Recensione: Salvatore Lupo. Quando la mafia trovò l’America.

Secondo una copiosa e variegata vulgata giornalistica, il gangster italo-americano Charlie “Lucky” Luciano avrebbe svolto un ruolo da mediatore tra i servizi segreti statunitensi e la mafia siciliana, al fine di agevolare lo sbarco alleato nell’isola durante la seconda guerra mondiale. Si trattava dell’Operazione Husky, ovvero il primo sbarco sul continente europeo delle truppe anglo-americane schierate in Nordafrica, il 9 luglio 1943. Ma «la tesi del pactum sceleris non regge se utilizziamo gli strumenti della storiografia, se ci basiamo sulla documentazione disponibile» (p. 140). È ciò che afferma Salvatore Lupo nel suo recente libro sui rapporti tra l’organizzazione criminale di cui si parla nella Sicilia centro-occidentale dagli anni Sessanta dell’Ottocento e quella di cui si parla negli Stati uniti d’America qualche decennio più tardi. E in questo caso, come nel resto del volume, si tratta di un’utile lezione sul come si possano ricostruire vicende del passato caratterizzate da una inevitabile dimensione occulta con una giusta dose di prudenza, senza cedere all’affascinante inclinazione – di cui tanto si abusa nel nostro Paese – alla ricerca di trame oscure e notizie sensazionali.
Basterebbe una seria ricostruzione del contesto, come mostra l’autore, per rendere evidente «che la scelta del luogo del primo impatto europeo della gigantesca macchina bellica anglo-americana derivò da motivazioni, politiche e militari, che non avevano nulla a che vedere con la mafia» (p. 140). E ciò non vuol dire, tuttavia, cedere allo speculare minimalismo del capo degli “affari civili” della VII armata Charles Poletti, secondo cui l’Amministrazione militare alleata non avrebbe mai sentito parlare di mafia. Un tesi palesemente smentita dagli stessi documenti di provenienza statunitense. Gli occupanti-liberatori si servirono di uomini come Nick Gentile, commerciante di stoffe agrigentino, sbarcato nel nuovo mondo nel 1903 e conosciuto dal Federal Narcotic Bureau come trafficante di in stupefacenti su scala nazionale e internazionale, in qualità di interprete e di conoscitore del territorio. Né gli anglo-americani trovarono di meglio, per governare l’isola, che ristabilire la gerarchie tradizionali, collocando ai vertici delle amministrazioni municipali esponenti dell’aristocrazia terriera e un vario notabilato, in molti casi mafioso. A dire il vero, con qualche scrupolo, nei casi di fedine penali chilometriche. E, inoltre, con un’oggettiva difficoltà a distinguere i fascisti dagli antifascisti, che nella maggior parte dei casi risultavano essere proprio i mafiosi colpiti dalla repressione del prefetto Cesare Mori durante il Ventennio.
In questo caso, come nel resto della narrazione, Lupo persegue meticolosamente il compito dichiarato nell’Introduzione: far prevalere il rigore del metodo storico sulle suggestioni facilmente evocabili da questo genere di argomenti. Collocare in uno spazio e in un tempo ben determinati un fenomeno che si tende a rappresentare – e ad autorappresentarsi! – come arcaico e immutabile è una sfida razionale che non toglie godibilità alla lettura di vicende che hanno un indiscutibile inquietante fascino oggigiorno. Basti notare quanti sono i titoli che continuano ad arrivare sugli scaffali delle librerie a proposito di mafie e “gomorre”, boss e padrini di ogni sorta. Per non parlare del cinema. Letteratura e film risultano fonti preziose per l’analisi dello storico siciliano, soprattutto sul versante dell’immaginario collettivo costruito attorno alle gesta criminali. Ma senza l’inevitabile riscontro con i fascicoli dell’archivio dell’Fbi e quelli della prefettura di Palermo, gli articoli del «New York Times» e quelli dell’«Ora», gli atti giudiziari americani e italiani, una vasta memorialistica e pubblicistica – in gran parte in lingua inglese –, ovvero senza l’indagine su una «documentazione verificabile» (p. 4), come attiene al lavoro dello storico, i celebri romanzi di Mario Puzo e i film di Francis Ford Coppola e Martin Scorsese risulterebbero inutili alla comprensione del fenomeno.
Il primo, principale, stereotipo che cade sotto la rigorosa analisi storica è quello del «trapianto» di organizzazioni criminali da un mondo all’altro. Lupo preferisce parlare di «interconnessione e ibridazione», di «una rete che tiene insieme persone, interessi, affari, idee» (p. 4), a partire sin da subito, dalle prime ondate migratorie di fine Ottocento e dalla comparsa delle prime eclatanti gesta criminali all’attenzione dell’opinione pubblica americana: l’uccisione di un commerciante di frutta siciliano a New York e l’assassinio del comandante della locale polizia a New Orleans, di cui vennero sospettati i membri di uno dei due clan siciliani in conflitto per il controllo della forza lavoro del porto e del commercio di frutta, di nuovo. Questi episodi sono indicativi delle origini sociali medie dei mafiosi negli Usa, aspetto che li accomunava ai loro omologhi rimasti in Sicilia, e delle simili condizioni, caratterizzate da «insicurezza collettiva, da vuoti sociali, da richieste di mediazioni extralegali» (p. 35), in cui attecchiva il metodo mafioso, pur nella diversità di fondo delle due società. Non si trattava, come già detto, di un fenomeno trapiantato o di un presunto “complotto straniero”, come veniva definito dalle autorità e dall’opinione pubblica americana. Per cui, senza collaborazione tra gli investigatori dei due paesi sarebbe risultato vano un contrasto efficace di quell’organizzazione criminale, a cui nel corso della storia furono applicate varie denominazioni: Mano Nera, Unione Siciliana, Cosa Nostra.
Ciascuna di queste ultime recava un diversa rappresentazione dell’influenza dell’elemento etnico nella nascita e nel mantenimento del sodalizio dedito ad azioni illegali e violente. Diverso era anche il tipo di organizzazione che veniva immaginato, più o meno coeso, più o meno verticistico, rispetto al quale Lupo trae conclusioni interpretative di un certo peso, affermando che «la mafia non rappresenta un compatto ingranaggio fornito di tante rotelle, che i suoi aderente non sono i meri esecutori di decisioni prese in qualche alto loco» (p. 187). E lo fa anche sulla scorta delle dichiarazioni di un illustre pentito come Joe Valachi, le cui parole tuttavia sono poste a severa verifica, così come le più note dichiarazioni di Tommaso Buscetta, riguardo al suo disprezzo per la “corruzione” della mafia originaria tramite il narcotraffico. Era, invece, proprio lui che «rappresentava l’uomo degli americani, il costruttore principale […] – del nuovo passaggio siculo-americano lungo il quale fluiva la droga tra gli anni ’60 e ’70» (p. 260). In questo modo Lupo demistifica alcune delle rappresentazioni/autorappresentazioni più abusate della storia della mafia, come la “cupola” o le presunte Regole d’onore del passato, di cui peraltro i mafiosi dimostrano di saper fare un efficace uso pubblico. Con la complicità – involontaria – di quei giornalisti e osservatori che, tramite ricerca e la sovraesposizione di particolari sensazionali e accattivanti, contribuiscono a costruire e diffondere immagini del fenomeno criminale tanto deboli alla rigorosa analisi storica quanto pericolosamente utili al perpetuarsi di quel fenomeno.

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