Recensione: Atlante storico-elettorale d’Italia (1861-2006)

L’atlante storico-elettorale d’Italia (1861-2008), curato da Piergiorgio Corbetta e da Maria Serena Piretti per i tipi di Zanichelli nel 2009 presenta, con 40 Tavole ed un ampio apparato iconografico, un quadro delle elezioni politiche, con le più innovative tecniche. L’integrazione di diversi profili – storico, geografico e politico – e di differenti approcci metodologici si pone a completamento di antecedenti studi e ricerche sui sistemi e sui comportamenti di voto (Schepis 1958; Ghini 1976; Ballini 1988, 2003 e 2007; Piretti 1995; Furlani, 1996; Ballini, Ridolfi 2002), offrendo – attraverso un tipo di visione «diacronica» e «sincronica» – una variegata raffigurazione delle diverse «Italie elettorali». Sono peraltro utilmente raccolti i risultati ottenuti dai candidati e dalle liste in tutti i Comuni per le elezioni della Camera dei deputati del Regno, per il referendum istituzionale, per l’Assemblea costituente e per la Camera dei deputati per le 16 legislature repubblicane.
Quest’analisi scientifica del fenomeno elettorale costituisce un nuovo filone di studi, dopo alcuni parziali tentativi iniziati nella seconda metà dell’Ottocento. Una delle prime importanti rappresentazioni cartografiche è conservata nel primo fascicolo del 1876 dell’Archivio di statistica, limitatamente alla «Geografia elettorale» delle elezioni politiche del 1874, con riferimenti alla distribuzione della «destra» e della «sinistra storica» per collegi, alla proporzione dei voti riportati dagli eletti (per 100 votanti) e con un articolo introduttivo di O. Focardi sulla Statistica elettorale politica. «Carte elettorali politiche» – con indicazione degli eletti – furono successivamente riprodotte in alcuni Manuali parlamentari, tra cui il Manuale ad uso dei deputati al Parlamento nazionale (edito a Roma nel 1913). Anche nell’età giolittiana si annovera l’Annuario statistico delle città italiane, edito dal 1906 per iniziativa di Ugo Giusti e il volume su Le Elezioni generali politiche del 1913 nel Comune di Roma, il primo di una nuova serie di Saggi monografici promossi dal Servizio statistico della capitale.
Queste tendenze caratterizzarono parallelamente gli studi elettorali d’Oltralpe, tra cui assume un valore quasi paradigmatico il Tableau politique de la France de l’Ouest (Colin Paris, 1913) di André Siegfried. Secondo il geografo e politologo francese, esistevano «regioni politiche come regioni geologiche ed economiche e climi politici come climi naturali», che implicavano di inquadrare i diversi fenomeni non solo attraverso la prospettiva storica, ma anche quella geografica.
Interessanti rappresentazioni dell’Italia elettorale sono state elaborate solo nella seconda metà del Novecento, in particolare nel volume Elezioni, territorio, società del geografo Carlo Brusa (Unicopli, Milano, 1986) e nel recentissimo Atlante elettorale dell’Italia repubblicana. Lazio. Assemblea costituente-Camera dei deputati (1946-1963), curato da Silvana Casmirri e da Pierluigi Totaro (Ed.it, Catania, 2008). Tra gli altri esempi a livello europeo, occorre anche menzionare l’Atlas électoral de la France 1848-2001, di Frédéric Salmon (Édistions du Seuil, 2001) – che contiene rappresentazioni cartografiche della distribuzione territoriale e circoscrizionale dei voti –, preceduto di qualche decennio da uno studio di Marie Therese e Alain Lancelot sulla nomenclatura delle circoscrizioni francesi (Atlas des circonscriptions electorales en France depuis 1875, Presses de la Fondation des Sciences politiques, Paris, 1970).
La «Cronologia della storia elettorale italiana» del nuovo Atlante di Zanichelli permette invece di inquadrare, attraverso numerosi dati statistici, l’evoluzione delle forme di rappresentanza successive alla l. 17 dicembre 1860, n. 4513, con cui era stato eletto – con sistema maggioritario a doppio turno chiuso e collegi uninominali – il primo Parlamento del Regno d’Italia dell’VIII legislatura (tenuto conto della continuità, a livello formale, con il Regno subalpino). Le modifiche della legislazione elettorale introdotte dall’età liberale – scrutinio di lista (l. 24 settembre 1882, n. 999), ripristino del collegio uninominale (l. 5 maggio 1891, n. 210), suffragio quasi universale maschile (l. 30 giugno 1912, n. 666) – sono collegate, con assoluta originalità, alla ricostruzione dei risultati elettorali in rapporto all’appartenenza politica degli eletti nei diversi collegi, ai tassi di distribuzione territoriale dell’elettorato e alle rappresentazioni cartografiche del voto, espresse a livello regionale. La gradazione cromatica delle percentuali di voto dei partiti permette di percepire, grazie all’immediatezza del dato visivo, il comportamento di voto nei diversi collegi e, altresì, una facile lettura delle sue diversità anche a livello sub-regionale. Questa rappresentazione è basata, per la prima fase post-unitaria, sulla rielaborazione dei dati pubblicati nei principali periodici locali del tempo e sui registri manoscritti della Giunta delle elezioni, conservati presso l’Archivio storico della Camera dei deputati.
Incompleta e discontinua rimane tuttavia ancora oggi, per questo arco cronologico, la ricostruzione dei più significativi mutamenti nelle maggioranze e tra i vari «gruppi parlamentari» (che verranno riconosciuti soltanto con le modifiche apportate al Regolamento della Camera dei deputati nel 1920), la loro consistenza ad inizio e a fine legislatura e gli emicicli completi della Camera dei deputati. L’Atlante storico-elettorale d’Italia presenta comunque un interessante panorama del mutamento dei collegi – dagli iniziali 443 ai 493 (per l’inserimento dei rappresentanti del Veneto), ai 508 del 1870 (per quelli del Lazio), ai 535 del 1921 (in seguito all’annessione delle nuove province), in parte analizzato nel richiamato volume di Gaetano Arangio Ruiz sulla Storia costituzionale del Regno d’Italia 1848-1898 (1898). Puntuali riferimenti si trovano anche al tema, più generale, dell’estensione del diritto di voto – dalla percentuale dell’1,9% del 1861 ai successivi allargamenti del 1912 e del 1918, sino al suffragio femminile del d.l.lgt. 1° febbraio 1945, n. 23 – rapportata a quei mutamenti politico-sociali che costituiscono la base stessa del concetto di «cittadinanza politica».
Il volume presenta inoltre dal 1919 i simboli dei partiti politici presenti nelle schede elettorali, risultato del più ampio dibattito sulla ufficializzazione delle candidature. Tuttavia emergeva dalle statistiche del tempo che soltanto il Psi ufficiale e il Ppi presentarono, sul piano nazionale, liste identificate dallo stesso simbolo. All’area liberale erano infatti riconducibili ben 42 liste (presentate nel 54% dei collegi), con 9 denominazioni diverse e con differenti contrassegni. Attraverso questa valenza esplicativa del dato statistico si può inoltre inquadrare la storia elettorale come parte del più ampio processo di nation building, secondo la premessa degli stessi autori per cui «la storia nazionale è fatta di storie regionali». Da un lato, è rilevata l’incidenza dei sistemi elettorali sui comportamenti di voto e la loro stretta connessione con l’evoluzione economica e sociale della società italiana, dall’altra, è individuata una specificità territoriale, che sembra prescindere «dall’evoluzione dall’Italia liberale a quella fascista, fino a quella repubblicana».
Il radicamento territoriale dei partiti è collegato infatti non solo alla selezione del ceto politico nazionale e alla sua costruzione identitaria, ma alle cosiddette «sub-culture politiche territoriali», che evidenziano – in taluni casi – come lo «spazio geografico» corrisponda in Italia ad uno «spazio politico». Le principali soluzioni di «continuità» si registrano, scandite dalla parentesi fascista, tra la base elettorale del Partito popolare nel 1919 in alcune aree del Nord (specie in Veneto e Lombardia orientale) – dove la rete organizzativa del movimento cattolico si era sviluppata dalla seconda metà dell’Ottocento – e della Democrazia cristiana nel 1946-48 e, con gli stessi riferimenti cronologici, tra quella del Partito socialista italiano nelle aree bracciantili del Centro-Nord (specie Emilia Romagna e Toscana) e del Fronte democratico popolare.
Discontinuità si registrano invece nella geografia politica della partecipazione elettorale, con profonde trasformazioni legate all’estensione stessa del suffragio. Se le prime consultazioni post-unitarie vedono un maggior numero di votanti nel Sud – collegabile ad un rapporto di tipo notabilare degli eletti nei loro collegi – con le elezioni del 1919, le prime a suffragio universale maschile e con sistema proporzionale, il riferimento politico non è più ai rappresentanti territoriali, ma al «sistema-partito». Se da un lato inizia ad emergere un maggiore senso di «appartenenza» civile nelle regioni del Nord, i dati evidenziano una partecipazione elettorale non ancora elevata (il 52,1% a livello nazionale), dovuta in parte ai 530.003 emigrati durante il conflitto e ai 879.945 militari che potevano votare solo se smobilitati e inseriti nelle liste elettorali. Furono comunque determinanti per un «ricambio politico» della classe politica, con l’elezione di una quota (pari al 65,3%) di nuovi deputati.
Dati spesso trascurati in sede storiografica emergono anche in relazione al ventennio fascista, quali l’introduzione della «scheda di Stato» nelle elezioni del 1924, ricordate per l’entrata in vigore della «legge Acerbo» e il ripristino dell’uninominale nel 1925, una riforma «fittizia» legata alla destabilizzazione politica seguita al delitto Matteotti. Emerge nuovamente il cosiddetto turn over della classe politica con le prime elezioni «plebiscitarie» del 1929. Del 50,8% di nuovi deputati, ben il 54% ricopriva incarichi nel partito nazionale fascista, senza esercitare alcuna professione; rapporto che sembrava ribaltare quel «professionismo politico» tipico dell’età liberale. Le rappresentazioni cartografiche evidenziano inoltre la «geografia delle astensioni» fino al 1946 – nel 1934 la soglia del dissenso non superò lo 0,5% dei voti in nessuna Regione italiana –, che permette di individuare le zone di maggiore opposizione al fascismo nel Trentino Alto-Adige, Valle d’Aosta, Lombardia e Liguria. Nel 1939, dopo l’introduzione del principio della rappresentanza per categorie professionali, si può leggere anche un mutamento della «topografia parlamentare» per provenienza geografica, selezionata soprattutto nella capitale romana (32%), a testimonianza di quel processo di «centralizzazione» attuato dal Pnf dopo la modifica statutaria del 1926.
Dopo il referendum istituzionale e le elezioni dell’Assemblea costituente e del primo Parlamento repubblicano, le tabelle e i dati statistici risultano notevolmente più ampi e dettagliati. La selezione di alcuni emblematici manifesti riproduce il clima di un’Italia divisa tra Nord e Sud, tra monarchici e repubblicani, tra anti-fascisti e nostalgici del passato regime e quel processo di «politicizzazione» che segna l’ingresso delle donne nella scena politica (con l’elezione di 21 rappresentanti alla Costituente – su un totale di 556 – in base alle norme previste dal d.l. lgt. 10 marzo 1946, n. 74). Emerge soprattutto una peculiare connotazione dei partiti «di massa», che si presentano separati nelle prime elezioni libere dopo la fine del fascismo e della collaborazione ciellenistica, in quel nuovo corso di «democratizzazione» legato ad una complessa e differenziata rete di rapporti tra partiti, istituzioni e società civile.
Il volume, dove sono presenti numerosi elementi strettamente connessi al tema del voto – propaganda, mobilitazione e comunicazione politica – suggerisce altresì, con immagini di manifesti elettorali, testate giornalistiche del tempo, vignette satiriche, ritratti, dipinti e caricature dei personaggi, un nuovo studio delle campagne elettorali. Particolareggiata anche la ricostruzione della storia elettorale più recente. L’impianto iconografico scandisce le principali tappe dalle elezioni dal 1948, contrassegnate da una radicale «polarizzazione» dell’elettorato tra due schieramenti politici e ideologici, al 2008, passando attraverso la fine del «centrismo degasperiano» – legata in parte agli esiti della nuova legge elettorale «maggioritaria» del 1953, introdotta nel tentativo di «blindare la democrazia» –, i primi governi di centro-sinistra, il «pentapartito» con alternanza e la fine della prima Repubblica. Aspetti identitari del voto ed evoluzione delle dinamiche del consenso sono analiticamente ricostruiti specie per le consultazioni elettorali svoltesi dal 1958 al 1992, con la formula di tipo proporzionale, reintrodotta nella II legislatura repubblicana (con l. 16 maggio 1956, n. 493).
Se rari furono i dibattiti sui meccanismi di voto negli anni Settanta, gli anni Ottanta registrarono una progressiva ripresa per correggere quel sistema rappresentativo, che aveva dato origine a un radicato «consociativismo». Opportuni correttivi furono individuati – attraverso una comparazione con la legislazione d’Oltralpe – nell’introduzione del maggioritario «secco» sul modello inglese o della clausola di sbarramento del 5% su quello tedesco. Dopo il referendum del 1992, con cui era stata abrogata la soglia del 65% per l’attribuzione dei collegi nelle elezioni senatoriali, la nuova riforma – che introduceva per i due rami del Parlamento un sistema elettorale «misto», maggioritario secco per il 75% dei seggi e proporzionale per il restante 25% (con leggi 4 agosto 1993, nn. 276 e 277) – mirava, come ricordato dagli stessi autori, a superare la frammentazione e il «partitismo», senza rinunciare a quel pluralismo tipico del sistema politico italiano. Il panorama della legislazione si chiude con l’ultima modifica al sistema di scrutinio, introdotta con la successiva l. 21 dicembre 2005, n. 270 – proporzionale con premio di maggioranza da attribuirsi sul piano nazionale per la Camera dei deputati e su base regionale per il Senato – con cui si sono svolte le ultime elezioni del 9-10 aprile 2006 e del 13-14 aprile 2008. In questo quadro, questo primo e fondamentale contributo non può che orientare i successivi studi elettorali verso una più ampia rappresentazione politico-elettorale, che comprenda anche le elezioni senatoriali, quelle amministrative e regionali, i risultati dei referendum abrogativi e le elezioni europee.

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