Recensione: C. De Maria. A. Schiavi. Dal riformismo municipale alla federazione europea dei comuni

Il volume di De Maria ricostruisce la lunga vita di Alessandro Schiavi – amministratore e uomo politico, studioso ed animatore di innumerevoli iniziative culturali – intrecciando costantemente le vicende pubbliche e la dimensione privata del riformatore romagnolo, lungo un arco cronologico di quasi un secolo, dalla sua nascita nel 1872 alla morte avvenuta all’età di 93 anni nel 1965.
Figlio di un medico condotto, Schiavi trascorse la propria giovinezza a Fiumana, in provincia di Forlì, dove iniziò il proprio percorso di militanza politica nel Partito socialista, diventando responsabile della federazione romagnola e del suo settimanale «Il Risveglio». Nel 1891 si trasferì a Roma per compiere gli studi universitari nella Facoltà di Giurisprudenza. Qui ebbe modo di seguire i corsi di Filosofia della storia tenuti da Antonio Labriola, la cui lezione di metodo risultò particolarmente incisiva per il suo percorso di formazione culturale e politica, incentrato su uno spiccato interesse per l’indagine sociale. Conseguita la laurea, contro la volontà del padre rinunciò alla carriera forense per entrare nella prima redazione dell’«Avanti!», che iniziò le proprie pubblicazioni nel dicembre 1896 sotto la direzione di Leonida Bissolati. Negli anni a cavallo tra Otto e Novecento, oltre a lavorare per il quotidiano socialista, Schiavi fu corrispondente dall’Italia per diverse testate straniere e scrisse contributi specialistici e articoli divulgativi su questioni politiche e sociali per una vasta gamma di periodici.
Lasciò l’«Avanti!» nel 1903, in seguito al cambio di direttore – da Bissolati ad Enrico Ferri – legato al rafforzamento dell’ala intransigente del partito a scapito di quella riformista. Si trasferì quindi a Milano, dove gli fu offerta la direzione dell’Ufficio del lavoro della Società Umanitaria, fondazione di assistenza e previdenza sorta grazie a un lascito al Comune da parte di un facoltoso imprenditore. Nell’ambito dell’Umanitaria, Schiavi istituì una cassa mutua per i disoccupati, avviò una scuola pratica di legislazione sociale e un ufficio di consulenza medico-legale per i lavoratori, promovendo inoltre studi e inchieste sulle condizioni della classe operaia milanese. Lungi dal limitarsi esclusivamente all’ambito lavorativo, tali indagini prendevano in considerazione anche la sfera domestica e le attività legate al tempo libero. Proprio il tema della casa e delle condizioni di vita delle classi popolari, infatti, avrebbe rappresentato – insieme al nodo delle autonomie locali e alla prospettiva del riformismo municipale – il fulcro ideale e pratico dell’intera attività professionale e politica di Schiavi. Tra il 1904 e il 1910, la Società Umanitaria, beneficiando dei contributi previsti dalla legge Luzzatti del 1903, realizzò due nuclei di abitazioni popolari nella zona di via Solari e nel quartiere alle Rottole. Schiavi li presentò in un manuale di edilizia popolare pubblicato nel 1911, nel quale sosteneva l’opportunità di costruire quartieri popolari di impianto estensivo, adottando un «sistema della casetta» (p. 86) direttamente ispirato al modello inglese della garden city elaborato da Ebenezer Howard.
Nel 1910 Schiavi venne nominato direttore dell’Istituto per le case popolari di Milano, passando così – come scrisse in una lettera – «dal terreno dello studio a quello dell’azione e dell’attuazione […] [dei] frutti dell’osservazione e dell’esperienza fatta nell’Umanitaria» (pp. 106-107). Sotto la sua direzione, l’ICP milanese realizzò vari nuclei di case per operai, adottando in diversi interventi tipologie estensive uni- o bi-familiari con giardino e servizi comuni, secondo il modello dei sobborghi-giardino (cui venne spesso ridotto, nell’applicazione pratica, il progetto di città-giardino originariamente elaborato da Howard). Tra la metà degli anni Dieci e l’inizio dei Venti, Schiavi partecipò anche all’esperienza delle prime amministrazioni socialiste di Milano, in qualità di assessore al Lavoro nella giunta Caldara e di assessore all’Edilizia e piano regolatore e ai Lavori pubblici nella successiva giunta Filippetti.
Nel primo dopoguerra, intravedendo in Italia una situazione rivoluzionaria sull’onda della presa del potere da parte dei bolscevichi in Russia, andò maturando una significativa evoluzione politica all’interno del PSI. Abbandonata l’iniziale collocazione riformista, si avvicinò alle correnti massimaliste, fino ad assumere una sorta di posizione intermedia. Con l’avvento del fascismo, fu rimosso da tutte le cariche pubbliche e indotto a lasciare Milano per fare ritorno in Romagna, dove visse un esilio in patria dedicandosi alla coltivazione dei poderi di famiglia e collaborando – nei limiti dell’autonomia culturale tollerata dal regime – a centri di studio, riviste e case editrici (in particolare la Laterza, con Benedetto Croce). In questi anni avviò l’attività di raccolta e pubblicazione di testimonianze e documenti sulla storia del movimento operaio e socialista italiano, che proseguì poi nel secondo dopoguerra promovendo lo sviluppo della storiografia scientifica sul tema. A livello di elaborazione politica, a cavallo degli anni Trenta e Quaranta approdò a una visione liberalsocialista e sviluppò la propria riflessione in direzione dell’europeismo antifascista elaborato nel decennio precedente da diversi esponenti socialisti e liberali sia in esilio che in patria (soprattutto Filippo Turati, Carlo Rosselli e Croce).
Nel secondo dopoguerra, Schiavi riprese la propria carriera di dirigente nel settore dell’edilizia popolare, ricoprendo il ruolo di commissario straordinario e poi presidente dell’Istituto autonomo per le case popolari di Forlì. Trovò la sintesi tra il municipalismo, che rappresentò l’asse principale di tutta la sua attività politica, e la nuova passione europeista, declinata nell’ottica del decentramento amministrativo e di un’integrazione “dal basso” basata sulla cooperazione tra i Comuni, nella partecipazione all’esperienza del Conseil des Communes d’Europe, della cui sezione italiana (AICCE – Associazione italiana per il Consiglio dei comuni d’Europa) fu presidente a partire dalla sua costituzione nel 1952. A livello politico interno, nel 1947 seguì Giuseppe Saragat nella scissione di Palazzo Barberini, aderendo al nuovo PSLI (poi PSDI), nelle cui liste fu eletto senatore nella seconda legislatura repubblicana. Sostenne l’apertura della compagine governativa al PSI e il progetto del centro-sinistra; ma quando si spense, nel 1965, tale «progetto riformatore si era ormai ridotto a semplice formula di governo e si delineava già quella che è stata definita “una grande occasione mancata”» (p. 315).
Il volume di De Maria si inserisce in una consolidata tradizione di studi dedicati a Schiavi. Nell’ultimo quarto di secolo, infatti, e con una consistente accelerazione negli anni più recenti, numerose sono state le opere storiografiche dedicate all’attività del riformatore romagnolo (basti menzionare i volumi scritti o curati da Silvia Bianciardi, Patrizia Dogliani, Maurizio Ridolfi, Gianni Silei e Quinto Versari, oltre allo stesso De Maria, che ha curato l’edizione dei diari e dei carteggi di Schiavi per l’editore Lacaita). Questa biografia, comunque, si segnala per la capacità di ricostruire in maniera completa ed efficace l’intera esistenza di Schiavi, calando le sue vicende biografiche nel contesto degli eventi e dei processi politici, economici, sociali e culturali che hanno segnato la storia d’Italia lungo quasi un secolo. L’intreccio tra la dimensione pubblica e la sfera privata del biografato è realizzato attraverso il ricorso ad un ampio spettro di fonti, risultato dello scavo archivistico condotto dall’autore presso una molteplicità di istituti di conservazione: dall’Archivio centrale dello Stato agli Archivi di Stato di Forlì, Bari e Mantova, dall’Archivio storico della Società Umanitaria fino alle Fondazioni Basso e Feltrinelli. Il volume – che è risultato vincitore dell’edizione 2009 del premio ANCI-Storia, istituito dalla SISSCo e dall’ANCI (Associazione nazionale dei Comuni italiani) a favore di opere dedicate alla storia urbana, alle identità territoriali ed alle autonomie locali – contiene anche un inserto iconografico, costituito da ritratti di Schiavi, fotografie di famiglia e scatti realizzati in diverse occasioni pubbliche e private.

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