Recensione:Stefano Mangullo, Dal fascio allo scudo crociato. Cassa per il Mezzogiorno, politica e lotte sociali nell’Agro Pontino (1944-1961)

I miti si occupano di argomenti importanti per l’esistenza di una comunità e sono funzionali alle forme di esistenza della stessa. Le bonifiche rappresentano, da sempre, uno dei miti fondativi della pianura pontina, zona funestata dalla malaria, dalla povertà e che l’intervento promosso dal regime fascista rese abitabile ad un numero considerevole di coloni. Ma, in quanto mito, la narrazione giunta sino ai nostri giorni ha sedimentato topoi quali la velocità nella realizzazione, la lotta al latifondo e la parola d’ordine della “terra ai contadini” ben sintetizzati dal successo editoriale del romanzo di Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, che li ha riutilizzati sapientemente tanto da vincere il premio Strega nel 2010. In realtà la storiografia più accorta, da Antonio Parisella a Mauro Stampacchia, ha da tempo messo in evidenza l’incoerenza e la disorganicità della modernizzazione autoritaria posta in atto dal regime pur riconoscendo, soprattutto dal punto di vista della politica sanitaria, lo sforzo profuso dal fascismo nella sconfitta di quella piaga secolare che rispondeva al nome di malaria.

Stefano Mangullo, studioso dell’università di Tor Vergata dove è docente a contratto di storia contemporanea, sceglie di oltrepassare le colonne d’Ercole della storia del basso Lazio per calarsi nel racconto del secondo dopoguerra caratterizzato dal ruolo peculiare svolto dalla Democrazia cristiana nell’azione dell’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno inquadrato nella temperie delle lotti sociali e politiche portate avanti dal Partito comunista e dai sindacati, in particolar modo la Cgil. L’oggetto di studio, come scrive l’autore, è «l’Agro Pontino dopo Mussolini, Littoria divenuta Latina» (p. 9) ma il lavoro prende l’avvio con i danni causati dalla guerra e dal passaggio del fronte proprio su quei territori che erano stati resi abitabili dalla bonifica e che Mussolini, dalla lontana Salò, in diverse lettere spedite alla Petacci, lamentava nel vedere quelle terre a lui tanto care distrutte e abbandonate, «il mio nome alla mia creatura. Quale destino» (p. 20). Anni di lavoro e miliardi di lire investiti oramai andati in fumo anche se la situazione prebellica dell’Agro non era mai stata così florida come raccontata dalla propaganda di regime in particolar modo in aspetti importanti come l’appoderamento e la colonizzazione tanto che, nel secondo dopoguerra, non si riuscì ad ottenere la trasformazione dei coloni in piccoli proprietari e alla fine del 1952 le statistiche fotografarono la tendenza ad abbandonare e a vendere il dieci per cento dei poderi per una superficie che sfiorava i cinquemila ettari.

All’interno di questa situazione si inserisce l’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno che si trova ad operare su un territorio molto vasto quale si presenta la provincia di Latina e che ha all’interno due dicotomie non piccole. Quella tra piano e monte sottolineata anche dalle diverse preferenze elettorali con le sinistre forti all’interno e la Dc e la destra missina presenti stabilmente nelle zone della bonifica, e tra la zona nord della provincia che gravitava attorno a Roma e quella sud più vicina alla Terra di Lavoro casertana. Per le zone interne della provincia pontina l’intervento statale fu positivo e rese abitabili luoghi che sino a quel momento avevano sofferto la mancanza delle più normali infrastrutture anche se mancò un analogo sviluppo delle attività economiche e produttive nonostante la costruzione di un’infrastruttura come l’Acquedotto degli Aurunci che, nell’alata prosa di Giorgio Caproni su “Prospettive meridionali”, divenne la prima lettera di un «alfabeto civile» (p. 52).  Ma i dati analizzati da Mangullo mostrano come alla fine fu l’Agro Pontino a pompare la maggior parte dei finanziamenti della spesa della cassa «qualificandosi piuttosto come investimenti produttivi, dunque finalizzati a innescare e a supportare meccanismi di sviluppo economico» (p. 53)  riproducendo, come lucidamente suggerito dall’autore, il dualismo tra “polpa” ed “osso” già evidenziato anni prima da Manlio Rossi-Doria. La pianura pontina rappresentava la polpa, ovvero un’area sottosviluppata e depressa ma con in nuce enormi possibilità di crescita mentre la parte montana era “l’osso”, depressa e senza infrastrutture e nelle quali la Cassa operò solamente con un’azione di contenimento congiunturale della disoccupazione, favorendo comunque l’emersione o l’accesso al lavoro di un certo numero di disoccupati. Ed è proprio su questo aspetto che si venne a creare una divergenza o forse un’incomprensione tra le autorità centrali e quelle periferiche sulle finalità dell’intervento straordinario, sicuramente importante, ma finalizzato ad un’azione più generale che consentisse uno sviluppo non “drogato” da aiuti di stato mentre  prefetti e sindaci erano molto più attenti alle ricadute più immediate sul tessuto locale anche perché avevano compreso che la montagna avrebbe sempre ricevuto meno attenzione rispetto alla pianura.

La seconda bonifica sviluppata dalla Cassa infatti rappresentò un momento importantissimo per quella parte di provincia; pur muovendosi in continuità con l’esperienza fascista fu diversa nelle conseguenze. I miglioramenti approntati al territorio permisero uno sviluppo che rese estremamente vantaggiosi gli investimenti privati e lo sviluppo di una miriade di aziende agricole grazie anche ad una triplice modalità d’azione: il completamento delle opere di bonifica idraulica e meccanica; l’introduzione su vasta scala dell’irrigazione e il finanziamento delle trasformazioni fondiarie e culturali da parte dei privati.

Ma, l’aspetto che resta peculiare per un’analisi delle conseguenze dell’intervento della Cassa fu, come mostra Mangullo nella sua ricerca, lo sviluppo industriale della pianura pontina, un “risultato vistoso e dirompente” (p. 83) con il raddoppio delle aziende e il triplicarsi degli addetti. Un fitto tessuto di piccole e medie imprese che fu agevolato da diversi fattori quali la favorevole posizione geografica, la buona dotazione di infrastrutture e vie di comunicazione oltre ad un basso costo dei terreni e della manodopera. Una vera e propria “frontiera settentrionale dell’Italia meridionale” che però, almeno per al Cgil ed il Pci, scontava la presenza delle gabbie salariali e dall’atteggiamento dei disoccupati della zona della montagna che pur di migliorare la loro condizione d’indigenza erano disposti ad accettare salari molto più bassi rispetto alla media nazionale. Questa situazione di dualità fece parlare nel 1953 il direttore della filiale pontina della Banca d’Italia di un “eclettismo non spiacevole” grazie alla presenza di industrie di diverse “ardite” attività ma che, nello stesso momento soffrivano di un’accentuata instabilità dovute al fatto che i finanziamenti non garantivano il credito per il capitale di esercizio, soprattutto nella delicata fase di avviamento della società. Tra l’altro mancava nella provincia un’adeguata cultura imprenditoriale che provocava la presenza di avventurieri che pur di beneficiare dei finanziamenti statali si lanciavano in iniziative imprenditoriali senza futuro tanto da spingere le locali autorità della Banca d’Italia, già nel 1957, a mettere da parte i toni ottimistici per definire, senza giri di parole, la provincia pontina come il “Far West d’Italia” che avrebbe bisogno di una drastica “bonifica umana che consentisse di raccogliere i frutti della bonifica della terra” (p. 92).

La risposta fu una radicale stretta sul credito e il varo della nuova legge sull’industrializzazione del Mezzogiorno del 1957 che innescarono un processo di sviluppo avente per protagonista imprese di provenienza settentrionale e straniera grazie ad incentivi di carattere attrattivi rispetto a quelli propulsivi che si utilizzarono nella prima fase. Gli incentivi non stimolarono dunque il sorgere di nuove iniziative prodotte dal territorio ma l’estensione verso il Mezzogiorno dell’industria e dei capitali già esistenti nell’Italia settentrionale portando, secondo molti osservatori, all’aumento di uno squilibrio all’interno della provincia con uno sviluppo del triangolo industriale Latina-Aprilia-Cisterna e una stagnazione nella parte meridionale del territorio.

Ma il vero personaggio principale, il deus ex machina del racconto di Mangullo, è Vittorio Cervone che nel periodo esaminato, grazie alla sua amicizia con Andreotti, divenne l’uomo forte della Dc pontina ed arrivò ad essere segretario provinciale del partito, commissario straordinario del consorzio di bonifica, sindaco di Latina sino all’elezione alla Camera dei deputati che gli aprì la strada per l’ammissione al Consiglio nazionale e poi alla direzione nazionale democristiana. La forza di Cervone consisteva dunque nel suo radicamento territoriale, nel suo essere, riprendendo una categoria di Gabriella Gribaudi, un “mediatore” politico tra centro e periferia capace di sviluppare una continua politica di interessamento per il territorio (p. 103). Grazie all’omogeneità politica a livello nazionale e al controllo che la Dc riuscì ad assicurarsi delle amministrazioni locali, fu semplice per il partito cattolico realizzare un’egemonia sull’intervento straordinario e rivolgere l’attenzione proprio verso quegli organismi che avevano un’importante funzione e sociale come i  consorzi di bonifica. Il fatto di potersi rapportare, nel complicato rapporto tra centro e periferia, con esponenti di una stessa sensibilità politica rendeva tutto più semplice anche per richieste  particolarmente complicate come quella di inserire Latina all’interno dell’intervento della Cassa per il Mezzogiorno. Cervone poté quindi impegnarsi per questo obiettivo grazie al suo doppio ruolo di segretario provinciale della Dc e di presidente del consorzio di bonifica sapendo che a Roma chi avrebbe dovuto rispondere proveniva dal medesimo partito. Fu proprio il monopolio dell’intervento straordinario a facilitarlo nonostante dovesse superare un serrato dibattito all’interno del partito e le posizioni di quei parlamentari rappresentanti del Mezzogiorno che contestavano decisamente, per ragioni storiche ma soprattutto economiche, l’inclusione delle province del Lazio meridionale.

Ma dove Cervone dispiegò tutta la sua abilità fu nell’impresa di fare della Dc una cinghia di trasmissione con gli enti pubblici arrivando a mettere uomini di fiducia, a partire dal 1946 e dal quinquennio successivo, in luoghi importanti quali il consorzio agrario provinciale, la Cassa di risparmio di Latina, l’Ente provinciale del turismo e l’istituto autonomo di case popolari. Organi differenti e dalle mansioni diverse ma accomunati dal progetto democristiano di costruire e consolidare un sistema di relazioni verso il basso, cioè a livello sociale, e verso l’alto, ovvero nei riguardi degli organi politici e istituzionali centrali. Dalla plancia di comando del Consorzio di bonifica di Latina Cervone estese la sua influenza su tutto il territorio nonostante fosse praticamente digiuno di questioni agrarie ma svolse il suo ruolo seguendo il consiglio di Antonio Segni “tu non devi fare il tecnico, ma l’amministratore e quindi devi dare l’indirizzo programmatico e politico” (p. 119). Una delle azioni nelle quali si distinse l’esponente democristiano fu quello delle raccomandazioni che da pratica clientelare si trasformarono molto presto in un sistematico controllo delle assunzioni che aveva come contropartita un sostegno al partito cattolico, in particolar modo per le industrie. In questo modo si legava “il singolo al partito prima del suo ingresso in fabbrica; era un modo […] per governare e normalizzare gli effetti della radicale trasformazione in atto, disinnescando i principali fattori di destabilizzazione che potevano derivarne” (p. 142). L’operaio in entrata sarebbe stato quindi un operaio poco interessato alla politica e in questo modo soprattutto le piccole imprese riducevano la possibilità che il collocamento pubblico facesse entrare in fabbrica militanti dei partiti e delle organizzazioni sindacali di sinistra.

La Dc, come risultava dalle cronache della stampa fiancheggiatrice e dalle numerose inaugurazioni delle opere realizzate, tendeva oramai a diventare un succedaneo dello Stato creando quello che Mangullo efficacemente chiama “monopolio del merito” (p. 132). La mediazione politica come strumento di consenso era necessaria in una realtà come quella della città di Latina dove la forza di opposizione più forte restava la destra missina che non mancava occasione per contestare apertamente il sistema clientelare democristiano. In particolar modo le edizioni pontine de “Il Tempo” e de “Il Messaggero” ospitavano spessissimo articoli e denunce di missini che, diversamente dal segretario cittadino Ajmone Finestra interessato ad un accordo con la Dc, criticavano ferocemente i democristiani e il loro sistema di gestione del potere economico in provincia. Potere che Cervone cementò grazie alla modernizzazione del partito e ad un uso radicalmente nuovo delle sezioni che dovevano avere, seguendo in parte il modello dei partiti della sinistra classista, una funzione diversa dal passato e raccogliere le problematiche del territorio. Cervone cominciò una serie di visite periodiche che avevano la funzione di stimolare i segretari a svolgere il compito loro affidato di raccogliere e veicolare le istanze della cittadinanza.

L’ultima parte del lavoro di Mangullo è dedicata ai partiti di sinistra e al loro ruolo nelle lotte sociali ed in particolar modo nelle occupazioni delle terre attuate nell’immediato dopoguerra. Il contesto pontino era molto particolare in quanto si era di fronte ad una contrapposizione fra due gruppi sociali in estrema povertà, i contadini e i coloni ovvero “da una parte chi non aveva terra e dall’altra chi ne aveva, ma spesso in misura insufficiente, talvolta scadente oppure devastata dalla guerra” (p. 147). Le difficoltà sono ben esemplificate dalla condotta del prefetto di Latina Gaetano Orrù al quale toccò gestire dal 1945 al 1947 la delicata situazione delle diverse occupazioni e che cercò di risolvere impegnando ciascun proprietario della provincia, agrario o colono, a dare in concessione alle cooperative la superficie aziendale che non era in grado di condurre con la mano d’opera disponibile. Una scelta ragionevole e proposta da un servitore dello Stato molto lontano da simpatie progressiste ma che Cervone e la Dc accusarono di fare il gioco delle sinistre e del quale ottennero la testa dopo una grande manifestazione attuata a Cisterna che interruppe il traffico tra Roma e Napoli per diverse ore.

Le sconfitte elettorali ricevute dai partiti di sinistra nelle elezioni del 1948 e del 1953 portarono ad un diverso approccio verso un territorio che, fatta eccezione per la parte montana, restava ostile a Pci, Psi e Cgil, e l’intervento straordinario della Cassa fu utilizzato come un volano per preparare una mobilitazione su basi diverse. La principale fu quella di confutare del tutto l’ipotesi che le opere pubbliche realizzate fossero una concessione del governo o il frutto dell’interessamento di esponenti democristiani locali ma doveva apparire come l’azione della mobilitazione dei partiti di sinistra. A partire dal 1950 lo scopo fu quello di ottenere il massimo dello stanziamento dei fondi da parte della Cassa cercando di indirizzarli verso il piano di lavoro preparato dalla Cgil che doveva finanziare un potenziamento dell’industria energetica, un programma di edilizia popolare e di infrastrutture civili e un piano di bonifica e trasformazione fondiaria. Per attuare questi progetti fu utilizzata principalmente l’arma dello sciopero a rovescio che però, nonostante gli sforzi, non poteva funzionare in un ambiente ostile tanto che anche le amministrazioni social comuniste ricevettero intimidazioni e minacce dalle autorità competenti. I partiti di sinistra scontavano un’eccessiva attenzione ai problemi della terra ignorando i piccoli proprietari, gli affittuari, i coloni e soprattutto lo sviluppo industriale della pianura pontina portato dalla Cassa, uno sviluppo disordinato e forse anche aleatorio ma della quale bisognava tener conto se si voleva tenere aperto il dibattito con i lavoratori.

Il 1961, termine ad quem della bella e originale ricerca di Mangullo, restituisce l’idea di un Agro Pontino diverso: il primo settore dell’economia era oramai l’industria, il numero medio dei disoccupati era sceso sotto la soglia psicologica delle diecimila unità, ed erano migliorate le condizioni generali di vita. Segno di questa diversità furono, paradossalmente le prime lotte operaie unitarie a Latina contro le gabbie salariali e l’apertura a sinistra della Dc. Non si chiedeva più un lavoro per la mera sopravvivenza ma la giusta retribuzione delle proprie fatiche per vivere dignitosamente e la richiesta non veniva più una minoranza di disoccupati ed ex contadini poveri ma da operai che oramai rappresentavano la maggioranza della popolazione attiva. E diversa fu anche la scelta di Cervone che abbandonò la corrente andreottiana per raggiungere quella dorotea allo scopo di seguire Aldo Moro nella sua apertura al Psi, l’unica maniera per bloccare l’avanzata comunista e per consentire alla Dc di mantenere il primato senza dover cedere ad improbabili alleanze con la destra neofascista.

La nomina a sottosegretario all’industria del governo Fanfani pareva dovesse essere il trampolino per la sua carriera politica e per la provincia pontina ma non fu così, in nessuno dei due casi. Il libro di Mangullo ci restituisce quindi, con l’ausilio di una documentazione interessantissima ed in larga parte inedita, lo spaccato di un territorio che, storiograficamente, sembrava fermo alla prima bonifica e alla edificazione delle nuove città ma che invece ha finalmente una base da cui partire per delle future ricerche.

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