografia di Claudio Martelli offre la possibilità di un’ulteriore riflessione su un trentennio della nostra storia repubblicana quanto mai ricco di avvenimenti e personalità, ancora in larga parte in attesa di essere indagati a fondo. Il ponderoso volume infatti abbraccia un arco temporale che spazia dai primissimi anni Sessanta al biennio 1992-1994, decisivo tornante in cui si consuma un rapido, drastico nonché inaspettato ricambio politico a livello periferico e nazionale. Chi scrive non ha, evidentemente, in simpatia l’inflazionata e fuorviante definizione di passaggio dalla «Prima alla Seconda repubblica», tuttavia imposta fin dall’epoca a tambur battente dai mass-media, e finora mai contrastata dagli storici con un minimo di convinzione. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è stato che ormai tale chiave di lettura ha finito così col radicarsi profondamente nel dibattito pubblico, ma anche con ogni probabilità nella stessa coscienza collettiva del Paese. Comunque nel guardare retrospettivamente a quegli anni, forse, non è azzardato avanzare – tra le possibili – l’interpretazione di tre decenni che in sostanza coincidono col percorso dell’intero gruppo dirigente del Psi craxiano; dai primordi quando il giovane Craxi e i suoi compagni facevano parte della corrente autonomista di Nenni alla drammatica fine negli anni di «Mani pulite», passando per l’apogeo degli anni Ottanta quando i socialisti e il loro leader riuscirono a guadagnarsi un’evidente centralità nella vita politica nazionale. Gli itinerari individuali di tale classe dirigente, come risaputo, non furono sempre lineari né coincidenti; a uno zoccolo duro di autonomisti fin dalla prima ora infatti (Tognoli, Intini e Pillitteri), si affianca strada facendo chi proviene dalla sinistra interna (il lombardiano De Michelis, il giolittiano Amato in gioventù psiuppino) o da altri partiti (Martelli dal Pri, Acquaviva dal Movimento politico dei lavoratori di Labor). Anche il dato anagrafico non è da sottovalutare visto che, a eccezione di Craxi (1934) e Formica (1929), tutti gli altri appartengono sostanzialmente alla medesima generazione nata a cavallo tra gli anni Trenta e i gli anni Quaranta; tale considerazione acquista un suo peso specifico ancor di più al momento della traumatica fine di quella esperienza politica (almeno per la maggior parte di loro), quando si consuma una cesura politica che assume al contempo le fattezze del dramma personale, in grado di tagliare le gambe a un ceto in maggioranza nel vivo della personale carriera politica.

Il libro suscita fin dall’inizio grandi aspettative nel lettore, corroborate da una dedica coinvolgente in cui l’autore spiega la molla che lo ha indotto a questo passo: «Non è per rivendicare meriti e riscattare torti, non sono spinto da risentimenti e neppure da nostalgia, anche perché, se guardo indietro, più di quel che abbiamo compiuto vedo quello che avremmo dovuto fare». Aggiunge inoltre che il suo intento era di «sottoporre la mia esistenza a un esame, anzi, a una prova del fuoco, che mi consenta di distinguere il bene dal male in tutto ciò che ho fatto, pubblico o privato che sia» (p. 7). Nel prologo si sofferma poi sull’impegnativo concetto del «coraggio della verità», specificando di non essersi sentito vincolato da alcun obbligo di obiettività e completezza ma soltanto dal «dovere della sincerità, di dire la verità che conosco» (p. 9). Il leit motiv è quel «tutti sanno, nessuno ricorda» che accompagna l’intera sua ricostruzione. Senza tralasciare altre precisazioni, quasi dei «consigli per l’uso» – ci verrebbe da dire – nell’approccio di quest’opera, come quando chiarisce che per gli «umanisti laici» come lui, si pose subito la necessità del «passaggio più arduo e […] più istruttivo» nell’imboccare l’impervia strada (soprattutto in Italia) del riformismo politico, ossia «scendere dalle nuvole delle ideologie alla terra dei fatti» (p. 17). E tale cammino fu costantemente segnato da una stella polare, quella che Martelli chiama il «cuore della materia», vale a dire quell’ambizioso progetto destinato a restare in larga parte lettera morta che aveva già chiaro nella sua mente a vent’anni e di volta in volta rielaborato in seguito fino alla formulazione definitiva e organica al congresso di Bari nel 1991; il tentativo di «unire laici e socialisti e nell’incalzare senza tregua i comunisti italiani per separarli dai misfatti del comunismo sovietico e conquistarli all’occidente, alle regole della democrazia liberale e dell’economia di mercato, e, dunque, al socialismo democratico» (p. 18). Una sorta di quadratura del cerchio insomma, al cui fallimento concorsero diversi fattori e numerosi attori politici, e con risultati sotto gli occhi di tutti ancora a distanza di più di vent’anni. Ora date simili premesse, la domanda che crediamo sorga spontanea nel lettore è se il volume mantenga o meno tali ambiziosi presupposti. La risposta è di segno positivo ma non in toto, anche per l’elementare considerazione che da uno dei più autorevoli protagonisti del dibattito politico per lo meno negli anni della segreteria Craxi, non era chieder troppo l’attendersi qualcosa di più. Da un personaggio della caratura di Martelli, infatti, a nostro modesto parere una delle menti più lucide e innovative (anche grazie a una solida preparazione in ambito filosofico e letterario) non solo del Psi ma dell’intero panorama politico italiano, che ha rivestito incarichi di partito e istituzionali di tale responsabilità, di tale rilievo, era lecito ricevere risposte più convincenti e circostanziate. Sorprende pertanto che, ad esempio, su un paio di passaggi cruciali quali il caso Moro e lo scandalo Eni-Petromin prevalga un misto di reticenza e di ambiguità, che lascia decisamente l’amaro in bocca. Nel primo caso si può leggere il seguente criptico brano:

Qualcuno, dopo esser stato partigiano e condannato in Italia, diventato agente dei servizi cecoslovacchi e sovietici aveva manipolato ed eterodiretto le Br decapitando i capi storici per sostituirli con i propri uomini. Qualcuno che forse agì in tacita con altre strutture d’intelligence del campo opposto perché era altrettanto determinato a eliminare Aldo Moro. (p. 226)

 

Altrettanto poco plausibile il passo sullo scandalo che, nella sostanza, eliminò il principale antagonista di Craxi alla guida del partito, vale a dire il leader della sinistra interna, il lombardiano Signorile:

Ma, appena aperte le ostilità, la sinistra scivolò maldestramente sulla buccia di banana dell’affare Eni-Petromin. Un’anticipazione, forse l’innesco, dell’esplosivo scandalo della loggia P2. Di che si trattava? Vera o falsa – noi eravamo certi che fosse vera – trapelò una notizia, una voce dapprima sussurrata che presto si trasformò in un venticello insistente e infine tuonò come rombo di cannone. La voce diceva che, su una gigantesca fornitura di petrolio saudita all’Eni, personaggi misteriosi avessero lucrato una colossale mediazione di centoventi miliardi destinata, almeno in parte, a operazioni di potere in Italia. Quali operazioni? L’acquisto del Messaggero da parte del gruppo Caracciolo, una più ampia e micidiale spartizione del controllo sulla stampa italiana – compreso il Corriere della Sera ma anche finanziamenti alle correnti di Andreotti e di Signorile. […] La reazione furibonda non solo degli interessati ma dei loro alleati e della stampa […] che vaticinarono per l’Italia un futuro al buio qualora Mazzanti, presidente dell’Eni indicato da Signorile, non fosse riuscito, per cieche beghe politiche, ad assicurarsi quella fornitura a quel prezzo e in quei termini. La contesa avvelenata arrivò in parlamento. (pp. 242-243)

 

Una siffatta ricostruzione tanto lacunosa, può esser accettata se proveniente da un giornalista che magari scriveva a ridosso degli avvenimenti, ma non da un personaggio di primo piano, e per di più a oltre 35 anni di distanza, un lasso di tempo che non giustifica tanta cautela per vicende che andrebbero definitivamente consegnate all’analisi storica, uscendo così una volta per sempre dalle acque limacciose della polemica politica. Soprattutto poi se la dichiarata intenzione dell’autore (e non abbiamo motivo di dubitarne) è, come ricordato, di scrivere all’insegna del «coraggio della verità» con l’obbligo del «dovere della sincerità».

Al contrario, uno degli aspetti più convincenti dell’autobiografia in questione, è proprio il lato umano che prorompe a piene mani e in più punti della narrazione. In questo Martelli dà prova di estrema coerenza con la sua impostazione di fondo di «umanista laico», categoria invero mai troppo affollata nel nostro paese. Quel che ne vien fuori è un ritratto pieno di umanità, che sembra in qualche modo riecheggiare la celebre, caustica definizione di Formica a proposito della politica, a suo avviso nient’altro che «sangue e merda». La narrazione di Martelli infatti ci regala uno spaccato di gioie, speranze, contraddizioni e delusioni in grado di umanizzare – nel bene come nel male – quella politica in tutti i suoi livelli, che altrimenti rischierebbe di esser relegata nell’algida casella degli arcana imperii. L’umanità dell’autore emerge innanzi tutto nelle frequenti annotazioni sulla sua famiglia allargata, soffermandosi sui figli quanto sulle mogli e/o compagne, in modo da restituirci una visione intima, un dietro le quinte in grado bilanciare almeno parzialmente una vita altrimenti fagocitata da una politica vissuta in modo totalizzante fin dagli esordi. E tale umanità resta palpabile anche in alcuni ritratti, come in quello riservato a Nenni, nume tutelare di generazioni di autonomisti e socialisti in generale:

[giungemmo] ad amare il linguaggio ottocentesco, la costruzione retorica, le pause, le inflessioni, emiliano-romagnole, quella sua testa nobile, segnata dai solchi di un secolo di storia come lo scudo di una tartaruga, e soprattutto l’umanità, la semplicità, la bonomia che risaltavano rocciose e malinconiche. Tra il vociferare degli esagitati e le pulsioni reazionarie, il suo profilo si stagliava come quello di una montagna in una radura desolata. (pp. 94-95)

 

Non meno toccanti le parole che dedica in chiusura a Craxi e al loro intenso rapporto, dopo averne tracciato in altri passaggi un ritratto umano quanto realistico (pp. 20 e 35):

Amico, fratello e guida, lui per me; amico e fratello io, emulo che non l’ha mai tradito, nemmeno nella discordia. E pazienza se per un’estate ci siamo lottati. Meglio non fosse successo, naturalmente, ma pazienza. Ci sta anche questo. (p. 591)

 

Su Craxi e sul loro rapporto avremo modo di tornare più avanti, ma intanto ci premeva sottolineare l’intensità di un legame che andò ben oltre la politica e forse la stessa amicizia; non si trattò a nostro avviso della scontata relazione tra il leader e il suo delfino come già all’epoca le cronache ribadivano a ogni piè sospinto, bensì – anche sulla scorta della testimonianza di altri dirigenti socialisti che ebbero modo di conoscerli da vicino – di un qualcosa di talmente profondo da far quasi pensare al vincolo tra un padre e una sorta di figlioccio spirituale.

Entrando nel vivo della trattazione, passiamo in rassegna le differenti tappe della sua intensa esistenza. Dopo una precoce giovinezza politica nelle file del movimento giovanile repubblicano, Martelli entra nel 1967 nel Psi, desideroso di far la sua parte, col proprio personale apporto alla laboriosa quanto sfortunata riunificazione del Psu, tra le due anime socialiste del Psi e del Psdi. Il suo sogno si risolverà in una mera chimera e, come noto, nel 1969 il partito riunificato con una decisione per certi aspetti affrettata quanto gravida di conseguenze, finirà col dividersi di nuovo. A ben vedere, col senno del poi, si può parlare a pieno diritto di decisione presa sulla base dell’emotività delle furiose polemiche quanto delle cocenti delusioni susseguenti il non brillante esito delle politiche del 1968, quando il Psu si attestò al 14,5% alla Camera e al 15,2 al Senato (con un calo rispettivo del 5,1 e del 5,4 rispetto alla somma dei voti ottenuti singolarmente da Psi e Psdi alle precedenti politiche del 1963). La flessione dei voti era stata innegabile, ma come si suole ripetere spesso in politica «due più due non fa quattro», nel senso di guardarsi dai facili automatismi che la dura realtà si incarica sovente di mandare all’aria. Stante quel clima sempre saturo di tensioni a tutti i livelli, di pulsioni radicali e massimaliste a vario titolo, per di più in un momento in cui i governi di centro-sinistra davano evidenti segnali di stanchezza per una formula progressivamente sbiaditasi, è arduo immaginare a un risultato migliore. Quell’esperimento inoltre pagò il proprio vizio ab origine, di esser nato in parte già morto dopo la lunghissima gestazione risalente all’incontro tra Nenni e Saragat a Pralognan nel 1956, di risultare un freddo esperimento di ingegneria politica incapace di parlare al cuore e alle menti degli iscritti, di limitarsi a una «giustapposizione di gruppi dirigenti rivali, di apparati, strutture, sigle rivali e soprattutto di politiche contraddittorie e conflittuali» (p. 127). Così come andrebbe riflettuto sul fatto che il Psi craxiano sarebbe riuscito a raggiungere di nuovo il 14,5% dei voti solo nel 1987 e al prezzo di innumerevoli sforzi.

Ma qual era il partito che si trovò dinanzi Martelli? A parte Craxi e pochi altri, già approdati in modo convinto su lidi socialdemocratici e occidentali (pp. 86 e 89), il Psu prima e poi il Psi è ancora una compagine più vicina alle posizioni neutraliste e terzomondiste che non a quelle dei partiti fratelli della socialdemocrazia europea. Senza contare che il partito, almeno nelle sue frange di sinistra, non sembra essere del tutto impermeabile alla montante ondata della coeva protesta studentesca e operaia, con tutto il suo corollario di esagerazioni verbali e facile demagogia. A Martelli tocca quindi la scomoda posizione dell’«esule in patria», vale a dire di un riformista di stampo socialdemocratico in un’epoca in cui ambedue le definizioni assurgevano a sinistra a due tra i peggiori epiteti possibili. Di qui una certa distonia di fondo con la maggior parte dei suoi coetanei nel partito e fuori in quanto, come ricorda, «io ero riformista non rivoluzionario, politico non agitatore, dilettante non militarizzato» (p. 117). Coerentemente a tale assunto appartiene a quella minoranza che rifiuta lo «strabismo politico» tanto diffuso a sinistra, del ricorso a due pesi e due misure nel valutare situazioni che presentano parecchie analogie; di conseguenza condanna senza distinguo tanto l’intervento statunitense in Vietnam quanto quello del Patto di Varsavia a Praga.

Nel complesso il partito che gli si para dinanzi è ben racchiuso dall’immagine offerta dalla sua stessa sede in Via del Corso, dove prevalgono «stili di lavoro approssimativi, […] e ritmi ministeriali» (p. 177), e «presenza in ufficio e orari di lavoro erano liberamente interpretati» (p. 178). Per comprendere meglio, che ovviamente non significa affatto giustificare, i successivi eccessi degli allestimenti scenografici di Panseca, ai tempi delle finte piramidi e dei «nani e delle ballerine», non si deve scordare cosa fosse il Psi di quel primo scorcio degli anni Settanta. Agli infruttuosi sforzi della segreteria di Mancini, aveva fatto seguito la «doppia subalternità alla Democrazia cristiana nel governo del paese, al Partito comunista nella sinistra» (p. 179) di quella del suo successore De Martino con la politica degli «equilibri più avanzati». L’elezione di Craxi alla segreteria in seguito al convulso comitato centrale del Midas nel luglio 1976 lo vede tra i convinti sostenitori del nuovo corso. A unirli tanti comuni punti di riferimento, a cominciare da un sincero, solido ancoraggio alla tradizione del socialismo occidentale, assai sottovalutato dalle precedenti segreterie, piuttosto provinciali sotto questo profilo. Il nuovo afflato europeo che Craxi possedeva probabilmente di suo, e che aveva ricevuto nuovi stimoli verosimilmente dalla frequentazione con Nenni, altro grande appassionato di politica estera, fa capolino in più punti della narrazione; dal lusinghiero giudizio su Mitterrand e la sua operazione (p. 175) al sincero apprezzamento per la carismatica figura di Brandt (p. 191). Il tutto in una cornice di forte attrazione, quasi una simbiosi per la Francia, la sua cultura, la sua lingua, e i suoi orizzonti libertari, capaci di sedurre le rispettive generazioni di Craxi e Martelli, prima che le successive venissero travolte dalla nuova passione per i paesi anglosassoni.

La comunione di intenti con Craxi si cementa fin dagli esordi della sua segreteria col pieno sostegno alla nuova linea politica, alla ricerca di nuovi spazi di manovra e quindi di un’accresciuta visibilità, per un partito altrimenti votato a un’inarrestabile agonia. La soffocante intesa tra Dc e Pci infatti mira anche relegare in posizione del tutto subordinata le forze laiche e in particolare il Psi. Da qui la chiara percezione craxiana dell’assoluta priorità della sopravvivenza, secondo la ferrea logica del primum vivere, deinde philosophari. In quest’ottica vanno lette dunque le prime mosse di Craxi, con l’elezione del socialista Benvenuto alla guida della Uil, col ponte lanciato agli intellettuali orbitanti attorno a «Mondoperaio» e con la decisione di rientrare a pieno titolo nell’alveo del socialismo europeo. Ma il primo serio banco di prova per la nuova segreteria sarebbe stato il caso Moro, quando Craxi si schierò col minoritario fronte della trattativa con un «atteggiamento che poi divenne una scelta morale e politica che avrebbe difeso con straordinario coraggio e con un misto di umanità e spregiudicatezza» (p. 220). A distanza di tanti anni Martelli rileva, non a torto, la palese incoerenza da parte di uno Stato che di lì a poco avrebbe accettato la trattativa prima con le Br (caso D’Urso nel 1980) e poi addirittura la mediazione della camorra cutoliana (caso Cirillo nel 1981). Ad ogni modo si tratta degli anni in cui, malgrado l’affiorare dei primi torbidi (si veda la vicenda del conto Protezione), la dirigenza del Psi scrive alcune delle sue pagine più convincenti, mostrando di essere oggettivamente il partito con le antenne meglio sintonizzate sui profondi mutamenti in atto nella società. Sintesi ed emblema di tale sintonia è quella conferenza programmatica di Rimini dell’aprile del 1982 in cui Martelli, con la sua nota relazione «Sul merito e sul bisogno», tocca probabilmente l’acme personale; ricorda l’autore che era sua intenzione metter da parte tutti i cosiddetti «ismi» del recente passato, ritenendo giunto il «momento – per il partito, per la sinistra, per me stesso – di una immersione totale nella realtà e nell’attualità, di una presa diretta sui fenomeni sociali, senza schemi preconfezionati, senza dotte stampelle» (p. 291). L’esatto opposto insomma della strada imboccata dal Pci di Berlinguer, al quale l’autore riserva pesanti critiche (pp. 31, 306 e seguenti) unite al sincero riconoscimento per le doti dell’uomo.

Si arriva così all’apice della parabola del Psi con gli anni della presidenza del Consiglio di Craxi (1983-1987) in cui, a ben vedere, il segretario commette uno dei suoi primi, gravi errori nel non cedere la guida del partito, ai suoi occhi inevitabilmente via via più marginale di fronte alle pressanti incombenze dell’attività governativa. A riprova di ciò, il leader socialista per intimo convincimento ma anche perché sviato dagli impegni a Palazzo Chigi non dà ascolto al primo minaccioso campanello d’allarme con gli scandali che colpiscono le federazioni di Torino e Savona nel 1983. Nel medesimo lasso di tempo Martelli assume un ruolo di rilievo nel partito diventandone il vicesegretario, ed è da questa posizione privilegiata che può rendersi conto dell’inanità dei suoi sforzi in direzione di una autoriforma, a cominciare dal delicato meccanismo del tesseramento. Nella realtà, con Craxi impegnato al governo, si viene a trovare a essere il «segretario di fatto» seppur con pochissimo potere effettivo. Lui stesso ricorda come al dunque, in una riunione della direzione, alla sua pressante domanda sulla autoriforma Craxi chiuse ogni spiraglio, replicando che non si poteva «scoperchiare il partito… non va bene», aggiornando la discussione a una vaga prossima volta che non si sarebbe mai palesata. Quest’ultimo particolare non deve esser considerato alla stregua di uno dei tanti aneddoti della vita interna del partito, bensì la cartina di tornasole di quanto accadde dopo il 1983; malgrado le accuse di decisionismo e autoritarismo mossegli da più parti nella gestione del partito, Craxi in realtà si rivelò sostanzialmente un accentratore, spesso disattento nei confronti del Psi, senza mai lasciare vera autonomia ad alcuno dei suoi collaboratori[1]. I nefasti risultati di una siffatta linea si sarebbero manifestati soprattutto dal 1991 in poi, contribuendo così alla disfatta del Psi.

Il periodo della sua vice-segreteria (1984-1988) coincide inoltre con i suoi primi tentativi di iniziare a ritagliarsi un ambito di manovra autonomo, per quanto gli spazi fossero a dir poco angusti. L’impressione è che Martelli, ormai sufficientemente forte e visibile dentro e fuori dal partito, intendesse uscire dall’invadente ombra di Craxi, iniziando una partita in proprio, non sempre coincidente con quella del segretario. Ad esempio è nota la diffidenza di quest’ultimo di fronte all’apertura di Martelli verso i laici (Pr e Psdi) in nome di un moderno schieramento a guida socialista, quanto il credito mostrato al movimento ambientalista per non parlare dello scontro in merito al referendum sul nucleare sostenuto – seppur con alcuni distinguo – dal vice-segretario e avversato da Craxi. Un altro punto di frizione lo si registrò sulla data per i referendum del 1987, di cui il Psi era uno dei principali sostenitori. L’idea di Martelli, bocciata dal segretario, era di andare prima ai referendum per «farci portare sugli scudi dal movimento referendario, preparare una nuova grande piattaforma elettorale con alleati, amici e compagni di strada, questa volta anche a sinistra, come i socialdemocratici, i radicali, i verdi» (p. 385). Si trattò, a posteriori, di un altro errore pesante, al punto che da parte di due protagonisti di quella stagione politica, Acquaviva e Covatta, è stata avanzata l’ipotesi, peraltro convincente, di far risalire alla decisione di Craxi di acconciarsi al «patto della staffetta» nell’inverno del 1987, accettando di andare alle elezioni non da presidente del Consiglio, l’inizio della fine[2]. Il 1987 assurge quindi a vero spartiacque, per cui scomparso il dinamismo degli anni passati, Craxi si trasforma in un temporeggiatore con una progressiva predilezione della tattica rispetto alla strategia, con l’inevitabile caduta della tensione morale per una gestione del potere sempre più fine a sé stessa. Convincente la descrizione di Martelli:

Tutto ciò che sin lì nella nostra politica era stato iniziativa, movimento, tensione, era ormai sacrificato al vecchio adagio «quieta non movere». Sembrava dovessimo solo aspettare, aspettare, aspettare. Cosa? Che il tempo scorresse, e, con il tempo, la legislatura nella quale la guida del governo era tornata alla Dc. Di tanto in tanto, Craxi si premurava di ricordare ad alleati e avversari il proprio primato sulla vita pubblica, mettendo in mora e disfacendo un governo, autorizzandone uno nuovo, impuntandosi su una questione di potere o di principio, lanciando offensive come quella sulla punibilità del consumo di droghe leggere che rovesciò lo storico garantismo socialista nel suo contrario proibizionista, imponendo, talvolta con modi arroganti, un proprio candidato per questo o quell’incarico, magari un sindaco milanese a Roma (p. 394).

 

A onor del vero, sfogliando la pubblicistica del tempo, non si trova traccia di alcuna vera opposizione alla linea di Craxi, al di là di qualche mugugno da ricercare spigolando tra articoli e interviste. In mancanza di documenti che attestino il contrario, tutt’al più si può parlare di fronda, da parte di un’opposizione interna da tempo messa all’angolo o di singoli membri su questioni specifiche, non certo di aperta contestazione al segretario. Umana e naturale pertanto la tentazione in Martelli, come in altri esponenti del partito, di ingigantire ex post gli sbagli di Craxi ed enfatizzare quelle che all’epoca erano sporadiche prese di posizione individuali, se non semplici distinguo. Ciò premesso, è tuttavia arduo confutare una simile ricostruzione sull’involuzione imboccata dal partito. Giustamente Martelli richiama il dato umano, che ebbe la sua incidenza nella vicenda; ci riferiamo all’appannamento fisico del leader socialista, accentuatosi nel 1990 in seguito all’infarto imputabile a sua volta al peggioramento del quadro clinico legato al diabete (pp. 439-440). Di lì in poi sarà una pressoché continua sequela di passi falsi, a tal punto da definire l’antico mentore e sodale addirittura «irriconoscibile» (p. 588). Iniziando da quello di mettersi di traverso al movimento referendario di Segni, da parte di un partito che peraltro era stato l’alfiere della «Grande riforma», col risultato di finire additata da larga parte dell’opinione pubblica come la compagine della conservazione e dell’immobilismo. Per passare alla controproducente decisione di rimandare le elezioni nel 1991, tenendo in vita una legislatura e annesso governo in evidente stato di agonia avanzata; senza tralasciare il caso Gladio, una delle opportunità per fare finalmente luce sulla Guerra fredda, magari costringendo il Pci a un’operazione analoga in merito alla speculare Gladio rossa, e invece smarritasi dietro i mille rivoli della polemica politica contingente, incattivita quanto sterile (p. 507). E’ al congresso di Bari nel 1991 che Martelli esce finalmente allo scoperto (in compagnia di Signorile che lancia l’allarme di un Psi i cui «sensori» nella società non funzionano più), denunciando la necessità di un’inversione a 180°, con la rottura dell’alleanza con la Dc, la conseguente crisi di governo e l’assoluta necessità di riforme. Ma il partito non recepisce e ormai era probabilmente troppo tardi per raddrizzare una barca che faceva acqua da più parti. Inutili quindi anche i suoi tentativi nel convincere Craxi in vista delle politiche del 1992:

L’alleanza con la Dc è esaurita, la Dc è esausta, rischiamo di farci trascinare nella sua decadenza. Prepariamo qualcosa di nuovo, prepariamo un nuovo ciclo, dedichiamoci a riunire e guidare una sinistra divisa, confusa. Bettino, non basta più parlare di unità socialista, formularla come un diktat, come un prendere o lasciare. Dobbiamo essere pronti anche noi a rinunciare a qualcosa di grande. Dobbiamo puntare più in alto, non a Palazzo Chigi per replicare un’esperienza già fatta e che difficilmente potrai ripetere meglio di come l’hai fatta. Dobbiamo puntare alla presidenza della repubblica, perché è da lì che si guiderà la nuova fase politica.

 

Al che pare che la tranchant risposta di Craxi fosse la seguente:

Claudio, a me la presidenza della repubblica non la daranno mai. […] Me ne hanno fatte di tutti i colori, mi hanno combattuto tutta la vita, e tu lo sai benissimo. Anche adesso, li vedi? Anche adesso che il comunismo è crollato,continuano come prima, peggio di prima. Perché dovrei stargli vicino? Perché dovrei aiutarli? Si arrangino! Io non voglio che nemmeno un calcinaccio di quei muri mi cada in testa (p. 512).

 

Il leader socialista non riuscì a comprendere che un’epoca era finita per sempre, con le sue logiche e le sue rendite di posizione; è comprensibile tuttavia la difficoltà incontrata da un uomo nato e cresciuto all’ombra della Guerra fredda nel prender atto della conclusione di un mondo che avrebbe inoltre dato vita a un ribaltamento della percezione del recente passato. Dal 1992 in poi infatti si assiste a quel paradosso tutto italiano, della «sconfitta dei vincitori», ci si passi l’ossimoro; per cui i vincitori sotto il profilo storico e morale della lunga contrapposizione tra Est e Ovest, i socialisti, risultarono i perdenti sul piano politico fino a esser letteralmente spazzati via nel giro di un paio di anni scarsi. Laddove, al contrario, i perdenti, ossia il Pci trasformatosi nel frattempo nel Pds, riuscì a cavalcare l’onda della montante protesta popolare, e dopo aver ottenuto – grazie al necessario avallo del Psi e del Psdi – il benestare per l’ingresso nell’Internazionale socialista, seppe prenderne di fatto il posto, vincendo infine il lungo braccio di ferro col Psi e restando così il principale riferimento della sinistra italiana. Come fu possibile tutto ciò? Scartata l’ipotesi sostenuta da alcuni socialisti del complotto ordito da un’unica regia, Martelli individua la spiegazione in una «guerra unilaterale, una guerra morale perciò santa, inconfutabile. Una guerra che aveva forti motivazioni e che è stata condotta con mezzi violenti, con sofisticate armi di distruzione di massa» (pp. 535-536). E tale guerra dipese «dall’uso violento e discriminatorio della forza legale, esaltato dalla massacrante campagna dei giornali e delle televisioni» (p. 530); al di là di qualche iperbole di troppo, crediamo ci sia più di un fondo di verità in una simile interpretazione dei fatti. Su quelle concitate quanto decisive settimane riveste un certo interesse la sua ricostruzione per due episodi destinati a gettare altra benzina sul fuoco della polemica; ci riferiamo al dietrofront di Occhetto e D’Alema nell’aprile del 1992 sul comunicato concordato dalle rispettive direzioni circa l’imminente varo di un incontro ufficiale per inaugurare una nuova fase (pp.540-542); e al discusso incontro al Quirinale in seguito alla convocazione sua e di Scotti da parte del neopresidente Scalfaro per l’indicazione del presidente del Consiglio incaricato (pp. 548-550). In merito a quest’ultima vicenda Martelli respinge seccamente l’accusa che allora circolò sulla sua volontà di scalzare Craxi, e che tanto contribuì ad allargare il solco tra i due, spiegandola invece come una furba manovra di Scalfaro nel riuscito tentativo di smarcarsi da una posizione scomoda e al contempo di seminare zizzania nelle file socialiste. La narrazione di Martelli tocca un altro punto saliente sul quale tanto si discusse; il famoso discorso alla Camera di Craxi il 3 luglio del 1992, passato alla storia come quello della chiamata di correità dell’intero sistema politico. L’analisi di Martelli coglie a nostro parere nel segno quando rileva che il coraggio del segretario non fu bilanciato dalla necessaria lucidità per avanzare un’adeguata proposta politica.

Fornendo, nell’occasione più solenne, in parlamento, la conferma più eloquente di ciò che le indagini venivano rivelando, Craxi ne potenziò la credibilità e l’effetto devastante. Non fornendo una risposta politica adeguata all’entità del male da estirpare, e non contestando gli abusi e la disparità di azione delle procure, non solo l’inchiesta proseguì più violenta e coinvolgente di prima, ma, molti, se non tutti, trovarono comodo e conveniente fare di Craxi il capro espiatorio (p. 557).

 

Nessuno, tanto meno lui, mette in discussione lo strapotere di partiti divenuti sempre più invasivi e soffocanti – «mancava solo che battessero moneta» afferma ironicamente – , ma allo stesso tempo, senza correre il rischio di esser tacciati di nostalgia per la «Repubblica dei partiti», è difficile dargli torto quando sottolinea la deriva registratasi in questi ultimi anni, mettendo ad esempio a confronto le vicissitudini dei segretari amministrativi di ieri con quelli di oggi (pp. 43-44). Piuttosto, senza ipocrisie di sorta, invita a prender atto dell’inevitabile esistenza di una doppia morale, una «per gli uomini politici e di potere, l’altra per tutti i comuni mortali» (p. 26), come di un dato di fatto fisiologico alla società.

In definitiva Martelli si domanda se sia giusto e/o possibile che quella drammatica estate del 1992 (in cui peraltro ricorda di esser stato a lungo occupato nella lotta alla mafia), per quanti errori possano esser stati commessi, abbia finito col fare tabula rasa di un’intera storia; con quanto di buono lui, Craxi e altri, insieme o individualmente, seppero fare. Tra l’altro, volendo allargare il discorso, vale la pena riportare un giudizio dello stesso Martelli, in occasione di una recente riflessione sugli ultimi anni della parabola del Psi in cui, sfoderando un mai sopito orgoglio, ha rivendicato i non pochi meriti tra i quali «l’opera di civilizzazione» compiuta dal socialismo in generale, in Italia come in Europa. Pertanto, tornando alle conclusioni della sua autobiografia, Martelli non ha dubbi sul fatto che una singola estate non possa cancellare un’intera esistenza. Di sicuro quanto è venuto dopo non ha presentato minori ambiguità e punti oscuri. Il risultato dell’eterna transizione italiana, quello sì, è sotto gli occhi di tutti; un Paese ancora inchiodato al guado, poiché «siamo fermi a venti, trent’anni fa, quando non siamo regrediti» (p. 42).

 

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[1] Su questo tema ci permettiamo di segnalare al lettore il nostro saggio Accentratore o decisionista? Craxi e la guida del Psi, nonché gli altri contributi presenti nel volume curato da G. Acquaviva, L. Covatta, Decisione e processo politico. La lezione del governo Craxi (1983-1987), Marsilio, Venezia 2014.

[2] Cfr. G. Acquaviva, L. Covatta (a cura di), Il crollo. Il Psi nella crisi della prima Repubblica, Marsilio, Venezia 2012.

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