Editoriale

Presentazione

Dal 10 al 12 settembre si è svolta presso l’Università degli studi di Salerno la settima edizione del convegno cantieri di Storia della Sissco. Le giornate sono state dedicate al tema La storia contemporanea oggi: ricerche e tendenze. Com’era prevedibile, sono emerse molteplici tendenze e diversi filoni di studio in ciascun seminario[1]. È impossibile, dunque, compiere una sintesi. Ci basta, per ora, far riferimento ad un panorama di ricerche estremamente ricco, a dimostrazione della vitalità della storia contemporanea nel nostro Paese, nonostante le difficoltà e la crisi che stanno investendo l’università in Italia. Colpisce, soprattutto, lo sforzo di molti giovani studiosi nel presentare progetti di alta qualità, a fronte delle carenze strutturali e al deficit di risorse che connotano oggi la ricerca scientifica.

Il numero di «Officina» che oggi presentiamo s’inserisce in questa tendenza, tra l’altro ospitando una sessione speciale sui cantieri Sissco con la sintesi di alcuni interventi presentati a Salerno. Nella convinzione che una della più importanti potenzialità delle riviste on line sia la condivisione e la circolazione di idee e progetti all’interno e tra le comunità degli storici, invitiamo colleghi ed amici a segnalarci e a inviarci schede, abstract, sintesi o versioni definitive dei propri lavori.

Abbiamo perciò lavorato in linea con le tendenze e gli obiettivi emersi nel convegno Una nuova storia contemporanea? Le riviste digitali e lo studio del passato, promosso dal Dipartimento dell’Economia e dell’Impresa dell’Università degli studi della Tuscia e dal Centro studi sull’Europa Mediterranea (CSSEM), su un’idea delle riviste online «Officina della storia» e «Diacronie», svoltosi a Viterbo dal 16 al 18 maggio 2013[2].

Ci è parso necessario, dunque, dar vita ad un numero miscellaneo. Non solo per intercettare i più recenti dibattiti storiografici – dalle memorie del Risorgimento al mito del “bravo italiano” – ma nella prospettiva di restituire parte delle tendenze storiografiche e delle ricerche oggi in corso, attraverso articoli originali, rassegne e recensioni: dalla questione religiosa nell’Unione Europea alla recezione della strategia della tensione nella stampa francese; dall’antifascismo italiano agli studi più recenti sull’anarchismo; fino alla segnalazione di nuovi archivi e documenti. Sono in preparazione, al contempo, un numero monografico sul tema LEuropa mediterranea nell’Unione europea: spazi, culture, politiche, protagonisti e uno speciale osservatorio sulle elezioni europee del 2014. Due iniziative che prenderanno forma su una nuova piattaforma digitale e in sinergia con il blog che «Officina della storia» ha aperto su Hypotes.org, com’è noto, uno delle reti più importanti di riviste accademiche digitali e di blog scientifici sulla scena internazionale[3].

Le riviste on line si confermano ancora una volta uno strumento essenziale di aggiornamento, comunicazione e condivisione per il lavoro dello storico. Rimangono ancora aperte tante questioni, a partire dal loro riconoscimento scientifico, un obiettivo verso il quale tutta la comunità degli storici è chiamata ad intervenire, anche per rispondere alle tante sollecitazioni provenienti fuori dall’Italia, dove da lungo tempo è aperto il dibattito sulla storia in digitale.

Il lavoro di «Officina» vuole offrire un contributo in questa direzione, con la speranza che il prezioso lavoro svoltosi in questo ultimo anno non venga disperso e che il confronto su questi temi possa proseguire.

 

La Redazione

(18 Dicembre 2013)

 


Per la consultazione del programma cfr. http://www.sissco.it/index.php?id=1728.

 

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Editoriale

Una rivista di storia online, il Centro Studi sull’Europa Mediterranea, un progetto culturale

di Sante Cruciani e Guido Panvini

(8 aprile 2013)

 

Fedele a quanto annunciato nell’editoriale «L’Officina si rinnova : tra fare e comunicare storia», la nostra rivista si presenta ufficialmente ai lettori come il risultato delle attività che ruotano attorno al Centro Studi sull’Europa Mediterranea (www.cssem.org) e come un tassello fondamentale di un progetto culturale più ampio, teso a ripensare il «mestiere di storico» e il «ruolo pubblico della storia» nel tempo presente e nella società dell’informazione.

Dopo l’«Osservatorio sulle elezioni politiche del 24 – 25 febbraio 2013», il numero monografico online su «Storia e fotografia» curato da Matteo Stefanori – che introduce per la rivista la valutazione di referees esterni – vuole confermare la vocazione della rivista a muoversi in maniera interdisciplinare tra storia e tempo presente, con una attenzione particolare per le fonti audiovisive e le risorse offerte al mondo della ricerca e della didattica dalle tecnologie informatiche.

Si tratta di una scelta discussa in maniera approfondita dalla redazione, con la decisione di affiancare all’aggiornamento più frequente delle sezioni già collaudate un numero monografico semestrale, aperto a contributi provenienti dalle università italiane e dagli addetti ai lavori attraverso l’invito a collaborare proprio del call for paper su temi di grande interesse scientifico e culturale.

Sarà il caso del prossimo numero monografico curato da Massimo Piermattei su «L’Europa Mediterranea», con l’obiettivo di affrontare il nodo dell’eredità di Fernand Braudel nel panorama degli studi storici sul Mediterraneo, in un panorama politico ed economico profondamente mutato rispetto agli anni della scuola francese de Les Annales per effetto della globalizzazione e delle diverse fasi del processo di integrazione europea.

Mentre la dialettica interna della rivista sarà ulteriormente alimentata da un comitato scientifico rinnovato, composto da un nucleo forte di ricercatori e docenti della Tuscia, ma aperto al contributo di diversi altri studiosi italiani e stranieri di diverse generazioni, il Centro Studi sull’Europa Mediterranea costituirà il motore di iniziative di approfondimento come il convegno internazionale «Presidenti della Repubblica. Le istituzioni e i cittadini, l’Italia e l’Europa» e la mostra multimediale «I Presidenti della Repubblica : i Comuni, l’Italia e l’Europa (1946 – 2013)» , in programma a Viterbo nei giorni 11 e 12 aprile 2013.

Il contributo in qualità di relatori di alcuni membri della redazione sarà di per sé eloquente del rapporto virtuoso di fatto esistente tra il Centro Studi sull’Europa Mediterranea e la nostra rivista.

Come in occasione del convegno del 2011 «Celebrare la Nazione. Grandi Anniversari e memorie pubbliche nella società contemporanea», i siti del Centro Studi e della rivista ospiteranno una pagina speciale dedicata a materiali supplementari, a video interviste e alla registrazione filmata dello svolgimento dell’iniziativa.

E’ una linea di sviluppo che troverà espressione a stretto giro di boa con il seminario promosso dalle riviste «Officina della Storia» e «Diacronie» dal titolo «Una nuova storia ? Le riviste digitali e lo studio del passato», previsto a Viterbo il 16 e 17 maggio 2013, con il patrocinio della Società Italiano per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco).

Proprio in relazione al rapporto tra storia e media, il Centro Studi sull’Europa Mediterranea e «Officina della Storia» ricordano infine con affetto Francesca Anania, prematuramente scomparsa, vicina ai percorsi di ricerca di diversi tra i membri della nostra redazione e che si sono formati presso l’Università della Tuscia.

 

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Editoriale: La fragilità dei sogni: gli europei, la crisi, il futuro dell’Europa unita

(Cristina Blanco Sío-López, Centre Virtuel de la Connaissance sur l’Europe (CVCE) – Lussemburgo, Massimo Piermattei, Università della Tuscia)

(9 Febbraio 2012)

La crisi arrivò in Europa alcuni anni dopo esser scoppiata negli Stati Uniti. Nei mesi seguenti il crollo di Wall Street, si tirò quasi un sospiro di sollievo perché l’impatto della crisi americana non sembrava devastante: troppo diversa l’Europa dagli USA, si pensava, così profondamente differenti le rispettive strutture finanziarie e industriali. L’unificazione europea, invocata da Aristide Briand alla Società delle Nazioni poche settimane prima del giovedì nero, fu così rapidamente accantonata. Invece, come aveva previsto Keynes, la crisi portò al tracollo della giovane repubblica di Weimar contribuendo a rivitalizzare il folle progetto hitleriano. L’Italia fascista si ripiegò sulla sua fragile autarchia di cartapesta, Francia e Gran Bretagna continuarono a guardarsi con sospetto: la guerra civile spagnola fu il segnale inequivocabile che una nuova immane catastrofe era ormai alle porte.

Anche la recente crisi finanziaria è stata inizialmente accolta con sufficienza dalle classi politiche europee, convinte che le ripercussioni in Europa sarebbero state più attenuate: come nel 1929, l’onda anomala è arrivata in ritardo e sembra aver colto nuovamente di sorpresa il Vecchio continente, ancora condizionato, ha sostenuto il Presidente Napolitano, “ai limiti del passato” (dal messaggio alla “Convenzione sul ruolo dell’Italia per rilanciare l’obiettivo della Federazione Europea” organizzata dal MFE). A differenza della Grande crisi, però, una costruzione europea ora esiste, ma il paradosso sta proprio in questo: a essere messa radicalmente in discussione è proprio l’utilità dell’integrazione europea, la sua capacità di generare pace e prosperità. Tanto che la moneta unica è sotto attacco: sui quotidiani europei si scrive di un “Euro” coi giorni contati, di un progetto che ha ormai esaurito la sua spinta propulsiva, di presunti complotti finanziari e tecnocratici, di egemonia tedesca, di referendum per tornare alle vecchie divise nazionali. A finire sotto l’attacco della speculazione finanziaria è toccato quindi a quegli stati che i mercati hanno giudicato “meno credibili” e che, non a caso, erano riusciti a entrare nella moneta unica o all’ultimo momento utile – Spagna e Portogallo – o attraverso una “cura da cavallo” che non aveva però risolto le problematiche finanziarie strutturali del Paese – Italia – o, addirittura, che erano rimasti inizialmente fuori perché non in regola con i celeberrimi parametri di Maastricht – Grecia.

In questo contesto, il Consiglio europeo di Bruxelles di fine 2011 ha proposto di ripartire da un potenziamento della politica economica della UE, attraverso l’unione fiscale, per controbilanciare la supremazia del fattore monetario e assicurare così una maggiore coesione tra i membri. L’accordo è stato raggiunto a maggioranza, ventisei contro uno: la Gran Bretagna guidata dal tory Cameron ha infatti deciso di rimanere fuori (sebbene a fine gennaio 2012 anche la Repubblica ceca ha dichiarato di non voler aderire).

Ecco che un suggestivo paragone con la nascita della CEE si fa prepotentemente largo. Nel 1955, col rilancio di Messina, si tentò di risollevare le sorti della giovane integrazione europea naufragata sugli scogli della Comunità europea di difesa. Si pensò di ri-iniziare da obiettivi più funzionali e apparentemente meno ambiziosi da usare come grimaldello per far ripartire l’intero processo di integrazione. La Gran Bretagna, anche allora governata da un conservatore – Anthony Eden – rifiutò sdegnosamente l’invito a entrare nella nuova comunità preferendo rimanere fuori dagli “affari del Continente”. L’assenza del Regno Unito permise ai “Sei” di raggiungere dei risultati difficilmente conseguibili con gli inglesi “dentro”: sfortunatamente per Londra, la CEE fu un successo, e i tentativi di rientrare in gioco sbatterono duramente contro il muro eretto dal generale De Gaulle. Nel 1973, al momento dell’adesione, la Gran Bretagna si trovò così costretta ad accettare un “pacchetto” molto più pesante di quello che avrebbe potuto negoziare in precedenza.

I “no” di Eden e Cameron, seppur pronunciati in contesti radicalmente diversi, hanno numerosi punti in comune e sono espressione di una continuità nell’approccio britannico all’integrazione europea che ebbe in Margaret Thatcher il suo massimo teorico e che solo il primo governo Blair sembrò, per un breve periodo, voler cambiare. Ma tale approccio ha sempre portato a conquiste parziali che nel lungo periodo si sono rivelate perdenti e che, come nella vicenda CEE, hanno costretto Londra ad accettare successivamente compromessi ben più avanzati di quelli inizialmente rifiutati – basti pensare al mercato comune, all’elezione e ai poteri del Parlamento europeo, all’unione economica e monetaria, alla politica sociale.

L’atteggiamento inglese, però, non va condannato più del dovuto. Quella di Londra è infatti una delle possibili risposte a un più grande dilemma che interroga ogni membro dell’Unione europea: con la crisi attuale, è meglio provare a “fare da soli” o cedere “un’ulteriore quota di sovranità”? La prima strada, come ha ricordato il Presidente Napolitano nel discorso di fine anno, è assai pericolosa, ma soprattutto anacronistica. Se escludiamo chi la cavalca con fini populistici o per trarne marginali risultati elettorali da sfruttare nelle arene politiche nazionali – ad esempio Lega Nord, Front National, United Kingdom Independence Party – sembra un’ipotesi poco praticabile e dalle conseguenze imprevedibili, ma complessivamente negative. La seconda strada è ben più impegnativa, non ripaga nell’immediato e richiede una certa audacia. In sostanza, la crisi economica mette l’Unione, i suoi membri, le classi politiche nazionali, e i cittadini europei davanti a una domanda ormai forse non più eludibile: cosa e chi vuole essere “da grande” l’Unione europea? Questo sembra essere davvero il grande tema sul tavolo. Perché una crisi, come comprese chiaramente Altiero Spinelli riflettendo sulla seconda guerra mondiale dal confino di Ventotene, può rappresentare un’opportunità da cogliere al volo. Altrimenti passa e non si sa quando e se tornerà.

La crisi sembra avere ri-svegliato un senso di profonda rivoluzione, di indignazione, non soltanto contro i fili che si vedono, ma contro le mani di quelli che vengono additati come i beneficiari, l’élite economica e finanziaria. Ed è qui che la domanda precedente si articola maggiormente: in quale Europa si vuole vivere? L’Europa dei sognatori, caratterizzata da una continua e spregiudicata creatività, oppure quella dei nazionalismi e dei burocrati, che si nutrono di una inerte legge di continuità mirata ai soli interessi particolari? La contrapposizione tra l’Europa dei sognatori e quella dei burocrati marca ancora la storia del processo d’integrazione europea (M. Gramellini, Sogni grandi, “la Stampa”, 10 dicembre 2011). L’unificazione europea, più che procedere secondo un modello kuhniano di grandi svolte e salti evolutivi, sembra più simile a una serie di shock (T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche). E’ sufficiente pensare, ad esempio, alla “sedia vuota”, alla Commissione Santer, alla crisi costituzionale per dedurre che sono state quasi soltanto le crisi a mettere a confronto gli europei con quello che erano e con quello che volevano diventare. Tuttavia, il grande dilemma di fondo continua spesso a essere eluso, racchiuso tra i sempiterni punti focali dell’equilibrio del processo d’integrazione europea: approfondimento, ovvero rinuncia all’egoismo dello stato-nazione in favore della cooperazione, e allargamento, inteso come riconoscimento di una centralità per ogni periferia da tutelare attraverso una incessante ricerca del consenso.

La dicotomia sognatori/burocrati trova la sua origine storica e teorica nella riflessione spinelliana sui partiti reazionari e progressisti (A. Spinelli, Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto). L’azione di Spinelli partiva da una chiara visione delle potenzialità dell’Europa verso la quale far convergere il consenso in sostegno dei suoi progetti. Nell’attuale contesto di crisi, quello che colpisce è proprio l’assenza di consapevolezza dell’esistenza delle potenzialità per l’Europa: si finisce così per adottare spesso un atteggiamento di indifferenza, come se lasciarsi trascinare verso l’abisso delle distruzioni di tante conquiste politico-sociali fosse solo un altro plausibile modo di esistere che non provoca danni permanenti. Il rischio, in altre parole, è lo smantellamento del “welfare state” europeo – in termini economici, politici e sociali.

Ed è qui che troviamo un’altra grande questione elusa, ovvero, un’Europa capace di parlare non soltanto all’opinione pubblica, ma “con” i cittadini nei loro vari gradi e categorie, per arrivare a una integrazione condivisa e dialogata capace di superare i discorsi in difesa dell’Europa, per lo più unidirezionali e troppo spesso fondati su argomenti che non trovano riscontro nelle pratiche quotidiane della maggioranza della popolazione. Se per consolidare l’Europa economica è stata sufficiente un’élite di credenti, un’Europa autenticamente politica non può che fondarsi su un fecondo rapporto coi cittadini, visibili e invisibili. La mancanza di attenzione alle persone ha come conseguenza la trasformazione della politica in un semplice “business model” intercambiabile a seconda delle circostanze e adattabile alle diverse aspettative di profitto materiale che dipenderanno delle priorità e dalle scelte dei gruppi di potere. Questo spunto ci riporta, anche, all’idea spinelliana di promuovere la creazione di un mercato unico e di una cooperazione più stretta negli affari esteri della allora CEE proprio per proteggere le “persone” dal rischio di arbitrarietà, potenziale fonte di disintegrazione. Il federalista italiano ammoniva spesso le classi politiche sui rischi di un progetto europeo fondato sull’economia in quanto fragile e sempre soggetto all’egoismo e alla paura – e agli umori delle cancellerie (A. Spinelli, Discussioni al Parlamento europeo, 14 febbraio 1984).

Il progetto di unificazione e il “welfare-state” europeo sono stati estremamente difficili da costruire ma, sfortunatamente, sono invece facilmente smantellabili. L’Europa del domani deve quindi fondarsi sulla riattivazione di un dialogo reciproco e sconfiggendo la paura della creatività – soprattuto in un’epoca nella quale l’innovazione è spesso deificata. Quando Erich Fromm, con obiettivi diversi, parlava della “paura della libertà” (E. Fromm, Fuga dalla libertà) si riferiva proprio alla resistenza nel definire le scelte per il futuro: la crisi attuale, che ha finalmente toccato questioni eluse per troppo tempo, ci mette a confronto con quello che vogliamo consciamente e autenticamente essere. La fine della guerra fredda, paradossalmente, ha causato proprio una consistente paura della creatività, paura di sperimentare e di esplorare soluzioni politiche innovative, di anticipare le potenziali fonti di crisi, tutte condizioni alimentate da una consapevole indecisione paralizzante e narcotica – che hanno portato l’Europa a scoprirsi puntualmente sorpassata di fronte a fenomeni come la “primavera araba”. L’Europa, e forse tutto il “Nord” del mondo, sembrano aver perso la capacità di innovare, se non all’interno di modelli prestabiliti progressivamente basati sul risultato economico più che sulla fantasia.

Appare sempre più necessario un superamento di quasi sessanta anni di integrazione incentrati sullo sviluppo della dimensione istituzionale dell’integrazione europea, per focalizzarsi invece sui cittadini, sulle politiche, riprendendo così una partecipazione alla vita politica e sociale più attiva e riscoprire l’autentico concetto kantiano di pace e prosperità (I. Kant, Per la pace perpetua). E’ la stessa fragilità dell’Europa a poter costituire la sua forza: illustrando le minacce che attendevano l’approvazione del Trattato approvato dal Parlamento europeo nel febbraio del 1984, Spinelli ricordò, in quello che è considerato il suo testamento politico e intellettuale, la storia de “Il vecchio e il mare” di Hemingway. Ogni grande conquista, avvertì Spinelli, porta con sé il rischio che i pescecani la divorino poco a poco finendo per farci rientrare in porto con la sola lisca: è così necessario difendere la “preda” duramente conquistata, ed esser pronti a uscire ancora, sfidando il mare aperto e le tempeste, per tentare nuovamente l’impresa – Discussioni al Parlamento europeo, 6 gennaio 1986. Alla domanda “chi sono oggi i pescecani”, per usare le parole di Giorgio Gaber nella prosa “I barbari”, la risposta potrebbe essere: “eccoci qua”, noi e la nostra indifferenza.

Soltanto con un’unione cosciente, più stretta, con un reciproco senso di solidarietà, in un mondo globale dove le fortune e i problemi non sono patrimoni esclusivi di qualche nazione, potremmo oltrepassare la tentazione degli egoismi, la mancanza di dialogo e la paura della creatività. Ogni costruzione politica consapevole dovrebbe essere basata nel confrontare i sogni e le paure, i sentimenti e le percezioni, gli orizzonti e le frontiere di una complessa e ricca società europea. Non dimentichiamo che la vita è adesso.

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Editoriale.

L’Officina si rinnova: tra “fare” e “comunicare” storia

dalla redazione (20 luglio 2011)

Nata nell’ottobre 2008 con l’obiettivo di confrontarsi con l’uso pubblico della storia e con i linguaggi multimediali e audiovisivi della rete digitale, l’Officina della storia taglia il traguardo del sesto numero.

Per preparare nella maniera migliore la festa del terzo compleanno, si  presenta ai lettori rinnovata nella composizione della redazione, nell’impostazione delle sezioni e nei contributi esterni e con una finestra speciale dedicata alle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia.

Grazie all’ingresso di energie nuove e a una maggiore coesione interna, l’Officina della storia  continuerà a muoversi in maniera interdisciplinare tra le fonti d’archivio tradizionali e le risorse offerte al mondo della ricerca e della didattica dalle tecnologie informatiche, ampliando lo sguardo all’intero Novecento e soffermandosi con particolare attenzione al continente europeo.

Confermata la struttura di base attorno alle aree tematiche dell’uso pubblico della storia, dell’Italia repubblicana, dell’integrazione europea e del rapporto tra storia, cinema e letteratura, il varo delle sezioni “Archivi, didattica e digital humanities” , “L’Europa tra le due guerre” e “Storia d’Europa tra integrazione e regionalismi” è di per sé emblematico di un programma di lavoro aperto al contributo di dottorandi, ricercatori e docenti universitari, alla ricerca di un modo originale e vivace di “fare” e “comunicare” storia.

E’ quanto si è cercato di fare anche con la finestra speciale dedicata al Convegno internazionale “Celebrare la nazione. Grandi anniversari e politiche della memoria nel mondo contemporaneo” (Viterbo, 10 – 12 marzo 2011), attraverso la forma della videointervista sul tema dell’identità italiana e  delle celebrazioni nazionali a Marina Tesoro, Fulvio Conti, Massimo Baioni, Barbara Bracco, Maurizio Ridolfi ed Emilio Gentile.

In continuità con gli editoriali sull’uso politico della storia e le responsabilità della comunità scientifica nel discorso pubblico, le elezioni europee del 2009, la storia contemporanea e l’informatica umanistica, la riforma della Costituzione e l’Italia repubblicana nella storiografia straniera, l’Officina della storia si propone infine di sviluppare le sue riflessioni sulle peculiarità della storia online, senza rinunciare ad esprimere la sua vocazione civile nel dibattito sul futuro della nazione italiana e dell’identità europea.

 

Enrico Acciai, Chiara Bernardini, Anna Caprarelli, Mariella Cruciani, Sante Cruciani, Ilenia Imperi, Gilda Nicolai, Guido Panvini, Massimo Piermattei, Luisa Selvaggini, Matteo Stefanori.

 

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Editoriale: L’Italia repubblicana vista da fuori

di Guido Panvini (12 gennaio 2011)

«Storia di una nazione mancata potrebbe essere il titolo di questo poderoso volume», ha scritto Simonetta Fiori sulle pagine culturali di «Repubblica», recensendo, il 25 novembre 2008, il libro dello storico inglese Christopher Duggan La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi[1]. In Gran Bretagna, l’opera era stata pubblicata due anni prima, nel 2007, con il medesimo titolo (The Force of Destiny. A History of Italy since 1796), dalla casa editrice Penguin, incontrando il favore del pubblico e della stampa inglesi.

Nel suo studio, Duggan ripercorre l’evoluzione dell’idea di nazione in Italia a partire dall’invasione napoleonica fino ai giorni nostri. Duggan ritiene che il «problema della nazione italiana» sia stato formulato «in termini che ritornano in tutta la storia recente del paese»[2]. Una vicenda nazionale incompiuta, in sintesi, frenata dal continuo riproporsi della combinazione tra familismo, lotta tra fazioni e clientelismo che ha fatto prevalere, ad ogni cambiamento, l’interesse particolare su quello collettivo, l’individualismo sul senso di cittadinanza comune. Un processo degenerativo che ha accompagnato la storia dell’Italia unita e che negli anni della Repubblica ha progressivamente raggiunto il livello più inquietante: «le preoccupazioni che avevano tormentato i patrioti del Risorgimento – al cui centro stava il problema di come costruire una nazione con un passato condiviso e un senso forte di un destino e di una meta collettivi – conservano negli anni di Forza Italia un’urgenza quasi altrettanto grande che nell’epoca dei Carbonari e della Giovane Italia»[3]. Le conclusioni di Duggan sono fosche, quasi fossero un monito: «al principio del nuovo millennio l’ “Italia” continuava ad apparire un’idea troppo malcerta e contestata per poter fornire il nucleo emotivo di una nazione, o almeno di una nazione in pace con se stessa e capace di guardare con fiducia al futuro»[4].

 

Lo studio di Duggan ha riscosso, anche in Italia, il favore del pubblico, suscitando l’attenzione della stampa e dei media, anche in virtù del ritmo dei cambiamenti intercorsi nel quadro politico del Paese negli ultimi due anni. La nascita del Partito democratico, il 14 ottobre 2007, seguita dalla formazione del Partito della Libertà, poco più di un mese dopo, l’11 novembre, la caduta del governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi, il 24 gennaio 2008, e la vittoria della coalizione di centro-destra alle elezioni politiche, regionali e amministrative del 13-14 aprile 2008, che ha visto, tra l’altro, per la prima volta nella storia unitaria, parte della sinistra non entrare in Parlamento, hanno stimolato il dibattito culturale e allargato la richiesta di chiavi interpretative del passato che aiutassero a comprendere la problematicità dei nuovi scenari del presente[5]. A questo si è aggiunto il dibattito pubblico attorno al tema dell’identità nazionale, in vista della scadenza, nel 2011, del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia[6].

È da lungo tempo, in realtà, che la storia della Repubblica italiana ha suscitato interesse all’estero, sia in ambito accademico che presso l’opinione pubblica, facendo emergere un’articolata pluralità di posizioni e complesse chiavi interpretative. Sono anni, infatti, che l’attenzione degli studiosi stranieri è rivolta alla storia recente del nostro Paese[7]. Basti pensare, nel dibattito storiografico italiano, all’influenza dei lavori di Paul Ginsborg dedicati alla storia dell’Italia repubblicana, A History of Contemporary Italy. Society and Politics 19431988 (Penguin, London 1989) e Italy and its contents: family, civil society, state (Penguin, London 2001)[8]. O agli studi settoriali, come quelli, ad esempio, di Robert D. Putnam sulle amministrazioni e gli usi civici nell’Italia centro-settentrionale[9].

Tra il 2007 e il 2008 alcune iniziative hanno riacceso l’attenzione sul dibattito storiografico in corso in diversi Paesi circa la storia dell’Italia repubblicana italiana e il suo legame con l’oggi: la pubblicazione del volume di saggi, curato da Stuart Woolf, L’Italia repubblicana vista da fuori (il Mulino, 2007), il numero monografico (n. 100, ottobre-dicembre 2008), curato da Marc Lazar, della rivista «Vingtième siecle», L’Italie: la prèsènce du passè e, ancora a cura dello stesso Lazar, il libro collettivo  L’Italie contemporaine, de 1945 à nos jours (Fayard 2009).

Gli studi curati da Lazar e da Woolf  hanno animato un acceso dibattito, protrattosi nel corso degli ultimi due anni[10]. Con sfumature e interpretazioni differenti, ambedue i lavori hanno messo in discussione, senza negarla, la tesi storiografica dell’Italia repubblicana come l’anomalia nel contesto dell’Europa occidentale, sostenendo che le trasformazioni in corso nella società, nelle istituzioni e nel sistema politico italiani non siano del tutto comprensibili se non all’interno del quadro europeo, attraversato da tensioni analoghe. Tali posizioni possono essere considerate quasi in controtendenza rispetto a quelle presenti nel dibattito storiografico italiano, in cui la tesi dell’Italia come “eterna eccezione” trova diversi sostenitori, a volte opposti e in contrasto tra loro[11].

Due recenti convegni hanno poi esteso tale revisione critica a snodi complessi e delicati della recente vicenda repubblicana. Si tratta delle giornate di studi L’Italie des annes de plomb: le terrorisme entre histoire et mémoire (Sciences Po, Centre d’histoire, CERI/CNRS, Centre d’études et de recherches internationales, Paris, 10-11 octobre 2008), coordinate da Marc Lazar e  Marie-Anne Matard-Bonucci e il convegno Berlusconi’s politics (1994–2009). A European comparison of centre-right governments (Fondazione Bruno Kessler, Trento), curato da Gian Enrico Rusconi, da Thomas Schlemmer e da Hans Woller, svoltosi a Trento il 21 e il 22 settembre 2009.

Di segno opposto, è stato, invece, il recente convegno Berlusconi and beyond: prospects for Italy, svoltosi a Londra nel febbraio del 2010, organizzato dalla Open University e dalla Birmingham University e curato da Geoff Andrews e da Bill Emmott, ex-direttore dell’«Economist», all’interno del quale molti interventi hanno riproposto la tesi dell’eccezionalità italiana, in riferimento agli ultimi vent’anni di vita politica del Paese.

Nel confronto storiografico che si sta svolgendo all’estero sull’Italia repubblicana, in realtà, nonostante le divergenze tra tesi interpretative, indirizzi di ricerca e orientamenti culturali, è possibile rintracciare alcuni elementi di continuità. Si tratta, sostanzialmente, di nuove problematiche che hanno aperto una crepa nel dibattito tra sostenitori ed oppositori dell’eccezionalità della storia italiana in età contemporanea, facendo intravedere un inedito filone di ricerca. Esse ruotano attorno a specifici nodi tematici e sono emerse in riferimento agli ultimi venti anni di vita repubblicana[12]. Possono essere così brevemente riassunte: la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, la trasformazione dei partiti, la comparsa di movimenti politici, non solo a destra, guidati da capi carismatici, il primato della televisione quale strumento di formazione pubblica, gli effetti dei processi di de-industrializzazione e il problema della riconversione dei sistemi economici e produttivi.

Sono, non a caso, interrogativi di vasta portata che abbracciano i nodi cruciali della nostra epoca e che interessano tutte le società sviluppate: dalla crisi dello Stato-nazione alla competizione nel mercato globale, dalla transizione dei regimi democratici verso nuove forme di governo all’equilibrio nel rapporto tra benessere e giustizia sociale.

L’immagine caricaturale della politica italiana degli ultimi vent’anni, che a volte caratterizza anche gli studi più seri, sembra così fare posto ad una riflessione più preoccupata. Questo processo non è lineare e non mancano, soprattutto nel dibattito pubblico, indebiti paragoni e collegamenti tra l’Italia di oggi e quella fascista, legate da un unico filo nero che avrebbe attraversato tutta la storia repubblicana. Si è di fronte, evidentemente, ad una forzatura: un vero e proprio pregiudizio antropologico che vuole gli italiani naturalmente predisposti verso soluzioni di tipo autoritario.

Eppure l’insistenza e l’interesse con le quali il fascismo italiano continua ad essere studiato pongono alla storiografia sull’Italia repubblicana interrogativi di non facile soluzione[13]. Non si tratta, come abbiamo detto, di tracciare una linea retta tra il regime fascista e l’Italia di oggi[14]. Esiste, certo, ed è stato affrontato in sede storiografica, il problema della continuità tra il regime fascista e l’Italia repubblicana, in special modo nei suoi primi anni di vita. La questione che si pone, infatti, è di natura diversa e riguarda la storia dell’Italia nel Novecento: se essa possa essere considerata o meno come uno dei laboratori delle trasformazioni politiche, sociali e culturali della modernità capitalistica occidentale. Alla luce di questa prospettiva, il richiamo al fascismo perderebbe la connotazione polemica e si caricherebbe di tutt’altro significato.

 

 


[1] Simonetta Fiori, Ma l’Italia è una nazione? Intervista allo storico inglese Christopher Duggan, in «la Repubblica», 28 novembre 2008

[2] Ivi., p. XIV.

[3] Ivi., p. 673.

[4] Ivi., p. 674. Nell’intervista a Simonetta Fiori, Duggan sfumò il suo giudizio: «Tutti i popoli hanno un problema di identità, che non è mai qualcosa di definito, fissato per sempre. Avrei potuto parlare di idea “malcerta” e “contestata” anche per la Gran Bretagna, in Fiori, Ma l’Italia è una nazione…, cit.

[5] Tra i tanti titoli si vedano, ad esempio, Renato Manheimer, Paolo Natale (a cura di), Senza più sinistra. L’Italia di Bossi e Berlusconi, Il Sole 24 Ore, Milano 2008; Ilvo Diamanti, Bianco, rosso, verdeazzurro. Mappe e colori dell’Italia politica, il Mulino, Bologna 2008; Nicola Tranfaglia, Vent’anni con Berlusconi (19932013). L’estinzione della sinistra, Garzanti, Milano 2009.

[6] Per una sintesi delle problematiche sorte in ambito storiografico cfr. il recente contributo di Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli, Roma 2009. Vedi anche Massimo L. Salvadori, Italia divisa. La coscienza tormentata di una nazione, Donzelli, Roma 2007 e la raccolta di interventi di storici, analisti geopolitici, scrittori, giornalisti, politologi, ecc. del numero monografico di «Limes» (n. 2, 2009) Esiste l’Italia? Dipende da noi.

[7] Per una sintesi delle posizioni emerse nella storiografia anglosassone cfr. Martin Clark, Modern Italy, 18711995, Longman, London 1996; Donald Sassoon, Contemporary Italy: economy, society and politics since 1945, Longman, London 1997; P. Mc Carthy, Italy since 1945, Oxford University Press, Oxford 2000. Per una panoramica del dibattito francese vedi Jacques Georgel, L’Italie au Xxe siècle (1919-1999), La documentation française, Paris 1999 ; Catherine Brice, Histoire de l’Italie, Tempus, Paris 2003 ; Frédéric Attal, Histoire de l’Italie de 1943 à nos jours, Armand Colin, Paris 2004 e Pierre Milza, Histoire de l’Italie. Des origines à nos jours, Fayard, Paris 2005. Per il caso russo, cfr. Vyaceslav Kolomiez, Il Bel Paese visto da lontano. Immagini politiche dell’Italia in Russia da fine Ottocento ai giorni nostri, Lacaita, Milano 2007.

[8] Il primo è stato tradotto da Einaudi nel 1989; il secondo, invece, è l’edizione inglese (aggiornata al 2001) del volume L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato (1980-1996), pubblicato, sempre da Einaudi, nel 1998.

[9] Making Democracy Work. Civic Traditions in Modern Italy, Princeton University Press, Princeton 1993 (trad. it. La tradizione civica nelle regioni italiane, Arnoldo Mondadori, Milano 2003). Si vedano, inoltre, i tre volumi curati da Ernesto Ragionieri, Italia giudicata, ovvero la storia degli italiani scritta dagli altri, Laterza, Bari 1969. E più di recente David Forgacs, Stephen Gundle, Cultura di massa e società italiana (1936-1954), il Mulino, Bologna 2007.

[10] Tra i tanti incontri segnalo: Storia politica, culturale e sociale della Repubblica italiana. Sguardi incrociati italofrancesi, Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, Cantieri di storia, IV, Marsala, 20 settembre 2007 e la presentazione (25 marzo 2009) del numero monografico di «Vingtième siecle» alla Luiss-Carli di Roma. Un’analoga iniziativa, L’histoire contemporaine italienne vue de France, tenutasi il 19 gennaio 2009 all’Istituto italiano di cultura a Parigi, vide una grande affluenza di pubblico.

[11] Per una visione d’insieme cfr. Agostino Giovagnoli (a cura di), Interpretazioni della Repubblica, il Mulino, Bologna 1998 e i percorsi bibliografici proposti da Maurizio Ridolfi in Storia dei partiti politici. L’Italia dal Risorgimento alla Repubblica, Bruno Mondadori, Milano 2008. Vedi anche l’introduzione di A. Ventrone a la nuova edizione de La cittadinanza repubblicana. Come cattolici e comunisti hanno costruito la democrazia italiana, Il Mulino, Bologna 2008 e Id. (a cura di), L’ossessione del nemico. Memorie divise nella storia della Repubblica, Donzelli, Roma 2006.

[12] Si veda, ad esempio, Felia Alum, James Newell, Aspects of the Italian Transition, in «Journal of Modern Italian Studies», 8 (2), 2003, pp. 182-196.

[13] Cfr., tra le tante rassegne, Le fascisme italien: débats, historiographie et nouveaux questionnements – Dossier coordonné par Marie-Anne Matard-Bonucci et Pierre Milza, in «Revue d’histoire moderne&contemporaine», n. 3, t. 55, a. 2008 e David Roberts, Italian Fascism: New Light on the Dark Side, in «Journal of Contemporary History», n. 3, vol. 44, July 2009.

[14] Tale problema è stato recentemente inquadrato in un convegno internazionale di studi sul tema La notte della democrazia italiana. Dal regime fascista al governo Berlusconi: senso e limiti di una comparazione, svoltosi presso l’Università di Firenze nel 2002, i cui atti sono stati pubblicati nel 2003 presso la collana d’attualità della casa editrice Il Saggiatore.

 

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Editoriale – La Costituzione repubblicana e la “rivoluzione liberale”

di Sante Cruciani (19 luglio 2010)

Il dibattito sulla Costituzione repubblicana rappresenta un terreno di analisi assai stimolante sui processi politici che hanno attraversato la storia del paese, dalla nascita della Repubblica alle dinamiche del tempo presente.

Nella cornice della guerra fredda e del “congelamento” della Costituzione, la lotta per l’elezione della Corte costituzionale e l’attuazione del titolo V sulle autonomie locali ha scandito la mobilitazione delle sinistre per il superamento del centrismo e l’avvento del centrosinistra.

Nella stagione del centrosinistra, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma della scuola media, lo Statuto dei lavoratori, il finanziamento delle regioni a statuto ordinario sono stati realizzati in nome dei principi di libertà e di uguaglianza e dell’ordinamento democratico dello Stato sanciti nella prima parte  della Costituzione (Alessandro Pizorusso, Il disgelo costituzionale, in AA.VV, Storia dell’Italia Repubblicana, Vol. 2**, La trasformazione dell’Italia. Sviluppo e squilibri, Giulio Einaudi editore, Torino, 1995, pp. 115 – 150).

Nella fase del compromesso storico e della solidarietà nazionale, la difesa della Costituzione ha reso possibile conquiste civili quali la legge sul divorzio e sull’aborto e la tenuta dello Stato democratico contro lo stragismo e la violenza politica del terrorismo rosso e nero.

Nel quadro del pentapartito, la modernizzazione delle istituzioni reclamata del leader socialista Bettino Craxi ha assunto la parola d’ordine della riforma presidenzialista dello Stato, rilanciata dal Presidente della Repubblica Cossiga di fronte ai mutamenti dello scenario internazionale e alla crisi dei partiti di massa degli anni novanta (Piero Ignazi, I partiti e la politica dal 1963 al 1992, in Storia d’Italia, 6. L’Italia contemporanea, a cura di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, Editori Laterza, Roma – Bari, 1999, pp. 228).

Con la nascita dei nuovi soggetti politici del Polo della Libertà e dell’Ulivo, il dibattito sulle riforme costituzionali è stato dettato dalle tematiche federaliste imposte dalla Lega Nord e dall’esigenza di rendere maggiormente competitivo il paese nei circuiti economici della moneta unica europea. Dopo la riforma del titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nell’ottobre 2001 e la bocciatura al referendum del giugno 2006 della riforma costituzionale del centrodestra imperniata sulla “devolution” di alcuni poteri dello Stato centrale alle autonomie locali, il progetto di legge sul federalismo fiscale in discussione in Parlamento può essere considerato il grimaldello di un disegno più generale per l’abbattimento degli equilibri politici e istituzionali e dei rapporti  economici e  sociali delineati dalla Costituzione repubblicana.

Le recenti dichiarazioni del Ministro delle Finanze Tremonti e del Presidente del Consiglio  Berlusconi sulla necessità  di una riforma dei principi fondamentali della Costituzione, a cominciare dall’articolo 41 sull’iniziativa privata e l’utilità sociale dell’impresa, e sulla Costituzione come “inferno di regole” che rendono impossibile l’azione di governo devono essere analizzate seriamente, al di là delle semplificazioni della propaganda.

L’escalation di prese di posizioni del Ministro delle Finanze alla Festa nazionale della Cisl e del Presidente del Consiglio all’Assemblea della Confcommercio hanno trovato la loro  formalizzazione nel messaggio di Silvio Berlusconi al Popolo della Libertà e ai sostenitori del sito ufficiale www.forzasilvio.it:

“[…] La politica italiana è stata dominata da una certa cultura (comunista e cattolica), per la quale chi si assume la responsabilità e il rischio di prendere un’iniziativa in proprio, di fare l’imprenditore, è un potenziale sfruttatore, un potenziale evasore, un potenziale truffatore. E’ questa la visione che ha ispirato l’Articolo 41 della Costituzione che noi vogliamo modificare, perché il principio liberale della libertà dell’iniziativa economica sia realmente attuato. Per noi, gli imprenditori sono la vera risorsa dell’Italia, perché con il loro impegno e la loro capacità di sacrificio contribuiscono a creare occupazione  e benessere. Per questo noi vogliamo che lo Stato ne riconosca nella stessa Costituzione l’utilità economica e sociale e l’essenziale contributo che danno al bene di tutti. Ma cambiare la Costituzione non basta. […] Per questo stiamo lavorando a una nuova legge, che già qualcuno ha chiamato bontà sua, la “Legge Berlusconi”, per realizzare in tempi ridotti la vera libertà d’impresa. […] E’ una rivoluzione liberale che dobbiamo assolutamente realizzare anche per mettere le nostre imprese in condizione di competere sui mercati internazionali, alla pari rispetto alle imprese concorrenti”. (wwww.ilpopolodellalibertà.it/notizie/1839/liberiamo –le-imprese, 24 giugno 2010).

E’ una lettura della storia del paese ricorrente nella cultura politica della destra italiana e individuabile non tanto nel pensiero liberale classicamente inteso quanto nel coarcervo delle formazioni minori che fin dalla nascita della Repubblica ne hanno messo in discussione il legame con l’antifascismo e il catalogo costituzionale dei diritti di libertà e uguaglianza tra i cittadini (Salvatore Lupo, Partito e antipartito. Una storia politica della prima Repubblica (1946-78), Donzelli editore, Roma, 2004).

Il ricorso ai verbali dell’Assemblea Costituente sulla discussione del titolo II sui rapporti etico – sociali e sull’articolo 41 può rivelarsi  allora utile per rintracciare le radici più profonde delle parole del Presidente del Consiglio nella polemica antistatalista e liberista del Fronte liberaldemocratico dell’Uomo Qualunque, espressa fin dalle prime battute dal deputato Michele Tuminelli in un veemente intervento contro la “Carta costituzionale elaborata dalla diarchia democristiana-socialcomunista”. (Assemblea Costituente, seduta del 17 aprile 1947, pp. 2974 – 2978).

Discusso in sede plenaria nelle sedute del 3, 6 e 7 maggio 1947, il titolo II della Costituzione è oggetto nel suo complesso degli attacchi dei deputati qualunquisti Francesco Colitto e Catullo Maffioli alla “statomania” di Paolo Emilio Taviani e di Giuseppe Di Vittorio, con il liberale Giulio Cortese  attento elle esigenza di contemperare “questo afflato di giustizia sociale, [..] colle esigenze dell’economia e della produzione” (Assemblea Costituente, seduta del 3 maggio 1947, pp. 3508 – 3524).

I riferimenti di Taviani al modello costituzionale americano e inglese di intervento  statale nell’economia e di Di Vittorio alle aspettative di giustizia sociale delle masse lavoratrici sono  peraltro emblematici dell’equilibrio ricercato dai Padri Costituenti tra le ragioni dell’iniziativa privata e quelle dell’interesse collettivo, in sintonia con le Costituzioni più avanzate del mondo occidentale (Assemblea Costituente, seduta del 7 maggio 1947, pp. 3685 – 3695).

Come ha ricordato Stefano Rodotà, denunciando le “prove di decostituzionalizzazione” in atto da parte della maggioranza di governo, anche nella Costituzione tedesca la legittimazione della  proprietà privata è accompagnata dal riconoscimento del bene della collettività e la libera concorrenza è stato eliminata tra i principi di base del  Trattato europeo di Lisbona per iniziativa del Presidente della Repubblica francese Sarkozy (Stefano Rodotà, Chi svuota la Costituzione, in La Repubblica, 21 giugno 2010).

Il rilancio delle parole d’ordine della destra qualunquista e liberista nel dibattito sulle riforma costituzionali contrabbandate come principi di ispirazione liberale è allora indicativo di una ricorrente manipolazione della storia del paese e di una deformazione permanente del contesto europeo, con l’obiettivo di disarticolare il patto sociale alla base della Costituzione repubblicana e modificare l’equilibrio dei poteri dello Stato a vantaggio di una concezione plebiscitaria della politica e della democrazia.

Il federalismo senza autonomie confermato dal taglio massiccio della finanziaria ai trasferimenti alle Regioni e agli enti locali, la modifica degli articoli 41 sull’iniziativa privata, dell’articolo 81 sulle modalità di approvazione del bilancio annuale dello Stato, dell’articolo 118 sulle funzioni amministrative degli enti locali, la violazione dell’articolo 21 sulla libertà di stampa e la riscrittura del titolo IV sull’autonomia della magistratura implicita nel progetto di legge sulle intercettazioni non configurano allora una “rivoluzione liberale” quanto una vera “rivoluzione conservatrice” corrispondente alle pulsioni più retrive della destra italiana.

Fonti storiografiche e Carte costituzionali alla mano, gli storici professionisti e gli esperti della politica comunitaria devono allora assolvere il compito di denunciare la falsificazione della storia e del contesto normativo europeo veicolato nell’opinione pubblica dai maggiori esponenti del governo, nel silenzio accondiscendente della gran parte degli organi di informazione.

Alle forze politiche amanti della Costituzione e agli esponenti della destra democratica spetta invece la responsabilità ben più difficile di fermare le derive populiste nella politica italiana e alimentare nel centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale un sentimento di amor di patria fedele ai principi della Costituzione e alle prospettive di un federalismo solidale in sintonia con le responsabilità del paese nella Patria comune europea.

Ai cittadini e alle cittadine italiane può essere di conforto la consapevolezza che dopo i Presidenti  Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, (Oscar Luigi Scalfaro, La mia Costituzione, Passigli editore, Firenze, 2005; Carlo Azeglio Ciampi, Da Livorno al Quirinale, Il Mulino, Bologna, 2010), anche il Presidente della Repubblica Napolitano saprà certamente  continuare a “difendere la libertà”.

 

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Storia contemporanea e informatica umanistica, andando oltre powerpoint.
Editoriale
di Anna Caprarelli
(4 gennaio 2010)

Quando il primo corso di scrittura ipertestuale ebbe inizio nel nostro ateneo (1996), nessuno dei suoi partecipanti avrebbe mai potuto immaginare l’attuale livello raggiunto dall’informatica umanistica e dalle tecnologie raggruppate sotto l’immenso ombrello di Internet. Gli strumenti oggi disponibili per l’analisi delle fonti, la creazione di documenti ipertestuali, la condivisione del sapere accademico, la consultazione di banche dati bibliotecarie e archivistiche offrono innumerevoli modi di affrontare la ricerca storica. La disciplina stessa delle Digital Humanities ha acquisito negli ultimi anni dignità accademica. Ne sono testimoni i numerosi centri di studi e di ricerca oltre che spazi personali di docenti. Il mondo anglosassone ha saputo creare una rete di enti deputati alla ricerca nelle Digital Humanities. Negli anni sono poi nati corsi specifici destinati allo studio dell’informatica umanistica. Anche in Italia, oltre al pionieristico seminario HTTP dell’Università di Viterbo, si può citare il corso di laurea in Informatica umanistica presso l’università di Pisa e di Venezia (specialistica) e i singoli corsi nelle singole facoltà di Viterbo, Udine, Trento, Verona, Siena… solo per riportarne alcune.
Lo studio della storia contemporanea acquisisce tramite gli sviluppi dell’informatica umanistica gli strumenti che permettono non solo di potenziare la ricerca e di analizzare una sempre maggiore quantità di dati ma, paradossalmente, proprio grazie all’uso degli strumenti collaborativi e interdisciplinari, di fornire nuovi approcci metodologici consentendo l’allargamento dello spettro della ricerca verso nuovi ambiti tematici.

Le applicazioni scaturite dal web 2.0, sempre online e collaborative, consentono agli utenti di generare contenuti dinamici, scambiare fonti, idee, bozze e risultati mostrando per la prima volta, semmai ve ne fosse bisogno, il complesso processo di elaborazione e creazione della ricerca storica, facilitandone alcuni passaggi, sopratutto in relazione alla notevole mole d’informazione disponibile online. L’utilizzo di applicazioni web come Diigo che dà la possibilità di annotare pagine web in modo collaborativo o individuale e di Zotero o Scribe che radunano fonti bibliografiche per poi organizzarle e condividerle o ancora Delicious che raggruppa link in sitografie ragionate oppure Digitaltext 2.0 che organizza e condivide testi elettronici o infine Timelinebuilder che crea linee temporali personalizzate e interattive sono solo alcuni esempi degli strumenti che l’ultima evoluzione dell’informatica mette al servizio della storia contemporanea.
Il tema centrale intorno al quale ruotano le discussioni in campo umanistico, particolarmente importante per la storia contemporanea, riguarda la possibilità di aggiungere una semantica alle fonti, ai documenti creati o disponibili online. La necessità di aggiungere meta informazioni (meta dati o meta tag) è ormai fondamentale per potere collaborare ad un progetto collettivo. I meta dati diventano indispensabili per i motori di ricerca e per tutti gli strumenti che ordinano, gestiscono e filtrano le fonti.
Ecco allora che nuovi termini diventano nodali nell’ambito storico contemporaneo. Il “Crowdsourcing” che raccoglie informazioni da più utenti/autori, rispettandone l’autorialità ed esaltando il senso della comunità scientifica oppure il “Mash-up” che permette di utilizzare una o più applicazioni web per raggiungere la completezza del documento sotto il punto di vista multimediale, includendo dinamicamente un maggior numero di contenuti da più fonti sono ormai diventati moneta corrente nella ricerca scientifica anche di stampo umanistico.
Inoltre le nuove piattaforme disponibili sul web hanno dato vita non solo alla galassia dei social network ma anche ai depositi aperti di fonti e documenti come Wiki, Flicker, Youtube, Scribd, Slideshare, OAIster, Opendoar e i numerosissimi depositi di materiali didattici gratuiti e controllati direttamente dalle singole università come gli Opencourseware o le piattaforme di materiali istituzionali (instutional repository) come Dspace (Dspace Università degli studi della Tuscia) o Eprints.
Non solo Facebook, Twitter, Friendfeed, Netvibes o Linkedin, dunque, ma anche vere piattaforme di discussione storica come Humanist, Footnote o Thatcamp. Parallelamente alla scrittura collaborativa sono sorti strumenti dedicati alla lettura collaborativa e alle relative discussioni editoriali come Shelfari, Weread o Librarything. Nel campo della lettura non va dimenticato l’importante settore degli ebook (libri elettronici e nuovi devices capaci non solo di contenere centinaia di libri ma anche di permettere annotazioni e condivisione, come ad esempio il Kindle di Amazon, la più grande e consolidata libreria virtuale).
Gli ebook cosi come i materiali didattici disponibili online possono far pensare ad un futuro dove il Digital Divide, tra paesi ricchi e resto del mondo, si appiani negli anni a venire. L’informatica umanistica, in questo senso, dovrebbe spingere ulteriormente sulla collaborazione tra ricercatori e sullo sviluppo di strumenti collaborativi. La storia contemporanea potrebbe allora diventare “materia etica”, vero sapere condiviso del passato globalizzato.
Le digital humanities si intrecciano ormai sempre più con applicativi complessi sia backend (lato server) che frontend (lato utente) e il passaggio obbligato per i contenitori CMS spinge lo storico a non sottovalutare la formazione informatica e la collaborazione interdisciplinare con colleghi informatici.

La storia contemporanea avvalendosi di nuovi strumenti pensati e creati per le discipline umanistiche consolida il suo messaggio e incrementa le possibilità di scambio tra storici.
Si aspettano ulteriori novità e discussioni per il prossimo appuntamento che si terrà a Londra in luglio dove avrà luogo l’annuale conferenza internazionale “Digital Humanities”. Questa volta sarà il King’s College con il Centre for Computing in the Humanities e il Centre for e-Research insieme alla Alliance of Digital Humanities Organisations (ADHO) a raccogliere dubbi e nuove sperimentazioni.
Oggi la storia contemporanea può sicuramente andare oltre la classica presentazione powerpoint, inventando nuovi modi per comunicare la complessità del passato e creando a sua volta i documenti digitali del futuro.

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Dieci riflessioni sulle elezioni europee 2009

Editoriale
di Massimo Piermattei (1 luglio 2009)

Il primo numero di “Officina della Storia” del 2009 esce quando i riflettori sulle elezioni europee si sono spenti. Proviamo a capire quali sono state le continuità e quali le discontinuità che hanno caratterizzato la tornata appena conclusa rispetto alle precedenti: per farlo, ecco “dieci riflessioni” che riguardano i partiti italiani, i loro collegamenti con le federazioni transnazionali dei partiti europei, i contenuti e le modalità della campagna elettorale, i candidati, la partecipazione al voto, la legge elettorale e il ruolo dei media.

1. Il cammino europeo della destra

Le elezioni 2009 hanno sancito la conclusione di un lungo percorso compiuto dalla destra italiana nel Parlamento europeo. Nel 1989 il MSI si era alleato con il FN di Le Pen: dal 1998, con l’adesione di FI ai popolari europei e l’ingresso di AN nel gruppo gollista dell’UPE, si sono poste le basi perché i due partiti potessero ritrovarsi, uniti nel PDL, nella casa comune delle destre europee. L’ingresso nel PPE di Cristiana Muscardini e di altri deputati in “quota AN” è uno dei fatti politici più importanti che queste elezioni lasciano (nel 1994 l’adesione di FI al PPE era stata rifiutata proprio a causa dell’alleanza con il MSI-AN). È significativo che la destra italiana, per decenni esclusa dal fulcro della vita politica a Strasburgo, oggi abbia non solo dei chiari riferimenti europei, ma rappresenti anche una delle componenti principali dello stesso PPE.

 

2. …e quello della sinistra

La collocazione europea del PD è una cartina di tornasole delle difficoltà della sinistra. Immediato è il paragone con la nascita del PDS: nel 1988, già prima della fondazione del nuovo partito, infatti, la dirigenza comunista – soprattutto per merito di Napolitano – aveva individuato nell’Internazionale Socialista e nel gruppo socialista a Strasburgo i propri riferimenti europei, visti come chiave di volta per disegnare nuove prospettive di azione politica, in Italia e nella CEE. Diverso l’atteggiamento del PD, che ha affrontato il problema della collocazione europea solo a ridosso del voto e, decidendo di non schierarsi direttamente nel PSE – o in un altro gruppo – ha fatto una scelta precaria che ne ridimensiona il ruolo continentale e non ne rafforza la coesione interna

 

3. L’instabilità perpetua della sinistra

Scorrendo i risultati delle ultime cinque elezioni europee, il primo aspetto evidente è che non ci sono state due competizioni alle quali abbiano partecipato le medesime formazioni. Nel 1989 c’erano il PCI e Democrazia Proletaria; nel 1994 il PDS e RC; nel 1999 i DS, RC e i Comunisti italiani; nel 2004 Uniti nell’Ulivo, RC e i Comunisti italiani; nel 2009 il PD, Sinistra e Libertà, e RC – le ultime due, a loro volta, più simili a mini-coalizioni che a partiti. La sinistra italiana sembra andare continuamente alla ricerca di nuovi contenitori, di nuovi simboli, più che dedicarsi alla definizione del bagaglio politico-identitario sul quale costruire il partito.

 

4. La mancanza di una visione socialista

Ancora una volta, si è avvertita la mancanza di una visione comune e organica da parte del PSE e dei partiti affiliati sui principali temi europei come, ad esempio, la crisi economica e la disoccupazione, l’immigrazione, l’ambiente. Di conseguenza, anche in questa tornata elettorale, come avviene sistematicamente dal crollo del Muro di Berlino, i cittadini si sono affidati alle parole d’ordine più chiare e rassicuranti delle destre conservatrici, dei partiti estremisti di destra, dei partiti antieuropei. Quello che era stato uno dei maggiori obiettivi di Jacques Delors, l’elaborazione di una visione socialista dell’integrazione europea, resta ancora un miraggio.

 

5. In vent’anni il paradosso della Lega

Se in occasione delle elezioni 1989 e 1994 il partito guidato da Bossi aveva sostenuto con forza il Parlamento europeo, visto come garanzia rispetto alle tare di cui i leghisti accusavano il governo “di Roma”, successivamente la Lega Nord è passata all’euroscetticismo, fino ad abbracciare l’antieuropeismo vero e proprio. A partire dal 1998, infatti, dallo “shock” per l’ingresso dell’Italia nella terza fase UEM, i leghisti hanno accusato sempre più vigorosamente l’UE di essere la fonte dei malesseri economici – Euro – e sociali – immigrazione – del Nord e dell’Italia. Tanto che Umberto Bossi ha definito il voto per le europee “inutile”.

 

6. I candidati

Fino al 1989, i partiti avevano la tendenza a candidare coloro che, per motivi diversi, erano stati esclusi dal palcoscenico politico nazionale (seppur con importanti eccezioni, ad esempio Spinelli nel PCI). Dalla tornata del 1994, invece, sono aumentate le candidature di personaggi legati al mondo dello spettacolo, dello sport, del giornalismo, dell’università. Se questo fenomeno può essere letto come un fatto positivo, come un tentativo di rinnovarsi e di mandare a Strasburgo non solo politici di professione, il rischio che questi candidati vengano utilizzati solo per attrarre voti o che non si sentano davvero chiamati a “fare” politica, è pur sempre alto e a volte prevalente.

 

7. La campagna elettorale

Le prime tre elezioni registrarono una forte presenza delle tematiche europee: nel 1979 il tema dominante fu la stessa introduzione del suffragio diretto; nel 1984 si discusse sul Progetto Spinelli; nel 1989 ci fu il referendum sui poteri costituenti al Parlamento europeo. Nelle tornate successive, la presenza delle tematiche europee è stata a corrente alternata: nel 1994, a causa della stretta vicinanza con le consultazioni politiche, a prevalere fu la politica interna; nel 1999 toccò di nuovo all’Europa, a causa della guerra in Kosovo, e lo stesso accadde nel 2004 (in vista del nuovo Trattato). Nel 2009 lo spazio dedicato dai partiti all’Europa è stato residuale e il confronto scarsamente incentrato sulle grandi sfide che attendono il processo d’integrazione europea.

 

8. Un nuovo calo della partecipazione

Stante il calo elettorale che si è avuto in tutti i Ventisette, il dato che dovrebbe preoccupare di più è la diminuzione registrata nei nuovi membri, i cui cittadini, per la prima volta, si recavano alle urne con una certa “consapevolezza europea” – infatti, nel 2004 le elezioni si erano tenute ad un solo mese dall’adesione all’UE. Se è vero, infatti, che la rappresentatività politica è complessivamente in crisi, il fenomeno si avverte di più in quel tipo di elezioni, come le europee, dove i cittadini faticano a capire la diretta importanza e le conseguenze politiche del voto.

 

9. La legge elettorale

L’introduzione dello sbarramento al 4% ha drasticamente ridotto il numero di partiti che hanno eletto almeno un deputato (6): in precedenza, il numero più basso si era registrato nel 1984 (10). Alle elezioni del 1994, del 1999 e del 2004, invece, si era assistito ad un aumento progressivo: rispettivamente 14, 18 e, addirittura, 20. Una delle anomalie ancora vigenti della legge elettorale è la ripartizione dei seggi in macrocircoscrizioni interregionali: questa suddivisione fu voluta dalla DC per evitare che un’altra fatta su base regionale portasse vantaggi al PCI e al PSI. I tempi sono forse maturi perché si passi a circoscrizioni più omogenee o, al limite, direttamente ad un collegio unico nazionale. In più, alle elezioni del 2009 si è assistito, nuovamente, alla candidatura di vari ministri, e dello stesso Berlusconi, incompatibili per legge: forse, anche per sganciare ulteriormente le elezioni europee dalle dinamiche politiche nazionali, sarebbe il caso di iniziare a pensare alla fattispecie dell’ineleggibilità piuttosto che alla sola incompatibilità.

 

10. La mancata europeizzazione dei media

“Se i polacchi aspettano da cinque anni, noi aspettiamo da trenta” (sulle trattative per il nuovo presidente del Parlamento europeo, M. Sattanino, TG1, 9 giugno 2009); oppure, può dire Berlusconi quando ha conosciuto il padre di Noemi? E cosa ci faceva alla festa dei suoi 18 anni?

Questo editoriale è diviso in dieci punti, tanti quante le domande pubblicate nelle ultime settimane da “la Repubblica” – e riprese in varie forme da altri quotidiani. La modalità scelta per interrogare ossessivamente Berlusconi sulla sua vita privata poteva essere utilizzata anche per spingere la classe politica e i candidati alle europee a confrontarsi sulle principali questioni che nei prossimi mesi e anni riguarderanno l’Europa e gli europei. Un confronto finora mancato per una sorta di circolo vizioso che si instaura fra media e classe politica. Se nell’evitare il confronto i partiti possono avere un interesse strumentale,è compito dei mezzi d’informazione mantenere i temi europei al centro del dibattito, almeno in occasione delle europee. In questo senso, nel rapporto tra media e integrazione europea, come in quello tra Europa e partiti, si avverte sempre più l’esigenza di una discontinuità nelle forme come nei contenuti. Senza un’azione coraggiosa e lungimirante che riporti l’Europa al centro del dibattito, la campagna elettorale del 2014 (in termini di partecipazione al voto, proposta politica e spazio mediatico) è quasi già scritta.

 

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L’officina della storia. Rivista on line di storia del tempo presente

Editoriale
di Maurizio Ridolfi (13 ottobre 2008)

La vita della nostra democrazia si alimenta di una complessa e contraddittoria rappresentazione del passato; ad una crescente domanda di “storia”, ben oltre la sfera accademica, corrisponde però una sempre minore attenzione verso il rigore del metodo analitico e del sapere scientifico, nonché un conseguente uso improprio, quando non apertamente politico, della storia recente. Come allora possono e debbono collocarsi, di fronte a tutto ciò, gli storici e comunque gli studiosi di storia contemporanea? Che forma e con quali linguaggi tenere insieme il “fare” con il “comunicare” storia? Come contribuire ad immettere nel circuito della comunicazione pubblica, in primo luogo tra quanti si appassionano alla storia del tempo presente, le tendenze della ricerca, le metodologie di ricerca, le “vecchie” e nuove fonti?

La nostra attenzione andrà al “fare” e al “comunicare “ la storia del cosiddetto “tempo presente”, vale a dire di tutto quanto, del passato, influenza ai vari livelli la nostra vita nello spazio pubblico. In questo senso, le riviste di storia e quelle online in particolare, possono avere un ruolo significativo. Negli ultimi anni il panorama delle riviste di storia contemporanea è andato sensibilmente cambiando. Accanto alle riviste professionali, in virtù delle opportunità offerte dalle nuove frontiere informatiche, si è delineato un innovativo panorama di riviste online, con ulteriori spinte a ripensare i linguaggi del “fare storia”.
La nostra rivista non vuole esprimere, come un tempo, un indirizzo di scuola o privilegiare un progetto ideologico-culturale; vorremmo contribuire invece a ripensare e meglio definire il terreno proprio dello studioso di storia, la sua “cassetta degli strumenti”, il senso rigoroso e creativo del “fare storia”. Di qui un titolo che allude al lavoro del “laboratorio” artigianale, laddove si costruiva un sapere e si tramandava di generazione in generazione, non disperdendo patrimoni e tradizioni. Vogliamo però fare i conti con la società della comunicazione di massa, sul piano sia del mezzo sia del linguaggio. Ecco allora la rivista online, sebbene la si voglia accompagnare annualmente con una pubblicazione cartacea in cui raccogliere selezionati materiali nel frattempo messi un circolazione tramite la rete.
Le riviste e i gruppi di studiosi che le mantengono in vita rappresentano ambiti di aggregazione, oltre che uno strumento di lavoro e di informazione per chi le consulta. E’ un prerequisito anche per noi, essendo il gruppo di lavoro formato da quanti, giovani studiosi, hanno condiviso un apprendistato alla ricerca e alla vita della comunità di studio presso il Dottorato in Storia avente sede all’Università della Tuscia di Viterbo.
Si muove dalla consapevolezza di trovarsi in un’età di transizione, anche per quanto concerne il mestiere di storico. Mentre le riviste cartacee di storia mantengono un ruolo importante nel quadro delle loro tradizionali funzioni, faticano invece – anche quando ne perseguano l’obiettivo – a varcare la soglia dello specialismo professionale. Le riviste on line e i siti web hanno messo in seria discussione le modalità operative delle riviste tradizionali. In realtà, la distinzione tra riviste cartacee e riviste elettroniche riguarda i supporti di carattere materiale (la stampa o meno); sappiamo invece che non sussiste una effettiva opposizione tra l’editoria a stampa e quella digitale. Le riviste elettroniche sono un prodotto in sintonia con le modifiche del mercato, seppur con peculiari modalità di produzione e di distribuzione. L’integrazione tra carta e rete è un effetto della costruzione di circuiti di comunicazione più ampi di quelli delle riviste storiche a stampa. Sono del resto le domande sociali di consumo culturale a spingere per una riformulazione del concetto di rivista; dalle tradizionali rubriche delle riviste cartacee si sta passando insomma alla proliferazione di siti specializzati e a nuove forme di comunicazione.
Rispetto alle tradizionali riviste cartacee, nel caso delle riviste online si ritrovano progetti culturali solitamente meno connotati, spesso con lo scopo prevalente di offrire informazioni e servizi alla ricerca (sitografie e bibliografie ragionate, recensioni a libri e a convegni, il work in progress, ecc.). La nostra “Officina della storia” vorrebbe cercare di dare questo ma anche qualcosa in più, rivolgendosi a quanti si occupano, sia professionalmente che non, di storia e della sua proiezione pubblica. Vorremmo contribuire, tramite la rete, ad allargare gli spazi della storia del tempo presente al di fuori delle tradizioni accademiche, guardando con interesse e però con spirito critico ad alcuni linguaggi del giornalismo culturale, quali l’intervista, il forum, il documento/immagine, l’editoriale su temi non strettamente storiografici; insomma i territori della cosiddetta “industria della storia”.
E’ un fine il cui compimento saremmo lieti di condividere con nuovi amici e collaboratori, specialmente quanti, mossi da entusiasmo giovanile e freschezza di idee, si sono incamminati nei percorsi, sempre affascinanti, della storia del tempo presente.

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