Gli anarchici e la trasformazione dell’Italia repubblicana. Spunti di ricerca e riflessioni per la storia di un movimento

1.Introduzione

Porsi la questione se è possibile studiare l’anarchismo attraverso i suoi legami associativi con l’obbiettivo di coglierlo come movimento nella seconda metà del 900, significa – contestualmente – porsi una serie di problemi che si intrecciano con la grande trasformazione che le relazioni internazionali e il contesto italiano subiscono negli anni dal 1945 in poi. E’ infatti imprescindibile, per valutare una reale presenza anarchica negli anni repubblicani, prendere in considerazione le enormi differenze che essi si trovano di fronte rispetto agli anni in cui il movimento era all’apice della sua diffusione e del suo radicamento sociale. Ciò significa, per molti aspetti, affrontare il problema di come l’Italia, nazione sconfitta, inizia il suo percorso ricostruttivo in termini istituzionali, materiali, ma anche economici e politici e, quindi, connettere l’anarchismo e le sue diverse fasi postbelliche con la costruzione della democrazia repubblicana e con la sua profonda trasformazione sociale.

Ragionando solo per punti, gli anarchici – sin dagli anni della Resistenza, ancor prima della ricomposizione in termini organizzativi avvenuta nel settembre 1945 a Carrara – si trovano ad affrontare questioni del tutto nuove. Innanzitutto il ruolo assunto dai partiti nella Resistenza, nei CLN e nei governi di Unità Nazionale, come soggetti fondativi delle prime istituzioni democratiche che l’Italia unita si apprestava a conoscere. In secondo luogo l’egemonia che il PCI esercitava in forma diretta e indiretta sulle masse lavoratrici, anche attraverso la rappresentanza sindacale.  Proseguendo negli anni si aggiunge poi la ricostruzione economica disegnata attraverso il Piano Marshall, che induce una serie di fenomeni sociali dirompenti: la fine dell’architrave rappresentato dal settore primario e la ripresa – nella sua declinazione interna – dei grandi flussi migratori che trasformano radicalmente la geografia urbana e sociale dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. Seguiti da lì a poco dalla stagione dei movimenti intesi – in questo esempio – come momento di rottura fondamentale del tradizionalismo e del conservatorismo della società italiana. Un fenomeno, quest’ultimo, che investe la società sia nei termini di una rottura di schemi radicati nel tempo, sia in termini di partecipazione diretta, e di progressiva laicizzazione delle istituzioni, sia – infine – in termini di apertura verso forme avanzate di società (si pensi ad esempio alle questioni legate alla famiglia, al divorzio, ma anche alla ripresa decisa dell’obiezione di coscienza e delle tematiche pacifiste ed antimilitariste) che avranno largo spazio dai primi anni Settanta in poi.

Alcuni di questi elementi sono presenti nei temi e nei principi dell’anarchismo delle origini e, in particolare, in quello italiano, quindi non incontrano molte difficoltà a penetrare all’interno del movimento a partire dall’inizio degli anni Sessanta; altri sono completamente nuovi (la trasformazione economica, la partecipazione elettorale di massa, il ruolo dei partiti, i rapporti a sinistra dello schieramento politico-sociale, la dimensione e il peso del pluralismo sindacale, i nuovi rapporti sociali e le nuove caratteristiche del militante politico, sia intermini di formazione, sia in termini di provenienza sociale), mentre ancora più dirompenti sono quelli provenienti dagli scenari internazionali: il ruolo egemonico svolto dalle due superpotenze nucleari, le guerre (dalla Corea al Vietnam, da Budapest a Praga), i movimenti di indipendenza dei paesi coloniali e la conquista della libertà, il fascismo in Spagna e le dittature in Grecia, Portogallo e in America Latina.

In tal contesto, innanzitutto, vanno metodologicamente inseriti alcuni elementi propri dell’anarchismo italiano, allorquando si presenta nuovamente sulla scena sociale italiana nel 1945. Non è questo il luogo per ripercorrere anche brevemente le tappe che conducono il movimento anarchico italiano alla sua ricostituzione formale; basti solo accennare alle tante esperienze che quei militanti, diversamente tornati ad una politica attiva, compiono dal 1943 al 1945. Esperienze che ne segnano decisamente le scelte personali, ma anche quelle collettive, gettando le basi per i tanti contrasti e divisioni che ne caratterizzano la storia associativa nei decenni repubblicani. E’ infatti molto diverso ciò che viene dibattuto per il futuro del movimento  al nord e in parte del centro Italia durante l’occupazione nazifascista, rispetto a quello che viene elaborato nel sud della penisola velocemente entrato nel dopoguerra; saranno posizioni anche molto diverse che troveranno solo una momentanea sintesi al congresso costitutivo della Federazione Anarchica Italiana a Carrara nel settembre del 1945, e che – ben presto – vedranno emergere proprio la questione generale dell’attualizzazione del movimento rispetto alla società ed alla politica in formazione dalla fine del conflitto in poi. Contrasti e scontri che – centrati sulla questione organizzativa – ci permettono di cogliere l’entusiasmo dei militanti ma anche le loro difficoltà a rapportarsi con il nuovo scenario.

Un passaggio che ci induce ad una riflessione sulla mancata elaborazione intellettuale e del pensiero che l’anarchismo era stato costretto ad interrompere da tempo; è questo il secondo punto da porre in particolare evidenza: il continuo richiamo ai temi classici ed al pensiero di Errico Malatesta, infatti, pone in luce come l’elaborazione teorica e pratica per l’anarchismo italiano avesse subito una brusca rottura nella sua continuità, dovuta alla guerra ma ancor più al peso che la sconfitta nella Guerra di Spagna aveva avuto sui militanti. Da un punto di vista generazionale siamo di fronte ad una sorta di anello mancante, rappresentato da quella generazione di militanti (Camillo Berberi in primis) che, pur nello sforzo intellettuale e nell’impegno nell’antifascismo e nella guerra, non era sopravvissuta al conflitto. Il punto è che nell’immediato dopoguerra chi si ritrova a Carrara (unico momento in cui una Federazione anarchica riuscì a rappresentare larghissima parte del movimento, sempre inteso da tutti come una categoria più ampia), proviene non solo da esperienze talvolta molto diverse ma senza essere pienamente in grado di procedere – anche in termini di personalità – ad una riflessione ampia sull’attualizzazione del movimento anarchico italiano.

Terzo aspetto lo stalinismo; conosciuto in Spagna e combattuto in modo strenuo da tutti quei militanti, esso riappare sulla scena nazionale italiana – incarnato nell’URSS e nel PCI –  considerati a tutti gli effetti dei nemici, ancor più dal momento in cui Togliatti attraverso l’amnistia da una parte contribuì ad una veloce normalizzazione e, dall’altra, ad un’epurazione sostanzialmente fallimentare. Questi aspetti hanno, sulla dimensione quantitativa e sulla capacità di penetrazione sociale del movimento, effetti molteplici e contraddittori. Da una parte spinge ad una strenua difesa dell’identità e della tradizione che si rintraccia non solo nei comportamenti pubblici (le commemorazioni o le manifestazioni), volutamente considerati e giudicati veri e propri atti di reciproco riconoscimento culturale, sociale e di differenziazione, ma anche nei dibattiti interni e nei riferimenti congressuali. Da un’altra costringe ancor più ad una posizione difensiva, destinata ad avere ripercussioni – in assenza di una elaborazione del pensiero – molto importanti sulla capacità di rivolgersi efficacemente alla società per come essa si stava ricostruendo e trasformando. Non trovare un rilancio e vedersi quasi schiacciati dalla preponderanza dei partiti e dal PCI in particolare, induce verso un rinchiudersi in sé stessi, avviando il movimento a vivere una profonda crisi in termini di militanza e di capacità di diffusione.

Quarto fra i tanti elementi che potrebbero essere presi in considerazione, è come il movimento tenta di reagire all’esterno. Sotto questo punto di vista la continua ricerca di uno sbocco della crisi è un elemento sempre presente, ma è destinato a scontrarsi sistematicamente sul principio organizzativo/associativo che deve o meno legare i militanti, e sul nodo delle alleanze. In tal senso gli aspetti ricostruttivi della storia del movimento negli anni della Repubblica, presentano molti spunti di interesse e ci lasciano significative tracce di vitalità, nella ricerca di possibili intese con la sinistra eretica ed anticomunista, ovvero con movimenti anche lontani dalle radici dell’anarchismo. Sin dal congresso costitutivo della Federazione, dalla quale poco dopo si allontanerà un gruppo che andrà a fondare la Federazione Libertaria Italiana (FLI) e, più tardi, la rottura con coloro che proponevano la trasformazione dell’anarchismo in movimento orientato e federato (i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria – GAAP), seguita a metà anni Sessanta dalla nascita dei Gruppi di Iniziativa Anarchica (GIA) in risposta ad una ristrutturazione ritenuta autoritaria della Federazione, ma anche dal costituirsi di una Federazione Giovanile Anarchica (FAGI) e dai Gruppi Giovanili Anarchici Federati (GGAF, divenuti più tardi GAF), il movimento aveva ricercato una strada in grado di renderlo visibile e attuale nella società. E’, questo, un dato di fatto che deve far superare la semplice analisi delle rotture congressuali e delle accuse deviazioniste che venivano rivolte a chi proponeva di osservare la realtà in modo anarchico ma in quadro profondamente diverso dalla prima metà del secolo, a favore di una chiave di lettura che oggi possiamo individuare negli sforzi e nella vivacità di un’area certamente minoritaria, ma importante se collocata nelle analisi dei movimenti esterni alla sinistra tradizionale[1].

In ultimo, ma solo per ragioni di spazio, l’incontro con la stagione dei movimenti e, in particolare, con il ’68. In questo caso non possiamo non sottolineare come gli anarchici giunsero in ritardo a quell’appuntamento, ma ci giunsero, ritrovandosi al centro – non tanto nella loro qualità di militanti, ma soprattutto nelle tematiche che emergevano – di un fenomeno sociale individuale e collettivo al tempo stesso, contraddistinto in molte sue espressioni da temi e slogan direttamente riferibili all’anarchismo. Cosa accadde al movimento in quel passaggio, e soprattutto dopo quel passaggio, è ancora poco affrontato dalla ricerca storica. Certamente alcuni temi ricevettero uno slancio nuovo destinato (come nel caso dell’obiezione di coscienza) a radicarsi nella società ma ad essere distaccati dall’originale radice anarchica, per entrare in un’altrettanto importante dimensione libertaria; altri erano destinati ad emergere più tardi e ad essere declinati in modo anche differente ma sempre più diffuso (le tematiche antinucleari e la sensibilità ambientale); altri ancora ottennero risposte più complesse, e assorbite negli anni anche da altre forze politiche, ma assolutamente rilevanti nella ricerca dei fili di continuità dell’anarchismo italiano come fu – ulteriore esempio – nel caso di alcuni temi trattati dalla stampa periodica del movimento dagli anni Cinquanta in poi (è il caso dei temi connessi al controllo delle nascite, alla pedagogia, all’istruzione, al ruolo della famiglia, ma anche sul divorzio e sul diritto all’aborto).

 

2. Il movimento e la costruzione istituzionale

 

Tra il 1946 e il 1948 gli anarchici si trovarono ad affrontare due passag­gi decisivi. La fine dell’alleanza antifascista con l’insorgere della Guerra fredda e il pieno avvio dell’Italia repubblicana, con le tre scansioni rappresentate dal referendum istituzionale, dall’elaborazione e promulgazione del testo costituzionale e dalle elezioni del 18 aprile 1948.

Tre momenti che si intrecciavano con altrettanti capisaldi del pensare e dell’agire anarchico, e che segnano per quei militanti l’impatto con la costruzione della democrazia repubblicana. In questo senso è ancora pienamente da riflettere su quanto questi passaggi abbiano inciso nel breve e nel medio periodo sullo stato generale del rinato movimento, soprattutto nella sua capacità di affermarsi nuovamente come soggetto attivo della società italiana del dopoguerra e nella ricostruzione, all’interno della quale le tensioni e le speranze tendevano sempre più a concentrarsi – oltre che nella contrapposizione ideologica – anche su quella della ricostruzione materiale, per imboccare un cammino che vedeva la costruzione di una sorta di Italian way of life basata – di fatto – sul modello di sviluppo connesso al Piano Marshall, e su quella della partecipazione diretta al rinnovamento istituzionale e politico che non poteva non passare attraverso il voto.

Il congresso di Carrara si era espresso a favore di un tradizionale astensionismo, ma questo non impedì che le questioni si pones­sero al centro del dibattito[2]. Per gli anarchici il problema elettorale non era una novità ed era stato dibattuto nei decenni precedenti incentrandosi sulle posizioni assunte a suo tempo da Francesco Sa­verio Merlino ed Errico Malatesta[3], mentre le oscillazioni che si osservavano nel 1946 sono spiegabili con il clima unitario che era sta­to vissuto negli anni della Resistenza, e che tendeva a spingere verso una partecipazione “perché nulla [fosse] sciupato per abbattere il re, dalle revolverate di Gaetano Bresci al referen­dum del 2 giugno”. Sembra così emergere non solo la tradizionale impo­stazione antimonarchica che imporrebbe a tutti di partecipare per abbat­tere la monarchia, ma anche una sorta di lettura del momento elettorale che l’Italia si apprestava a vivere; era infatti necessario, secondo alcuni, rifiutare il dogmatismo ideologico che negava la realtà referendaria, per­ché tale impostazione avrebbe riproposto un puro gusto per l’utopismo[4], difficile da far comprendere agli italiani dopo il fascismo, la Resistenza e la costruzione delle nuove istituzioni.

Nonostante la posizione astensionista assunta dalla FAI, il dibattito rese evidente un malessere verso posizioni, certamente coerenti con la tradizione, ma politicamente deboli; un malessere che ci permette di cogliere come la situazione interna del movimento non fosse omogenea. Sulla questione referendaria ed elettorale, comunque,  la posizione federale rimase maggioritaria, ribadendo il netto rifiuto di questi strumenti, costruiti in funzione del potere, e rappresentativi della volontà di controllo sociale insito nella delega elettorale: l’invito rivolto a tutti i militanti, di conseguenza, non poteva non essere un forte richiamo al tradizionale astensionismo contro quella che veniva individuata come una legittima­zione della condotta normalizzatrice dei partiti, contro il riconoscimento che si darebbe dello Stato, e contro quello che veniva considerato un vero e proprio esproprio dell’in­dividuo, costretto a delegare ad altri le sue scelte ma anche la sua libertà individuale e collettiva. Sulla questione referendaria la condanna della monarchia (come istituzione e come complice del fascismo) era quindi scontata, ma questa posizione non significava che la forma repubblicana sia in senso occidentale, sia nei termini “popolari” dell’Est europeo, fosse l’al­ternativa. Entrambe venivano accusate di essere sfruttatrici e portatrici di forme autoritarie e dittatoriali, tali da impedire la vera espressione del sentimento del popolo e del singolo, perché alla base di tutto rimaneva la loro incapacità di affrontare e risolvere la questione sociale e il proble­ma di una reale libertà. Gran parte del movimento si attestò quindi su queste posizioni, ma gli orientamenti alla partecipazione in senso antifascista, antimonarchico, e a favore del diritto di voto esercitato per la prima volta dalle donne, non furono pochi[5]. Una differenziazione di comportamento rispetto alla tradizione che sembra derivare dal congiungersi di due elementi. Il primo rapportabi­le al clima della lotta partigiana condotta fianco a fianco con i militanti di altri partiti in nome della libertà e dell’abbattimento del fascismo e della monarchia. Il secondo – osservato da Ilari ma da approfondire ul­teriormente – di natura psicologica, collegato alle difficoltà di “doversi giustificare davanti a comuni cittadini […] che non capivano perché, finalmente crollato il fascismo, gli anarchici non votavano, come se si disinteressassero di agire direttamente”[6].

L’Italia poco dopo divenne una Repubblica democratica fondata sul lavoro:  “non mi feci illusioni sull’interpretazione non classista, ma che almeno ci fosse un riconoscimento del fatto che una repubblica non possa fondarsi sul privilegio e sullo sfruttamento del lavoro altrui, mi piaceva […]. Dubitavo come tutti i compagni che lo Stato avrebbe provveduto celermente a togliere le limitazioni alla libertà ed all’uguaglianza […], ma fidavo molto, invece, sull’azione consapevole ed estesa dei lavoratori organizzati nel sindacato”[7].

“Esaurita la spinta propulsiva” della Re­sistenza e finita ogni tensione antimonarchica, il movimento si venne poi a trovare a dover fare i conti “con la propria storia”[8]. La piena accettazione del blocco occidentale, l’esclusione delle sinistre dal governo e la rottura dell’unità sindacale, se chiarirono il campo italiano della Guerra fredda, sospingendo verso una svolta mo­derata e conservatrice il contesto nazionale, ebbero una significativa incidenza sul  movimento che si vide schiacciato fra i due poli ideologici,  e spinto a contrapporsi al suo interno su una serie di temi tradizionali che si agganciavano a quelle tendenze che lavoravano per un aggiornamento e una attualizzazione del pensiero e della prassi anarchica anche attraverso una ripresa del dibattito sulla questione dei rapporti con le altre forze della sinistra, così come quello sulla crisi dell’anarchismo aclassista e indivi­dualista. Non fu un caso che – per ribadire la propria originalità e la propria identità e per sgombrare il campo da ogni possibile deviazionismo – Umanità Nova riprese e pubblicò un opuscolo pubblicato a New York nel 1927 da Armando Borghi sul problema delle alleanze. I tempi erano certo diversi ma il significato del­la sua nuova pubblicazione erano tutti nel sottotitolo: “gli anarchici e le alleanze: ciò che si disse ieri per oggi e ciò che si dice oggi per doma­ni”. Nei confronti dei partiti andava mantenuta l’opposizione di sempre: “ogni politica di fusione e di alleanza […] è da respingere come confu­sionaria, anticlassista e più certamente antianarchica”, quindi era neces­sario “non cadere in inganni anche se dalle apparenza attraenti”. Verso i partiti definiti autoritari e sovversivi si constatava una tendenza rivolta più “ad arrestare che non a favorire la rivoluzione a carattere popolare e sociale […]. In quanto ispirati dalla necessità della conquista del potere […] non soddisferanno nemmeno le aspirazioni dei proletari loro aderenti”. Questo era una sorta di dovere primario “per la difesa dei loro compagni sacrificati in Russia da un governo che soffoca, a un tempo, il comunismo e la rivoluzione”[9].

Anche l’entrata in vigore della Costituzione non poteva lasciare insensibili. Anche in questo caso venne ripresa la tradizione riproducendo un testo di Er­rico Malatesta del 1924 che doveva rendere chiara la posizione da assu­mere: “Tra costituente e dittatura non vi è differenza essenziale. L’una e l’altra so­no dei poteri che assommano nelle loro mani tutte le forze sociali[…] in realtà sono sempre […] minoranze che soffocano ogni libera iniziativa ed impongono […] il dominio di una casta o di un partito […] in realtà una differenza vi è: […] la dittatura è lo scopo raggiunto […] la costituente è ancora la lotta tra i partiti per conquistare il dominio. [Questa] ha biso­gno, fino a che uno dei partiti non sia riuscito a imporsi, di fare appello al consenso della maggioranza … e lascia aperti degli spiragli alla libertà […]. Fortunatamente vi è un altro mezzo di uscita […] che è l’azione diretta delle masse. [La Costituente] è sempre un corpo legislativo, eletto a mag­gioranza, che vota la costituzione a maggioranza e l’impone con la forza ai dissidenti, che potrebbero poi essere la maggioranza”[10].

Ancor più esplicite le note pubblicate da Umanità Nova a commento degli articoli relativi alla guerra. Rispetto all’articolo 2, il ripudiare la guerra venne definito come una semplice e buona in­tenzione, suscettibile di essere messa da parte in caso di necessità; ancor più per l’articolo 37 dove l’indicazione della responsabilità delle Camere a deliberare lo stato di guerra, veniva considerato un semplice espediente “democratico”, in grado di permettere alla classe dirigente di gettare tut­ta la responsabilità di un tale atto sull’assemblea rappresentativa, conti­nuando a sfruttare il potere parlamentare e a disporre abusivamente della volontà generale, contenuta nella rappresentanza politica. Rimaneva il fatto che per gli anarchici non era mai esistito e non sarebbe mai potuto esistere che un testo costituzionale, tale da assicurare e difendere appie­no la libertà del singolo senza riuscire a superare la continuità di antichi privilegi economici e sociali[11].

Con l’avvio della campagna elettorale gli anarchici sono in piena attività, anche se le po­sizioni astensioniste continuavano a creare un qualche disagio e incomprensione “a sinistra e nei settori giovanili del movimento”[12], per il tentativo di legare l’incisività di questa linea agli spazi lasciati liberi dalle nuove posizioni assunte dal PCI e dal PSI[13]. Uno dei temi più ricorrenti per sostenere l’astensionismo divenne così il ricorrente attacco a quella che era ritenuta una inaccettabile somiglianza fra tutti i programmi presentati dai partiti; elemento giudicato di per sé negativo, ma ritenuto ancor più grave nello schieramento frontista che, in questa omogeneità, dava pro­va dell’insufficienza dell’opposizione [14]. Il risultato elettorale del 18 apri­le 1948, fece aumentare i toni critici verso la sinistra, accusata di non essere riuscita a contrastare quella che era ritenuta una vittoria delle forze tese a una stabilizzazione del conte­sto italiano e a una sua normalizzazione basata su quei centri del potere economico, culturale (la chiesa innanzitutto) e politico (il blocco occi­dentale), espressioni della spinta conservatrice e reazionaria iniziata con la rinuncia a proseguire lungo la strada della trasformazione sociale insita nel movimento resistenziale.

Il periodo che inizia con l’estromissione delle sinistre dal governo e giunge fino alla metà del ’48, segna un mutamento di scenario politico nazionale che, nel passaggio del PCI e del PSI all’opposizione e poi nella formu­la del Fronte popolare, genera una contrapposizione con gli anarchici per l’ege­monia assunta dal PCI tale da porre in evidenza i lati deboli della ricostruzione del movimento, determinando altresì un rafforzamento delle tendenze interne favorevoli all’apertura verso possibili collaborazioni con la dissidenza a sinistra del Fronte popolare, foriere di dure contrappo­sizioni. I risultati e il contesto all’interno del quale si sviluppa quella prima campagna elettorale, quindi, sembra­no (paradossalmente per un movimento come quello anarchico) il punto di inizio del percorso di divisione interna, operato da alcuni gruppi che avviarono quel dibattito, poi divenuto lacerante, teso ad attualizzare il movimento attraverso il recupero di forme organizzative e impostazioni teoriche non del tutto appartenenti all’anarchismo e poi, via via, sempre più marcatamente marxiste-leniniste.

 

3. Temi antichi tornano attuali

 

Con la fine del conflitto tendono progressivamente a riemergere episodi di un diffuso rifiuto del militarismo inizialmente collegati ad una chiara espressione politica di lotta contro ogni forma di autoritarismo e di gerarchizzazione; lentamente questo tema tende ad orientarsi a favore di una esplicita obiezione di coscienza fino a diventare una delle filiere espressive, decisamente trasversale, che caratterizza in senso libertario la stagione dei movimenti e i successivi anni Settanta e Ottanta. Anche in questo caso, nella sua ripresa postbellica, agiscono elementi interni al movimento fortemente legati alla tradizione che tuttavia, nello stesso tempo, si collegano ai nuovi scenari internazionali (la lotta contro gli imperialismi e contro ogni guerra, contro gli armamenti nucleari e – più tardi – contro l’utilizzo civile di questa fonte energetica) connettendo la fine delle speranze rivoluzionarie post-resistenziali, con una maturazione nella società di temi – come la non violenza ed il pacifismo – che erano nel solco della storia dell’anarchismo. Per gli anarchici questo recupero inizia attraverso azioni clamorose[15], ma anche attraverso un intenso dibattito interno alla Federazione, nel movimento ed in alcuni gruppi (per i quali – come esempio – vale ricordare l’esperienza di Gaetano Gervasio e del gruppo Milano 1); con manifestazioni, conferenze ed  iniziative al fianco di altre forze pacifiste come la Lega per il Disarmo; attraverso un’attività giornalistica attenta alle connessioni politiche e ideologiche che il confronto bipolare produceva nella società, in termini di contrapposizione fra i diversi imperialismi, man­tenendo costante il riferimento all’esperienza compiuta durante la guerra civile spagnola. Attraverso, infine, complesse e tal­volta ostacolate aperture verso movimenti diversi dall’anarchismo, che ponevano al centro il problema della pace e del di­sarmo, come fu nel caso dell’azione di Pier Carlo Masini che, già nel 1948, partecipò al primo convegno di rinnovamento politico promosso da Aldo Capitini, Nicola Chiaromonte, Ferdinando Tarta­glia, nell’intento di favorire l’incontro fra anarchici, non violenti, pacifisti, liberi reli­giosi [16].

I primi obiettori di coscienza rapportabili esplicitamente al movimento anarchico provengono dalla zona di Sanremo: “il nostro antimilitarismo […] era pura ribellione”, che non ragionava in termini di servizio civile alternativo e nemmeno per l’influenza dei gran­di non violenti; praticavano apertamente la loro opposizione al servizio militare, all’articolo 52 della Costituzione, aumentando i loro sforzi con la crescita delle tensioni della Guerra fredda e mentre le autorità militari vagliavano e schedavano questi comportamenti [17]. Come in altre manifestazioni del dissenso nell’Italia di que­gli anni, anche per l’obiezione di coscienza (ancor più se di origine li­bertaria) sembrava scattare un meccanismo di rimozione; se infatti andiamo a ripercorrere quegli episodi, incon­triamo militanti il cui caso venne del tutto soffocato dalle autorità come fu per Libereso Guglielmi il quale, chiamato alle armi a metà del 1948 non si presentò, fu rintracciato, condotto a Savona denunciato, e posto in congedo illimitato una prima volta; nuovamente arrestato dopo pochi giorni rimase prima in attesa di giudizio, poi in libertà provvisoria e poi nuovamente in congedo senza che più nulla si seppe del ricorso avanzato dagli inquirenti i quali, sollecitati in questa direzione, non vollero far emergere il problema dell’obiezione di coscienza ottenendo così due risultati: far cessare ogni pericolo per una possibile campagna stampa risolvendo la posizione individuale di Guglielmi, e – secondo –  impedire a un anar­chico di essere il primo obiettore italiano del dopoguerra. Al suo caso ne seguirono altri: quello di Pietro Pinna che non è un anarchico ma è il primo obbiettore “ufficiale”, quelli quasi sconosciuti di Francesco Buraglio di Alessandria condannato nell’ottobre del 1949 e quello di Antonio Pantoni di Melfi, e di Elevoine Santi.

Con Pietro Ferrua cominciano a emergere i militanti anarchici; sia­mo nel marzo 1950 e il suo caso irrompe sulla stampa del movimento, seguito da Mario Barbani che rifiuta il servizio militare il giorno della sfilata dei reparti di reclute a Palermo. Barbani non si dichiarerà anarchi­co, tale lo definiranno i magistrati incaricati di giudicarlo, lo diventerà velocemente poco dopo. Sarà sempre Barbani nell’estate del 1953 ad es­sere uno dei protagonisti e organizzatori con la federazione livornese del primo campeggio anarchico a Marina di Cecina dove – attraverso Pietro Ferrua – conoscerà Aldo Capitini. Angelo Nuzza sarà il terzo obiettore anarchico sanremese, sicuramente stimolato nelle sue posizioni da Gu­glielmi e Ferrua dei quali era grande amico. La sua vicenda inizia nella tarda estate del 1950 quando, ospite della famiglia di Umberto Marzoc­chi che lo aveva accolto per dargli modo di prendere ogni decisione in merito alla leva, viene chiamato alla armi; nell’ottobre fu denunciato per diserzione, ma le autorità militari esitarono nel perseguirlo nel timore di creare un nuovo caso, due mesi dopo venne condannato a un anno e quattro mesi, la sua difesa era stata condotta da Giuliano Vassalli.

Sarà quindi a metà del decennio che il tema dell’antimilitarismo – ancora declinato lungo la strada dell’antimperialismo – comincia ad assumere le caratteri­stiche dell’obiezione di coscienza, recuperando non solo i temi tradizionali dell’opposizione alla guerra, ma anche quelli legati al confronto bipolare ed ai processi di decoloniz­zazione. Non si trattò, tuttavia, di un’acquisizione di elementi teorici ed esperenziali provenienti dall’esterno, come nel caso dei grandi movi­menti pacifisti rapportabili all’indipendenza indiana o contro la guerra di Corea e in Vietnam (con i quali comunque si sarebbe più avanti accavallato), bensì di un pro­cesso interno, che correva parallelo all’intreccio politico con altri mo­vimenti, determinatosi attraverso l’agire simultaneo di differenti fattori. In questo senso tre sembrano essere i passaggi più interessanti: la ricerca di una nuova dimensione teorica e pratica per l’a­narchismo nell’Italia del dopoguerra che conduce alcuni militanti all’in­contro con esponenti e idee differenti dall’anarchismo; il recupero dei tratti più evidenti della lotta contro l’autoritarismo e il militarismo che, ripresi anche da Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria attraverso “Volontà”[18], diffondevano il tema del pacifismo, stimolandone l’evoluzione verso l’obiezione di coscienza; il dibattito interno alla FAI sul ruolo e peso del militarismo (questione sempre presente negli ordini del giorno dei congressi), appro­fondita dalla Commissione antimilitarista, propagandata at­traverso “Umanità Nova”, ma anche con l’organizzazione di giornate e conferenze sui temi della guerra. Di conseguenza, quando nel 1965, si chiude il processo a Sandro Viola e Ivo Della Savia[19], accusati di aver proclamato e difeso la libertà di coscienza rispetto al servizio militare, questi temi e la loro evoluzione verso contro la leva obbligatoria e per l’obiezione di coscienza, si erano diffusi nelle nuove generazioni, trovando un’amplificazione inaspettata in quelle molteplici culture non direttamente rapportabili all’area dell’anarchismo, determinando prima una loro diffusione trasversale e poi un rapido allargamento in termini di impatto nel tessuto della società italiana[20].

 

4. A ridosso del secondo biennio rosso

 

Venti anni dopo il primo incontro, gli anarchici aderenti alla FAI si ritrovarono ancora una volta a Carrara per cercare di mettere a soluzio­ne quelle istanze innovative e di ristrutturazione, che si erano affacciate negli anni precedenti: fra spinte organizzatrici e contrasti sul possibile irrigidimento del movimento, le polemiche avevano ripreso forza e – pur in un quadro migliorato rispetto agli anni Cinquanta – la questione organizzativa non riusciva a trovare una concreta soluzione. I termini questa volta erano ben differenti da quelli per così dire tra­dizionali dell’accettazione o meno del principio, assumendo le caratteri­stiche di una vera contrapposizione frontale tra chi vedeva in una mag­giore strutturazione, lo strumento per il definitivo rilancio del movimento e chi, pur concordando sulla necessità di individuare una stabile soluzione al problema della scarsa incidenza del movimento, non voleva per questo incanalarlo lungo una strada ritenuta pericolosa per l’originalità stessa dell’anarchismo.

Che qualcosa stesse accadendo nell’intera società italiana era chiaro e che i militanti dovessero confrontarsi con temi e problema­tiche non solo nuove in sé, ma soprattutto di ben più ampia portata, era un punto per molti aspetti condiviso, ma non sempre pienamente maturato nelle coscienze individuali. In effetti la forme che sarebbero andate ad assumere e – per certi aspetti – già stavano as­sumendo i conflitti generazionali e del lavoro non solo in Italia, erano in larga parte inedite, caratterizzate da un protagonismo, individuale e collettivo, legato alle trasfor­mazioni economiche e sociali (il modello americano, i flussi migratori, la crisi economica latente nei suoi contenuti sociali e di contraddizioni, il rivolgimento della società tradizionale e dei suoi modelli culturali di riferimento) che si erano innescate dal dopoguerra in poi e che in alcuni tratti erano stati individuate, seppure in forma talvolta non chiara, dal movimento.

Del ’68 sono state date molteplici definizioni, tra le quali quella che sia stato “una delle tante modalità attraverso cui una società industriale avanzata, per una brusca accelerazione dei processi”, proceda repen­tinamente nel suo sviluppo. A questa analisi, peraltro, si può dire che questo ulteriore balzo in avanti, sia stato incerto e incompleto, se rappor­tato alle parole d’ordine e ai temi di quel movimento che, pur in modo nascosto, era riuscito a inserire nel tessuto sociale “potenti fatto­ri di mutamento”. Un nuovo protagonismo che tendeva a nutrirsi di temi sempre più trasversali che possono far pensare ad un passaggio (tutto da ricostruire ed analizzare) dall’anarchismo come movimento politico, ad un libertarismo sociale diffuso[21].

Una crescita di partecipazione inattesa, che trova il movimento propenso ad accogliere questi nuovi temi di confronto, ma che in realtà derivava da altri meccanismi di trasformazione indotta della società italiana: l’industrializzazione, la scolarizzazione di massa, il monopolio del governo e dell’opposizione esercitato dai partiti, i condizionamenti internazionali della politica interna, sono solo alcuni degli elementi scatenanti di quella stagione all’interno della quale il mondo anarchico divenne oggetto di una attenzione che non aveva conosciuto da oltre venti an­ni, costretto adesso non tanto a prender posizione, ma a confrontarsi con questa situazione. È evidente come queste caratteristiche trovassero non tanto un vero e proprio spazio nel movimento, quanto una facilità di diffusione derivata dalla permeabilità ed elasticità dei legami organizzativi che – pregio e difetto – non ponevano quasi ostacoli nei confronti di chi si avvicinava ad esso.

Tutto ciò sarebbe rimasto comunque insufficiente se non fossero inter­venuti altri fattori anticipatori di temi che più avanti avrebbero trovato una grande diffusione ed un grande interesse sociale. Se infatti gli argomenti più propagandati (escludendo il dibattito teorico e pratico sull’organizzazione e sul sindacalismo) in quel periodo sono contro la guerra in Vietnam, il militarismo, il pericolo nucleare e il diritto alla libertà dei popoli, è altrettanto vero che temi come il divorzio, il controllo delle nascite, la libertà sessuale, il diritto allo sviluppo per i paesi più poveri, la pedagogia, l’ambiente – variamente presenti sulla stampa del movimento negli anni precedenti e certo declinati in modo differente da come li si può intendere oggi – cominciano ad assumere ed a ricevere attenzioni, andando in taluni casi ad anticipare l’esplosione di questi temi nella società occidentale[22].

Gli anni fra il 1966 e il 1969, quindi, segnano l’inizio di quella fase che è sta­ta definita di “neoanarchismo”[23], ma che potrebbe definirsi di “libertarismo”, per tentare di raccogliere al suo interno proprio queste istanze anticipatorie e la loro diffusione trasversale negli anni successivi, intendendo comunque, con queste definizioni, il momento in cui si compie un lento passaggio da una fase storica a un’altra, ancor più se consideriamo come gli anarchici italiani non fossero pronti ad accogliere e ad as­sorbire quel flusso partecipativo confuso, tanto più prendendo in considerazione l’eterogeneità delle caratteristiche e delle provenienze di questi nuovi militanti. Non fu così del tutto casuale, quindi, che in questo avvio, molti giovani si richiamassero e facessero riferimento all’anar­chismo e al mondo libertario, senza averne una approfondita co­noscenza; e non fu nemmeno casuale che quella rivolta esplodesse nei luoghi delle nuove generazioni, ma anche in quello intellettuale e in quello del proletariato industriale, trasformato dalla rivoluzione fordista[24].

La fine della cosiddetta Golden Age, nel 1971 con il crollo del sistema di Bretton Woods, aveva fatto emergere, in Italia, i limiti del miraco­lo e le sue contraddizioni, calato in una società che manteneva in gran parte intatto il suo tradizionalismo e le sue chiusure, le contrappo­sizioni ideologiche e culturali, la sua capacità di marginalizzare (peraltro esaltata in alcune zone di nuova edificazione e sviluppo) e la sua capacità di comprimere il dissenso. Il grande salto economico non si era così trasformato in un “miracolo sociale”, creando – al contrario – forti e incolmabili differenziazioni[25]. In questo senso il ’68 sembra già un punto di non-ritorno, una nuova stagione che mise in luce alcune intuizioni e anticipazioni provenienti dal mondo degli anarchici,  che sarebbero poi diventate elementi centrali della protesta: la liberazione della donna, la lotta contro la chiesa considerata un vero e proprio elemento di controllo da parte del potere, a favore della laicità, dell’obie­zione di coscienza e, più tardi, per il divorzio e per l’aborto, per uno sviluppo equilibrato e sostenibile, contro ogni forma di sfruttamento dell’energia nucleare. Tra argomenti nuovi e lotte tradizionali, gli anarchici incontrano alcune di quel­le battaglie che ne avevano contrassegnato la storia, allo stesso modo di come la generazione dei movimenti incontra l’anarchismo: “vi erano tra il movimento anarchico e i ragazzi del sessantotto, affinità […] profonde che emergevano nel dibattito quotidiano e sul piano dei comportamenti”; tendenze assembleari e questione organizzativa riempiono di quella “di­mensione libertaria” il Sessantotto, cui fanno da cornice internazionale il Maggio francese ma anche la Primavera di Praga, in una “sfida agli auto­ritarismi” che congiungeva le diverse generazioni e le diverse esperienze[26].

Rimane il dato di fatto da ricostruire e approfondire che, solo nell’immediato dopoguerra «la consistenza quantitativa [era] stata superiore”; ma, anche se questa crescita era stata importante e aveva sbloccato una crisi che sembrava insuperabile [27], rappresentava il momento in cui, tra movimenti giovanili, presunte bombe anarchiche e una “diciassette­sima vittima” (Giuseppe Pinelli)[28], prendeva avvio quella nuova stagione cui forse il movimento non era giunto del tutto pronto, ma all’interno del quale si erano andate definendo dibattiti anticipatori, trasversali ad altri movimenti, appartenenti in alcuni casi alle radici dell’anarchismo ed in altri rapportabili ad una sua evoluzione verso forme di libertarismo, in grado di prendere forma e di trascinare in movimenti diversi alcuni di questi tratti originali del pensare e dell’agire degli anarchici nella società. Ci troviamo così di fronte ad un quadro molto più articolato dell’evoluzione del movimento anarchico italiano. Temi ed argomenti che erano stati dibattuti ed analizzati in quegli anni, infatti, videro più tardi emergere battaglie in grado – a loro volta – di diventare altrettanti momenti di laicizzazione ed evoluzione della società italiana (il divorzio, il diritto all’aborto, la lotta contro il nucleare sono stati oggetto di altrettanti passaggi della storia italiana); altri avrebbero poi profondamente inciso nella crescita delle nuove generazioni (dall’antimilitarismo politico all’obiezione di coscienza, e poi all’introduzione del servizio civile in alternativa all’obbligo di leva, ma anche i temi ambientali), ma tutti avevano in comune radici più lontane che conducono non solo, ma certamente anche, al variegato mondo anarchico italiano.

E’ su questi aspetti che si deve continuare a riflettere con l’obbiettivo di individuare quelle linee di continuità dell’anarchismo italiano negli anni della Repubblica, evidenziandone la sua storia ma anche il contributo che dai libertari è stato dato alla diffusione ed alla crescita di temi profondamente nuovi per la società italiana ancora negli anni della Repubblica.

 

 

 


[1] Per un quadro di insieme riferito anche alle molteplici problematiche organizzative e sindacali, rinvio a P.Iuso, Gli anarchici nell’età repubblicana. Dalla Resistenza agli anni della Contestazione (1943-1968), BFS, Pisa 2014. Per un quadro di insieme sulle fonti archivistiche e sulla bibliografia riferibile al movimento anarchico italiano non posso non rinviare a L.Balsamini, Fragili carte. Il movimento anarchico negli archivi, biblioteche e centri di documentazione, Vecchiarelli editore, Manziana (Roma), 2009. Per un quadro storiografico complessivo non posso non rinviare al recentissimo a G.Berti – C De Maria (a cura di), L’anarchismo italiano. Storia e storiografia, Biblioedizioni, Milano 2016. Per le biografie – oltre ai molteplici volumi dedicati ai singoli militanti apparsi negli ultimi anni – un punto di riferimento rimane M.Antonioli, S. Fedeli, G. Berti, P.Iuso, Dizionario Biografico degli anarchici italiani, 2 voll., BFS Edizioni, Pisa 2003-2004. Per le risorse digitali – oltre i molteplici siti che consentono una serie di approfondimenti sulla storia del movimento anarchico e libertario italiano dalle origini fino agli anni più recenti non posso non indicare, scusandomi con chi non viene indicato: la biblioteca-archivio Franco Serantini di Pisa consultabile al sito , http://www.bfs.it;  l’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, di Reggio Emilia consultabile al sito http://www.municipio.re.it/biblioteche/berneri.nsf/pagine/864C7A574D4E723FC1256EDE003474C4?OpenDocument ; il Centro Studi Libertari – Archio Pinelli di Milano consultabile al sito http://www.centrostudilibertari.it; e la raccolta di A-Rivista Anarchica, pubblicata dall’inizio degli anni Settanta consultabile on line all’indirizzo  http://www.arivista.org; l’archivio della Federazione Anarchica Italiana  consultabile al sito http://www.asfai.info.

[2] M. Ilari, Parole in libertà. Il giornale anarchico Umanità Nova (1944-1953), Zero in condotta, Milano 2009, p,142.

[3] Le tesi di Francesco Saverio Merlino si incentravano – nella sua lunga riflessio­ne – sul fatto che gli anarchici non potevano allontanarsi del tutto dalle sfide elettorali in quanto una preferenza espressa poteva comunque e efficacemente opporsi ai tentati­vi reazionari del potere e – pur conscio che la rivoluzione non andava condotta con le schede elettorali – osservava come la tattica astensionista aveva spinto il movimento ad isolarsi, mentre il sistema elettorale offriva con il suo meccanismo efficaci mezzi ad una propaganda libertaria. Malatesta, al contrario, si muoveva su posizioni più tradizionali, chiaramente antiparlamentari e più generalmente avverso a qualunque forma di delega politico-elettorale. In questi anni la figura di Merlino era al centro degli interessi e degli studi di Aldo Venturini e dello stesso Masini che nel 1957 pubblicano un importante testo frutto di una collaborazione decennale: F.S. Merlino, Concezione critica del socia­lismo libertario, a cura di A. Venturini, P.C. Masini, Firenze, De Silva, 1957. Altre osser­vazioni e importanti analisi si trovano in G. Berti, Francesco Saverio Merlino. Dall’anar­chismo socialista al socialismo liberale (1856-1930), Milano, Franco Angeli, 1993 e Id., Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale. 1872-1932, Milano, Franco Angeli, 2003.

[4] C. Doglio, Elogio delle elezioni, «Il Libertario», 25 giugno 1946.

[5] G. e G. Gervasio, Un operaio semplice. Storia di un sindacalista rivoluzionario anarchico (1886-1964)., Zero in Condotta, Milano 2011, pp. 288-289.

[6] M. Ilari, Parole in libertà…, cit. , p. 50.

[7] G. e G. Gervasio, Un operaio…, cit. p. 289.

[8] G. Sacchetti, Sovversivi agli att. Gli anarchici nelle carte del Ministero dell’Interno, La Fiaccola, Ragusa 2002

[9] A. Borghi, Gli anarchici e le alleanze, Umanità Nova, 29 giugno 1947.

[10] Errico Malatesta, Umanità Nova, 18 gennaio 1948.

[11]Articoli di guerra, ibid.

[12] G. Sacchetti, Sovversivi agli atti…., cit., p. 65. Che il quadro dell’astensionismo anarchico non fosse così rigido lo dimostra anche la Federazione Comunista Libertaria ligure che pur condannando la Federazione Libertaria Italiani (nata come distacco dalla FAI dopo il congresso costitutivo di Carrara) sulla questione della Costituente, mantenne – con l’approssimarsi delle elezioni – questa linea ma con “osservazioni critiche”. Cfr. E. A. Marsilii, Il movimento anarchico a Genova…, cit., pp. 62-66.

[13] P. Feri, Il movimento anarchico in Italia. 1944-1950, Quaderni della FIAP, Roma 1978, pp. 42-43.

[14] M. Ilari, Parole in libertà…, cit., p. 67.

[15] Come quella di Antonio Ruju che, il giorno della consegna della croce di guerra al valor militare, la rifiuta manifestando esplicitamente il suo odio verso tutti conflit­ti

[16] F. Bertolucci – G. Mangini (a cura di), Pier Carlo Masini. Impegno civile e ricerca storica tra anarchismo, socialismo, democrazia, Quaderni della Rivista Storica dell’Anarchismo, n.3, BFS, Pisa 2008, pp. 29-32. Il già ricco patrimonio archivistico e bibliotecario della Biblioteca Franco Serantini,  consultabile al citato sito http://www.bfs.it, si è recentemente arricchito di due importanti strumenti disponibili alla consultazione on-line: http://bfscollezionidigitali.org/index.php/Detail/Collection/Show/collection_id/3 (in sostanza il Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani pubblicato fra il 2003 e il 2004 di cui rappresenta la continuazione ideale sotto altra forma e con altre potenzialità) e http://bfscollezionidigitali.org che raccoglie sotto forma di immagini le raccolte bibliografiche e documentarie della biblioteca dedicata a Franco Serantini

[17] P. Ferrua, L’obiezione di coscienza anarchica in Italia, Parte I, I pionieri, Arkivu-Bibrioteca T.Serra, Guasila (CA), 1987.

[18] Pier Carlo Masini. Impegno civile e ricerca…., cit.; AA.VV., Giovanna Caleffi Berneri e la cultura eretica di sinistra nel secondo dopoguerra, Biblioteca Panizzi, Reggio emilia 2012; C.De Maria (a cura di), Giovanna Caleffi Berneri. Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti dall’antifascismo in esilio alla sinistra eretica del dopoguerra (1937-1962), Biblioteca Panizzi – Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, Reggio Emilia 2010.

[19] Il primo è un architetto cattolico ventiseienne, sposato e padre di due bam­bini, il secondo ha vent’anni ed è anarchico. Entrambi si presentano al cir­colo anarchico Sacco e Vanzetti di Milano per un pubblico dibattito in cui spiegano le ragioni della loro scelta, quella di rifiutare la divisa. Cfr. F. Schirone, La gioventù anarchica negli anni della contestazione (1965-1969), Zero in Condotta, Milano 2006, p. 48; G. Crainz, Il paese mancato. Dal Miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003, p. 112. Un manifesto di solidarietà agli ob­biettori e di condanna del militarismo venne firmato, tra gli altri, da Fabrizio Fabbrini (assistente universitario cattolico), Marco Pannella e Giuseppe Pinelli.

[20] Sulla diffusione e sul peso sempre maggiore di questi temi nell’ambito della propaganda anarchica e libertaria a metà degli anni sessanta rinvio alla raccolta di Umanità Nova, ma anche de “L’Internazionale” (organo dei Gruppi di Iniziativa Anarchica) presso l’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, Reggio Emilia, nonché a F.Schirone, La gioventù anarchica negli anni delle contestazioni, 1965-69, Zero in Condotta, Milano 2006, in particolare le parti 2 e 4. Sulle disponibilità archivistiche e bibliotecarie dell’archivio Berneri-Chessa – uno dei centri di studio e documentazione di maggior rilievo nel panorama degli archivi del movimento e dei gruppi anarchici e libertari italiani – si rinvia al sito  http://www.municipio.re.it/biblioteche/berneri.nsf/pagine/864C7A574D4E723FC1256EDE003474C4?OpenDocument .

[21] C. Donolo, Vent’anni dopo tra reazione e negazione, in L’ingranaggio inceppato: il 68 della periferia, a cura di F. Riccio e S. Vaccaro, Palermo, Ila Palma 1992, pp. 28-29. Cfr. anche M. Scavino, Verso mondi sconosciuti. Riflessioni sulla cultura politica dei movi­menti degli anni Sessanta e settanta, in I due bienni rossi del Novecento. 1919-20 e 1968-69, Studi e interpretazioni a confronto, Atti del convegno nazionale di Firenze, 20-22 settem­bre 2004, Roma, Ediesse, 2006, pp.103-113. Sull’incontro/scontro generazionale, non­ché sulle novità che si intravedono in campo operaio e che possono essere ricondotte ad un ambito libertario, cfr. G. Sacchetti, Lavoro, democrazia, autogestione. Correnti libertarie nel sindacalismo italiano (1944-1969), Aracne Editrice, Roma 2012., in particolare pp. 209-251.

[22] Su questi argomenti aspetti rinvio, oltre ai citati volumi dedicati a Giovanna Caleffi Berneri ed a Volontà, anche a  A.Cardella – L.Fenech, Anni senza tregua. Per una storia della Federazione Anarchica Italiana dal 1970 al 1980, Zero in Condotta, Milano 2005 ed a F.Chessa – A. Ciampi (a cura di), Gli anarchici e l’autoformazione. Educazione e libertà nell’Italia del secondo dopoguerra, Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, Reggio Emilia 2012,

[23] Una definizione che tenta di racchiudere proprio le molte influenze che in quegli anni si diffondevano in Italia e nel mondo occidentale. Il “terzomondismo”, le lotte contro la fame, contro il razzismo, contro i totalitarismi comunisti e l’imperialismo neocoloniale,  si collegano ora con l’emergere di nuovi argomenti e la ripresa di temi tradizionali, in un processo che sembra congiungere gli anarchici e i movimenti giovanili. G. Sacchetti, Eretici e libertar. Il movimento anarchico in Italia (1945-1973), in Diacronie.Studi di Storia contemporanea, gennaio 2012, pp. 11-12. Cfr. anche F. Schirone, Gioventù anarchica…, cit., pp. 45-83, che pone in evidenza i contatti, i collegamenti e le influenze tra i diversi gruppi europei, nonché gli stimoli e i terreni di dibattito della FAGI.

[24] A. Cardella, L. Fenech, Anni senza tregua…,cit., p. 9.

[25] A. Jannazzo, Il rifiuto del presente, in L’ingranaggio inceppato…, cit., p. 37.

[26] G. Sacchetti, Eretici e libertari…, cit. In proposito rinvio anche alla raccolta de L’Internazionale per gli anni 1967-68 (Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa) nelle cui pagine – seppur criticamente – si riconosce il carattere libertario del movimento studentesco. Lo stesso per Umanità Nova che, nell’analizzare la partecipazione attiva dei gruppi anarchici ad esperienze movimentiste o di base come i CUB, ovvero l’esaltazione dello spontaneismo che proveniva dai movimenti giovanili, poneva dei dubbi sulla relazione che almeno parte di queste esperienze potevano avere con l’anarchismo (in proposito rinvio alle puntuali osservazioni di D.Giacchetti, Oltre il sessantotto…, cit., pp.99-101).

[27] Che cosa sono i gaf. Documento programmatico e accordo federativo dei Gruppi Anarchici Federati, CdA, Torino 1976, pp. 63-64.

[28] Su quella particolare stagione cfr., tra gli altri: L. Lanza, Bombe e segreti : Piazza Fontana : una strage senza colpevoli, Milano, Elèuthera, 20092;L.Lanza (a cura di), Pinelli : la diciassettesima vittima, BFS, Pisa , 2006, G. Fuga, E. Maltinti, E ’a finestra c’è la morti : Pinelli : chi c’era quella notte, Milano, Zero in condotta, 2013.

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