Il “miracolo” all’ombra della bomba. Media italiani e questione nucleare tra Guerra fredda e boom economico (1954-1968)

 

  1. Introduzione*

La questione nucleare come chiave interpretativa non solo della storia delle relazioni internazionali e della storia militare, ma anche della storia sociale e culturale, a partire dalla data simbolo del 6 agosto 1945, sta compiendo in Italia i primi passi. Aspetti centrali nella seconda metà del Novecento come il peso dell’ideologia della Guerra fredda, l’affermazione della società consumistica e la definitiva “modernizzazione” dei modi di vivere e di rappresentarsi della società occidentale, le vicende dei movimenti di protesta e per la pace, il delinearsi della questione energetica si incontrano, infatti, con il nodo nucleare e con il binomio paura/fascinazione per l’atomo, rendendo l’energia atomica, con i suoi simboli e le sue rappresentazioni mediatiche (a partire dalla più nota ed inquietante, il fungo atomico), un fattore imprescindibile per comprendere l’evoluzione politica, sociale e culturale di un paese “di confine” come l’Italia nel passaggio dagli anni della ricostruzione a quelli del boom economico, dalla stagione della più aspra contrapposizione fra blocchi a quella della distensione.

Per una ricerca a cavallo fra storia dei media, storia sociale e culturale come quella che in questa sede si vuole tracciare, almeno nei suoi caratteri generali, un ruolo centrale è ovviamente svolto dalle fonti consultate ed esaminate. L’Italia che dopo la seconda guerra mondiale si avvicina progressivamente allo status di potenza economica è un paese in cui l’industria dei media, per quanto fortemente sbilanciata a livello territoriale e sociale, si qualifica, al pari di quanto accaduto negli anni Trenta, come uno dei principali fattori di modernizzazione e costruzione identitaria. Rotocalchi, cinema, televisione, fumetti sono solo alcuni dei protagonisti di un processo in fieri che tende a diffondere nella penisola non solo le parole d’ordine della nuova situazione politica e del nuovo contesto bipolare, ma le stesse coordinate interpretative di una trasformazione dei costumi e degli orizzonti di riferimento che, cominciata ancor prima dello sbarco degli alleati in Sicilia, diviene negli anni Cinquanta fenomeno collettivo in grado di portare ad una vera e propria rivoluzione antropologica degli italiani.

Da diversi anni i contemporaneisti hanno messo in evidenza il nesso profondo che intercorre tra la produzione mediatica e la società da cui ha origine. Un rapporto tutt’altro che lineare nei suoi percorsi e ricco di variabili legate alla natura stessa del documento mediatico, frutto di un processo industriale finalizzato all’acquisizione di profitti in funzione di investimenti spesso notevolmente onerosi, che soggiace, in molti casi, anche a precise istanze politiche o, come nel caso italiano, partitiche (si pensi, ad esempio, alla ratio della produzione televisiva della Rai a partire dal 1954 o ai vincoli censori dell’industria cinematografica negli anni della Guerra fredda, e anche agli orientamenti di alcuni rotocalchi). Prodotto complesso, dunque, che, mirando anche a soddisfare gusti e bisogni del pubblico, finisce per essere in alcuni casi – segnatamente, ad esempio, nel caso dei rotocalchi, che devono nel dopoguerra assicurarsi un pubblico di lettori in un mercato in grande espansione ma molto competitivo – in certa misura specchio di tendenze ed umori diffusi presso vasti settori della società e in una molteplicità di culture politiche. Per questo, se appare certamente ingenuo leggere un film, un articolo di rivista o un programma televisivo come riflesso fedele della realtà sociale e dell’opinione pubblica di un’epoca, altrettanto ingenuo e scientificamente miope è derubricare questo prezioso tesoro informativo sul passato a semplice frutto di estro individuale o manifestazione d’ingegno rivolta più al mondo della cultura che alla società tutta, o, al contrario, a mero veicolo d’intrattenimento per masse di fruitori passivi. Soprattutto per gli anni di affermazione e diffusione capillare dei media di massa, uno studio sistematico e ad ampio raggio di queste fonti, a tutti gli effetti prodotto culturale complesso del loro tempo, permette di cogliere il formarsi e il successivo definirsi di orientamenti, punti di vista, topoi concettuali ed orizzonti immaginifici che hanno ripercussioni rilevanti non solo nella mentalità collettivi e negli immaginari – siano essi pubblici o privati – ma anche, orientando l’agire degli individui e le loro scelte, nella stessa dimensione politica e sociale del vivere civile. Partendo da questo assunto metodologico, il saggio vuole dunque indagare il discorso mediatico che prende corpo in Italia sul tema nucleare, in un processo osmotico che vede i materiali indagati, da un lato, essere espressione – in una molteplicità di dimensioni – del contesto nel quale vengono prodotti; dall’altro, contribuire essi stessi a plasmare la società circostante nel suo essere, al contempo, produttrice e fruitrice ultima di questa produzione ricca e multiforme nelle forme e nei contenuti.

 

  1. Italia nucleare. Costruzione identitaria e immaginario collettivo di fronte all’atomo (1954-1962) **

Per quanto riguarda la fase che inizia nella seconda metà degli anni Cinquanta, all’alba del miracolo economico, e termina il 27 ottobre del 1962, quando il mondo si trovò ad un passo dalla guerra termonucleare a seguito della crisi missilistica di Cuba, è possibile riscontrare come la questione nucleare si qualifichi come uno dei principali argomenti di discussione sui media nazionali, con cadenze frequenti anche se con toni e prospettive tutt’altro che omogenee, spesso legate alle contingenze politiche dell’epoca[1]. Non solo i quotidiani che seguivano in maniera cronachistica l’evolversi delle tensioni fra i blocchi e quella che sarà poi conosciuta come la “corsa agli armamenti”, ma anche i principali rotocalchi nazionali vedono nella questione atomica – intesa in senso ampio e, spesso, poco definito – l’occasione per attirare un pubblico di lettori avido di notizie al confine fra lo scientifico, il fantascientifico e il fantasioso. La volontà collettiva di saperne di più sui processi alla base della nuova energia era in questo caso rafforzata da un’attrazione per la natura misterica e quasi sovrannaturale del nucleare che faceva dell’atomo il collettore di sentimenti e prospettive anche diametralmente opposte fra loro, ma tutte ugualmente giustificabili all’interno di una narrazione pubblica in cui i dati reali erano accompagnati e, in molti casi, sovrastati da immaginifiche ricostruzioni di carattere di volta in volta utopico, millenaristico e apocalittico.

Si prenda ad esempio Famiglia Cristiana, uno tra i rotocalchi più diffusi e apparentemente meno legati a temi di rilevanza politica interna e internazionale. Il periodico di Alba fin dai primi anni Cinquanta dedica sulle sue pagine frequenti richiami al tema, alternando brevi rimandi di cronaca politica o di “colore atomico” sul modello delle curiosità dal mondo (le brevi notizie contenute nella rubrica “Sguardo sul mondo” come «La radioattività vinta da una pianta»[2] o «L’orologio atomico»[3]) con più corposi articoli in cui, da un lato, cerca di riflettere sui pericoli che corre il genere umano sulla strada della proliferazione nucleare[4] (anche con fantasiosi richiami ad armi futuribili, figlie di una stagione in cui la potenza distruttiva manifestatasi con il bombardamento di Hiroshima e con le violenze caratteristiche della Seconda guerra mondiale si sposava con le influenze della fantascienza non solo cinematografica proveniente dagli Stati Uniti[5]), dall’altro, ipotizza un futuro tecnologico in cui l’energia atomica viene descritta come una delle tante mirabilie in grado di migliorare la vita dell’essere umano[6]. Questa narrazione in bilico fra superficiale conoscenza dell’argomento e curiosità quasi infantile per ciò che appare come misterioso e potente (la classica lettura alchemica che accompagna il discorso pubblico sul nucleare già dai giorni successivi il 6 agosto 1945, unendo elementi di cronaca a utopie/distopie che attingono al patrimonio misterico-apocalittico della tradizione religiosa ebraico-cristiana) subiva delle oscillazioni a seconda degli eventi politici che si susseguivano sul proscenio mondiale[7]. Così se in concomitanza dell’incidente del Bravo Test nel 1954 o del lancio del primo ICBM sovietico i toni della narrazione divenivano più allarmati, concentrandosi sulla natura militare della nuova scoperta e sui rischi di una guerra sempre più avvertita come prossima; nel caso del discorso del presidente americano Eisenhower sugli “Atoms for Peace” del 1953 o del 1955, durante la conferenza internazionale di Ginevra sugli usi pacifici dell’energia atomica, il focus della narrazione tendeva a spostarsi in maniera rilevante concentrandosi sugli aspetti modernizzanti e progressivi della nuova tecnologia.

In questo senso Famiglia Cristiana appare come un’utile cartina di tornasole per evidenziare sia l’attrazione che simili argomenti esercitavano sui redattori del rotocalco e, di conseguenza, sul pubblico cui era rivolto il prodotto finale, sia il valore simbolico del tema nucleare e la sua natura polimorfica nel panorama politico, sociale e culturale dell’Italia dell’epoca: al contempo strumento di morte che rimandava agli anni bui della guerra (in questo rafforzato dai frequenti rimandi alle encicliche e ai discorsi di Pio XII e poi di Giovanni XXIII corredati da invocazioni ed inviti alla preghiera e alla fede nella protezione divina[8]) e feticcio di una modernità (spesso raffigurata tramite quegli stessi strumenti di distruzione che venivano temuti, in un’evidente rapporto di fascinazione/repulsione per la macchina, anche portatrice di morte, quale simbolo di un progresso dai limiti sempre più difficilmente immaginabili) cui il paese aspirava ma che, almeno sulle pagine del periodico cattolico, appariva ancora sostanzialmente appannaggio degli altri.

L’elemento apocalittico insito in questa narrazione non portava la mente degli italiani in scenari lontani, dalla consistenza impalpabile al pari di sogni atomici di difficile realizzazione. Al contrario, faceva dell’energia nucleare il portato più riconoscibile di una stagione che era tutt’uno con i nuovi assetti politici ed economici internazionali, con conquiste tecnologiche guardate spesso con ammirazione, in alcuni casi paura, sotterraneamente invidia, come il marchio distintivo di una modernizzazione e di uno status da riconquistare per sancire la definitiva uscita del paese e degli italiani dagli anni “indigenti” della ricostruzione.

La Rai che muove i primi passi nel 1954 diviene, da questo punto di vista, il bacino d’incubazione di un discorso ufficiale sul nucleare, in sintonia con le politiche della compagine governativa e con la sua scelta atlantista, che lega in maniera profonda la nuova energia alla ricostruzione di un’identità nazionale repubblicana, aperta a un futuro di collaborazione internazionale nel nome di un progresso democratico che, con il passare degli anni, sembra accomunare il paese alle altre grandi potenze occidentali in un contesto di prosperità sempre più tangibile e alla portata di tutti. I numerosi programmi informativi che la televisione di Stato dedica al tema nucleare (mandati spesso in onda in orari notturni), tolte poche eccezioni si concentrano sull’illustrazione dei processi scientifici e storici all’origine della nuova scoperta e sulle sue possibili applicazioni civili. In questa produzione che si fonda sia su materiale originale sia su filmati e servizi messi a disposizione dalla United States Information Agency e realizzati negli Stati Uniti dall’Atomic Energy Commission, la natura potenzialmente distruttiva della nuova energia non viene mai affrontata se non marginalmente (indicativo il fatto che gli unici riferimenti alla distruzione di Hiroshima siano presenti in due programmi di viaggio dedicati al Giappone come Sulla rotta del Sol levante del 1959 e Onorevole arcipelago del 1960, con fugaci rimandi ai monumenti dedicati alla tragedia del 1945) nei primi anni di programmazione dell’emittente. Quello che il piccolo schermo cerca di diffondere nelle case degli italiani tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta è così un’immagine dell’atomo e delle sue potenzialità priva di aspetti problematici o destabilizzanti: il nucleare appare come il frutto di una stagione nuova per il mondo di cui anche l’Italia potrà giovarsi nella sua corsa al benessere e alla ricchezza. I termini misterici che caratterizzano la narrazione collettiva sull’energia atomica hanno uno spazio sempre più ridotto (non scomparendo comunque definitivamente), mentre la natura al contempo pedagogica e di servizio della Rai trova espressione in programmi giornalistici che anche a costo di ostiche e poco spettacolari spiegazioni scientifiche cercano di spogliare la scienza nucleare e la tecnologia ad essa collegata da qualsiasi elemento anche solo apparentemente “sovrannaturale”, per ricondurle in maniera diretta all’azione dell’uomo e ai progressi della mente umana. Attraverso questi programmi non solo si celebra l’era atomica come stagione di prosperità e pace a livello globale, ma si compie in maniera riconoscibile un processo tendente ad inserire l’Italia all’interno dei paesi più industrializzati e a sancirne la nuova identità democratica e repubblicana attraverso la progressiva acquisizione di una competenza nucleare messa al servizio degli italiani e del soddisfacimento dei loro bisogni. L’Italia, descritta come un paese di pace, è ora in grado di dialogare da pari a pari con le altre potenze grazie alle comuni conoscenze atomiche e può così estendere ricchezza e migliori condizioni di vita alla totalità della popolazione, concludendo di fatto negli anni del “miracolo economico” quel processo di ricostruzione sociale ed identitaria che era cominciato con molte difficoltà alla fine della Seconda guerra mondiale con la sconfitta del nazifascismo e la nascita del nuovo sistema politico. Esemplare al riguardo la terza parte del film documentario commissionato dall’Eni di Enrico Mattei L’Italia non è un Paese povero di Joris Ivens intitolata Appuntamento a Gela e mandata in onda il 25 luglio 1960[9]. Attraverso la storia d’amore fra un operaio settentrionale dell’Eni impegnato nella ricerca del petrolio in Sicilia e una giovane ragazza del posto, si celebra anche il sorgere di una nuova centrale nucleare nei pressi di Latina quale coronamento di un processo organico e di portata nazionale per dare nuova energia al meridione e per agevolarne la crescita economica. Quando a sera sulla piazza del paese un cantastorie (Cicciu Busacca, famoso cantastorie siciliano) romanza su un testo scritto da Ignazio Buttitta l’incontro e l’avvenuta unione degli sposi (unione metaforicamente sovraregionale e all’insegna dello sviluppo materiale e morale dei cittadini), il programma si conclude con l’auspicio che nel lavoro e nell’uso pacifico della forza dell’atomo si assicurino finalmente all’Italia benessere e prosperità.

Una simile rappresentazione del tema viene portata avanti anche dai cinegiornali della Settimana Incom di Sandro Pallavicini (ad esempio il servizio del 19 settembre 1955 della rubrica “Nel mondo della scienza” dal titolo L’atomo guaritore) e della serie “Mondo libero” della casa produttrice Opus Film (tra gli altri, Atomi per l’industria del 2 settembre 1955 e Atomo pacifico alla Fiera del 20 aprile 1956). Anche in questo caso non può sfuggire come lo sguardo gettato sul nucleare da questi prodotti informativi fosse fortemente influenzato non solo dai recenti avvenimenti politici, ad esempio la già menzionata Conferenza sulle applicazioni pacifiche dell’energia atomica di Ginevra, ma anche dagli interessi del governo che ne autorizzava il passaggio nelle sale cinematografiche e, successivamente, anche in televisione, e dei poteri economici coinvolti nel cambiamento dell’Italia[10].

Questo tipo di approccio, funzionale al consolidamento di un senso di appartenenza nazionale fondato su valori e presupposti figli della nuova stagione politica ed economica, utilizzava la scienza nucleare come presupposto indispensabile per il raggiungimento di una modernità aperta all’esterno e di respiro internazionale ma, allo stesso tempo, risultato di una crescita collettiva intimamente nazionale e profondamente italiana. A conferma di tale chiave interpretativa il programma in quattro puntate mandato in onda dalla Rai a partire dal 3 gennaio 1961 ed intitolato in maniera quasi paradigmatica Italia nucleare. In questo senso, i frequenti riferimenti a Enrico Fermi, soprattutto nei giorni successivi alla sua scomparsa, come padre “italiano” del nucleare dimostrano in televisione come nei cinegiornali la volontà di fare propria una scoperta la cui origine e i cui significati storici erano estranei alla storia recente del paese[11].

Come negli Stati Uniti, anche nella realtà italiana fu attraverso mezzi di comunicazione meno controllati nel linguaggio e negli spunti narrativi che si diffuse una rappresentazione del nucleare più articolata, per certi versi più fantasiosa ma anche aperta, seppur in forma superficiale ed in molti casi fortemente impressionistica, a riflessioni tutt’altro che accomodanti con l’interpretazione generale del fenomeno veicolata dagli altri media: il cinema di fantascienza, la letteratura di fiction (è nei primi anni Cinquanta che vede la luce la collana di romanzi di Urania ad opera di Giorgio Monicelli per Mondadori[12]) e i fumetti. In questi prodotti apparentemente meno impegnati e per certi versi meno legati a obblighi di attendibilità scientifica, rivolti a un pubblico considerato all’epoca come “popolare”, composto per la maggior parte di giovani in cerca di emozioni forti, si compie una rielaborazione del tema e dei suoi nodi problematici (in particolare quelli relativi alle radiazioni, al fallout e alla distruzione atomica) che percorre vie eccentriche spesso poco considerate. Tramite queste storie, che subiscono pesantemente l’influenza dei prodotti d’oltreoceano allora molto diffusi sul territorio nazionale in edicola[13] e nelle sale cinematografiche (anche se merita di essere evidenziato come il primo supereroe nucleare completamente italiano della storia, Misterix, veda la luce già nel 1946 e rifletta nelle sue caratteristiche elementi tipici di una “italianità” facilmente riconoscibile dai lettori), si realizza una rappresentazione fuori dagli schemi delle paure profonde legate all’olocausto nucleare e ai confini invalicabili delle leggi di natura. Questi materiali costruiscono iconograficamente un nuovo terreno di confronto, spettacolare e coinvolgente ma non per questo banale, in grado di sollecitare la coscienza collettiva nel suo porsi rispetto alle grandi questioni internazionali di quegli anni, su tutte il rischio di un’escalation atomica e di un conflitto termonucleare dagli esiti imponderabili. Giocando con ansie che erano presenti in forme più o meno definite all’interno della popolazione, queste fantasie nucleari su carta o celluloide contribuiscono a minare le certezze di una società che s’immaginava, anche grazie al discorso ufficiale che abbiamo visto venire impostato dai media più sensibili alle influenze governative, alla pari con le altre potenze nucleari più sviluppate ma che vedeva il proprio destino in balia degli interessi e delle decisioni degli altri.

In questa prospettiva si possono leggere in maniera molto più stimolante e problematica le serie di prodotti di imitazione che vedono la luce alla fine degli anni Cinquanta sulla scia del successo dei più conosciuti film stranieri sui mostri radioattivi (Caltiki il mostro immortale di Riccardo Freda del 1959, con una creatura radioattiva primordiale che minaccia la sopravvivenza del genere umano), sull’apocalisse nucleare (Antinea, l’amante della città sepolta di Edgar G. Ulmer e Giuseppe Masini del 1961, che si conclude con un’esplosione nucleare in pieno deserto che spazza via una intera città sotterranea ma lascia indenni i due protagonisti, novelli Adamo ed Eva in un’alba illuminata da un fungo atomico) o sui pericoli che la scienza nucleare può portare al futuro dell’umanità (La morte viene dallo spazio di Paolo Heusch del 1958, in cui la tecnologia atomica è prima causa e poi soluzione di un incidente che rischia di distruggere il pianeta terra). Ad esempio nel film di Romano Ferrara I pianeti contro di noi del 1962, versione nostrana del classico di fantascienza The Day The Earth Stood Still di Robert Wise, un androide giunto dallo spazio a Roma per fermare un progetto di ricerca nucleare e impedire che il pianeta oggetto delle brame dei suoi creatori extraterrestri – esseri deformi a causa di un uso incontrollato dell’energia atomica – diventi una landa radioattiva ed inospitale, preconizza senza mezzi termini quello che, all’alba della crisi missilistica di Cuba, sempre più italiani temevano: «Voi [umani] con gli studi nucleari state andando verso la vostra autodistruzione».

 

  1. L’atomo e la modernità (1962-1968)***

L’“era atomica” – e con essa la possibilità dell’apocalisse – appariva dunque, ormai, l’ineludibile realtà dell’uomo degli anni Sessanta[14], come programmi televisivi e rotocalchi non si stancavano di ripetere a un pubblico considerato, peraltro, ancora relativamente poco informato rispetto alle complessità delle questioni nucleari, al «cittadino medio», per usare le parole del rotocalco comunista Vie Nuove, di «questo Paese del “miracolo”», alle prese con cambiali e benessere[15] – un cittadino non per questo, tuttavia, meno spaventato o preoccupato dalle atomiche, come rivelavano alcuni sondaggi agli inizi del decennio. Nel corso degli anni Sessanta, il nucleare avrebbe dunque continuato ad essere tema rilevante del discorso pubblico e al centro di una molteplicità di rappresentazioni culturali (sui rotocalchi e a teatro, al cinema e in televisione), che plasmavano e, al tempo stesso, riflettevano gli atteggiamenti e i sentimenti degli italiani.

Una vignetta del New York Herald Tribune, disegnata dal noto vignettista americano Herbert Block e riprodotta su Epoca proprio nei giorni successivi alla crisi dei missili di Cuba, esorcizzava efficacemente tanto la dimensione del pericolo appena corso, e a cui sembrava ormai costantemente esposta l’umanità, quanto la percezione di incontrollabilità e di fanciullesca crudeltà del “gioco” della deterrenza: un missile-gigante dalle fattezze antropomorfe,  con il volto contratto in un ghigno minaccioso, stringeva tra le mani un piccolo pianeta terra (a sua volta dotato di sembianze umane) come fosse un giocattolo, coprendone gli occhi. La breve didascalia chiosava: «Il missile al mondo: “Indovina chi è?”»[16]. La paura, l’angoscia provocata dalla bomba e dalla prospettiva di un’eventuale guerra atomica – che induceva, ad esempio, un preoccupato lettore di Oggi a chiedere a Gianni Granzotto, nel giugno 1963, se non si dovesse provvedere anche in Italia a costruire dei rifugi antiatomici[17] – continuavano dunque a riverberare nella rappresentazione del nucleare elaborata dai mass media italiani. Popolavano l’immaginario collettivo anche altri timori, come quelli legati agli effetti del fallout (al centro del dibattito, anche in Italia, soprattutto dopo la ripresa dei test nell’atmosfera prima da parte dell’URSS nel 1961 e poi degli USA nella primavera del 1962), e inquietudini più remote ma non meno vive, suscitate ad esempio da notizie di casi di contagio in impianti nucleari civili o di inquinamento da scorie radioattive verificatisi in altri paesi. L’inchiesta I figli crescono, in onda su RAI 1 nel 1966, nella quarta puntata dedicata all’educazione dei bambini nell’Italia del boom, avrebbe dimostrato come anche per i più piccoli, interrogati sull’atomica, la bomba fosse ormai una realtà più o meno familiare ma comunque nota e temuta, acquisita nel panorama del quotidiano tramite le conversazioni con genitori e fratelli o l’insegnamento scolastico, ma anche attraverso i manifesti affissi nelle strade, la radio e la televisione[18].

La bomba H era la concretizzazione più terrificante di questa condizione “atomica”. «Morte, sterilità e follia si accompagnano», riportava ad esempio L’Europeo nei primi mesi del 1962 in un esclusivo reportage da Bikini, dall’«arcipelago atomizzato» e disabitato in cui, tra anni Quaranta e Cinquanta, gli Stati Uniti avevano realizzato esperimenti nucleari e poi termonucleari. Uno spettacolo di «desolazione sconcertante», una natura impazzita, fatta di uccelli incapaci di riprodursi e tartarughe suicide[19], da cui l’essere umano era bandito, si offriva allo sguardo del lettore nelle foto a tutta pagina del rotocalco. Nel corso del decennio, tuttavia, sarebbe stata anche la memoria della “prima” bomba, la bomba sganciata su Hiroshima e Nagasaki (e degli uomini e dei luoghi legati alla sua costruzione), a divenire uno dei contesti privilegiati per l’elaborazione delle paure legate all’atomica. Soprattutto per il ventesimo anniversario dell’evento nel 1965, ma in realtà in una molteplicità di altre occasioni, in misura maggiore nelle pagine dei rotocalchi ma anche, in questo caso, sugli schermi della RAI di Ettore Bernabei, venivano proposte ricostruzioni dettagliate e trovavano spazio interrogativi angosciosi – mentre si delineava, più esplicitamente nei testi, in modo assai più ellittico nella rappresentazione per immagini, l’unico scenario post-atomico che il mondo avesse mai conosciuto. La pubblicazione anche in Italia, per i tipi Einaudi, del carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly – di cui anche L’Europeo pubblicò alcuni estratti nel 1962[20] – contribuì peraltro ad alimentare il dibattito su questi temi, così come la pièce teatrale Sul caso di J. Robert Oppenheimer[21], in scena a Milano nel 1964. Oppenheimer, in particolare, con il ruolo di primissimo piano avuto nel progetto Manhattan e con la sua tormentata vicenda personale, ben si prestava a rappresentare tanto i più alti raggiungimenti della scienza del XX secolo quanto il peso della responsabilità, la “colpa” degli uomini di scienza per la “creazione” della terribile arma. Presentato dalla stampa popolare quale “novello Galileo” e come “Faust del XX secolo”, l’eminente fisico finì in effetti per incarnare, presso ampi strati di opinione, tutte le contraddizioni dell’era atomica – una percezione cui contribuì senz’altro la sua prematura scomparsa, per malattia, nel 1967.

Se la condanna del lancio delle atomiche sul Giappone era unanime nei mass media italiani, Hiroshima e Nagasaki costituivano, dunque, anche l’occasione per soppesare le responsabilità di politici e scienziati, nonché le più ampie implicazioni politiche dell’evento. Le fratture della guerra fredda chiaramente giocavano in questo senso un ruolo cruciale: alle violente accuse contro gli Stati Uniti lanciate dal rotocalco Vie Nuove si contrapponevano, ad esempio, le rievocazioni di tono più elegiaco di un periodico come Oggi – il cui pubblico di riferimento politicamente si collocava tra il centro moderato e la destra –, rievocazioni che si inserivano, peraltro, all’interno della più ampia, rassicurante memoria della Seconda Guerra mondiale proposta dal settimanale, incentrata sulle sofferenze individuali e ansiosa di evitare considerazioni di carattere più politico[22].

Non era, del resto, solo la memoria di Hiroshima e Nagasaki a rivelare le profonde fratture della guerra fredda. Ancor più chiaramente, forse, queste arrivarono nelle case degli italiani attraverso le puntate di Tribuna elettorale andate in onda nei mesi precedenti le elezioni del 1963: un significativo esempio di come le contrapposizioni ideologiche del mondo bipolare, le scelte del governo italiano in materia di politiche nucleari (in questo caso la posizione del governo Fanfani rispetto alla proposta americana di istituire una Forza Multilaterale, ovvero di condividere con gli alleati europei la gestione del deterrente nucleare) e le diffuse paure legate all’atomica si intrecciassero e si amplificassero nel discorso che i media elaboravano sulla questione nucleare[23] – e, probabilmente, nella percezione dell’opinione pubblica. Fanfani, durante la puntata dedicata alla conferenza stampa del Presidente del Consiglio nel marzo 1963, si trovò infatti a dover più volte smentire che il governo italiano avesse concesso l’uso di basi a sottomarini dotati di testate atomiche o comunque sottoscritto impegni in tal senso con il governo statunitense, e sembrò soprattutto deciso a evitare un tema che non poteva certo giovare ai difficili equilibri interni alla coalizione di centro-sinistra (e agli umori dei suoi elettori) in vista delle elezioni[24]. Togliatti, invece, scelse proprio il nucleare, e in particolare la Forza Multilaterale, per aprire l’appello conclusivo rivolto agli italiani dal piccolo schermo, insistendo con accenti drammatici sui rischi incalcolabili che la fedeltà atlantica comportava per l’Italia e la sua antica, importante cultura.

Anche negli anni Sessanta, dunque, il dato ideologico e le tensioni della guerra fredda, assieme al tentativo di rassicurare e a un certo intento pedagogico (che persisteva almeno nella maggior parte dei programmi televisivi e nella stampa più moderata e conservatrice), continuavano a determinare il tono del discorso sull’atomica presso ampie porzioni dell’opinione pubblica italiana. Ciò è evidente, del resto, anche nella ricezione riservata all’epoca a film come Il dottor Stranamore e A prova di errore, entrambi del 1964. Là dove Vie Nuove, ad esempio, sottolineava come «lo sgomento che qualcosa di autenticamente nazista si annidi nella politica estera americana […] e, in ultima istanza, nella facciata anticomunista con la quale viene giustificata la corsa agli armamenti atomici» fosse «la vera molla critica, morale e poetica»[25] de Il dottor Stranamore, il settimanale Oggi, invece, dopo aver rapidamente liquidato il film come «amaramente giocoso», specificava che la pellicola «non risparmiava nessuno, né russi né americani», per poi tendere soprattutto a sdrammatizzare e sminuire le possibilità che lo scoppio di una guerra «per errore o per iniziativa personale»[26] si verificasse al di fuori della finzione cinematografica.

La rappresentazione del nucleare fu dunque caratterizzata, nel corso del decennio, da notevole complessità e da un livello di attenzione certamente condizionato dal dibattito internazionale e interno. Se nei mesi successivi alla crisi di Cuba, ad esempio, sembrò diffondersi nell’opinione pubblica italiana un certo senso di ottimismo legato al sollievo per lo scampato pericolo e al clima di disgelo tra USA e URSS, negli anni successivi nuove crisi, incidenti o questioni di rilievo internazionale – dal riarmo atomico tedesco alla bomba della Francia e della Cina, dal dibattito sulla proliferazione ai timori per il rischio, per quanto remoto, di degenerazione della guerra del Vietnam in conflitto globale – contribuirono ad alimentare nuove paure e a dare, di volta in volta, diversi volti alle ansie dell’Italia del benessere. Il paese si sarebbe infine dilaniato in un’aspra polemica, iniziata nel 1967, sull’opportunità o meno di firmare il Trattato di non proliferazione: una polemica in cui diverse idee di nazione, sinceri timori suscitati dai rischi di proliferazione nucleare e preoccupazioni legate a questioni di prestigio internazionale si intrecciarono a mostrare la persistente rilevanza del tema dell’atomica sul finire del decennio.

Non solo le paure, tuttavia, persistevano, in continuità con il decennio precedente, nel discorso sul nucleare. Nel corso degli anni Sessanta fiorì, infatti, anche quel sentimento di speranza legato agli usi pacifici dell’atomo e alle infinite possibilità di progresso associate all’energia nucleare che, iniziato a germogliare nella seconda metà degli anni Cinquanta[27], sembrava allora cominciare a radicarsi nelle culture politiche più diverse, seppure con differente intensità e diverso grado di consapevolezza. «I nostri sogni non avranno più limiti», assicurava Epoca ai propri lettori in uno speciale del 1966 dedicato appunto alla “prodigiosa forza dell’atomo”[28]. Dalla cura delle malattie e dall’esplorazione delle profondità dei mari alla prospettiva di modificare la flora e persino il clima, i rotocalchi prospettavano un mondo in cui, entro l’anno 2000, il petrolio e praticamente ogni altra forma di energia sarebbero stati sostituiti dal nucleare[29]. Si riteneva che una nuova, «stupenda e moderna» architettura dell’atomo, già allora esemplificata dalla centrale del Garigliano[30], avrebbe in futuro contribuito ad accrescere le bellezze del paese, così come si immaginava che la candidatura di Nardò, in Puglia, per la costruzione di un protosincrotrone avrebbe potuto rilanciare la regione verso un futuro di turismo e dinamismo economico[31]. In particolare, si diffondeva rapidamente, in certa misura anche in un periodico come Famiglia Cristiana[32], la convinzione che la ricerca sul nucleare civile, anche condotta in ambito europeo, fosse necessaria per mantenere l’Italia alla pari con le altre nazioni industrializzate – o almeno per non essere lasciati indietro[33], come rilevava L’Espresso in quelli che furono anche gli anni del caso Ippolito e delle polemiche relative alla gestione del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare). Anche sugli schermi televisivi prendeva corpo l’immagine di un futuro migliore raggiunto grazie all’“avanzamento della scienza”, che avrebbe consentito all’uomo di affrancarsi da lavori pesanti e meramente meccanici e sviluppare la parte più nobile della sua personalità[34], anche per merito dell’atomo. Alcune trasmissioni erano di chiara impronta didattica, rivolte tanto ad un pubblico di adulti quanto di studenti – e illustravano ad esempio la differenza tra fusione e fissione o le potenzialità dell’energia prodotta da impianti nucleari[35] –, altre proponevano invece agli spettatori l’affascinante visione dei laboratori più all’avanguardia e delle tecnologie più innovative del tempo, come gli SNAPS (Systems for Nuclear Auxiliary Power)[36] o la città atomica del futuro, Mol, in Belgio[37]. Prendeva così forma, attraverso la combinazione di immagini spettacolari e animazioni grafiche, un futuro fatto di esplorazioni spaziali e atterraggi lunari, di satelliti in orbita intorno alla terra; un futuro in cui l’atomo – come spiegava il programma Finestra sull’universo[38] –, con i suoi molteplici impieghi pacifici, avrebbe guidato l’uomo attraverso i cieli e i mari[39].

Il nucleare, militare e civile, appariva insomma come uno dei tanti prodotti, dei tanti portati della modernità stessa, con tutte le sue ambivalenze – proprio come lo erano, dopotutto, la stessa televisione, i rotocalchi, i film e i fumetti che il pubblico avidamente consumava (e in cui l’atomo diveniva – non dimentichiamolo – anche oggetto di narrazioni avvincenti e fonte di intrattenimento, nei popolari film di James Bond così come nelle ricostruzioni romanzate della crisi di Cuba proposte ai lettori dai settimanali illustrati). Era certo un’idea di modernità che ogni cultura politica declinava a suo modo, e in cui una molteplicità di retaggi e di serbatoi d’immagini della storia nazionale confluivano e si fondevano. Si trattava, inoltre, come ben rappresentava lo sceneggiato televisivo Peppino Girella, diretto da Eduardo De Filippo e trasmesso a puntate dalla RAI nel 1963 (in cui un uomo disoccupato tenta di fare fortuna vendendo, con risultati disastrosi, una fantomatica “pomata atomica”)[40], anche di una modernità in alcuni casi ancora percepita come troppo distante, come un’illusione o un mito, per un’Italia che, soprattutto al Sud, non era stata necessariamente trasformata dal miracolo.

In questo senso, l’era atomica sembrava soprattutto coincidere, alla fine del decennio, nella rappresentazione che emergeva dai mass media italiani, con un’idea (e una rappresentazione) di modernità sia negativa – una fredda civiltà di macchine che possono potenzialmente annichilire l’uomo – sia positiva: la visione – o la speranza – probabilmente radicata nell’ottimismo degli anni del boom economico, di un’Italia iper-moderna, tecnologica, alla pari con gli altri paesi industrializzati[41].

 

 

 

* Maurizio Zinni è l’autore del secondo paragrafo (Italia nucleare. Costruzione identitaria e immaginario collettivo di fronte all’atomo, 1954-1962). Laura Ciglioni è l’autrice del terzo paragrafo (L’atomo e la modernità, 1962-1968). I due autori hanno scritto insieme l’introduzione e si sono confrontati sul contenuto dell’intero saggio.

** Questo paragrafo è parte di una più ampia ricerca in corso di svolgimento sui media e la società italiana all’alba dell’era atomica.

[1] Segnando così una sorta di progressiva inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti, segnati da una sorta d’incomprensione profonda della rilevanza della questione nucleare sul piano interno e internazionale. Cfr. M. De Giuseppe, «Gli italiani e la questione atomica negli anni cinquanta», Ricerche di storia politica, 2000, 1, pp. 30-37.

[2] Famiglia Cristiana, 8, 1955, p. 14.

[3] Famiglia Cristiana, 5, 1955, p. 15.

[4] Un pezzo sulle deformità congenite causate dalle radiazioni a Hiroshima così si concludeva: «Ce ne dovrebbe essere abbastanza per togliere agli uomini ogni voglia di continuare a parlare di guerra atomica» («Bambini deformi per l’atomica», Famiglia Cristiana, 38, 1960, p. 12).

[5] Nel pezzo «L’energia atomica fa sempre più paura» si riportano le presunte parole del Segretario del Pcus Nikita Khruschev riguardo ad una «super bomba H» la quale, sganciata al Polo nord, «causerebbe il disgelo della calotta di ghiaccio e gli oceani si gonfierebbero (alzando il livello dell’acqua di 21 metri) e si spanderebbero nel mondo affogandolo» (Famiglia Cristiana, 24, 1957, p. 31).

[6] Nell’articolo a firma P.S. e intitolato «Come si vivrà nell’anno 2000» si afferma che «nel 2000 le risorse atomiche avranno vittoriosamente risolto il problema, spaventoso fino a ieri, dell’alimentazione della crescente popolazione del globo» (Famiglia Cristiana, 4, 1955, p. 13).

[7] Cfr. M. Zinni, Schermi radioattivi. L’America, Hollywood e l’incubo nucleare da Hiroshima alla crisi di Cuba, Marsilio, Venezia, 2013, pp. 9-21.

[8] Esemplare il titolo di un articolo dedicato alla preghiera: «Il rosario è più potente della bomba atomica» (Famiglia Cristiana, 43, 1959, pp. 22-23).

 

[9] Sulle vicissitudini che occorsero al film durante la sua realizzazione e sull’intervento in fase di montaggio apportato dalla stessa Rai per rimuovere le parti giudicate eccessivamente denigratorie delle politiche sociali messe in campo dal governo nel Mezzogiorno, cfr. E. Frescani, Il cane a sei zampe sullo schermo. La produzione cinematografica dell’Eni di Enrico Mattei, Liguori, Napoli, 2014, pp. 49-63.

[10] Come rileva Augusto Sainati, all’interno di un processo in fieri di costruzione identitaria nazionale il filo rosso che lega idealmente i filmati Incom – e più in generale i cinegiornali dell’epoca realizzati dalle altre case di produzione – è «l’insistenza sulla visione positiva degli italiani, sullo sforzo per creare il benessere, sull’importanza del progresso in tutti i campi» (La Settimana Incom. Cinegiornali e informazione negli anni ’50, Lindau, Torino, 2001, p. 14).

[11] In uno di questi cinegiornali il fisico viene definito come «uno scienziato leggendario, l’uomo che con altri pochi ha aperto l’era atomica» (Corsi di fisica nucleare a Varenna, La Settimana Incom, 28 luglio 1954).

[12] Cfr. G. Iannuzzi, Italian Science Fiction, Nuclear Technologies: Narrative Strategies Between the “Two Cultures” (1950s-1970s), in Nuclear Italy: An International History of Italian Nuclear Policies during the Cold War, eds. E. Bini and I. Londero, EUT, Trieste, 2017 (in corso di stampa).

[13] Si veda, ad esempio, Topolino che, alla fine degli anni Quaranta, pubblica in Italia numerose storie con espliciti riferimenti al nucleare di autori come Floyd Gottfredson e Carl Barks, ma anche le strisce di fumetti di Steve Canyon, che vengono tradotte per la prima volta nel 1947 e che ritraggono il protagonista impegnato a sventare i piani comunisti di supremazia mondiale anche in campo nucleare.

*** Questo paragrafo è parte di una più ampia ricerca di Laura Ciglioni, in corso di pubblicazione, sull’atteggiamento dell’opinione pubblica in Italia, Francia e Stati Uniti nei confronti del problema del nucleare durante gli anni Sessanta. In particolare, si presentano qui in forma sintetica alcuni temi trattati con maggiore ampiezza nel capitolo Italian Mass Media and the Atom in the 1960s: the Memory of Hiroshima and Nagasaki and the Peaceful Atom (1963-1967), pubblicato nel volume a cura di Elisabetta Bini e Igor Londero  Nuclear Italy: An International History of Italian Nuclear Policies during the Cold War (EUT, Trieste, 2017, in corso di stampa). Si rimanda, inoltre, per un approfondimento di alcuni aspetti, in particolare le rappresentazioni della bomba atomica nei rotocalchi e gli orientamenti dell’opinione pubblica italiana verso la questione nucleare, anche a L. Ciglioni, «Italian Public Opinion in the Atomic Age: Mass-market Magazines Facing Nuclear Issues (1963–1967)», in Cold War History, pubblicato online: 8 giugno 2017 (http://dx.doi.org/10.1080/14682745.2017.1291633).

[14] Nel 1962 una Enciclopedia della Civiltà Atomica, pubblicata in Italia da Il Saggiatore, veniva pubblicizzata su  Epoca  tramite un coupon che consentiva ai lettori l’acquisto dei 10 volumi (cfr. Epoca, 3 giugno 1962).

[15] F. Pistolese, «Carta e matita agli scienziati», in Vie Nuove, 31 ottobre 1963, p. 18.

[16] In Epoca, 11 novembre 1962.

[17] «Conversazione con i lettori», in Oggi, 20 giugno 1963, p. 11.

[18] La puntata  documentava la crescente standardizzazione degli stimoli ricevuti dai più giovani nelle diverse regioni del paese proprio grazie alla sempre maggiore capillarità dei mass media, nonostante i permanenti, gravi squilibri della penisola (V. Sabel, I figli crescono, 2 aprile 1966. Teche Rai).

[19] «Nell’isola maledetta», in L’Europeo, 4 marzo 1962, pp. 40-51. Il reportage era tuttavia accompagnato da un rassicurante articolo di Edward Teller sugli effetti del fallout sull’uomo.

[20] «Lo spettro del passato», in L’Europeo, 4 novembre 1962, pp. 40-45. Nello stesso anno usciva peraltro la traduzione italiana del romanzo per ragazzi di Karl Bruchner Il gran sole di Hiroscima (Giunti-Marzocco, Firenze).

[21] Sull’opera di Kipphardt e sul suo carteggio con lo stesso Oppenheimer cfr. E. Fiandra, Scenari atomici. Il tema del nucleare nel teatro tedesco, in L’atomica. Scienza, cultura, politica, a cura di E. Fiandra e L. Nuti, FrancoAngeli, Milano 2014.

[22] Cfr. su questo punto L. Ciglioni, «Le guerre italiane nei rotocalchi degli anni Sessanta», in Mondo Contemporaneo, 2010, 1,  pp. 141-151.

[23] Cfr. ad es. Tribuna elettorale (Conferenza stampa dell’On. Amintore Fanfani), 2 marzo 1963 e Tribuna elettorale (Per il PCI parla l’On. Palmiro Togliatti), 25 aprile 1963. Teche Rai.

[24] Sulle scelte e sull’atteggiamento dell’Italia in merito al problema del nuclear sharing in questi anni si rimanda a L. Nuti, La sfida nucleare. La politica estera italiana e le armi atomiche 1945-1991, il Mulino, Bologna 2007, in particolare pp. 262-273.

[25] A. Trombadori, «Strani amori del Pentagono», in Vie Nuove, 14 maggio 1964, p. 82.

[26] A. Solmi, «Kubrick fa esplodere la bomba satirica», in Oggi, 16 aprile 1964, pp. 90-91.

[27] M. De Giuseppe, «Gli italiani e la questione atomica negli anni cinquanta», cit., pp. 35-44.

[28] F. Bertarelli, «La prodigiosa forza dell’atomo», in Epoca, 25 dicembre 1966, pp. 43-58.

[29] Portolano, «La silicosi del 2000», in Vie Nuove, 21 novembre, 1963, p. 40.

[30] F. Bertarelli, «La prodigiosa forza dell’atomo», cit.

[31] M. Gismondi, «La patria del Barocco punta sull’atomo», in Gente, 15 novembre 1967, pp. 64-67.

[32] Cfr. per es. «Grave crisi all’Euratom», in Famiglia Cristiana, 17 gennaio 1965, p. 32.

[33] Cfr. ad esempio A. Buzzati Traverso, «Lo scienziato a mezzo servizio», in L’Espresso, 14 novembre 1965 p. 14 e A. Gambino. «L’Europa in bicicletta», in L’Espresso, 25 dicembre 1966, p. 9.

[34] L’avanzamento della scienza, 23 maggio 1967. Teche Rai.

[35] Storia dell’energia, puntata 10 (Energia nucleare), 11 luglio 1967. A cura di G.B. Zorzoli. Teche Rai.

[36] Finestra sull’universo, puntata 16, 22 febbraio 1964. Teche Rai.

[37] Il Giornale d’Europa, puntata 12, 20 maggio 1967. Teche Rai.

[38]Finestra sull’universo, puntata 16, cit.

[39] Cfr. su questo tema L. Ciglioni, «Italian Mass Media and the Atom in the Sixties», cit.

[40] E. De Filippo Peppino Girella. Teche Rai.

[41] Si tratta di una dualità che è stata del resto riscontrata in molti altri contesti nazionali in relazione al discorso sul nucleare: cfr. D. Augustine and D. van Lente, Conclusion: One World, Two Worlds, Many Worlds?, in The Nuclear Age in Popular Media. A Transational History, 1945-1965, ed. D. van Lente (ed.), Palgrave Macmillan, New York 2012, pp. 233-247.

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    By: Laura Ciglioni Maurizio Zinni

    Laura Ciglioni è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi Roma Tre. I suoi temi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sul problema della guerra e del nucleare nelle rappresentazioni culturali e nell’opinione pubblica, sull’immagine dell’Italia nella cultura americana e sul problema della pace dopo la fine della Guerra Fredda. Fa parte della redazione di “Mondo contemporaneo. Rivista di storia”.

    Maurizio Zinni insegna Storia del giornalismo e delle comunicazioni di massa presso l’Università degli Studi Roma Tre. Dal 2009 è vicedirettore del Laboratorio di ricerca e documentazione storica iconografica della stessa Università. I suoi interessi di ricerca riguardano le icone moderne, in particolar modo il cinema, come fonti della storia contemporanea. Fa parte della redazione di “Mondo contemporaneo. Rivista di storia” e del consiglio scientifico di “Cinema e storia”. Ha pubblicato con l’editore Marsilio i volumi Fascisti di celluloide. La memoria del ventennio nel cinema italiano (1945-2000) – vincitore del premio Sissco 2011 per la miglior opera prima – e Schermi radioattivi. L’America, Hollywood e l’incubo nucleare da Hiroshima alla crisi di Cuba.

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