Recensione: Andrea Tappi. Un’impresa italiana nella Spagna di Franco

Il volume ricostruisce approfonditamente la parabola spagnola della Fiat, l’azienda automobilistica torinese, avvenuta dal 1950 al 1980 attraverso la Seat. L’attività dell’azienda viene inquadrata attraverso due linee di ricerca, che si intrecciano lungo l’intero volume: la Seat come impresa automobilistica, all’interno della congiuntura economica spagnola e internazionale del secondo dopoguerra; la Seat come azienda industriale all’interno di un regime autoritario, il franchismo, assolutamente non neutrale nell’ambito delle relazioni sindacali.
Tappi fa risalire l’interesse della Fiat per la Spagna già agli anni che precedono la guerra civile e assegna proprio alla guerra civile un momento di svolta: la Fiat diventa il principale partner italiano privato per le commesse belliche e fornisce ai franchisti soprattutto aerei da caccia, camion e autovetture. Terminata la guerra, il progetto di penetrare nella produzione e nel mercato spagnoli si realizza nel 1950: competenze progettistiche, meccanizzazione, ricerca di economie di scala stanno alla base del rapido inserimento dell’azienda nella produzione spagnola e nel mercato dell’auto privata, che si va sviluppando nel paese. Ma l’ingrediente che attrae maggiormente i dirigenti italiani e che secondo l’autore costituisce la specificità determinante dell’intera vicenda è relativo al basso costo del lavoro e alle condizioni istituzionali favorite dal franchismo: “in Spagna la Fiat non trovò soltanto un mercato adatto ai propri tipi di vettura, ma poté contare anche su una posizione di semimonopolio e una legislazione inerente alla gestione del personale fortemente retrograda e limitante le più elementari libertà sindacali fintanto che durò il regime di Franco: dal carattere illegale dello sciopero alla presenza del sindacato unico e corporativo, ai vincoli imposti alla contrattazione collettiva” (p. 147).
Furono gli anni sessanta, in particolare la parte finale del decennio, ad essere i più importanti dal punto di vista dell’aumento della produzione e delle vendite. Con i primi anni settanta una serie di fattori complicarono il quadro dei rapporti di forza a livello interno e internazionale e provocarono l’inizio del declino della Seat. Dalla concorrenza in Spagna di altri gruppi quali la Ford alla crisi economica internazionale ai problemi legati al coordinamento produttivo: i segnali di crisi aumentarono di anno in anno, fino al 1979, quando il piano di rilancio industriale si scontrò con la crisi energetica. Nel 1980 la Fiat si ritirò dalla Spagna, compiendo secondo l’autore un grave errore in termini di strategia internazionale. Ma anche rispetto agli anni di crisi il punto di osservazione privilegiato di Tappi è quello del lavoro. Prima con il protagonismo delle commissioni operaie alternative al sindacato ufficiale, poi con la caduta di Franco vennero al pettine quei nodi relativi al basso costo del lavoro e alla repressione della conflittualità e delle rivendicazioni operaie che portarono il conflitto dentro un’azienda che era nata proprio per inseguire un modello autoritario di relazioni sindacali. L’inizio di un ciclo nuovo di mobilitazione operaia avvenne ancora in pieno franchismo, con l’occupazione della fabbrica, avvenuta a Barcellona il 18 ottobre 1971.

Il volume è molto dettagliato e basato su una metodologia originale e ricca di spunti, capace di tenere insieme la storia d’impresa, le relazioni internazionali, la storia politica, l’analisi dei processi di produzione e la ricostruzione della conflittualità operaia. Nelle righe finali delle conclusioni si intravedono anche possibili sbocchi per future ricerche, quali le aperture alla comparazione con i casi di inserimento della Fiat in altre parti del mondo (Europa dell’est e America latina).

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