Archivi e archeologia: un dialogo possibile e necessario

 

Premessa

Gli archivi d’archeologia, pur sottovalutati dalle istituzioni e frequentemente utilizzati dai ricercatori, rivestono una notevole importanza: per la storia della disciplina, lo sviluppo delle metodologie, la valorizzazione e la diffusione del dato, le figure che hanno operato, le loro collezioni e le attività. Sono peraltro cruciali per l’esercizio stesso della tutela del territorio, con riferimento soprattutto alla pianificazione territoriale (archeologia predittiva e preventiva). In questa prospettiva la raccolta e spoglio delle fonti documentarie di scavi e scoperte, e la rappresentazione cartografica e fotografica, forniscono la stratificazione storicizzata e consolidata indispensabile a garantire interventi di programmazione coerenti e costruttivi.

Gli archivi costituiscono inoltre un serbatoio di materiali documentari ricchissimo per la ricerca in campo archeologico, urbanistico, storico: corrispondenza, minute, rapporti interni, disegni, fotografie, spesso sono la sola documentazione rimanente di scoperte e studi passati, ancora più rilevante quando non vi è traccia visibile delle evidenze e delle tracce fossili. Un nodo apparentemente semplice, in realtà alquanto impegnativo da affrontare, riguarda la natura stessa del documento in ambito archeologico. Coerentemente con la definizione di documento archivistico, appare subito evidente la natura eterogenea della produzione documentaria in questo ambito: hanno valore di documenti archivistici sia il materiale amministrativo (perizie, vincolistica, apertura cavi, realizzazioni di grandi opere, attività di restauro e conservazione, valorizzazione), sia la documentazione di scavo e di indagine scientifica vera e propria. Quest’ultima è peraltro a sua volta complessa e diversificata, includendo documenti in formato cartaceo e digitale (registri, relazioni, giornale e schede di scavo, appunti, disegni, cartografia, fotografie, e ormai anche importanti basi di dati.

Questo contributo ha l’obiettivo di definire i punti di contatto tra le due discipline, a grandi linee la tipologia dei soggetti produttori e i relativi servizi archivistici, quanto incida sulle modalità di gestione, conservazione, fruizione e valorizzazione l’attuale normativa di riferimento internazionale e nazionale (archeologia predittiva, preventiva, del potenziale archeologico) sul modo di formare e gestire documenti e aggregazioni informative (sistemi informativi territoriali), rispetto ai contenuti giuridici-amministrativi e scientifici.

Se infatti le attività di tutela, valorizzazione e ricerca hanno da decenni una modalità consolidata di descrivere eventi, contesti e tracce fossili (scavi e ricognizioni, ecofatti e manufatti), la diffusione dei sistemi informativi territoriali su base GIS incide sul modo di produrre i documenti, perché si vanno affermando in ambiente digitale nuove procedure, modelli e standard.

 

La disciplina archeologica e quella archivistica: i punti di collegamento.

In questa sede non si intende affrontare una riflessione approfondita di confronto tra le due discipline, entrando nel merito di paradigmi e principi naturalmente differenti, né si ritiene opportuno comparare strumenti e metodologie necessariamente peculiari a ciascun settore. Ci si limita a individuare alcuni punti di collegamento relativi a modalità di analisi, trattamento e restituzione dei rispettivi patrimoni che ruotano intorno al concetto di documento, senza la pretesa di sviluppare un’analisi sistematica.

Archivistica e archeologia sono innanzitutto legate da una medesima radice semantica di origine greca sebbene con significato finale differente (archivistica da ἀρχεῖον, neutro dell’aggettivo ἀρχεῖος «relativo a ufficio» da ἀρχή «ufficio, governo, regola», ed ἀρχεῖν; archeologia da ἀρχαιολογία composto di ἀρχαῖος «antico», aggettivo da ἀρχή «inizio» e –λoγος «discorso»). La prima è il complesso di norme predisposte al funzionamento, all’ordinamento, alla conservazione degli archivi, la seconda è lo studio e la conoscenza delle antichità in genere, delle relazioni tra loro e l’ambiente, partendo dall’analisi dei resti materiali[1]. Attraverso un processo di recupero (scavo archeologico), analisi e descrizione (documentazione) e di interpretazione delle tracce fossili (ciò che è rimasto), si ricostruiscono i contesti e i processi produttivi storici, economici, sociali e culturali.

Filippo Valenti nel 1981 propose un’interessante definizione dell’archivio come:

…terreno di scavi, ove appunto i reperti affiorano così come la vita li ha lasciati e il tempo li ha stratificati: raggruppati, cioè, secondo rapporti organici e non secondo schemi estrinsecamente classificatori…[2].

E paragonava il lavoro dell’archivista a quello dell’archeologo:

…quello tra chi ricerchi in archivio e chi affondi il piccone nella zona archeologica di una metropoli di antichissima storia, pur senza dimenticare la città viva che ancora gli brulica attorno. Quest’ultimo, più si addentrerà negli strati inferiori, e quindi più antichi, meno avanzi troverà, e quasi tutti di manufatti ed edifici pubblici di grande prestigio, come mura, templi, necropoli, regge e basiliche (corrispondenti ai fondi di pergamene e ai cartulari dei nostri archivi). Man mano però che procederà ad operare in strati superiori, e quindi più recenti, comincerà a trovare tracce sempre più numerose e perspicue di vie, piazze, teatri, palazzi, mercati, botteghe, case d’abitazione, acquedotti e tubature (corrispondenti ai grandi fondi cartacei degli organi politici e delle magistrature amministrative, giudiziarie, finanziarie eccetera degli archivi). L’antica città prenderà così fisionomia e vita, coi suoi quartieri, i suoi centri di potere, i suoi servizi; ma sarà e non sarà al tempo stesso una sola e medesima città: col succedersi delle epoche e del regime, nuove cinte murarie, nuovi sistemi di fortificazione, nuovi edifici (leggi nuove istituzioni) e nuovi quartieri in parte si sostituiranno e in parte si sovrapporranno ai vecchi, utilizzandone le fondamenta, incorporandone delle porzioni, piegandoli alle nuove esigenze. Talora si osserveranno i segni di un cataclisma, di una devastazione o di un deliberato «sventramento» (che si possono rapportare agli incendi e agli «scarti» più o meno inconsulti di cui pullulano le storie degli archivi).

Ad ogni modo egli potrà concludere che (ancora una volta esattamente come per gli archivi), se è vero che la storia della città sta scritta nella pietra, nel mattone e nel terriccio, è anche vero che tanto meglio saprà leggervela chi già quella storia in buona parte conosce; secondo una sorta di circolo vizioso che costituisce un po’, come dicevano i retori, il cilizio della ricerca.

Il paragone appare assai calzante, perché definisce l’archivio come una sedimentazione spontanea – come lo è quella archeologica – sebbene Valenti ricordi che se un determinato complesso archivistico sia stato conservato, e secondo un determinato ordine, significa che, in origine, chi l’ha prodotto, ha esercitato una deliberata volontà di mantenere una memoria ordinata della propria attività.

La ricerca archeologica si serve di diverse metodologie di indagine, prima fra tutte lo scavo stratigrafico, che studia la stratificazione che gli agenti umani e naturali determinano nel terreno, distinguendola nell’ordine inverso rispetto a quello in cui si era formata nel tempo relativo, secondo una sequenza che va ricostruita nel tempo assoluto in base ai dati culturali presenti ed alle tecniche scientifiche di datazione. Parimenti l’archivistica tiene conto della modalità di sedimentazione dei documenti, dei sistemi attraverso i quali gli archivi vengono formandosi, delle aggregazioni documentarie, che nascono e prendono forma secondo una sequenza cronologica, storica e concettuale inversa al modo in cui si è formata.

Il documento archeologico recuperato mediante lo scavo fornisce informazioni indispensabili per lo studio del passato: i dati e i reperti sono descritti e archiviati prima di essere interpretati, ed è quindi fondamentale una corretta descrizione di questi eventi e la relativa archiviazione.

Tuttavia la ricerca in campo archeologico non si limita solo allo studio delle tracce fossili, sebbene sia il metodo principale, ma un valido supporto è la disamina delle fonti letterarie, storiche ed archivistiche, come recupero della memoria. È singolare che Eugenio Casanova, nell’introduzione del suo manuale di archivistica, inizi citando l’archeologia e le scienze storiche in generale a testimonianza dell’esigenza dell’uomo di tramandare e rendere duraturo il proprio pensiero con documenti scritti[3].

Ferdinando Castagnoli in Topografia di Roma antica inseriva tra gli strumenti di lavoro, in primo luogo, le notizie di scavi e scoperte in documentazioni conservate in archivi. Certamente la ricchezza del patrimonio romano e la sovrapposizione urbanistica sono una materia feconda per una ricerca storica in senso ampio, ma la fonte archivistica fornisce un contesto culturale di riferimento in ogni area geografica, e la continuità passato-presente è vista come stratificazione concettuale oltre che fisica. Lo studio archeologico non può prescindere dall’esame congiunto tra dati di scavo, fonti antiche letterarie, archivistiche, iconografiche in generale, e specificamente cartografiche e fotografiche. Egli per primo lamentò la carenza di studi sistematici e di edizioni critiche della documentazione nell’ambito archeologico, di una raccolta delle diverse tipologie di fonti, per l’arricchimento e il completamento delle informazioni utili allo studio dell’antico[4].

L’archeologia utilizza i documenti che sono principalmente “cose”, cioè “manufatti” se prodotti dal lavoro umano (dalla semplice selce di ossidiana al monumento), “ecofatti” se risultato del rapporto uomo-natura (crollo di un edificio, riempimento di una cisterna in disuso); tuttavia possono essere considerati come tali nella fase di analisi che segue la scoperta, mentre l’archivistica considera il documento nel momento stesso della sua formazione.

L’archeologia del paesaggio (che studia l’ambiente), della cultura materiale, l’edilizia storica (o dell’architettura), non si limitano ad analizzare il singolo episodio (un sito, un evento) ma lo connettono al fenomeno (il territorio, una tematica), storicizzandolo e circoscrivendolo secondo un metodo che possiamo definire storico, perché non prescisso dal contesto in cui si è andato sviluppando.

Parimenti l’archivistica sintetizza nell’applicazione del metodo storico lo stretto legame tra la documentazione e il contesto di produzione, cioè il soggetto che ha prodotto l’archivio, la sua storia, l’organizzazione, il rapporto con l’ambiente sociale e culturale che ha influito sulla formazione degli archivi.

L’archeologia moderna opera sulla base delle stratificazioni che si sono venute a determinare secondo il rapporto spazio-tempo e attraverso un’attenta analisi delle diverse componenti, distinguendo quelle materiali (oggetti, strutture, etc.) da quelle immateriali (riempimenti, abbandoni, etc.). In archivistica l’attività di classificazione e fascicolazione, cioè la collocazione logica e fisica (nel caso di ambiente cosiddetto analogico) di un documento all’interno dell’unità archivistica che ne raccoglie i precedenti per l’osservanza del vincolo archivistico, favorisce la sedimentazione stabile della documentazione prodotta, e ne garantisce la rintracciabilità ai fini funzionali e di accesso agli atti. In questo caso, quindi, l’organizzazione funzionale dei documenti secondo una sorta di stratigrafia rappresenta un sistema che consente il riconoscimento e, per gli archivi storici, la ricostruzione dell’attività e dell’organizzazione del soggetto produttore.

La disciplina archivistica può essere considerata secondo due punti di vista: il primo relativo alla produzione documentale (tenuta, gestione e conservazione degli archivi contemporanei), il secondo al rapporto con la storiografia e l’utilizzo delle fonti. La tradizione italiana della materia definisce l’archivio unitariamente come bene, con valore sia amministrativo, sia culturale[5].

La definizione di documento archivistico, sia che se ne voglia sottolineare l’aspetto funzionale che quello formale, non può prescindere da quella di archivio, perché questo ne è una componente fondamentale insieme alle relazioni che si stabiliscono tra le singole unità informative e tra esse e il soggetto produttore, le sue funzioni e attività[6]: esso è «creato e/o ricevuto nello svolgimento della propria attività, strumento o prodotto di questa, tenuto in custodia per proprie azioni (auto-rappresentazione della stessa attività e funzione), o per la consultazione»[7], legato agli altri documenti dal nesso logico (vincolo archivistico) all’interno della stessa aggregazione archivistica.

Il valore giuridico-probatorio è dato dall’osservanza di determinate forme individuate dalla diplomatica, che conferiscono insieme al riconoscimento di procedure certe e definite la pubblica fede e la forza di prova. Svincolato dal formato e dal supporto il documento archivistico comprende tipologie differenti come forma di memorizzazione delle informazioni prodotte e conservate da un soggetto produttore (analogico, digitale, fotografico, multimediale, etc.), per ognuna delle quali cambia la gestione complessiva nella formazione e tenuta degli archivi, che deve tenere conto dei principi per la corretta esecuzione, un sistema di sedimentazione coerente, il trattamento della documentazione mediante l’osservanza di strumenti opportunamente definiti (policy, piani di classificazione, fascicolazione, selezione, etc.), affinché sia assicurato il carattere probatorio.

La gestione documentale che caratterizza la fase attiva e corrente dell’archivio è un controllo sistematico della produzione, tenuta e utilizzo dei documenti, che si esplica per le fasi iniziali nella registrazione di protocollo, nella classificazione secondo uno strumento definito e condiviso (titolario), nella fascicolazione, l’assegnazione delle responsabilità, il controllo, l’archiviazione. Terminata la fase attiva del documento, espletato cioè l’iter procedimentale, il documento passa all’archivio di deposito che indica una condizione di semi-attività, perché, pur essendo relativo a processi conclusi, può essere nuovamente utilizzato in attività legate alle funzioni proprie del soggetto produttore.

I materiali per lo studio archeologico provengono in massima parte dagli archivi storici, i quali conservano permanentemente, previa operazione di selezione e di scarto, quella parte di documentazione relativa agli affari esauriti, e ne garantiscono l’accessibilità a terzi.

Uno dei compiti principali dell’archivistica è di rendere la documentazione accessibile alla consultazione, mediante le operazioni di riordino e descrizione, che, tenendo conto del principio di provenienza e di quello dell’ordine originario, (ri)danno organizzazione alla documentazione. In maniera analoga opera l’archeologia nel modo di raccogliere i dati, di sistematizzarli e di renderli fruibili.

La moderna disciplina archeologica ha sviluppato tre principali settori di intervento operativo, ovvero la ricognizione topografica, l’indagine stratigrafica, il trattamento informatico delle informazioni spaziali e la relativa costruzione delle cartografie territoriali per l’interpretazione della distribuzione delle preesistenze. Per ogni ambito sono quindi applicate varie metodologie di indagine che insieme concorrono allo studio e all’analisi dei contesti, delle sedimentazioni e dei resti fossili: dal punto di vista archivistico ogni metodo di indagine si traduce nella produzione di diverse tipologie di documenti, in grado di assicurare la registrazione, la descrizione e l’analisi delle informazioni raccolte.

Il metodo della ricerca archeologica stratigrafica consente di analizzare le diverse fasi di attività succedutesi in un determinato luogo, tenendo conto delle numerose componenti interne e esterne che concorrono alla corretta interpretazione delle dinamiche stratigrafiche e dei ritrovamenti materiali. Quando si è andato affermando questo tipo di metodo di indagine si è sentita la necessità di riportare le informazioni e i dati in ‘format’ di documenti in grado di descrivere in dettaglio le operazioni, i contesti, i resti e i materiali.

La documentazione prodotta durante le fasi principali dell’intervento archeologico è strettamente legata al contesto e riflette la dimensione sociale e culturale in cui è stata prodotta. L’analisi, l’interpretazione e il riutilizzo dei documenti non può prescindere dalla comprensione dei contesti di riferimento: appunti di descrizione stratigrafica redatti in uno scavo dell’inizio del XX secolo, per esempio quelli di Giacomo Boni nell’area del Foro romano[8] non possono essere messi in relazione senza una valutazione critica rispetto alla stessa tipologia di appunti di area analoga redatti da Antonio Maria Colini[9], o da Nino Lamboglia[10], per finire agli scavi di Andrea Carandini presso la via Sacra[11]. Il lavoro dell’archeologo è profondamente influenzato da fattori di condizionamento ambientale che si manifestano nel modo di condurre le indagini e le relative analisi, e nel modo di produrre la documentazione pertinente.

L’archeologia si serve di diverse metodologie di indagine e di analisi interpretativa: la ricognizione topografica è un insieme di procedure e tecniche che consentono la registrazione di tracce antropiche visibili superficialmente o distinguibili nel sottosuolo, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo: tali tracce sono in seguito elaborate con uno studio interpretativo dei manufatti recuperati (ricognizione di superficie) in rapporto al ciclo produttivo e culturale di appartenenza, e in relazione all’analisi geo-spaziale. Lo scavo stratigrafico, concepito “[….] come smontaggio ordinato e controllato di una stratificazione di origine naturale o antropica”, secondo la felice definizione di Enrico Zanini[12], è la metodologia di indagine attraverso la quale l’archeologo sul campo indaga il contesto archeologico, tenendo conto del principio secondo cui ogni traccia lasciata sul terreno dall’attività umana o dall’azione degli agenti naturali nel corso dei secoli lascia una conseguenza fisica: attività umane e agenti naturali modificano l’ambiente, imprimendo tracce significative sul terreno, che «[…] nel progressivo alzarsi dei suoi livelli arriva così a configurarsi come una sorta di archivio naturale dei paesaggi naturali e antropici succedutisi nel corso dei secoli su di un singolo sito da quelli più antichi in basso, a quelli più recenti superiormente»[13].

Poiché di per sé l’archeologia è una scienza ‘distruttiva’ perché comporta la eliminazione fisica delle stratificazioni indagate, la metodologia di indagine analitica e invasiva necessita di regole metodologiche e strategie chiare e certificate, in termini organizzativi, economici, procedurali e documentali, affinché sia possibile recuperare quante più informazioni possibili.

Alla fine del XX secolo ha avuto uno sviluppo esponenziale l’archeologia computazionale, cioè la metodologia che utilizza le tecnologie informatiche, interessando vari campi di applicazione come le metodiche per la sistematizzazione dei dati nei settori di intervento in un cantiere (post-produzione in uno scavo), in epigrafia la strutturazione di banche dati delle iscrizioni[14], la creazione di basi di dati anche negli studi numismatici[15]. Altri campi di applicazione sono il rilievo digitale per lo studio della topografia, il rilievo di dettaglio (che mira a rappresentare e descrivere l’oggetto archeologico attraverso un processo di misurazione), la ricostruzione in 3D o computer grafica che si basa sull’elaborazione di modelli virtuali in 3D, quest’ultima largamente diffusa nell’ambito della divulgazione sia scientifica sia rivolta al pubblico non specializzato (resa di modelli per la restituzione dell’interpretazione e identificazione dei reperti).

Una delle criticità maggiori riguarda l’implementazione e l’integrazione delle banche dati realizzate in archeologia: vi è innanzitutto il problema concernente la verifica della qualità del dato, soggetto a errori di valutazione oggettivi (misurazione) o soggettivi (classificazione), che ne inficia il riuso a fini scientifici e divulgativi. Uno dei sistemi per ridurre tali errori è quello della standardizzazione degli elementi di rappresentazione, per esempio utilizzando liste di termini e tracciati descrittivi condivisi. Mentre nella documentazione cartacea di una scheda al compilatore è consentito di utilizzare parafrasi e termini concettualmente sfumati (per esempio nella descrizione di un individuo in una sepoltura l’identificazione dell’età potrebbe essere approssimativa), in quella informatica la definizione è obbligata e ricondotta a lemmi definiti, senza possibilità di incertezza.

Tali problematiche sono condivise anche nell’ambito della descrizione archivistica e riguardano la strutturazione dei tracciati e la definizione di modelli degli strumenti informatici che sono utilizzati da tempo in larga misura, l’affermazione di vocabolari comuni e controllati per l’uniformità delle terminologie e delle rappresentazioni[16], e l’adozione di standard che tengano conto anche del ciclo produttivo della documentazione, non solo nella fase propriamente storica, ma anche in quella corrente e di deposito[17].

Le riflessioni sulle basi dati, la possibilità di integrazione delle informazioni, il loro riutilizzo ai fini della tutela dei contesti urbani, hanno consentito lo sviluppo di nuovi approcci metodologici e di nuovi strumenti, tra cui l’adozione diffusa di GIS (Geographic Information System) per l’elaborazione di cartografie tematiche e mappe del “rischio”.

L’esperienza di Martin Biddle e Daphne M. Hudson[18] che elaborarono una carta del rischio archeologico della città di Londra, prima applicazione concreta in ambito urbano di metodologie procedimentali per la valutazione del potenziale archeologico, ha introdotto per la prima volta il concetto di “previsionalità”, ovvero la capacità di prevedere la localizzazione di resti interrati sulla base di informazioni già note e allo sviluppo della cosiddetta archeologia preventiva e alla elaborazione di linee guida e direttive finalizzate a realizzare interventi di pianificazione territoriale condotta in concerto con gli altri enti locali.

L’archeologia preventiva include attività preliminari di controllo, valutazione e verifica della potenzialità archeologica, che si esplica nella redazione di ‘dossier’ che tengano conto della probabilità di presenze storiche (ricerche archivistiche), e la partecipazione diretta alle grandi opere infrastrutturali (presenza in cantiere di archeologi in diretta collaborazione delle soprintendenze competenti). Tutto ciò ha portato a un sostanziale cambiamento di prospettiva, dalla logica dello scavo di emergenza alle indagini preventive, con l’obiettivo di programmare, condurre lo scavo ed eventualmente modificare e pianificare strategie di conservazione e valorizzazione dei risultati di scavo.

Un ulteriore sviluppo metodologico ha riguardato l’analisi di tutti gli elementi che compongono il sottosuolo e la loro trasformazione in dati planimetrici e altimetrici: ne fanno parte i dati archeologici noti, le informazioni geomorfologiche e pedologiche (indicazioni dai carotaggi) e gli interventi infrastrutturali che hanno riguardato il sottosuolo (ad esempio la rete dei sotto-servizi); queste informazioni concorrono alla definizione di aree con potenziale archeologico anche se non ancora direttamente indagate, sulla base di campionature topografiche e culturali (archeologia predittiva[19]).

Il documento in diplomatica è analizzato nelle sue componenti e nei suoi elementi estrinseci (la forma fisica come il supporto, la lingua, etc.) e intrinseci (l’autore, la datazione, etc.), non diversamente, ad esempio, di quanto in archeologia avviene a una struttura muraria che, costruita con una certa tecnica, utilizzando particolari materiali, assume significati precisi e interpretabili.

Entrambe le discipline si trovano nella necessità di aprirsi al mondo esterno, di far fronte alle richieste sempre più complesse e articolate di un’utenza che cambia esigenze e modalità di fruizione, analisi e riutilizzo delle informazioni in rete. In entrambi i casi si lavora quindi per sviluppare un diverso approccio alla sistematizzazione dei dati e delle informazioni, con l’obiettivo di favorire la ricerca scientifica e storica.

Nelle descrizioni di contesti archivistici e/o archeologici è fondamentale il collegamento tra le diverse componenti che contribuiscono alla loro comprensione, le loro relazioni, attraverso un processo di normalizzazione che ne certifichi la qualità e consenta l’integrazione dei diversi sistemi di rappresentazione, la loro accessibilità e il riuso.

Il concetto di ‘contesto’ al quale sono legati i principi dell’archivistica e dell’archeologia, è fondamentale per entrambe le discipline: per la prima è l’insieme delle circostanze nelle quali i documenti (in senso archivistico) sono stati creati e utilizzati, compreso il soggetto produttore che ne certifica l’autenticità[20], nonché l’ambiente in cui si sono sviluppati. Per la seconda il termine identifica «la situazione e le circostanze in cui un oggetto o un gruppo di oggetti, è stato rinvenuto»[21], e comprende componenti di tipo spazio-temporale (luogo e sua natura, epoca, etc.), storiche e sociali. Nell’analisi archeologica concorrono molteplici elementi come l’ambiente, la geologia, la geografia, l’iconografia, l’economia, la politica, l’artigianato, etc. Per contesto archeologico si intende genericamente anche l’unità stratigrafica.

I complessi archivistici e archeologici richiedono quindi l’analisi delle modalità di produzione e dei contesti, la ricostruzione delle tipologie dei materiali attraverso l’analisi delle forme, la struttura originaria con l’individuazione del vincolo archivistico per l’una, o della sequenza di deposizione in rapporto alla successione temporale per l’altra.

Per gli archivi di pertinenza archeologica è stretto il rapporto tra la documentazione prodotta e il reperto, la traccia fossile rinvenuta. Il documento archeologico (manufatto o ecofatto) è la rappresentazione di un momento, di un’idea, e il reperto, cioè l’oggetto messo in luce dall’attività di scavo e di ritrovamento è esso stesso un documento perché analizzato e opportunamente interpretato. Posto in questi termini il “documento/reperto” archeologico, può essere per lo più considerato di origine involontaria, a differenza di quelli scritti per i quali vi è intenzione manifesta di conservazione. In particolare si potrebbe avanzare la proposta che non tanto il singolo oggetto in sé rappresenti un documento di tipo archivistico, quanto il contesto di rinvenimento, le modalità in cui è descritto, perché fondamentale è il legame con il soggetto produttore che lo ha elaborato.

Tale considerazione vale ancor di più per i patrimoni documentari dei musei, che per loro finalità custodiscono, studiano, espongono gli oggetti archeologici. Un vaso di produzione greca scoperto in una necropoli etrusca non è certamente un prodotto dell’ufficio di tutela che lo ha recuperato in uno scavo archeologico, ma è indubbio il legame tra tutta la documentazione prodotta dall’ente di tutela (relazioni di scavo, foto, disegni, incartamenti di acquisizione, etc.) e l’oggetto stesso. La documentazione appare come espressione indiretta dell’oggetto[22].

In tempi recenti la fonte (o documento archeologico) non è solo ciò che viene recuperato mediante un processo di scavo, ma tutto ciò che può essere studiato con metodo archeologico, cioè le tracce fossili che l’azione dell’uomo o della natura ha prodotto, ciò che ne è rimasto[23].

Dal punto di vista della formazione dell’archivio il documento in ambito archeologico è ogni forma di testimonianza che inserita in un procedimento amministrativo assume valore di prova giuridica, la rappresentazione formale di un atto passato: la tipologia, la provenienza e la rilevanza archeologica sono quindi eterogenee, come sono complesse le metodologie di indagine e di ricerca in questo campo. Non solamente campagne di scavo stratigrafico ma ricognizioni topografiche che registrano tracce visibili in superficie sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo, metodo che richiede un’archiviazione di dati puntuale e standardizzata; le indagini di telerilevamento e geo-spaziali; studi in base alla tipologia, condotti cioè analizzando i manufatti nelle forme e funzioni correlate alla creazione di repertori e seriazioni in base agli attributi che li caratterizzano (per esempio la schedatura di serie di materiali ceramici).

Alla luce di tali considerazioni è evidente quanto sia difforme e varia la tipologia documentaria rilevante: sono incartamenti amministrativi (apertura cavi, realizzazioni di grandi opere, etc.) e documentazione di scavo vera e propria, che è complessa e diversificata e comprende non solo le carte (relazioni, giornale e schede di scavo, appunti, schizzi, etc.), ma anche disegni (su vari supporti) e fotografie (anche queste su supporti diversi). Queste due tipologie poi richiedono un approccio conservativo e descrittivo del tutto particolare, a causa della fragilità e precarietà dei supporti (lucidi, radex, vetro, pellicola, etc.).

La diffusione dei principi metodologici dello scavo stratigrafico ha imposto un aggiornamento tipologico, qualitativo e quantitativo della documentazione in fase di indagine sul campo, che come ricorda Edward C. Harris «[…] è un processo di rimozione degli strati del sito nell’ordine inverso a quello in cui si sono depositati e questo tipo di scavo segue i limite e la forma naturale degli strati»[24].

Nel 1979 Harris sistematizzò gli studi e le teorie sulla metodologia di indagine archeologica, che per sintesi si possono elencare nella adozione della tecnica di scavo per open area, cioè estensivo e non per trincee o testimoni[25], l’introduzione del concetto di interfaccia (= superficie) e la sua corretta interpretazione[26], la registrazione dei dati rilevati in fase di scavo per unità stratigrafiche su modelli opportunamente definiti (schede US)[27], l’elaborazione di singole piante di strato (overlays)[28] accanto alle sezioni stratigrafiche e alla planimetria generale[29].

Anche nell’ambito archeologico l’introduzione dell’automazione ha cambiato in parte la formazione della documentazione sul campo, diffondendosi l’utilizzo di software per la prima stesura delle informazioni descrittive, senza rimandare il trattamento informatico dei dati alla fase di analisi in laboratorio. Ciò sta comportando un importante cambiamento nelle metodologie di registrazione dei dati: se finora infatti questa era eseguita compilando schede cartacee perlopiù secondo modelli prestampati, o comunque utilizzando supporti cartacei per la complessa documentazione archeologica, l’impiego di PC, strumentazioni di rilievo, camere e telecamere digitali, da un lato facilitano il lavoro sul campo degli archeologi, ma nello stesso tempo evidenziano la necessità di individuare comunità di riferimento, protocolli descrittivi condivisi, standard efficaci, thesaurus analitici.

 

Gli archivi di archeologia. Considerazioni generali[30]

Gli archivi di pertinenza archeologica sono innanzitutto caratterizzati da tipologie differenti, ognuna specchio di specifiche responsabilità, funzioni e attività, cui corrispondono documenti di forma e contenuto diversi (di natura amministrativa, relativi al territorio, alle procedure della vincolistica o a quello dei depositi di materiali, delle foto e dei disegni, etc.), perlopiù organizzati in servizi archivistici distinti e caratterizzati da forme peculiari di sedimentazione che rispondono alle specifiche funzioni dei soggetti produttori rilevanti in ambito archeologico (tutela, ricerca, etc.).

In generale per tali patrimoni documentali i soggetti che li producono e li conservano hanno la consapevolezza che il loro archivio abbia la natura di bene culturale ai sensi della normativa vigente, così come sono consapevoli del valore storico delle fonti conservate; a tale consapevolezza in genere corrisponde inoltre una solida domanda di fruizione da parte dell’utenza interna (tutela, valorizzazione) ed esterna (ricerche e studi).

Per le sedimentazioni che hanno già maturato i tempi della conservazione a fini storici, non esistono veri e propri repertori e adeguati strumenti di ricerca, anche se manca una ricognizione a livello generale e istituzionale dei patrimoni.

Si possono individuare quattro gruppi di istituzioni:

  1. le istituzioni funzionali alla tutela o gestione del patrimonio archeologico, che si distinguono in istituti periferici del MiBAC (le soprintendenze archeologiche), e le consulte territoriali;
  2. le strutture di ricerca pubbliche, quelle cioè che fanno parte dei dipartimenti specifici nelle università, oppure di enti funzionali alla ricerca a livello nazionale come il Consiglio nazionale delle ricerche;
  3. le istituzioni di ricerca private, che sono prevalentemente le accademie straniere;
  4. gli istituti finalizzati alla comunicazione di dati scientifici, come le associazioni nazionali e internazionali.

Nell’ambito di questi macro insiemi sono individuabili, altre categorie di soggetti che producono o conservano documentazione di argomento archeologico, mentre sono considerati separatamente gli archivi di persona di archeologi viventi e non, che sono invece conservati presso familiari o istituti di natura culturale anche non legata al settore archeologico. Le distinzioni tipologiche dei soggetti produttori si basano sul riconoscimento della funzione prioritaria del mandato istituzionale di ciascuno, fermo restando che tutti gli enti individuati svolgono attività tecnico-scientifica.

Il quadro complessivo e ricco di istituzioni che operano in ambito archeologico ha prodotto, inoltre, in questi anni una proliferazione dei sistemi informativi territoriali, che nascono a livello istituzionale a supporto dell’attività di tutela, ma che spesso sono costruiti secondo parametri geografici e topografici, svincolando i dati che sono immessi, e i documenti allegati, dal contesto archivistico di provenienza. In questo particolare ambito emerge una complessità di funzioni, di competenze, di condizione giuridica e soprattutto una pluralità di soggetti produttori, in alcuni casi con sovrapposizione di competenze. Gli enti pubblici (statali e territoriali) svolgono in misura preminente, ma non esclusiva, le attività di tutela e valorizzazione secondo modalità diverse e specifiche rispetto alla propria missione istituzionale (soprintendenze e istituti MiBAC); gli istituti di ricerca, siano essi pubblici (CNR, università) o privati (accademie e istituti culturali) svolgono anche attività formativa, divulgativa e di supporto alle realtà produttive per favorire il trasferimento delle conoscenze, l’applicazione delle metodologie scientifiche per lo sviluppo culturale e economico della società (Terza missione). Infine gli istituti per la comunicazione degli studi di antichità (associazioni e onlus) affiancano alla divulgazione culturale le attività a supporto delle istituzioni in tema di salvaguardia del patrimonio archeologico e la formazione non specialistica su queste tematiche.

Questa complessità si riflette anche sugli aspetti della gestione documentaria corrente, di deposito e storica, in particolare per gli istituti afferenti al MiBAC che, hanno avuto importanti riorganizzazioni, regolamenti attuativi e trasformazioni funzionali e strutturali[31].

Per l’ambito archeologico, inoltre, il documento in sé assume caratteristiche tipologiche e semantiche che rispecchiano una pluralità di significati e utilizzi che possono riassumersi nei seguenti aspetti:

  • valore giuridico-probatorio: il documento come atto amministrativo, formato nello svolgimento dell’attività di propria competenza (pratiche di tutela o di valorizzazione, report di ricerca, etc.); ha caratteristiche formali costanti che riflettono la natura istituzionale del soggetto produttore, le trasformazioni istituzionali e la normativa di riferimento; è espressione di procedimenti relativi al mandato istituzionale;
  • valore storico: il documento come espressione dell’auto rappresentazione delle proprie funzioni istituzionali: sono le attività che rappresentano la memoria del soggetto produttore e ne certificano la riconoscibilità nel tempo;
  • valore scientifico: il contenuto del documento è espressione dell’analisi dei contesti, secondo forme e standard condivisi che garantiscono l’uniformità delle descrizioni e dell’interpretazione; la trasformazione del deposito archeologico (le informazioni contenute in uno scavo, una ricognizione, etc.) in documentazione (schede, fotografie, rilievi, etc.) è anche un valido metodo di tutela (preservation by record), pur con i limiti riconosciuti per il modo di semplificare i dati oggettivi del terreno[32];
  • valore patrimoniale: si può intendere sia il valore monetario, che quello sociale e culturale; nella prima accezione, i beni statali fanno parte del demanio dello Stato e di conseguenza hanno un valore economico che viene rilevato sulla base di parametri oggettivi; si pensi ad esempio al valore monetario di una collezione di fotografie con soggetto beni archeologici che per storicità e caratteristiche formali abbiano carattere di rarità e di pregio, oppure al valore economico inteso come valutazione dei benefici che i consumatori attuali o futuri ricevono dal bene culturale (aspettativa di un beneficio monetario); nella seconda eccezione il Codice dei beni culturali (articolo 10, comma 2, lettera b) riconosce al documento archivistico la valenza di bene culturale inteso come testimonianza di civiltà, e come tale soggetto alla pubblica fruibilità (valore sociale).

La documentazione (cartacea, digitale, fotografica, etc.) è organizzata prevalentemente secondo il criterio della localizzazione topografica (aree geografiche, toponimi, monumenti) e/o per soggetti; in pochi casi per attività (secondo il piano di classificazione adottato se esistente).

 

La normativa italiana sull’archeologia preventiva

Nell’ottica del rispetto delle sollecitazioni internazionali in tema di protezione del patrimonio archeologico italiano in relazione alle politiche di pianificazione territoriale, è stata emanata una serie di dispositivi legislativi, che interessano tre aspetti fondamentali.

Da un lato si è inteso sviluppare le metodologie e i progetti che, basandosi su veri e propri censimenti, avessero come obiettivo primario la creazione di una solida base documentaria per l’elaborazione di cartografie tematiche del rischio archeologico, conseguente lo sviluppo dei sistemi informativi territoriali su base GIS. In secondo luogo si è provveduto a regolamentare le attività previste dall’articolo 28, comma 4 del d.lgs. 42/2004 e.s.i., che prevede, in caso di realizzazione di lavori pubblici ricadenti in aree di interesse archeologico, l’esecuzione di saggi archeologici preventivi sulle stesse aree, su richiesta del soprintendente e in relazione alla normativa vigente in tema di contratti pubblici di lavori, di servizi e di forniture. Infine si sono considerate le problematiche concernenti lo sviluppo professionale ed economico della figura dell’archeologo free lance, inteso come soggetto che in forma autonoma o para-subordinata concorre alle operazioni di tutela, di valorizzazione e di fruizione del patrimonio archeologico, al di fuori dell’amministrazione delle soprintendenze archeologiche. E’ emersa, infatti, in tempi recenti l’esigenza di disciplinare questo tipo di attività e le figure professionali che lavorano in collaborazione con le istituzioni competenti. Rimane esclusa dal complesso di queste normative l’applicazione dei principi per le opere a carattere privato, se non in casi particolari, come per le aree ricadenti in zone già in precedenza interessate da ritrovamenti documentati, secondo il principio della discrezionalità del funzionario di soprintendenza.

Su questo punto la lacuna della legislazione nazionale potrebbe essere integrata a livello locale con le politiche relative allo sviluppo dei piani urbanistici e paesaggistici, come avviene nel caso della Sovrintendenza comunale ai beni culturali di Roma che attraverso il “Servizio Territorio, Carta dell’Agro e Forma Urbis Romae”, esprime parere preventivo ai sensi dell’articolo 16 delle Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore generale, per progetti relativi a elementi inseriti nella Carta per la qualità e non tutelati per legge[33].

Il Ministero con l’emanazione delle norme in materia di archeologia preventiva ha riconosciuto la validità di questa metodica, che consente di conoscere, di conservare, di proteggere e di rendere fruibile e valorizzato il patrimonio archeologico e nello stesso tempo di attuare delle politiche di urbanizzazione e sviluppo delle infrastrutture in maniera consapevole, grazie alla possibilità di controllo dei costi e della tempistica per l’esecuzione delle opere.

Un primo accenno alle tematiche dell’archeologia preventiva si ritrova nell’articolo 3, comma 8 del d. lgs. 20 agosto 2002, n. 190[34] concernente la realizzazione delle infrastrutture strategiche di interesse nazionale, che dispone l’autorizzazione all’esecuzione di ricerche archeologiche, compiute sotto l’alta sorveglianza delle soprintendenze, che provvedono alla programmazione delle indagini «nel rispetto della medesima, allo scopo di evitare ogni ritardo all’avvio delle opere». Poiché il rispetto della tempistica rappresenta un problema rilevante sia per le istituzioni di tutela che per le stazioni appaltanti, la necessità di disciplinare tale ambito con norme certe si è rilevato cruciale al punto da richiedere uno specifico intervento normativo.

Si sono pertanto inseriti alcuni articoli dedicati a questo aspetto in una legge emanata nel 2005 che convertiva con modificazioni il d.l. 26 aprile 2005,n. 63[35], concernenti disposizioni urgenti per lo sviluppo, la coesione territoriale, e per la tutela del diritto d’autore[36]. Si tratta delle disposizioni che definiscono il campo della verifica preventiva dell’interesse archeologico nell’ambito dei lavori pubblici (articoli 2-ter, 2-quinquies).

L’articolo 2-quater illustra il procedimento che viene istruito dalle soprintendenze territoriali: le stazioni appaltanti inviano una copia del progetto preliminare dell’intervento comprensivo della documentazione relativa alle indagini preliminari (fonti d’archivio e bibliografiche), archeologiche e geologiche (ricognizioni, carotaggi, saggi archeologici, fotointerpretazioni, etc.). I dati sono raccolti ed elaborati dai soggetti accreditati, cioè i dipartimenti archeologici delle università o i soggetti in possesso di diploma di laurea e specializzazione in archeologia o di dottorato di ricerca in archeologia. Presso il MiBAC viene istituito un elenco accessibile e consultabile previa autenticazione, dei soggetti accreditati e in possesso della necessaria qualificazione (articolo 2-ter, comma 2). Nella seconda fase istruttoria, qualora il soprintendente competente ravvisi l’esistenza di un interesse archeologico, si rende necessaria una fase integrativa della progettazione definitiva ed esecutiva, mediante l’esecuzione di sondaggi e di scavi, anche in estensione (articolo 2-ter, comma 3). La norma disciplina altresì le forme di documentazione e di divulgazione dei risultati dell’indagine, mediante la informatizzazione dei dati raccolti, la produzione di forme di edizioni scientifiche e didattiche, eventuali ricostruzioni virtuali volte alla comprensione funzionale dei complessi antichi, eventuali mostre ed esposizioni finalizzate alla diffusione e alla pubblicizzazione delle indagini svolte (articolo 2-quater, comma 7).

La legge è stata considerata rilevante anche in termini di valorizzazione delle testimonianze esistenti e/o emerse, in conformità a quanto enunciato dall’articolo 2 quater, comma 2, lettera a), che definisce i tre livelli di contesti archeologi risultanti dalle indagini di archeologia preventiva:

  1. contesti in cui lo scavo stratigrafico esaurisce l’esigenza di tutela diretta;
  2. contesti monumentali con scarso livello di conservazione, e impossibilità di trasferimento delle emergenze per una adeguata musealizzazione;
  3. complessi di particolare rilevanza, estensione e valore storico-archeologici, tutelati a norma di legge secondo il Codice dei beni culturali.

In tema di tutela e previsionalità il “Codice dei contratti pubblici” contiene fondamentali principi che riguardano la materia archeologica[37]. L’articolo 95 “Verifica preventiva dell’interesse archeologico in sede di progetto preliminare” riprende senza particolari variazioni l’enunciato dell’articolo 2-ter della l, 109/2005, mentre l’articolo 96 “Procedura di verifica preventiva dell’interesse archeologico” propone il testo degli articoli 2-quater e 2-quinquies della stessa legge con alcune modifiche migliorative. Ad esempio è stata eliminata dalla relazione archeologica finale la qualificazione dell’interesse in relazione ai diversi livelli di rilevanza archeologica del sito; la decisione della conservazione del bene rinvenuto diventa un atto tecnico-discrezionale, perché vincolato alle reali possibilità di mantenerlo, musealizzarlo o spostarlo; la documentazione relativa all’indagine propedeutica (dati d’archivio e bibliografici) non necessita di preventiva validazione da parte dei soggetti accreditati[38].

La conclusione dell’iter normativo previsto dal decreto legislativo si è avuta in termini di risultati tangibili con l’emanazione del Regolamento attuativo del 2010 che nelle norme transitorie (in particolare l’articolo 253, comma 18) inserisce due limitazioni importanti. In primo luogo vi è l’applicabilità dell’articolo 95 comma 1 per le opere il cui progetto preliminare abbia avuto approvazione prima dell’entrata in vigore della legge 109/2005; inoltre fino all’emanazione del Regolamento attuativo rimangono in vigore le disposizioni relative all’articolo 18 del d.p.r. 554/1999 (cosiddetta Legge Merloni in materia di lavori pubblici)[39], che fissava i documenti componenti il progetto preliminare[40].

Fino all’emanazione del Regolamento gli uffici tecnici delle soprintendenze hanno provveduto con una certa difficoltà a seguire tali norme, a causa delle confusione generata dalle disposizioni transitorie rispetto alle procedure da adottare (applicabilità sui progetti, e specifica della documentazione necessaria). Il Regolamento del 2010[41] negli articoli 14-26, definisce la tipologia e la qualificazione della documentazione relativa rispettivamente al progetto preventivo, definitivo e esecutivo (relazioni, studi, planimetrie catastali, elaborati grafici, quadro economico del progetto, piano sulla sicurezza, etc.).

Nel momento in cui il Regolamento del 2010 ha avuto piena attuazione a seguito dell’emanazione del d.lgs. 163/2006, anche le disposizioni enunciate dall’articolo 96 del medesimo decreto hanno avuto bisogno di linee guida per la procedura di verifica preventiva. Queste ultime sono state predisposte dalla Direzione generale alle antichità e rese pubbliche con la circolare del 15 giugno 2012, n. 10[42], che comprende un corposo allegato che descrive in dettaglio tutti gli elementi costitutivi delle diverse tipologie documentarie per la redazione del Documento di valutazione archeologica preventiva. Si specifica che il documento redatto dai soggetti accreditati e iscritti nell’elenco di cui al d.m. 60/2009 su incarico della stazione appaltante, viene inoltrato alla Soprintendenza territoriale competente in doppia copia, cartacea e digitale memorizzata su supporto elettronico (DVD).

Inoltre i dati geografici, alfanumerici e iconografici prodotti all’interno della Carta del potenziale archeologico, cioè il documento su base GIS con le aree di rischio individuate[43], sono archiviati nei sistemi informativi territoriali del Ministero (a Roma essi sono riversati nel SITAR).

Fig. 1: WorkFlow per le indagini di archeologia preventiva – Allegato 1 della circ. 10/2012.

 

Una cultura della condivisione utile e necessaria

Le considerazioni fin qui esposte confermano la necessità di integrazione tra i metodi della ricerca archeologica e la tenuta degli archivi in tale ambito, nonché la collaborazione tra soggetti con specializzazioni e esperienze professionali differenti, sia per favorire la cultura della condivisione e la condivisione della cultura, sia ai fini del versante operativo di tutela del territorio e soprattutto di pianificazione territoriale.

Se, infatti, in archeologia il dato archeologico è l’elemento fondamentale grazie al quale è possibile avviare gli studi e le ricerche e questo dato è naturalmente oggetto all’interpretazione soggettiva del ricercatore, il modo di organizzare la documentazione da parte dell’archeologo riflette l’esigenza di recuperare le informazioni in maniera chiara e efficace. È quindi necessario lasciare una traccia visibile ed esplicita dei procedimenti che portano alla acquisizione di tali dati affinché sia possibile la comprensione e il riuso delle informazioni. Tutto ciò è tanto più importante in quando i dati e le informazioni archeologiche sono il risultato innanzitutto di un processo distruttivo come lo scavo, e perché, per lo più, sono pertinenti a progetti di pubblica utilità e sostenuti da risorse pubbliche.

L’analisi dei sistemi informativi in ambito archeologico svolta in questo studio, ha rilevato l’endemica carenza di una vera e propria rete che consenta almeno a livello nazionale l’interoperabilità e la consultabilità degli archivi archeologici, uno strumento che invece concorrerebbe ad una migliore gestione del patrimonio archeologico. Ad esempio in Italia sono stati sviluppati numerosi sistemi informativi territoriali che collegano a una base cartografica GIS (Geographic Information System) banche dati archeologiche (ad esempio per il territorio romano sono il l’ArcheoSITARProject[44] e WebGIS Descriptio Romae[45]), che tuttavia non consentono un vero interscambio di dati e informazioni, perché difformi sia a livello di utilizzo di modelli descrittivi che sul piano tecnologico.

La disseminazione della conoscenza è uno dei principi base espressi nel Manifesto Open Data Archeologia (MODA), documento nato in seno alla prima edizione dell’Open School of Archaeological Data nel 2014[46], che propone la libera circolazione dei dati archeologici ai fini della tutela e della valorizzazione del patrimonio, perché dati pubblici e quindi ‘a disposizione di tutti’. In tema di sostenibilità, si ribadisce l’uso consapevole del dato archeologico secondo il principio della trasparenza e per la gestione partecipata del patrimonio come Bene comune[47], nella consapevolezza che uno dei problemi da affrontare in maniera seria sia quello della tutela del diritto intellettuale, il riconoscimento della sua proprietà da parte di qualunque autore, funzionario, ricercatore, libero professionista, che prestando servizio in un saggio di scavo, partecipa alla realizzazione di un prodotto che non ha solo un valore scientifico, ma giuridico, amministrativo e patrimoniale[48].

La questione riguarda anche gli archivi di documentazione archeologica sedimentatisi nelle istituzioni di tutela e di ricerca, che nel corso dell’ultimo decennio sono stati oggetto di considerevoli campagne di acquisizione digitale e relativa realizzazione di digital libraries di copie digitali di varie tipologie documentarie specifiche di interventi archeologici (schede SAS, US, TMA, RA, rilievi, fotografie, inventari, relazioni, etc.).

Per questo tipo di materiale è necessario individuare un modello che integri descrizioni di ambiti differenti, quello archivistico (per ricondurre ogni oggetto al contesto documentario di provenienza), e quello archeologico (per consentire l’integrazione delle informazioni scientifiche di scavo e/o di ricognizione).

 

 

 

[1] Daniele Manacorda, Enrico Zannini, Lo scavo archeologico, in “Archeo, Dossier”, 35 (gennaio 1988), p. 26.

[2] Filippo Valenti, Riflessioni sulla natura e struttura degli archivi, “Rassegna degli archivi di stato”, XLI (1981), pp. 9-37.

[3] Eugenio Casanova, Archivistica, 2° ed., Siena, Stabilimento Arti Grafiche Lazzeri, 1928, p. 3: «Le ricerche dell’archeologia e delle altre scienze storiche attestano il bisogno, sentito in ogni età, di esprimere il pensiero non solamente colla voce, ma anche collo scritto, e di tramandarlo nel tempo e nello spazio».

[4] Ferdinando Castagnoli, Topografia di Roma antica, Torino, Società Editrice Internazionale, 1980, p. 46: «Molti altri riferimenti isolati si trovano in opere di vario genere: scritti agiografici, cronache, lettere, atti ufficiali, bolle pontificie, documenti di archivio (questi solo in parte editi); sarebbe molto utile un lavoro sistematico di raccolta (che è reso difficoltoso anche dalla mancanza di indici in molte edizioni)».

[5] In Italia le principali norme che regolano il settore sono il r.d. 2552/1875 “Per l’ordinamento generale per gli archivi di Stato”; il r.d. 35/1900 “Approvazione del regolamento per gli Uffici di registratura e di archivio delle amministrazioni centrali”; la l. 2006/1939 “Nuovo ordinamento degli archivi del regno”; il d.p.r 1409/1963 “Ordinamento e personale degli archivi”; il d.lgs 42/2004 “Codice beni culturali”. Cfr: Paola Carucci, Maria Guercio, Manuale di archivistica, 4° rist., Roma, Carocci, 2010, pp. 17-44.

[6] «L’archivio come l’insieme dei documenti redatti e ricevuti da una persona fisica o giuridica nel corso delle sue attività come loro strumento e residuo, e conservati per proprio riferimento da quella stessa persona o da un suo successore legittimo»: Luciana Duranti, Il documento archivistico, in Archivistica. Teorie, metodi e pratiche, acura di Linda Giuva, Maria Guercio, Carocci editore, Roma, 2014, pp. 19-33 (21).

[7] MAT, http://www.ciscra.org/mat/mat/term/18444:  «Un documento formato o ricevuto nello svolgimento di un’attività pratica come strumento o prodotto di questa attività, e archiviato per ulteriori azioni o per consultazione».

[8] Giacomo Boni è da molti considerato il padre della moderna archeologia italiana: direttore del Foro romano a partire dal 1898 fino al 1915, per primo adoperò il metodo stratigrafico e la contestualizzazione dei reperti recuperati. Per la sua attività al Foro romano e Palatino si veda: Alessandra Capodiferro, Patrizia Fortini (a cura di), Gli scavi di Giacomo Boni al Foro romano. Documenti dall’Archivio Disegni della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma (Planimetrie del Foro Romano, Gallerie Cesaree, Comizio, Niger Lapis, Pozzi repubblicani e medievali), Documenti 1.1, Roma, Tipolitografia Giammaroli, 2003; Patrizia Fortini (a cura di), Giacomo Boni e le Istituzioni Straniere. Apporti alla formazione delle discipline storico-archeologiche, Documenti 2, Atti del Convegno Internazionale (Roma, 25 giugno 2004), Roma,  Tipolitografia Giammaroli, 2008.

[9] Archeologo e studioso di topografia, ha seguito per quasi quarant’anni (1925-1965) le scoperte nel territorio del comune di Roma, rivestendo vari ruoli nell’amministrazione capitolina: a lui si devono attente descrizioni delle stratigrafie emerse durante i grandi lavori di sbancamento dell’area del Foro di Cesare (1931-1941), e quelli relativi all’apertura di via dell’Impero (1932). Sull’opera di Antonio Maria Colini si veda: Carlo Buzzetti, Giovanni Ioppolo, Giuseppina Pisani Sartorio, Appunti degli scavi di Roma, I, Roma, Edizioni Quasar, 1998, pp. 3-9; Alessandra Tomassetti, Scoperte tra il Foro di Cesare ed il Carcere dai documenti dell’Archivio di A. M. Colini, “Bollettino della Unione Storia ed Arte”, n.s., n. 3 (2008), pp. 57-67.

[10] Si tratta di una lunga campagna d’indagine archeologica, articolata in diversi anni accademici dal 1961 al 1970 nell’ambito delle attività della Scuola di specializzazione in restauro dei monumenti, guidata dal Nino Lamboglia in collaborazione con Guido De Angelis d’Ossat, nella quale furono applicati sistematicamente i metodi di scavo stratigrafico: Carla Maria Amici (a cura di), Lo scavo didattico della zona retrostante la curia (Foro di Cesare) Campagne di scavo 1961-1970, Roma, Bonsignori, 2007.

[11] Gli scavi condotti tra il 1985 ed il 2004 hanno consentito di recuperare le testimonianze della Roma dell’VIII secolo a.C.: Andrea Carandini (a cura di), Palatino, Velia e Sacra Via paesaggi urbani attraverso il tempo, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 2004.

[12] Riccardo Francovich, Daniele Manacorda, Dizionario di archeologia: temi, concetti e metodi, Roma-Bari, Laterza, 2017, pp.405-415, s.v. Scavo archeologico (Enrico Zanini).

[13] Ibid., p. 405.

[14] Si veda la Federazione internazionale di banche dati EAGLEA, Electronic Archive of Greek and Latin Epigraphy, che si propone la registrazione di tutte le iscrizioni anteriori al VII secolo d.C. latine e greche, nella miglior edizione esistente e possibili integrazioni, corredata da metadatazione descrittiva e allegato digitale del testo: http://www.edr-edr.it/it/present_it.php.

[15] Per esempio la Banca dati Iuno Moneta promossa dal MiBAC e realizzato dall’Istituto poligrafico e zecca dello stato che raccoglie le collezioni numismatiche di interesse nazionale sottoposte a tutela: http://www.numismaticadellostato.it/web/pns/iuno-moneta.

[16] Si veda il Multilingual Archival Terminology promosso da ICA, nell’ambito di InterPARES Trust, che ha inoltre sviluppato un progetto specifico il Terminology Project del quale fa parte: http://arstweb.clayton.edu/interlex/;  http://www.ciscra.org/mat//.

[17] Si veda il RiC-CM (Records in Contexts – A Conceptual Model for Archival Description) bozza del nuovo modello concettuale di descrizione degli archivi, elaborato nel 2012-2016 dall’Expert Group on Archival Description (EGAD) del Consiglio internazionale degli archivi: https://www.ica.org/en/egad-ric-conceptual-model-ric-cm-01pdf.

[18] Martin Biddle, Daphne M. Hudson, Future of London’s Past: A Survey of the Archaeological Implications of Planning and Development in the Nation’s Capital, “Rescue: a trust for British archaeology”, 4 (April, 1973).

[19] Armando De Guio, Nuove linee di ricerca fra archeologia pre-dittiva e post-dittiva, “Archeologia e calcolatori”, 26 (2015), pp. 301-313.

[20] Il concetto è mutuato da Cencetti in: Sull’archivio come “universitas rerum”, in Scritti archivistici, Roma, Il centro di ricerca editore, 1970, p. 50: «I pezzi d’archivio, a causa della loro provenienza, devono considerarsi autentici rispetto all’ente, che ha costituito l’archivio stesso (prescindendo, naturalmente, da possibili falsi dalle carte non provenienti dall’ente medesimo».

[21] Riccardo Francovich, Daniele Manacorda, Dizionario di archeologia, cit., pp. 90-92, s.v. Contesto (Nicola Terrenato).

[22] Un analoga interpretazione per la documentazione degli archivi di impresa è stata avanzata da Antonella Bilotto in un saggio del 2002: in questo caso la studiosa ha proposto di considerare il legame tra soggetto produttore (impresa) che ha come specifica funzione la produzione di un bene o un servizio con il prodotto stesso, segno e testimonianza dell’attività primaria. In particolare la Bilotto propone il riconoscimento di un archivio del prodotto non separato da quello tradizionale, ma legato dalla funzione stessa del soggetto produttore, rappresentazione della propria identità: Antonella Billotto, L’archeologia del documento d’impresa. L’‘Archivio del prodotto’, “Rassegna degli Archivi di Stato”, 62/1-2 (2002), pp. 293-303.

[23] Daniele Manacorda, Fonti archeologiche e fonti scritte: vent’anni dopo Le vin de L’Italie romaine di André Tchernia, in Sull’uso e l’abuso delle fonti, a cura di Enrico Castelli Gattinara, “Dimensioni e problemi della ricerca storica” 2, luglio-dicembre (2007), pp. 85-100 (90).

[24] Edward C. Harris, Principi di stratigrafia archeologica (trad. di Ada Gabucci), 13° rist., Roma, Carocci editore, p. 104; Edward C. Harris, Principles of archaeological stratigraphy, London, Academic Press 1979.

[25] Ibid., p. 68.

[26] Ibid., pp. 91-98.

[27] Ibid., p. 156.

[28] Ibid., p. 122.

[29] L’unità stratigrafica è la rappresentazione concettuale di ogni singola azione causata da agenti naturali o antropici, che venga a modificare una realtà esistente.

[30] La base informativa per l’analisi delle istituzioni e degli archivi è il risultato della ricognizione e mappatura a campione svolta durante il progetto di dottorato di ricerca in Scienze archivistiche e librarie. Si è proceduto visitando le diverse istituzioni, a partire dagli istituti territoriali del MiBAC e man mano analizzando i diversi servizi archivistici e le relative sedi istituzionali in cui sono gli uffici predisposti. La scelta di procedere secondo campionatura è stata funzionale all’economia del metodo di indagine, perché a prescindere da alcuni casi particolari rilevati e documentati, è stata riscontrata un’analogia di metodi e procedure per le istituzioni di natura omogenea.

[31] D.m. del 23 gennaio 2016 “Riorganizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo” e il d.p.c.m. del 29 agosto 2014 n. 171 “Regolamento di organizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, degli uffici della diretta collaborazione del Ministro e dell’Organismo indipendente di valutazione della performance, a norma dell’articolo 16, comma 4, del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89”.

[32] «The presumption that archaeology can operate simply as a descriptive and recording procedure denies the centrality of research to the discipline and removes the interpretative demand to write history … when this occurs the prime purpose of archaeology is lost»: Gill Andrews, John C. Barrett, John S.C. Lewis, Interpretation not record: the practice of archaeology, “Antiquity” 74 (2000), pp. 525-530 (in part. p. 527).

[33] D. lgs. 42/2004, articolo 5, comma 1.

[34] D. lgs. 20 agosto 2002, n. 190 “Attuazione della legge 21 dicembre 2001, n. 443, per la realizzazione delle infrastrutture e degli insediamenti produttivi strategici e di interesse nazionale”, in G.U. n. 199 del 26/08/2002, Suppl. ord. n. 174: l’articolo è stato abrogato e confluito nell’art. 95 del d.lgs. 163/2006.

[35] G.U. n. 96 del 27/04/2005, p. 5.

[36] L. 25 giugno 2005, n. 109, “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 26 aprile 2005, n. 63, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo e la coesione territoriale, nonché per la tutela del diritto d’autore. Disposizioni concernenti l’adozione di testi unici in materia di previdenza obbligatoria e di previdenza complementare”, in G.U. n. 146 del 25/06/2005, in part. pp. 3-8.

[37] D. lgs. 12 aprile 2006, n. 163, “Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE”, in G.U. n. 100 del 2 maggio 2006, Suppl. ord. n. 107/, in part. pp. 49-55: Capo IV, “Progettazione e concorsi in progettazione”, articoli 95-96.

[38] D.lgs. 163/2006, art. 95, comma 1: «Le stazioni appaltanti raccolgono ed elaborano tale documentazione mediante i dipartimenti archeologici delle università, ovvero mediante i soggetti in possesso di diploma di laurea e specializzazione in archeologia o di dottorato di ricerca in archeologia».

[39] D.p.r. 21 dicembre 1999, n. 554, “Regolamento di attuazione della legge quadro in materia di lavori pubblici 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni”, in G.U. n. 98 del 2/04/ 2000.

[40] Articolo 18 (Documenti componenti il progetto preliminare): «1. Il progetto preliminare stabilisce i profili e le caratteristiche più significative degli elaborati dei successivi livelli di progettazione, in funzione delle dimensioni economiche e della tipologia e categoria dell’intervento, ed è composto, salva diversa determinazione del responsabile del procedimento, dai seguenti elaborati:

  1. a) relazione illustrativa;
  2. b) relazione tecnica;
  3. c) studio di prefattibilità ambientale;
  4. d) indagini geologiche, idrogeologiche e archeologiche preliminari;
  5. e) planimetria generale e schemi grafici;
  6. f) prime indicazioni e disposizioni per la stesura dei piani di sicurezza;
  7. g) calcolo sommario della spesa.
  8. Qualora il progetto debba essere posto a base di gara di un appalto concorso o di una concessione di lavori pubblici:
  9. a) sono effettuate, sulle aree interessate dall’intervento, le indagini necessarie quali quelle geologiche, geotecniche, idrologiche, idrauliche e sismiche e sono redatti le relative relazioni e grafici;
  10. b) è redatto un capitolato speciale prestazionale.
  11. Qualora il progetto preliminare è posto a base di gara per l’affidamento di una concessione di lavori pubblici, deve essere altresì predisposto un piano economico e finanziario di massima, sulla base del quale sono determinati gli elementi previsti dall’articolo 85, comma 1, lettere a), b), c), d), e), f), g) ed h) da inserire nel relativo bando di gara».

[41] D.p.r. 5 ottobre 2010, n. 207 “Regolamento di esecuzione ed attuazione del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante «Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE»”, in G.U.  n.288 del 10/12/2010, Suppl. ord. n. 270/L, in part. pp. 29-39.

[42] Direzione generale archeologia, prot. N. DG-ANT 6548, Class. 34.01.10/14.

[43] La Carta del rischio archeologico su base GIS è formata da una serie di punti che identificano le aree di rischio individuate, ognuna delle quali viene descritta da una scheda di analisi, basata sulla bibliografia, sulla fotointerpretazione, sui sopralluoghi o surveys. Tale scheda comprende campi di identificazione e di descrizione, fotografie in allegato, da uno stralcio cartografico con perimetrazione dell’area interessata.

[44] L’ArcheoSITARProject è il sistema informativo territoriale archeologico di Roma, predisposto per la pubblicazione di informazioni scientifiche nella forma di una base dati WebGis. Si tratta di un progetto di ampio respiro e fin dalla sua progettazione complesso e articolato, che consente la consultazione online e l’aggiornamento dei dati archeologici territoriali, con tre livelli di visibilità in remoto per utenti esterni: Mirella Serlorenzi (a cura di), SITAR. Sistema Informativo Territoriale Archeologico di Roma, Atti del I Convegno (Roma, Palazzo Massimo 26 ottobre 2010), Roma, Iuno Edizioni, 2011; Mirella Serlorenzi, Ilaria Jovine (a cura di), SITAR. Sistema Informativo Territoriale Archeologico di Roma. Potenziale archeologico, pianificazione territoriale e rappresentazione pubblica dei dati, Atti del II Convegno (Roma, Palazzo Massimo 9 novembre 2011), Roma, Iuno Edizioni, 2013; Mirella Serlorenzi, Giorgia Leoni (a cura di), Il SITAR nella Rete della ricerca italiana. Verso la conoscenza archeologica condivisa, Atti del III Convegno (Roma, 23-24 maggio 2013), “Archeologia e calcolatori”, Supplemento 7, 2015. http://www.archeositarproject.it/.

[45] Progetto nato nel 1999 come “Pianta di Roma per il Giubileo del 2000”, è frutto della collaborazione tra l’Archivio di stato di Roma, che ha messo a disposizione il patrimonio della cartografia storica (Catasto Gregoriano, Piante di Giovanni Battista Nolli, Presidenza delle strade, etc.), l’Università di Roma III, Dipartimento di Architettura che supporta il lavoro di vettorializzazione della cartografia e della documentazione storica sulla base del GIS, e la Sovrintendenza capitolina che ha messo a disposizione le base dati della Carta dell’Agro; ulteriori sviluppi nel progetto sono previsti con la possibilità di inserire altre e importanti fonti storiche, come le notizie tratte dal Titolo 54 del Titolario antico e post unitario di Roma, e le immagini delle incisioni di Giuseppe Vasi e Giovanni Battista Piranesi: Paolo Buonora, Susanna Le Pera, Paolo Micalizzi, Luca Sasso D’Elia, Descriptio Urbis – a Webgis to rebuild the urban landscapes of Rome, in Reconstruction and the Historic City: Rome and Abroad – an interdisciplinary approac, editing by Chrystina Häuber, Franz X. Schütz, Gordon M. Winder, Hausdruckerei der Ludwig-Maximilians-Universität München, München 2014, pp. 88-107. http://www.dipsuwebgis.uniroma3.it/site/ws/.

[46] La Summer School è stata organizzata nell’ambito delle iniziative del ‘Mappa Project’ dell’Università di Pisa: http://www.mappaproject.org/.

[47] MODA: «Crediamo quindi che, anche in campo archeologico, debba esistere un diritto di accesso al dato, in modo aperto e tempestivo. Siamo convinti che condivisione e libera circolazione dei dati archeologici permettano nuovi approcci per la valorizzazione e la tutela, più stimolanti prospettive di ricerca, sviluppo di nuove professionalità, incremento di un necessario e più ampio senso di appartenenza al patrimonio pubblico.

Crediamo che la libera condivisione dei dati archeologici dia agli archeologi la necessaria consapevolezza per riacquistare una forte rilevanza sociale ed essere realmente produttori e promotori di cultura. La pratica archeologica è un’attività di ricerca, e se la ricerca è libera – come sancisce l’art. 33 della Costituzione – liberi devono essere anche i dati e i risultati che ne derivano. Mantenere parzialmente o totalmente inaccessibili i dati, non corrisponde ai concetti reali di fare cultura, fare ricerca, gestire la cosa pubblica: tale atteggiamento è frutto di una impostazione ormai fortemente anacronistica».

[48] Gli archeologi italiani fanno un gran fatica rilasciare i dati grezzi, forse perché legati a modelli datati di divulgazione (scegliendo ancora la pubblicazione in riviste prestigiose a stampa), e di valorizzazione e comunicazione del patrimonio nazionale.

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    By: Alessandra Tomasetti

    Alessandra Tomasetti, archeologa e archivista, è dottore di ricerca presso la Sapienza Università di Roma in Scienze librarie e documentarie; è responsabile archivista del progetto MAIMA (Missioni archeologiche italiane nel Maghreb arabo) finalizzato alla realizzazione di un portale tematico; attualmente è archivista presso l’Archivio storico dell’Istituto Luce Cinecittà. Tra le sue pubblicazioni: Alessandra TOMASSETTI, Scoperte tra il Foro di Cesare ed il Carcere dai documenti dell’Archivio  di  A. M. Colini, in «Bollettino della Unione Storia ed Arte», n.s., n. 3 (2008), pp. 57-67; Alessandra TOMASSETTI, Il viaggio di Giacomo Boni in Irlanda, in Patrizia Fortini (a cura di), Giacomo Boni e le Istituzioni Straniere. Apporti alla formazione delle discipline storico-archeologiche, Documenti 2, Atti del Convegno Internazionale (Roma, 25 giugno 2004), Roma 2008, pp. 231-245; Alessandra TOMASSETTI, Il Fondo Bruno Maria Apollonj Ghetti all’Accademia nazionale di San Luca, in «Atti 2011-2012», 3 (2015) pp. 324-329; Alessandra TOMASSETTI, Immagini dell’archeologia italiana in Libia dall’Archivio storico Luce, in Luce per la didattica: https://luceperladidattica.com/category/fotografia-e-storia/ (novembre 2017).

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