Alain Dewerpe, Charonne 8 février 1962. Anthropologie historique d’un massacre d’État

Recensione:
dewerpe Charonne 8 février 1962. Anthropologie historique d’un massacre d’État, Gallimard, Paris, 2006, pp. 897 ISBN 2-07-030770-0

di Andrea Argenio (INSMLI)

L’8 di febbraio del 1962, in reazione all’offensiva terrorista dell’Oas, le strade di Parigi furono attraversate da un corteo organizzato da un arcipelago riconducibile a diverse forze di sinistra con lo scopo di difendere la République da quella che veniva considerata una vera e propria minaccia contro l’ordinamento democratico dello Stato. Una manifestazione che fu duramente repressa e che lasciò sul terreno il cadavere di nove manifestanti uccisi dalla violenza della polizia sui gradini della stazione della metropolitana di Charonne. Da quel momento il toponimo della zona dei disordini diverrà simbolo di una violenza inaspettata e uno di quei luoghi della memoria che costituiranno il pantheon della gauche francese ma senza che, a tutt’oggi, vi fosse un’analisi degli avvenimenti e delle cause che li avevano prodotti.
Alain Dewerpe, docente all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, sceglie di affrontare lo studio di una data simbolo della storia francese partendo da una condizione molto particolare, quella di figlio di una delle vittime. Fanny Dewerpe, giovane segretaria di 30 anni, fu tra le nove vittime uccise dai colpi ricevuti dalla polizia ma l’essere così coinvolto non ha distolto l’autore dalla consapevolezza di poter affrontare un’indagine di carattere storiografico che per la prima volta andasse oltre i dati cronachistici per inserire l’avvenimento all’interno di un contesto ben definito.
Il 1962 fu l’anno degli accordi di Évian che segnarono l’indipendenza algerina e l’acuire degli attentati perpetrati dall’Oas che manifestava in questo modo la propria irriducibile contrarietà a qualunque ipotesi di abbandono di quella che veniva considerata parte integrante del territorio francese ragion per cui imponente fu la risposta di piazza per cercare di reagire ad un’atmosfera generale di assuefazione alle violenze dei partigiani dell’Algérie française. Ed è sulla manifestazione e sulla sua appendice giudiziaria che si incentra l’attenzione di Dewerpe che, quasi da entomologo, analizza una documentazione inedita davvero sterminata: la stampa, le carte di polizia e dei tribunali, testimonianze orali che mostrano uno spaccato della società francese in un momento cruciale. La domanda che sottintende l’intero lavoro dell’autore è cercare di comprendere le motivazioni che portarono lo Stato a reagire in maniera così dura di fronte ad un corteo pacifico che, seppur non autorizzato, non aveva dato nessuno spunto alle forze dell’ordine per intervenire cosi energicamente. E per rispondere all’interrogativo Dewerpe utilizza la nozione di «violence d’État» (p.86), i colpi i di manganello, di «matraque», i pestaggi contro manifestanti inermi altro non erano che la manifestazione tangibile di una violenza poliziesca che si iscriveva all’interno di un clima particolare come quello vissuto dall’apparato statale di fronte alla decolonizzazione algerina. E quello che è avvenuto alla stazione di Charonne era la risultante di un uso eccessivo di una violenza «normale, routinière, inscrite dans des actions répertoriées» giustificate da «une morale policière inavouable à d’autres mais fondée à leurs yeux» (p. 107). Un uso della forza spropositato di fronte ad una manifestazione pacifica che non contestava il potere costituito ma, pur da una posizione differente, rappresentava un appoggio alla politica di decolonizzazione gollista. Ma l’idea che in quegli anni vigeva a proposito dell’ordine pubblico mal si conciliava con qualsiasi infrazione alla legge, si preferiva la repressione alla tolleranza individuando come una perturbazione qualsiasi tipo di voce critica. Dewerpe mostra quanto dal maggio 1958 ed in particolare nel periodo nel quale fu primo ministro Michel Debré, al 1962 vi fosse un aumento di una stretta repressiva che colpì giornalisti, avvocati francesi dell’Fln e più in generale verso tutti coloro che non approvavano la politica da stato d’assedio portata avanti dall’Eliseo.
Nel caso della strage di Charonne, così come nell’episodio similare dell’ottobre 1961 quando un centinaio di algerini che manifestavano a favore dell’indipendenza algerina furono uccisi dalla polizia, non ci si trovava di fronte ad ordini precisi di uno scatenamento di una repressione ma la violenza scaturita venne considerata un elemento inscindibile dalla politica di ordine pubblico. Non stupisce quindi che l’apparato burocratico incaricato della sicurezza eseguisse il proprio incarico con la massima durezza, un apparato per il quale la violenza era riconducibile ad un affare di regole e convenzioni che poteva essere trattato come una qualsiasi pratica amministrativa tanto che Dewerpe non esita a definire tale comportamento come indicativo di una certa «anthropologie historique de l’administration, de ses serviteurs et de ses méthodes» (p. 86).
I poliziotti d’altra parte si erano formati in un clima da guerra fredda che aveva posto i comunisti come nemici e molti di coloro che si trovarono ad affrontare i servizi di ordine pubblico avevano alle spalle gli anni di un duro servizio militare in Algeria per combattere contro l’Fln utilizzando altresì i metodi classici della controguerriglia come le rappresaglie e l’uso sistematico della tortura. Molti dei manifestanti raccontarono di essere stati malmenati da poliziotti che li apostrofavano come traditori, inneggiavano all’Algérie française o proprio a quell’Oas contro il quale la manifestazione era stata indetta senza che da parte di alcuno vi fosse un atto o una parola di comprensione. Negli anni successivi così come nei numerosi processi che si svolgeranno, la tesi degli apparati repressivi fu univoca: la manifestazione era stata proibita e la polizia non fece altro che far rispettare l’ordine di fronte ad un corteo violento e gli otto morti vennero causati dalla chiusura delle barriere d’accesso della stazione di Charonne anche se le testimonianze furono univoche nel considerare quest’ultima affermazione come mendace.
Secondo Dewerpe gran parte della responsabilità di questo clima di tensione deve essere addossata a Charles De Gaulle e, più in generale, al sistema istituzionale da lui creato nel 1958 che portava il presidente francese ad attuare una sorta di scissione: da una parte era molto attento al rispetto della legittimazione elettorale ma dall’altra considerava ogni forma di intervento popolare dannoso nella realizzazione del proprio progetto politico. In sintesi, «la démocratie d’élection n’implique pas pour lui la démocratie d’opinion» (p. 261)., e sebbene il sostegno popolare avesse aiutato il governo a sconfiggere il putsch dei generali dell’aprile 1961, era inconcepibile dividere con qualcuno il monopolio della piazza. La ragion di Stato, il rispetto dell’ordine costituito si ponevano in maniera ineluttabile contro la sorte dei manifestanti che, disobbedendo allo Stato stesso, si erano posti fuori legge. Il concetto di divieto stava a dimostrare che il potere gollista pretendeva il monopolio dell’azione politica e considerava i cittadini come «passagers d’un navire» che dovevano restare al proprio posto e fidarsi di chi li avrebbe protetti dai pericoli. Concetto ribadito in una delle sentenze che pur riconoscendo gli errori della polizia nello scatenamento degli eventi che portarono all’uccisione delle vittime, metteva in evidenza come i manifestanti disobbedirono ad una precisa disposizione. Da qui la risposta della repressione che non poteva essere altro che inevitabile e legittima, la brutalità era la conseguenza dei rischi presi dai partecipanti al corteo che avevano la responsabilità di una vera e propria «faute du mort» (p. 543). La consultazione di una vastissima documentazione archivistica permette però a Dewerpe di appurare la falsità delle ricostruzioni officiali e di mostrare come le porte della stazione di Charonne non fossero chiuse, che non ci fu provocazione verso le forze dell’ordine e che la maggior parte delle vittime non morì per soffocamento ma per i colpi ricevuti dalla polizia e non certo per una fatalità.
Merito del volume di Dewerpe è però quello di aver condotto un’ indagine su un doppio livello non limitandosi all’aspetto giudiziario della vicenda ma prospettando una pista di ricerca sul contesto che l’aveva prodotta e sugli uomini che l’avevano resa possibile. Il prefetto di polizia di Parigi all’epoca dei fatti era Maurice Papon, ex segretario della prefettura di Bordeaux nel 1944 e condannato per crimini contro l’umanità a causa del suo ruolo fattivo nella deportazione di ebrei nei campi di sterminio, sul conto del quale solo negli ultimi anni si è fatta piena luce. Il comandante delle guardie municipali parigini, il reparto responsabile della strage, era Maurice Legay le cui simpatie per l’Oas ed i sostenitori dell’Algeria francese erano notorie sin dalle prime settimane così come quelle di gran parte dell’apparato burocratico dello stato. Solo negli ultimi anni gli storici hanno cominciato a ripercorrere gli avvenimenti legati alla guerra d’Algeria, al ruolo dell’esercito nell’ascesa gollista e nelle infiltrazioni dell’Oas nei gangli dell’apparato statale, dovute alle incertezze della politica epurativa nei confronti della burocrazia più legata all’esperienza di Vichy. Charonne resta una traccia importante per comprendere la complessità della storia francese del ventesimo secolo e delle tracce lasciate nella memoria.
Eppure per anni l’oblio ha contaminato anche la memoria, le vittime sono state elevate al ruolo di martiri senza che l’intero paese facesse i conti con una tragedia scaturita dal proprio interno.
Il libro di Dewerpe, storico e testimone dell’avvenimento, è un primo passo verso una riconsiderazione critica di quegli anni.

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