Recensione: Barbara Spadaro, Una colonia italiana.

E’ indubbio che, dopo un avvio tardo e faticoso e una fase di irrobustimento legata a pochi grandi nomi, gli studi sul colonialismo italiano stiano vivendo una stagione vivace. Sono ormai numerosi i lavori di giovani studiosi e studiose che affrontano nuovi argomenti o utilizzano approcci innovativi per studiare un’epoca della storia italiana a lungo trascurata.

L’interessante libro di Barbara Spadaro, frutto di una tesi di dottorato e di lunghi anni di ricerca, si pone a pieno titolo in questa corrente. Il volume si concentra sull’esperienza libica ma non manca di spunti e confronti con altre realtà della storia coloniale italiana e internazionale. Il sottotitolo, “Incontri memorie e rappresentazioni tra Italia e Libia”, chiarisce i fuochi di attenzione e il punto di vista principale dal quale vengono affrontati. Secondo l’autrice, che fonda la propria riflessione su numerosi lavori apparsi in Italia e all’estero, l’esperienza coloniale italiana è fondamentale nella costruzione di una nuova identità nazionale. Lo spazio e i corpi della colonia servono, dunque, in un rapporto circolare e di lunga durata con la “madrepatria”, a strutturare un sistema complesso di rappresentazioni che non solo definisce il sé e l’altro-da-sé ma li articola, tra loro e al loro interno, in una struttura gerarchica dai confini mobili e costantemente ridefiniti. Centrale, rispetto a queste dinamiche, il concetto di “prestigio”, elemento cruciale nel discorso propagandistico fascista e punto di partenza della riflessione di Spadaro. Il termine, “in riferimento al dibattito negli studi postcoloniali”, viene letto come declinazione di “bianchezza” e il quadro centrato, principalmente, sulla borghesia urbana. Secondo l’autrice, il pensiero fascista utilizza l’appropriazione di uno spazio coloniale come elemento fondamentale per entrare a pieno titolo nel novero delle nazioni “bianche”; quasi rito di passaggio per la borghesia fascista nell’accesso alla modernità europea. Dispositivo che, nel contempo, sospinge in uno spazio senza storia gli africani ma anche le donne e gli strati sociali più bassi.

La densa introduzione sintetizza rapidamente le vicende della colonizzazione italiana della Libia e si distende poi a presentare lo stato degli studi sull’argomento anche attraverso una sorta di utile bibliografia ragionata dei lavori principali pubblicati in ambito italiano, anglosassone e francofono. Risulta evidente che l’ampiezza degli argomenti e degli approcci è ormai tale da rendere complessa una loro integrazione. Queste molteplici tensioni, di cui l’autrice è ben consapevole, si avvertono chiaramente nel volume, rendendolo prezioso per gli spunti di riflessione che offre ma difficile da riassumere seguendo il dipanarsi di un unico filo, fosse anche quello cronologico. Altrettanto ricca e varia la natura delle fonti utilizzate: documenti d’archivio, memorie e diari, fotografie, riviste, interviste orali. Un panorama variegato e affascinante, dal quale pare ormai difficile prescindere per chi si occupa di storia contemporanea, che richiede un approccio metodologico estremamente rigoroso in una pluralità di competenze che va progressivamente ampliandosi.

Il primo capitolo rende subito manifesto questo intreccio di apporti e suggestioni fin dal titolo, in cui ogni termine rinvia a un ambito di studi: “Primi incontri: genere, sessualità e Mare Nostrum”. La storica, infatti, sottolinea a più riprese che all’elaborazione delle rappresentazioni partecipano tutti i soggetti coinvolti nella vicenda; ritiene, quindi, che si possa correttamente parlare di incontri, anche se in un contesto di asimmetria di potere. Tuttavia le fonti disponibili, e, aggiungo, il nostro posizionamento, rendono più semplice esaminare lo sguardo degli occupanti italiani che le strategie di esistenza e contro-rappresentazione messe in atto dai libici e dalle libiche. E anche qui, il termine generico andrebbe sostituito con indicazioni più precise, sottolinea Spadaro: come quella italiana, anche la società libica era articolata e composita, strutturata secondo gerarchie determinate da elementi come l’appartenenza di genere, religiosa, di classe, regionale e così via.

La dimensione di genere è un’altra delle direttrici che il volume utilizza per indagare i modelli secondo cui si costruisce la bianchezza. Come spesso accade, la lente del genere consente di far emergere in modo molto netto lo sfondo ideologico della produzione di discorsi che si traducono in costruzioni di senso mai neutre né indifferenti dal punto di vista delle gerarchie, e quindi delle vite degli individui coinvolti. Strettamente connesso a questo ambito di riflessione è quello della sessualità. Sono ormai numerosi gli studi che hanno svelato il dispositivo grazie al quale il controllo sociale nelle colonie passa in maniera marcata attraverso il controllo della sessualità. Spadaro apre il caso della Libia al confronto con le politiche fasciste in Africa orientale e con gli imperi coloniali delle altre nazioni europee, sottolineandone i numerosi punti di contatto. I saggi di Ann Laura Stoler, a cui sono seguite altre importanti ricerche di studiose che hanno riflettuto sui possedimenti coloniali britannici e francesi, hanno perfettamente chiarito come il disciplinamento della sessualità in ambito coloniale sia una delle politiche su cui i governi hanno fortemente concentrato i propri sforzi di costruzione di una società coloniale che rispondesse a un preciso disegno politico e culturale. Non si tratta, quindi, di un’impostazione specificamente italiana, né tanto meno esclusivamente fascista. Anche se, evidentemente, le distinzioni tra contesti storici, geografici e politici diversi possono e devono essere tenute in considerazione. In Italia, questo percorso di studi è stato brillantemente avviato dagli imprescindibili lavori di Giulia Barrera e Barbara Sorgoni sull’Eritrea.

L’ultimo elemento evocato dal titolo introduce la questione del radicamento storico dell’Italia nell’area, il mito della Terza Roma. Emerge, allora, il ruolo svolto dalle campagne archeologiche, non solo nel caso italiano, come occasioni di studio ma anche, e soprattutto, di penetrazione culturale e territoriale. Per ogni argomento, il volume propone un documento di riferimento, intorno al quale si costruisce il discorso scientifico; in questo caso la sezione ruota attorno al diario di Emilia Rosmini di Mondovì, moglie di Gateano De Sanctis e sua compagna nella spedizione archeologica in Cirenaica. Le parole della donna e i suoi ricordi sono altrettanti spunti da cui l’autrice parte per analizzare gli aspetti che abbiamo evidenziato.

Il secondo capitolo introduce in maniera più articolata la variabile della classe, esaminando la comunità italiana dai primi anni dell’occupazione fino agli anni Trenta. La studiosa mostra in maniera interessante e convincente l’articolazione della società coloniale italiana strutturata in un’élite coloniale che guarda con fastidio all’approdo sulla quarta sponda dei parvenu di regime e dei rozzi contadini; una borghesia che sfrutta l’esperienza africana per costruire un’autorappresentazione nei termini di una bianchezza moderna e europea, pronta a dedicarsi alla beneficenza verso i libici ma anche verso i connazionali più bisognosi, e una piccola borghesia che vive con terrore la minaccia dell’impoverimento e lo scivolamento verso forme di meticciato. Più che le immagini, che andrebbero lette all’interno del contesto della cultura fotografica italiana dell’epoca, sono rivelatrici le memorie di Aldo Zelli, cresciuto nella Libia degli anni venti, e di Paola Hoffmann, appartenente a una delle famiglie dell’aristocrazia concessionaria sul territorio.

Molto interessante il terzo capitolo che coglie uno degli aspetti che contraddistinguono lo sviluppo di una borghesia che diventa più “robusta” e consapevole di sé attraverso i consumi e l’invenzione del tempo libero. Il regime intercetta perfettamente questo bisogno nella sua “volontà di far entrare le colonie nella coscienza di strati sempre più larghi della popolazione italiana […] attraverso la rimodulazione dell’immaginario coloniale sotto forme di nuovi e moderni consumi culturali e del tempo libero […]”. La colonia diventa, quindi, anche un prodotto di marketing, per così dire, con il duplice obiettivo di esibire i risultati ottenuti dalla colonizzazione italiana e di agevolare lo sviluppo di infrastrutture che rafforzino il tessuto industriale ed economico del paese. Spadaro utilizza il racconto di viaggio della contessa Onorina Bargagli Petrucci per narrare il tramonto dell’epoca romantica dei grandi viaggiatori prima di mostrare il passaggio verso un nuovo modo di viaggiare, disponibile a fasce sempre più ampie di popolazione. E’ la nascita del turismo tutto incluso, che promette di unire esotismo e comfort. Particolarmente interessanti sono le riflessioni sulla costruzione di un contesto architettonico e culturale “autentico e genuino” che, in realtà, non è che una scenografia ottenuta componendo elementi tratti da tradizioni diverse, riunite e assemblate per costruire un “altrove” suggestivo ed emozionante ma sterilizzato. Un’immagine preconfezionata da ammirare che non implichi una riflessione individuale e un confronto critico.

Il capitolo conclusivo si concentra sulla presentazione di alcune immagini tratte da un numero non precisato di album che appartengono a cinque famiglie che hanno vissuto l’esperienza coloniale. La fotografia si pone, quindi, come strumento privilegiato per l’evocazione della memoria e le testimoni intervistate dall’autrice del volume utilizzano le immagini per proporre aneddoti o interpretazioni degli eventi rappresentati. Anche in questo caso emerge, come già individuato da più autori, la porosità tra rappresentazione pubblica e privata dei territori coloniali e il riproporsi di moduli rappresentativi e iconografici. Il caso degli album di famiglia è particolarmente utile anche per introdurre il tema della lunga durata rispetto alla circolazione delle rappresentazioni della Libia coloniale. Costruiti e modificati nel corso del tempo, rimangono un supporto alla memoria nonché una traccia dell’esperienza coloniale anche per chi non vi ha partecipato. Una base sulla quale costruire e rimodulare la propria lettura dell’esperienza coloniale con il passare del tempo e fino ai giorni nostri.

Tra i temi ricorrenti l’autrice sceglie, in una delle sezioni più originali e interessanti del volume, quello della spiaggia. La sua rilevanza deriva dall’essere uno spazio condiviso tra locali e coloniali, soglia tra privato e pubblico, e ambiente, quindi, in cui abitudini e stili di vita vengono a confronto, illuminando quei percorsi di costruzione della bianchezza che si pongono al crocevia tra razza classe e genere e che sopravvivono in una costante tensione tra controllo sociale e autorappresentazione.

Nonostante l’autrice avesse preannunciato l’assenza di conclusioni fin dalle pagine iniziali del volume, la chiusura lascia un po’ in sospeso. Date le approfondite ricerche, tanto su fonti dirette che indirette, condotte da Spadaro, e l’ottima padronanza della letteratura sull’argomento, un tentativo di portare a sintesi alcuni degli elementi emersi sarebbe stato particolarmente utile in un libro così ricco di stimoli e punti di fuga.

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