La memoria rappresentata: dalla descrizione inventariale agli archivi narranti

«Vi è dunque, accanto al patrimonio economico del Banco, già ben avviato alla sua completa restaurazione, un altro importante patrimonio morale che è nel suo antico Archivio, dove con sovrano decreto del 22 novembre 1819, furono raccolte tutte le scritture dei banchi sia soppressi, sia esistenti: sicché  può dirsi che anche esso accresca vera gloria all’istituto»[1]

 

Premessa

Di cosa parliamo quando parliamo d’archivi. Di ammassi inerti di carte. Di depositi straripanti di documenti inutili. Di ultime spiagge per la certificazione  del diritto. Di porte sbarrate che si aprono grazie al salvacondotto del diritto di accesso agli atti. Di labirinti di dati. Di storia vinta da polvere e ragnatele. Di complessi documentari correttamente articolati e adeguatamente rappresentati. Di memorie digitali. Di aggregazioni di dati. Di risorse documentarie efficaci per soggetti produttori e utenti.

La scarsa appetibilità degli archivi è spesso considerata un dato di fatto. La domanda che ci tormenta è: «Sono gli archivi ad esercitare scarsissima attrattiva o la percezione che se ne ha?».

Gli addetti ai lavori sono concordi nell’abbracciare la tesi dell’assenza di percezione o dell’errata sensazione che ne deriva; bisogna perciò riflettere e lavorare su modelli e modalità di trasmissione, senza naturalmente cedere a forme di banalizzazione e impoverimento dei contenuti.

La comunicazione degli archivi, una comunicazione che raggiunga strati della società sempre più ampi e ad oggi impermeabili ricorre tra i cosiddetti temi caldi e non da oggi[2].

Quali sono stati e sono gli approcci descrittivi e comunicativi tra tradizione consolidata e nuove prospettive? Quali ricadute hanno su una comunità che desidereremmo travalicasse la cerchia dell’utenza specialistica?

 

La comunicazione del patrimonio archivistico

Comunicare gli archivi ha significato, per lunghi anni, comunicare il patrimonio archivistico.

Comunicare il patrimonio archivistico ha significato, per lunghi anni, mettere a disposizione di un’utenza esperta e scientificamente motivata forme sempre più omogenee e standardizzate di strumenti per la ricerca[3]. Questo indispensabile mandato istituzionale sconta però, per la sua stessa intrinseca specificità, il limite della divulgazione selettiva e della non sempre evidente contribuzione alla diffusione di valori e contenuti civili e sociali di cui gli archivi sono pervasi.

La soluzione non è semplicisticamente cambiare strada, ma provare a correggere il passo. Le metodologie descrittive e comunicative attraversano una fase di ripensamento e nuove impostazioni provano ad affermarsi.

Un plausibile bilancio deve prendere in considerazione quanto si è andato delineando nel corso dell’ultimo cinquantennio: dalla seconda metà degli anni ’60 inizia una nuova fase di riflessione teorica e metodologica che si rispecchia nel dettato delle Norme per la pubblicazione degli Inventari proposte dalla Circolare 39/1966 del Ministero dell’Interno[4] e nell’importante esperienza della Guida generale degli Archivi di Stato[5], strutturata in continuità critica con la tradizione; che trova tappe importanti  nella riflessione sullo stato dell’arte della redazione degli strumenti archivistici, proposta con i lavori del Convegno organizzato dall’Associazione Nazionale Archivistica Italiana nel 1992[6] e del Seminario nazionale sulla descrizione archivistica e le tecnologie informatica e telematica del 2000[7] per citare solo due tra le numerosissime iniziative realizzate in quegli anni; che considera l’impatto e le ricadute dell’introduzione delle cosiddette “moderne tecnologie”, guarda alla ormai lunga stagione degli standard e al suo attuale corso, alle prospettive dei sistemi informativi che sempre più frequentemente assumono la fisionomia di sistemi integrati per il patrimonio culturale.

Come sottolinea Stefano Vitali[8], la descrizione archivistica è rappresentazione delle entità archivistiche; nella descrizione come rappresentazione convergono infatti alcuni dei principi fondamentali della moderna archivistica: l’ordinamento degli archivi come sequenza dotata di un significato forte, le relazioni strutturali fra le singole componenti dell’archivio come elemento fondamentale per la loro identificazione, la centralità del contesto di produzione come chiave d’interpretazione dell’archivio.

I processi descrittivi, però, devono ormai tener conto di una serie di variabili e criticità legate alla diversa natura delle fonti e alla necessità di operare con fluidità e dinamicità per la creazione di reti informative a cui sottenda una rinnovata e rigorosa contestualizzazione. In questo momento, più che mai, bisogna interrogarsi anche sul ruolo di mediatore che l’archivista riveste e su quella capacità di integrare le competenze di dominio con un’impostazione narrativa che potrebbe condurre a quello che Federico Valacchi va definendo come Archival Science telling[9].

La necessità di rendere accessibile ai più il patrimonio archivistico, di comunicare e comunicarsi, superando la cerchia degli addetti ai lavori e delle funzionalità di mera ricerca scientifica, è esigenza che dopo episodiche sperimentazioni si è andata imponendo con sempre maggior frequenza e ha trovato prime forme di esplicitazione nelle mostre documentarie, nei laboratori didattici[10], in quelli di scrittura narrativa[11] e in quelli di teatralizzazione documentale[12], nell’istituzione di musei aggregati agli archivi – quasi esclusivamente agli archivi d’impresa, attori di pratiche di heritage culturale -. Tutte attività impostate alla luce di un condiviso massimo comun denominatore, l’intercettazione di una fascia di utenza allargata, a cui offrire chiavi di lettura alternative attraverso nuovi e diversi approcci ai documenti.

Ma si può fare di più. Dopo aver sgretolato intonaci di inaccessibilità, e patine di esclusività e di distorta sacralità, si può provare ad abbandonare una prospettiva prevalentemente divulgativa e a spostare il focus sulla scala di valori identitari che il cittadino/visitatore/fruitore può ravvisare nei complessi documentari, recepiti non più come masse informi e monotone ma come depositi di memorie intrinsecamente attivi, caratterizzati da contenuti dinamici e condivisibili.

In questo senso, tra le recenti esperienze realizzate in ambito museale utilizzando diverse modalità di espressione, merita attenzione la realizzazione de ilCartastorie, museo dell’archivio storico della Fondazione Banco di Napoli.

L’impostazione progettuale ha puntato l’attenzione sulle possibili strategie di comunicazione del patrimonio storico e culturale per affermare una coscienza e una memoria sociale condivise, comunicando la centralità e la rilevanza di Napoli e della “sua banca” nel corso della storia, attraverso eventi e vicende che svelano il vissuto di una comunità in diverse epoche, ravvisando nei valori identitari un tenace filo conduttore.

 

Fig. 1

 

La  Fondazione Banco di Napoli

Il Banco di Napoli trae origine dai banchi pubblici dei luoghi pii, sorti a Napoli tra il XVI e il XVII secolo. Il Monte di pietà, fondato nel 1539 con lo scopo filantropico del prestito su pegno senza interessi, può essere annoverato tra le prime opere pie a svolgere attività bancaria nel contesto partenopeo. In anni successivi il monte inizia a ricevere depositi, a strutturare una vera e propria attività bancaria e ad operare sotto la denominazione di Sacro Monte e Banco della Pietà. In seguito altre sette istituzioni ottengono il riconoscimento di banchi pubblici, si tratta del Sacro Monte e Banco dei Poveri (1563-1808), del Banco Ave Gratia Plena o della Santissima Annunziata (1587-1702), del Banco di Santa Maria del Popolo (1589-1808), del Banco dello Spirito Santo (1590-1808), del Banco di Sant’Eligio (1592-1808), del Banco di San Giacomo e Vittoria (1597-1809) e del Banco del Santissimo Salvatore (1640-1808)[13]. Le istituzioni confluiscono poi – nel 1794 – nel Banco Nazionale di Napoli, un organismo unico che, attraverso mutamenti strutturali, giunge all’unificazione politica e alla trasformazione in Banco di Napoli, istituto preposto tra l’altro all’emissione della moneta del Regno d’Italia per i successivi 65 anni. Il 6 maggio 1926, a seguito del perdita della funzione di istituto di emissione, a favore della Banca d’Italia, il Banco di Napoli assume la qualifica di Istituto di credito di diritto pubblico e acquisisce un ruolo di maggiore incisività nello sviluppo del Mezzogiorno, oltre a poter vantare una buona diffusione sul territorio nazionale e una discreta rappresentatività all’estero.

Il 1° luglio 1991 in linea con la Legge Amato Carli[14] l’Istituto di credito di diritto pubblico napoletano si trasforma in Istituto Banco di Napoli di Diritto Pubblico e conferisce alla società Banco di Napoli S.p.A., di nuova costituzione, il complesso delle attività creditizie. A seguito di modifiche statutarie il Banco di Napoli Istituto di Diritto Pubblico assume la denominazione di Istituto Banco di Napoli – Fondazione, poi Fondazione Banco di Napoli, approdando ad un regime giuridico privatistico.

L’Archivio storico, con la trasformazione dell’Istituto, viene affidato alla Fondazione, nello spirito della legge che vede l’ente pubblico garante degli scopi d’indirizzo che le fondazioni sono chiamate da mandato legislativo ad espletare. Dal canto suo la Fondazione ha riconosciuto nell’Archivio storico – a cui si sono poi aggiunti i fondi della biblioteca e dell’emeroteca – il proprio legame con il passato e il vincolo con la tradizione, facendo delle sue tutela e valorizzazione un fine istituzionale e dichiarandolo inalienabile.

Con l’attribuzione dell’Archivio storico alla Fondazione non era stato però variato il principio del versamento delle scritture prodotte dalla S.p.A., in modo da continuare a garantire la plurisecolare, ininterrotta conservazione della documentazione. Nel 1996 a seguito di travagliate vicende dell’azienda bancaria, la Fondazione ha azzerato il valore della sua partecipazione nel Banco di Napoli S.p.A., realizzando così una separazione definitiva dalla banca conferitaria. A far capo da tale data la Fondazione diventa un’istituzione indipendente, destinata a perseguire esclusivamente fini di interesse sociale e culturale; questo comporta però anche l’interruzione della partecipazione alla gestione del sistema documentale. Da questo momento la documentazione relativa all’attività esercitata dall’istituto di credito – incorporato per fusione, dopo un periodo di maggioranza proprietaria esercitata dalla cordata Ina-Bnl, in Sanpaolo Imi (2002) con la denominazione di Istituto Sanpaolo Banco di Napoli e denominato poi nuovamente Banco di Napoli spa, in ragione della fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo Imi (2007) – è stata presa in carico prima dai referenti del progetto “Archivio storico Sanpaolo Imi” poi, in relazione agli ulteriori cambi d’assetto, dai responsabili del progetto “Archivi di Intesa Sanpaolo” con i quali la Fondazione resta in rapporti di collaborazione per il trattamento di nuclei documentari che richiedono la condivisione di scelte di cura e conservazione[15].

Nel caso dell’Istituto Banco di Napoli la perdita della partecipazione bancaria non solo suggella la brusca conclusione di un ciclo lungo più di quattrocento anni – che in questa sede è stato nettamente sintetizzato -, ma segna anche una sorta di ritorno alle origini. «E’ sulla base di un riconoscimento pubblico e di una sostanziale accettazione privata dell’affidabilità di queste istituzioni che dall’attività filantropico-assistenziale si sviluppa una funzione creditizia che progressivamente viene ad essere predominante. E’ in virtù di questa origine che non solo a Napoli, non solo in Italia, per secoli e fino ai nostri giorni, nella banca convive la doppia natura di impresa sul mercato e di istituzione pubblica»[16]. I banchi pubblici napoletani avevano fondato lo sviluppo dell’attività creditizia sulla reputazione costruita attraverso le attività filantropiche di istituzioni nate per rispondere a precise esigenze sociali ed è a questo mandato che si ricollegano idealmente le finalità della Fondazione, volta a promuovere la crescita della comunità attraverso molteplici attività.

 

L’archivio storico del Banco di Napoli

L’archivio, istituito con decreto 19 novembre 1819 per riunire nelle sale dell’ex Banco dei Poveri la documentazione afferente ai disciolti banchi pubblici, è nei fatti divenuto l’archivio storico del Banco di Napoli e conserva, in un flusso documentale ininterrotto, la documentazione delle istituzioni di età moderna e quella dei successivi organismi,  lungo un percorso che partendo dalla più antica bancale reperita – datata 1569 – arriva ai verbali del Cda del Banco di Napoli del 1997.

I locali di deposito – che si estendono da Palazzo Ricca al contiguo Palazzo Cuomo – contano circa trecentotrenta stanze, ospitano 80 km di scaffalature, accolgono oltre 60.000 tra registri e faldoni che conservano circa 300 milioni di documenti; la proiezione contenutistica, per difetto, è data in 17 milioni di nomi di correntisti per i soli otto antichi banchi che hanno operato in età moderna. Si tratta quindi di un serbatoio documentale con un patrimonio informativo di straordinaria ricchezza che merita grande e costante attenzione in termini di gestione, per realizzare forme sempre migliori di fruizione e diffusione.

Nel 1950 Fausto Nicolini scrive:

«E’ facile immaginare quale mole di documenti si venisse accumulando via via, dalle origini ai primi anni del secolo decimonono, nei vari archivi degli antichi banchi. Se, di mano in mano che si venivano sopprimendo questi ultimi, i loro documenti fossero stati concentrati, subito e tutti  come avvenne per parecchi, nei locali già occupati dal banco della Pietà, e non fossero accadute per contrario, dispersioni e sottrazioni quanto mai deplorevoli, non è arrischiato supporre che l’attuale archivio del Banco di Napoli sarebbe, per la parte antica, ancora più ricco. Comunque, quando al tempo di Gioacchino Murat, venne istituito, come s’è visto, il Banco delle Due Sicilie, si pensò per un momento di versare tutte le carte degli antichi banchi nell’Archivio di Stato, che allora aveva sede in Castel Capuano, non senza occupare altresì taluni locali dell’ex Banco dei Poveri. Senonché quel disegno non fu convertito mai in realtà. Per converso,  con decreto del 29 novembre 1819, venne disposto che l’anzidetto ex Banco dei Poveri, sgombrato dall’Archivio di Stato, divenisse sede dell’”Archivio Generale” di quanti banchi, nella città di Napoli, fossero esistiti per il passato, esistessero nel presente e potessero esistere per l’avvenire. E poiché l’edificio non era sufficiente a contenere una mole così sterminata di carte,  fu aggregata ad esso una parte dell’attiguo Palazzo Cuomo»[17].

In quegli anni viene definita anche una separazione tra l’Archivio generale, che si va delineando come il nucleo documentario afferente al Banco di Napoli, e l’Archivio storico,  che invece conserva le scritture degli antichi banchi pubblici.

La descrizione del patrimonio documentale meriterebbe un’ampia trattazione, mi limito a segnalare che la documentazione relativa a ciascun banco risulta divisa nelle due sezioni di Archivio patrimoniale e Apodissario. In particolare le scritture dell’Apodissario, che  documentano i rapporti con la clientela, prevedevano la possibilità di effettuare i prelievi, una volta effettuato il deposito del denaro, a mezzo di bancali, fedi di credito e polizze trasmissibili mediante girata, come avviene con l’attuale assegno di conto corrente bancario. Inestimabile valore aggiunto è dato dal fatto che, nella girata si indicava quasi sempre con meticolosa analiticità descrittiva la causale del pagamento, cioè “dell’affare”  intercorso tra il titolare del conto e il beneficiario della bancale. Va da sé che i pagamenti e le relative causali costituiscono oggi un nucleo informativo di importanza fondamentale per la ricostruzione delle dinamiche economiche del tempo.

Già nella seconda metà dell’Ottocento la documentazione era stata oggetto di attività di ricerca, ma è nel primo decennio del Novecento che inizia la programmazione di indagini sistematiche e coordinate volte «allo studio dei documenti di storica importanza conservati nell’Archivio generale del Banco e (…) alle relative pubblicazioni con metodo in correlazione alla finalità della storia»[18].

Le attività di cura e valorizzazione del patrimonio documentario svolte nel corso del Novecento sono state oggetto di minuziosa ricostruzione e di puntuale analisi[19], con particolare attenzione al tema dell’apertura alla consultazione delle fonti che, affrontato già nel 1905 con una prima regolamentazione,  viene ripreso con sistematicità  nell’immediato dopoguerra.

Ad oggi i fondi documentari aperti alla consultazione coprono un arco cronologico che va dalla seconda metà del secolo XVI a quella del secolo XX e sono dotati di centotré strumenti di corredo, di cui settanta inventari analitici. Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione di fonti dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al Decennio francese; le schedature sono state realizzate con l’ausilio del software Arianna, hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini[20]. E’ in corso un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei fondi documentali degli otto antichi banchi; anche in questo caso il lavoro verrà reso disponibile attraverso lo strumento di comunicazione AriannaWeb, sfruttandone l’insita molteplicità rappresentativa. E’ recentissimo, inoltre, l’avvio del Progetto Pandette che ha previsto l’adesione al Progetto europeo READ e l’adozione della piattaforma Transkribus per la realizzazione di un’anagrafica dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani da ottenere attraverso la trascrizione delle pandette realizzata con l’ausilio delle tecnologie dell’Handwriting Text Recognition [21].

 

Fig. 2

 

ilCartastorie

La Fondazione persegue una politica di cura e valorizzazione dell’archivio che, proseguendo nella consolidata tradizione di tutela e salvaguardia praticate da decenni con puntuale accuratezza, affianca alle attività scientifiche nuove forme di valorizzazione.

La gestione dell’archivio nei tradizionali canoni prevede, come già indicato, attività di riordinamento, rivisitazione e redazione di strumenti di corredo con l’ausilio delle tecnologie informatiche, la gestione di nuove acquisizioni documentarie, l’apertura alla consultazione, attività di ricerca ed editoriale. In anni recenti, inoltre, l’archivio ha trovato una nuova ed originale forma di comunicazione con la realizzazione del museo, che lo rappresenta narrandolo.

In passato, in qualche occasione, l’archivio è stato portato all’attenzione del pubblico attraverso formule non tradizionali; è il caso del ruolo che ha avuto nel film Maccheroni in cui uno dei protagonisti, Antonio Jasiello, lavora presso l’Archivio storico del banco di Napoli come «trascrittore alla macchina da scrivere di vecchi pagamenti» e al pragmatico dirigente americano Robert Traven che lo raggiunge al lavoro e che impressionato dal luogo quasi sussurra con rispetto e sorpresa: «Certo che è un posto strano. Bello ma …che cos’è?» risponde: «L’archivio delle ricevute bancarie, risalgono a più di quattrocento anni fa… assegni, titoli, cambiali, attestati. Soldi, secoli di soldi» [22].

Nel 1991 inoltre Giuseppe Zevola, artista con un passato all’archivio storico del Banco, realizza un volume  – poi anche un’installazione sul medesimo tema, intitolata When Writing Meets Art – dedicato al recupero e alla proposta al pubblico di schizzi e brevi componimenti che gli impiegati realizzavano a margine dei libri contabili[23]. L’autore parte dalle risultanze della possibile, plausibile distrazione dal lavoro del lavoratore per arrivare, in senso più ampio, a sfatare il luogo comune per il quale la parola archivio può essere evocatrice di noia ed immobilismo e lo fa proponendo al pubblico un’immagine dell’«Archivio Storico del Banco nella sua interezza: non solo per quello che rappresenta, per lo straordinario valore storico dei fondi documentari che custodisce, ma anche per la sua capacità evocativa, l’energia e la suggestione che trasmettono i milioni e milioni di documenti e le migliaia di volumi contabili»[24].

Al di là di queste sporadiche iniziative, si è sentita la necessità di veicolare in forme strutturate e non occasionali una diversa mediazione del patrimonio archivistico: è stato ideato così ilCartastorie, che è il museo dell’archivio storico del Banco di Napoli e fa capo all’omonima fondazione[25].

In un documento ufficiale pubblicato dall’UNESCO nel 1984 i musei sono articolati in undici classi in virtù del tipo di collezioni che accolgono; tra queste vi è quella dei “musei di storia e archeologia” che comprende, tra gli altri, i musei di cimeli storici, i memoriali, i musei di archivi, i musei militari, i musei dedicati a personaggi storici, quelli di archeologia e di antichità[26]. In questa ampia classe di musei possono essere comprese istituzioni con caratteristiche e finalità anche molto diverse ma accomunate, nella quasi totalità, da un percorso che – lasciando sempre più spazio alla narrazione di storie individuali – li ha condotti a qualificarsi come “musei della memoria”. In tali contesti espositivi «con più frequenza è possibile incontrare le immagini in movimento, in virtù della loro intrinseca capacità di rendere nuovamente visibili i tratti di un passato più o meno recente, compito per secoli affidato agli oggetti, alle ricostruzioni di ambienti o alle performance teatrali»[27].

ilCartastorie può essere ascritto a questa area: si tratta infatti del museo di un archivio che pone al centro della sua progettualità un lavoro sulla memoria, intesa come volano per la trasmissione di valori e per la costruzione e il rafforzamento dell’identità collettiva. Ma ilCartastorie è anche un “museo di narrazione”, nel senso di un luogo che racconta e si racconta e che trasmette sensazioni, emozioni, valori. Un luogo che si nutre di territorio – inteso come elemento in cui si inscrive la vicenda di una comunità – ma che aspira, a sua volta, a nutrirlo, ad essere un modello di socialità partecipativa, punto d’incontro e riconoscibilità, luogo di scambio e di apprendimento continuo[28].

La narrazione, quindi, come cifra di comunicazione. Una narrazione sviluppata in molti dei possibili modi, come indicheremo più avanti; ma, per quanto concerne il percorso museale propriamente inteso, una tecnica del racconto che – beneficiando delle opportunità offerte dalle moderne tecnologie e, in particolare, della dimensione del digitale – permette l’interattività ed il conseguente coinvolgimento del pubblico.

Ne ilCartastorie, infatti, attraverso meccanismi di narrazione multimediale vengono allacciati rapporti diretti con il visitatore che viene a trovarsi immerso in una dimensione che attiva sensi e abilità percettive e che tende a catturare l’attenzione attraverso una strategia comunicativa che sia in grado di realizzare un equilibrio tra contenuti, visioni ed emozioni.

Il racconto viene proposto in varie modalità, che vanno dall’allestimento museale permanente ad allestimenti temporanei legati a diverse forme espressive, dalle visite guidate tradizionali a quelle a tema o teatralizzate, ai laboratori didattici, ai laboratori di scrittura, alle residenze d’artista, alla realizzazione di cortometraggi e di composizioni musicali, alle rappresentazioni teatrali, ai concerti[29].

Le storie della struttura museale attingono pressoché totalmente alla documentazione degli antichi banchi napoletani; in particolare, la costruzione delle narrazioni attinge alle fedi di credito (o alle relative trascrizioni sui registri copiapolizze), caratterizzate da dettagliatissime causali di pagamento che, nella loro analiticità, consentono di recuperare elementi preziosi per la ricostruzione di vicende di committenza, di attività produttive e di spaccati di vita quotidiana, per la contestualizzazione e per la rappresentazione di particolari aspetti che consentono al visitatore di calarsi nella realtà evocata.

Il percorso ricalca simbolicamente il lavoro degli archivisti e degli studiosi, impegnati in ricerche nella dimensione dell’archivio che può essere spesso labirintica. Luci puntuali sui volumi  accompagnano narrazioni filmiche, installazioni audio/video sincronizzate e attivabili tramite una rete di sensori, supporti touch e libri pop up tridimensionali, che diffondono una moltitudine sonora e visiva di storie, ombre e frammenti d’Archivio.

L’impostazione del meccanismo di costruzione delle storie rovescia il paradigma tradizionalmente adottato per la valorizzazione dei beni culturali: «generalmente viene presentata l’opera al pubblico e da quella si fanno discendere tutti i sistemi di mediazione culturale. Noi facciamo l’inverso: il documento non viene mostrato; i visitatori sono prima affascinati attraverso il meccanismo della narrazione e, in questo modo sono le stesse persone che chiedono di capire e di saperne di più sui documenti da cui parte la narrazione»[30].

Museo di un archivio, abbiamo precisato e a questo proposito non va trascurato che gli archivi sono, per certi versi, beni culturali “atipici”: non nascono, infatti, per essere fruiti per il loro valore artistico e per questo motivo, più degli altri, necessitano di strumenti e strategie per veicolare il loro contenuto ed esplicitarlo ad un’utenza non specialistica.

La mission del Museo, che nell’ottobre 2017 ha anche ricevuto il riconoscimento di interesse regionale[31], è esplicitata con chiarezza in questo senso:

«Il museo dell’ASBN intende dare valore ai contenuti ed alle ricerche realizzate nell’archivio e grazie all’archivio stesso, attraverso un processo – rispettoso dell’identità e delle specificità dell’archivio e degli equilibri economico-finanziari – che diffonda cultura e conoscenze mediante la narrazione di storie. Storie da veicolare attraverso – ed adattare a – tutti i canali di comunicazione nonché forme artistiche ed espressive disponibili, rivolgendosi ai diversi segmenti di pubblico secondo modalità differenziate e creando per essi un’esperienza di meraviglia e stupore non disgiunte da senso e significato»[32].

 

Lo spazio museale, inaugurato nel marzo 2016, è in larghissima parte dedicato al percorso multimediale Kaleidos che richiama, tra l’etimologico e l’allusivo, il formarsi e il disaggregarsi di innumerevoli frammenti di memoria in infinite combinazioni, come in un enorme caleidoscopio. Kaleidos è stato ideato da Stefano Gargiulo e realizzato dalla sua Kaos Produzioni, ed è stato articolato in sette spazi in cui il visitatore, attraverso la proiezione di immagini e audio spazializzato, è proiettato in una moltitudine di storie costruite ed evocate da suggestioni e sollecitazioni provenienti dai documenti[33].

Il percorso è allocato in un’ampia area dei locali di deposito dell’archivio – circa 600 metri quadri -prestata al museo. Questo ci porta a fare due riflessioni correlate: intanto quella per la quale lo spazio museale non è stato ricavato in un’area completamente dedicata alla nuova funzione e avulsa dall’archivio, ma è parte integrante della struttura-archivio e ne conserva le originarie natura e finalità: gli stessi spazi che ospitano il percorso museale, negli orari antecedenti e successivi all’apertura al pubblico, vengono infatti utilizzati dal personale per il prelievo delle scritture per le esigenze di consultazione della sala studio. La seconda riflessione ci viene sollecitata dal fatto che il visitatore è introdotto quindi in un’area strumentale e nevralgica dell’archivio in cui, benché indirettamente, l’archivio espone l’archivio e parla implicitamente di se stesso, della sua natura e delle sue finalità oltre, naturalmente, a lasciare spazio al suo potenziale informativo che si esplicita attraverso i tasselli di un mosaico che rimandano a vite individuali ma anche a scenari collettivi, alla realizzazione di manufatti artigianali e di imponenti opere pubbliche.

In questa dimensione il concetto di contesto non viene mai meno, attraverso la presenza fisica delle unità archivistiche ma anche attraverso le formule di sollecitazione dei sensi affidate all’audio spazializzato, alle immagini, ad un’iconografia non tradizionale.

La visita al museo è un’esperienza sensoriale, fatta di immagini e suoni che svelano ed evocano le presenze e le voci di cui è materiato l’archivio. Ci si trova in un labirinto di stanze che ricalca il labirinto della memoria individuale e collettiva e lo spazio museale è articolato in sette aree  – numerate da 0 al 6 – a cui si aggiunge poi la più recente “sala della musica”[34].

La visita inizia in uno spazio – area 0 – privo di proiezioni e di effetti sonori che ci introduce in un ambiente d’archivio di inizio Novecento, con scaffalature coeve che accolgono severi volumi e registri. La presenza delle unità archivistiche rappresenterà un leitmotiv dell’intero percorso e nel successivo ambiente, ancora privo di proiezioni, si accompagna ad effetti sonori che si concretizzano nella lettura di una serie di frammenti, nomi, date e numeri che restituiscono al visitatore la sensazione della varietà contenutistica, dell’antichità e della ricchezza dell’archivio. Le aree 2 e 3 sono dedicate alle narrazioni; la prima ospita tre narrazioni, singolarmente selezionabili dal visitatore: la prima ruota intorno a San Gennaro e tocca i temi della devozione adorante del popolo napoletano nei confronti del proprio santo patrono e il rapporto tra la protezione esercitata dal Santo e la minaccia vulcanica del Vesuvio; la seconda affronta il tema della schiavitù, sviluppandolo a partire dalle parole del carteggio di un prigioniero ottomano, venduto sulla piazza di Napoli; la terza  è dedicata alla peste del 1656 e restituisce l’atmosfera e la percezione della grande epidemia che sconvolse Napoli attraverso gli occhi di un medico invitato a Napoli per un consulto.

L’area 3 è dedicata al principe di Sansevero, Raimondo di Sangro. Il profilo del principe viene tratteggiato attraverso le parole del suo fedele servitore Gennaro Tibet. La narrazione, attraverso i documenti selezionati, narra del Cristo velato, ma quasi per inciso, soffermandosi su episodi meno noti ma capaci di delineare la sfaccettata ed originale personalità del principe, inquadrandolo nella Napoli settecentesca di cui Raimondo di Sangro fu protagonista.

Vi è poi un’ampia area dedicata alla vita dei banchi, alla loro clientela, allo svolgersi della vita quotidiana tra attività manifatturiere e imprenditoriali, che non è null’altro che la vita dell’operosa città; le operazioni bancarie rimandano al pagamento delle opere di famosi artisti, del lavoro di manovalanza, della manodopera specializzata, delle materie prime per la realizzazione di manufatti, delle spese affrontate per arginare e correggere disagi e piaghe sociali, delle opere di solidarietà e carità. L’area 6 è dedicata ai video realizzati da alcuni dei protagonisti della storia della Fondazione e del suo Archivio. Lo scopo è quello di raccontare, con gli occhi del presente e in presa diretta, la storia dell’istituzione, le sue origini e i suoi obiettivi. Nella parte finale del percorso due touchscreen, inseriti tra le scaffalature, consentono di accedere a tre ulteriori approfondimenti: il primo riguarda l’Archivio, la sua notevole consistenza documentaria e la sua storia, la Fondazione e i suoi impegni sul territorio, una selezione dei documenti d’Archivio con le relative trascrizioni.

Due ulteriori ambienti, di successiva realizzazione, sono dedicati infine alla grande stagione della musica a Napoli, tra il Settecento e l’Ottocento; il tema è proposto ai visitatori dal punto di vista di un personaggio minore, l’impresario di teatro Angelo Carasale, la cui attività è ampiamente testimoniata  dalle scritture degli antichi banchi, di cui fu correntista. L’Angolo Cuomo, già Sala della Musica in omaggio al tema principale, offre anche tre nuovi contenuti multimediali: la storia della cosiddetta Pala Radolovich opera commissionata – ma mai reperita e, forse, mai realizzata – al Caravaggio; la Rivoluzione napoletana del 1647, rivissuta attraverso le parole di uno dei suoi principali protagonisti, Vincenzo d’Andrea; l’emozionante rinvenimento dei resti dell’antica Ercolano ad opera del regio ingegnere Rocco Gioacchino Alcubierre, rivissuto sotto l’allusivo titolo “Scavando tra le carte”. La collocazione fisica della nuova area insiste su Palazzo Cuomo, edificio contiguo a Palazzo Ricca,  al quale fu annesso nel 1787, quando la mole delle scritture degli antichi banchi pubblici napoletani si fece troppo grande per essere contenuta in un unico edificio. Allo stesso modo l’Angolo Cuomo segna un’espansione, stavolta nell’operazione di valorizzazione delle storie contenute nei documenti dell’Archivio.

 

Fig. 3

 

Conclusioni

Con ilCartastorie è stata realizzata una forma strutturata di comunicazione della memoria che si affianca ed integra la collaudata comunicazione specialistica degli archivi.

L’obiettivo è stato ed è quello di ribadire la centralità della memoria per una valorizzazione del passato della città e del Mezzogiorno che contribuisca al processo di costruzione e rafforzamento identitario di una comunità sempre più allargata e consapevole. Il visitatore, il cittadino, la persona è collocato al centro dell’attenzione ed è protagonista, grazie anche ai percorsi multisensoriali, multimediali e interattivi, di un processo di identificazione in cui le storie, il legame tra le storie e i documenti, il legame tra le storie, i documenti, le persone, il contesto territoriale, sociale e produttivo contribuiscono alla costruzione di  una nuova dimensione civile e culturale.

L’archivio si proietta sulla città, su quel “fuori” a cui apparentemente sembra estraneo;  la città, dal canto suo,  invade l’archivio, moltiplicando lo spazio all’infinito e ristabilisce i legami con quell’infinito “fuori” che è stato scenario di milioni di storie di cui l’archivio è depositario.

 

 

Bibliografia

Antinucci Francesco, Comunicare nel museo, Bari, Laterza, 2014

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Fonti archivistiche

Archivio storico del Banco di Napoli, Napoli, Verbali del Consiglio di Amministrazione, volume 205, verbale n. 42,  2 giugno 1909,  pp. 1447-1453

 

Crediti fotografici

Fotografie realizzate da Francesca De Stefano, studentessa  del secondo anno del Corso di laurea magistrale “Gestione e conservazione del patrimonio archivistico e librario” dell’Università degli Studi di Salerno, nel corso della visita didattica all’archivio storico del Banco di Napoli e a ilCartastorie,  Napoli 11 maggio 2018

 

 

 

[1] Archivio storico del Banco di Napoli, Napoli, Verbali del Consiglio di Amministrazione, volume 205, verbale n. 42,  2 giugno 1909,  pp. 1447-1453,  qui pp. 1450-1451.

[2]Cfr. Linda Giuva, Stefano Vitali, Isabella Zanni Rosiello, Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea, Milano, Mondadori, 2007 e Federico Valacchi, Archivi storici per una cultura della gestione, «Culture del testo e del documento», 19, 2006, pp. 19-36.

[3]Gli archivi dalla carta alle reti. Le fonti di archivio e la loro comunicazione. Atti del convegno, Firenze, 6-8 maggio 1996, Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici, 2001.

[4] Circolare del Ministero dell’Interno n. 39/1966, Direzione generale degli Archivi di Stato, Ufficio Studi e Pubblicazioni.

[5] Piero D’Angiolini, Claudio Pavone, La Guida generale degli Archivi di Stato italiani: un’esperienza in corso, «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXII/2 (1972), pp. 285-305.

[6] Gli strumenti archivistici. Metodologia e dottrina, Atti del Convegno di studi (Rocca di Papa, 21-23 maggio 1992), «Archivi per la storia», VII/1 (1994).

[7] Seminario nazionale sulla descrizione archivistica e le tecnologie informatica e telematica, Erice, 3-5 maggio 2000, promosso dall’Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, dall’Associazione Nazionale Archivistica Italiana e dal Centro Ettore Majorana.

[8] Stefano Vitali, La descrizione degli archivi nell’epoca degli standard e dei sistemi informatici, in Linda Giuva e Maria Guercio (a cura di), Archivistica. Teorie, metodi, pratiche, Roma, Carocci, 2014, pp. 179-210.

[9] Federico Valacchi, Archivistica, parola plurale, “Archivi”, 1, 2018 (XIII), pp. 5-28.

[10] Le esperienze di didattica in archivio iniziano in Italia negli anni settanta e, al fianco degli archivi di Stato – primo tra tutti quello di Bologna – vedono impegnati diversi archivi storici di enti locali in Emilia-Romagna e in Toscana: San Miniato, Carpi, Modena costituiscono veri e propri modelli in tal senso, cfr. Emilia Ficarelli, Gilberto Zacchè (a cura di), La didattica negli archivi, San Miniato, Archilab, 2000 e Luigi Contegiacomo, Didattica in archivio, in Francesca Ghersetti e Loretta Paro (a cura di), Archivi di persona del Novecento: Guida alla sopravvivenza di autori, documenti e addetti ai lavori, Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche Fondazione Giuseppe Mazzotti per la civiltà veneta con Antiga Edizioni, 2012, pp. 99-113. Per aggiornamenti su iniziative recenti si rimanda alla rubrica Archivi e didattica, in «Il mondo degli archivi», http://www.ilmondodegliarchivi.org/  (ultima consultazione: 10 ottobre 2018).

[11] Un importante progetto, nell’ambito della narrazione dei e dai documenti, è quello che ha portato avanti dalla metà degli anni ’90 Roberto Grassi con le Fondazioni Cariplo e Mondadori e la Regione Lombardia: si è provato a «ricercare storie e restituire racconti» con l’obiettivo di far conoscere e valorizzare le fonti archivistiche non solo attraverso i convenzionali strumenti di corredo ma utilizzando anche strumenti a corredo, come testi letterari. Sono stati prodotti e pubblicati racconti e romanzi brevi ma anche realizzati corsi di scrittura, laboratori di storia e di narratologia nelle scuole, un decalogo dell’archivista narratore, cfr. http://www.fondazionemondadori.it/qb/?publication_id=10 (ultima consultazione: 10 ottobre 2018).

[12] Il gruppo lombardo del progetto I documenti raccontano ha anche sperimentato come la promozione archivistica possa passare attraverso il linguaggio e l’espressione teatrale, cfr. Barbara Valli e Francesco Cattaneo, Dai documenti alla scena: sul tentativo di portare in teatro gli archivi e le loro storie, «Archivi & computer», 11 (2001), n. 2, pp. 122-130.

 

[13]Quest’ultimo – sorto per iniziativa dei Governatori della gabella della farina – fu l’unico ad essere costituito con fini speculativi e senza alcun vincolo con istituzioni pie, cfr. Domenico Demarco, Contributo alla storia del Banco di Napoli dalle origini all’Unità d’Italia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2000, 4.I, pp. 1-13.

[14]Legge 30 luglio 1990 n. 218 e Decreto legislativo 20 novembre 1990 n. 356.

[15]Michele Brignone, Anna Cantaluppi, Mario De Luca Picione, Gli archivi del gruppo Sanpaolo Imi dalla privatizzazione alle fusioni del 2002, in Domenica Porcaro Massafra, Marina Messina e Grazia Tatò (a cura di), Riforme in corsa… Archivi pubblici e archivi d’impresa tra trasformazioni, privatizzazioni e fusioni,  Atti del  Convegno di Studi (Bari, 17-18 giugno 2004), Bari, Edipuglia, 2006, p. 307; Francesca Pino, Alessandro Mignone, Memorie di valore. Guida ai patrimoni dell’Archivio storico di Intesa Sanpaolo, Milano, Hoepli, 2016, p. 269.

[16]Adriano Giannola, Dieci anni di attività, cinque secoli di storia in Dieci anni dell’Istituto Banco di Napoli-Fondazione: 1991-2001, Napoli, Fausto Fiorentino, 2002,  pp. 7-19, qui pp.7-8.

[17] Fausto Nicolini, I banchi pubblici napoletani e i loro archivi, «Bollettino dell’Archivio  Storico del Banco di Napoli», 1(1950),  pp. 1-36, qui pp. 22-23.

[18] Archivio storico del Banco di Napoli, Napoli, Verbali… cit., qui  pp. 1452-1453.

[19] Per approfondimenti  si rimanda a Fausto Nicolini, I banchi pubblici napoletani…cit. e a Michelina Sessa, L’archivio storico del Banco di Napoli: un patrimonio per la cultura mondiale. Un progetto di valorizzazione e fruizione, in Michelina Sessa (a cura di), L’archivio e le banche: ricerca, tutela, gestione, Atti delle giornate di studio (Napoli 11-12 maggio 2000), Napoli, Luciano, 2001, pp. 107-114.

 

 

[20] Il progetto “Arti e mestieri – secoli XVI-XIX” è stato orientato all’individuazione e al trattamento digitale di fonti, presenti nelle scritture dei Banchi pubblici, relative alla pratica di arti e mestieri a Napoli e nel territorio meridionale. Il lavoro ha preso le mosse dal recupero dei risultati di una imponente schedatura cartacea, svolta presso l’Archivio in massima parte nel primo trentennio del secolo scorso e volta a mappare la presenza di maestri artigiani operanti nel corso del secolo XVII. I pregi dello strumento sono diversi: consente infatti di rafforzare il filone d’indagine sull’artigianato e sulle tipologie di artigiani, sui prezzi dei manufatti – in alcuni casi anche sui costi delle materie prime-, su tipologie sociali e identificazione dei soggetti committenti, tanto cari agli storici economici e non sempre disponibili per i secoli dell’età moderna. E’ sembrato fondamentale valorizzare questo strumento di corredo – recuperandolo adeguatamente – per mettere a disposizione dell’utenza, il suo ricchissimo patrimonio informativo e provvedere, al contempo, al recupero dei testi integrali (proposti in trascrizione) delle partite dei libri giornale e alla relativa riproduzione attraverso file immagine. Il lavoro ha interessato, tra le altre, le attività di architetti, pittori, scultori, decoratori/indoratori, ebanisti, mastri lignari, orefici, ricamatori/banderari, musici, precettori, svolte su sollecitazione di una committenza straordinariamente varia. Nell’ambito di un progetto di repertoriazione e trattamento digitale di fonti riguardanti sia la vita interna dei banchi, sia i rapporti con la clientela nei secoli XVI-XIX, una particolare attenzione è stata inoltre rivolta alle scritture del primo biennio del Decennio Francese (1806-1815) che hanno consentito di valorizzare, attraverso l’attività creditizia, alcuni temi qualificanti per il Mezzogiorno e per la città di Napoli. Sono stati selezionati documenti esemplificativi riguardanti le opere d’arte, l’Università e gli studi in genere, i siti reali borbonici, gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, la costituzione del Museo reale di Napoli, gli investimenti per  le opere pubbliche di maggior rilievo, gli interventi per la trasformazione urbana della Capitale.

[21] Cfr. http://www.fondazionebanconapoli.it/archivio/progetto-pandetta/ (ultima consultazione: 10 ottobre 2018).

[22] Ettore Scola, Maccheroni, 1985.

[23] Giuseppe Zevola, Piaceri di noia. Quattro secoli di scarabocchi nell’archivio storico del Banco di Napoli, introduzione di Ernest H. Gombrich, con un saggio introduttivo di Colette Sirat, Leonardo Editore, Milano, 1991.

[24] http://giuseppezevola.it/portfolio/when-writing-meets-art/ (ultima consultazione: 10 ottobre 2018).

[25] La struttura è stata inaugurata il 30 marzo 2016 e fa ora capo ad una fondazione che ne ha mutuato il nome e che è un ente strumentale costituito dalla Fondazione Banco di Napoli per la gestione del museo, cfr. Antonio Minguzzi, Sergio Riolo, Il management della storia: quale prodotto per quale mercato, «Sinergie. Italian Journal of Management», vol. 34, n. 99 (2016), pp. 21-38, qui p. 35.

[26]Lucia Cataldo, Marta Paraventi, Il museo oggi, linee guida per una museologia contemporanea, Hoepli, Milano, 2007, pp. 62-63.

[27] Elisa Mandelli, Esporre la memoria. Le immagini in movimento nel museo contemporaneo, Udine, Forum, 2017, p. 33.

[28] In questo senso significativa ed originale la riflessione che sottende all’attività di Studio azzurro, un gruppo di ricerca che indaga le possibilità poetiche ed espressive dei media visuali e che ha al suo attivo realizzazioni che, attraverso strumenti multimediali, offrono percorsi di narrazione costruiti con un mix di immagini, suoni e racconti. Per approfondimenti cfr. Fabio Cirifino, Elisa Giardina Papa, Paolo Rosa (a cura di), Studio Azzurro. Musei di narrazione: percorsi interattivi e affreschi multimediali,Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2011.

[29] Per una rassegna delle attività si rimanda a <http://www.ilcartastorie.it>, (ultima consultazione: 10 ottobre  2018).

[30]Maria Rosaria Napolitano, Angelo Riviezzo, Antonella Garofano, Heritage marketing. Come aprire lo scrigno e trovare un tesoro, con prefazione di Alberto Meomartini e postfazione di Franco Amatori, Napoli, Editoriale Scientifica, 2018, nello specifico si veda il capitolo decimo, Corroborare la memoria collettiva riverberandosi sull’immagine aziendale: Fondazione Banco di Napoli, pp. 251-267, qui p. 264.

[31] Deliberazione Giunta regionale n. 628 del 18 ottobre 2017, «Bollettino Ufficiale della Regione Campania», 77 del 24 ottobre 2017

[32] Antonio Minguzzi, Sergio Riolo, Il management della storia… cit., p. 25.

[33]http://www.kaosproduzioni.com/blog/portfolio/kaleidos/ (ultima consultazione: 10 ottobre 2018).

[34] Antonio Minguzzi, Sergio Riolo, Il management della storia… cit., pp. 29-30.

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    By: Concetta Damiani

    Archivista e dottore di ricerca in Storia economica.
    Collabora con l’Archivio storico della Fondazione Banco di Napoli e ha partecipato a diversi progetti dedicati alla valorizzazione di fondi archivistici, tra cui l’Archivio ex-Ilva di Bagnoli e l’archivio storico ENEL; è stata responsabile dell’archivio storico della Camera di commercio di Napoli negli anni compresi tra il 2004 e il 2011.
    Docente a contratto al Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno, svolge attività di ricerca su tematiche inerenti agli archivi d’impresa e alla comunicazione dei patrimoni documentali e ha realizzato diverse pubblicazioni e partecipazioni a convegni su tali temi.

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