Recensione: Emilio Gentile, Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo.

Il centenario della Prima guerra mondiale ha incrementato gli studi e le ricerche sul tema come dimostrano le pubblicazioni che già da qualche mese hanno visto la luce, alle quali si uniscono varie iniziative sul territorio nazionale. Ogni lavoro ha privilegiato fonti diverse e seguito differenti metodologie per interrogarle. Della Grande Guerra sono stati approfonditi aspetti politico-militari, culturali, economici, antropologici e di genere, ma anche studi sulla sua influenza nella letteratura e nel cinema. Raccontare il primo conflitto mondiale attraverso i «tempi e i modi della partenza, le forme del racconto e un ritorno spesso impossibile» è stato il lavoro, ad esempio, di Marco Mondini: La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare 1914-18, il Mulino, 2014. Mondini predilige infatti per il suo racconto un approccio volto ad approfondire gli aspetti della storia culturale del conflitto facendo ricorso a varie fonti: ufficiali, letterarie, iconografiche, ego-documenti, testimonianze artistiche e statistiche, pellicole cinematografiche e fumetti. Altro esempio il lavoro di Antonio Gibelli, La Guerra Grande. Storie di gente comune 1914-1919, Laterza, 2014, dove l’autore ha narrato non la storia della guerra, ma quella di singoli uomini e donne comuni, ricostruita attraverso le loro scritture e testimonianze che ci dicono qualcosa di «assolutamente unico e insieme di assolutamente ordinario sulla natura dell’evento [bellico]». Di fronte a tanta diversità di posizioni e di analisi possiamo però indicare un minimo comune denominatore, ovvero la considerazione che la Prima guerra mondiale è stato un momento cruciale del Novecento e ancora oggi sono perduranti molti dei suoi effetti.

Tutto questo fa della Grande Guerra e degli anni che vanno, a seconda dei vari fronti, dal 1914 al 1918 (e anche oltre), qualcosa di difficile da comunicare e da raccontare. A questo risultato, a parere nostro, sembra essere giunto, coltivando sia la dimensione scientifica che divulgativa, lo studioso Emilio Gentile con il saggio pubblicato da Laterza nel 2014: Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo. Storia illustrata della Grande Guerra (al tema Gentile aveva dedicato già un suo lavoro nel 2008 pubblicato da Mondadori dal titolo L’apocalisse della modernità. La Grande Guerra per l’uomo nuovo).

Gentile presenta il conflitto come una guerra di massa che coinvolse Stati, eserciti e molta popolazione civile, modificando economie e sistemi politici causando un vuoto geo-politico del tutto nuovo come dimostrava la scomparsa dopo il 1918 di quattro grandi imperi: ottomano, russo, austro-ungarico, tedesco. «Quando la guerra finì, il mondo era cambiato e non aveva più un centro. “Noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali” dichiarava nel 1919 il poeta francese Paul Valéry» (E. Gentile, L’apocalisse della modernità…, p. 20). La stessa fine nel 1918 della guerra alla luce dei nuovi studi sembra essere solo indicativa se si pensa che le contraddizioni e le divisioni sorte con i trattati di pace alimentarono in molti stati una latente voglia di rivincita, disordini sociali e, come sosteneva Annah Arendt, fu «levatrice» del totalitarismo.

Nonostante tutto, questa guerra non era totalmente inevitabile come lo stesso Gentile sottolinea nell’introduzione al suo lavoro. Quelle gravi decisioni furono prese da uomini, re e capi di Stato, anche se il caso e le congiunture sfavorevoli ebbero la loro parte: «Forse nessuno la voleva, ma nessuno seppe evitarla. Non fu inevitabile per fatalità, ma non esplose neppure per caso, anche se il caso ebbe la sua parte. Fu decisa da uomini che avevano il potere di scegliere fra la pace e la guerra. E scelsero la guerra» (p. VII). Il punto di vista di Gentile esclude quindi la necessità inevitabile degli eventi, ma tiene in considerazione che su ogni decisione influirono circostanze che spesso sfuggirono al controllo della ragione e che pertanto ebbero conseguenze «imprevedibili, terribili e irreversibili».

Quei due colpi di pistola sparati a Sarajevo contro l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo si rilevarono scintille di un grande incendio che, forse, in un primo momento non venne opportunamente valutato. D’altronde non era la prima volta che sovrani, eredi al trono o capi di Stato erano stati oggetto di morte. Durante quella lunga vigilia di pace che anticipò la guerra del 1914 erano stati circa una dozzina i morti in questa maniera, tra cui nel 1900 Umberto I di Savoia re d’Italia. Quella lunga pace era stata contrassegnata da tanti e tali eventi da fare sperare che una guerra distruttiva, totale, fosse impensabile: «la civiltà europea, guidata dalla fiducia della ragione e dalla fede nel progresso, sarebbe giunta un giorno a sconfiggere la barbarie della guerra […]» (p. 13). La paura di una guerra diversa dal passato con esiti devastanti tali da suicidare un mondo, era stata però profetizzata e raccontata da letterari e artisti come dimostravano le loro opere.  Nonostante l’esposizione universale, la conferenza internazionale della pace all’Aja (su iniziativa di Nicola II), gli elementi di una possibile guerra c’erano tutti.

I tentativi da parte di alcuni Stati, come ad esempio l’Italia, che avevano raggiunto in ritardo l’unificazione politica, di ottenere territori per allargare la propria influenza politica e la propria ricchezza economica (ad esempio la conquista della Libia) andarono a fomentare e legittimare le pretese di altri Stati e a destabilizzare la situazione geo-politica europea soprattutto nei Balcani. Finirono per indebolire anche quella fiducia nella modernità che generava progresso e pace che fino al 1914 aveva dato risultati positivi per l’Europa. Fu infatti la macro-regione dei Balcani la vera polveriera del conflitto, che successivamente assunse dimensioni però mondiali. Era per molti aspetti un micro mondo che rifletteva uno più grande, con tutte le sue contraddizioni: dai conflitti etnici al nazionalismo, dalla stanchezza degli antichi imperi alle pretese espansionistiche di piccoli Stati.

La mobilitazione degli eserciti e le successive dichiarazioni di guerra portarono gran parte delle popolazioni a calarsi nel conflitto, alcune in maniera entusiasta, mentre la maggioranza lo fece invece rassegnata come contadini, operai, piccoli artigiani e commercianti. Anche i partiti socialdemocratici, se si esclude il caso del partito socialista italiano, si schierarono per la guerra e a difesa della propria patria. Sin da subito ogni nazione si definì aggredita e vittima delle altre, sottolineando le atrocità che si subivano e raramente quelle che venivano inflitte. «Attraverso l’identificazione della propria nazione con il Bene e del nemico con il Male la Grande Guerra fu anche interpretata come l’effettivo avvento della lotta finale fra il Bene e il Male profetizzata nell’Apocalisse biblica» (p. 110). In questo la propaganda ebbe un ruolo determinante nella mobilitazione patriottica-nazionale come dimostravano le illustrazioni di quegli anni che nel testo di Gentile sono numerose e ben scelte.

Sui vari fronti, cesellati da lunghe trincee, vissero e morirono milioni di soldati, sperimentando anche rapporti sociali diversi da quelli da cui provenivano che andarono a costruire una comunità di guerra. Le nazioni imperialiste mobilitarono in questo sforzo anche le proprie colonie: «Furono 607.000 i soldati coloniali francesi, in gran parte reclutati in Africa, specialmente algerini e senegalesi. Inoltre, la Francia importò dalle colonie, specialmente dall’Indocina, mano d’opera da impiegare per la produzione bellica. Altrettanto considerevole fu il contributo delle popolazioni coloniali dell’impero britannico: nel 1914, l’India fornì circa 160.000 soldati, aumentati a 870.000 nel 1918» (p. 71). Le logiche della guerra portarono ad individuare come nemici non solo gli eserciti e chi combatteva a Verdun, sulle Somme, a Brusilov, sull’Isonzo (solo per citarne alcuni di questi luoghi), ma anche minoranze etniche, stranieri, disfattisti: il nemico interno. «La guerra al “nemico interno” ebbe la più nefasta applicazione in Turchia, con lo sterminio della popolazione armena» (p. 108). I due colpi di pistola sparati nel giugno 1914 alla fine del conflitto causarono 10 milioni di morti, la fine di un mondo, una «pace senza pacificazione». Emilio Gentile ha ricostruito rigorosamente gli avvenimenti di quegli anni, le contraddizioni che vennero alla luce e gli esiti che furono raggiunti, riuscendo a suscitare il «desiderio di conoscere ampiamente quel che è stata la Grande Guerra, per poter meglio comprendere come essa abbia contribuito a formare la coscienza che l’uomo moderno ha di se stesso e della storia in cui vive» (p. XI).

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