Può la storia uccidere la letteratura?

Molto spesso a latitudini e longitudini diverse, così come in epoche tra esse distanti, la letteratura è stata vittima dei movimenti della storia fino al punto da condizionarne i suoi esiti. Se solo ci riferiamo a quanto è accaduto nel corso del Novecento, vengono in mente i casi dello spagnolo García Lorca, dei russi Solzenicyn e Pasternak (costretto a rinunciare al Nobel), dell’ungherese Marai o del cileno Sepúlveda. Ma l’elenco comprende tantissimi scrittori di altre nazionalità costretti in un modo o in un altro a tacere o a lasciare il loro Paese pur di continuare a svolgere il proprio lavoro.

Uno di questi casi è Roberto Bracco sulla cui opera teatrale mi sono soffermato nel recentissimo saggio L’alfiere della scena. Il teatro di Roberto Bracco (Oèdipus, Salerno/Milano 2011). Bracco, del quale quest’anno ricorre il 150° anniversario della nascita, fu tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento, l’autore di teatro italiano che riscosse il maggiore consenso nazionale ed internazionale. I suoi drammi e le sue commedie furono infatti inseriti nei cartelloni dei più importanti teatri italiani ed europei; così come ripetutamente le sue opere furono rappresentate negli Stati Uniti, in Canada e in Sud-America.

Nonostante non avesse alle spalle studi regolari (aveva frequentato solo per qualche anno un Istituto Tecnico Commerciale, senza tuttavia conseguire il diploma), ad appena 17 anni fu assunto al “Corriere del Mattino” da Martino Cafiero, una delle personalità più vulcaniche e note del giornalismo napoletano dell’epoca.

Il difficile apprendistato compiuto nella redazione del quotidiano, dove scriveva di tutto – dalla cronaca nera, agli eventi mondani, agli spettacoli teatrali – gli fu utile per imparare il mestiere e cominciare ad avere una maggiore fiducia nei propri mezzi. Ciò gli consentì di collaborare ad altre riviste e quindi di frequentare varie testate cittadine entrando in contatto con i grandi intellettuali dell’epoca: da Croce, a Di Giacomo, Serao, Scarfoglio, Pica, Verdinois fino a D’annunzio che sul finire del secolo trascorse un lungo periodo a Napoli[1].

Quando passò al “Corriere di Napoli”, cominciò a scrivere prevalentemente di teatro, divenendo sul campo uno degli specialisti del settore. Fu quello che negli anni successivi si chiamerà un critico militante in grado di commentare in presa diretta le opere messe in scena. Poi, per una delle tante casualità della sua vita, nel 1886, all’età di 25 anni diede alle stampe il suo primo atto unico, intitolato Lui, lei, lui, un lavoro quasi comico nel quale però si intravedono in controluce gli spunti più diffusi del suo teatro, anche se prevalse in questa prima opera il clichè del teatro borghese. Ma non bisognerà attendere molto per la maturazione del drammaturgo e commediografo e due anni dopo ecco ripresentarsi al pubblico con Una donna, primo dramma incentrato sul tema della maternità che sarà uno dei topoi ricorrenti del suo teatro.

Negli anni seguenti, il successo di pubblico e critica sarà notevole e le sue opere, come abbiamo accennato in precedenza, saranno rappresentate dappertutto aprendogli anche le porte dei grandi giornali stranieri: da “La Nación” di Buenos Aires, allo “Zeit” di Vienna, al già affermato “New York Times”. Ma lo spartiacque della sua carriera fu il delitto Matteotti (1924). Infatti, Bracco – che era stato eletto deputato nelle liste liberali nel 1923 ed era legato da una forte amicizia con Giovanni Amendola – fu considerato dal regime uno degli intellettuali da tenere sotto rigidissimo controllo, malgrado le sue opere non avessero espresso una significativa ostilità nei confronti del Fascismo. Erano gli anni in cui Mussolini con una forte sterzata autoritaria trasformò, per dirla con Renzo De Felice, il Fascismo da movimento a regime, nel tentativo di ottenere in ogni modo il più largo consenso.

Evidentemente, la scelta politica di Bracco mai rinnegata, il suo ruolo di deputato e il successivo netto rifiuto a sottoscrivere la tessera fascista, irritarono oltre misura il regime, assillato dall’idea che tale atteggiamento avrebbe compromesso, indebolendola, l’immagine dell’Italia all’estero. D’altra parte la sua lotta ai regionalismi, la decisione di non scrivere in dialetto e di non inneggiare alla piccola-borghesia, convalidavano la sua pericolosità.

L’ostracismo del regime fu tale da impedire a Bracco di rappresentare le sue opere. Per cui l’autore pensò ripetutamente di espatriare, ma la speranza di un’attenuazione del controllo fascista prima, le precarie condizioni economiche e di salute poi, lo allontanarono dall’idea di un esilio volontario che probabilmente gli avrebbe giovato dandogli un nuovo entusiasmo vitale e letterario.

Il Fascismo, però, continuò a manifestare una profonda ostilità nei confronti del drammaturgo tanto che nel 1926, quando Bracco sembrò essere il candidato favorito dell’Accademia svedese per il Nobel, il veto del regime fu determinante e la scelta cadde su Grazia Deledda. Solo nel giugno del 1929 – grazie all’intervento di Emma Gramatica, attrice molto stimata da Mussolini -, al Teatro Fiorentini di Napoli si riuscì a mettere in scena l’ultimo dramma di Bracco, I pazzi. Il successo fu travolgente e il drammaturgo, presente alla rappresentazione, fu chiamato sulla scena ripetutamente da un pubblico che evidentemente non aveva dimenticato il contributo da lui dato al teatro. Ma quando, un mese dopo, all’Eliseo di Roma si replicò l’opera, la musica cambiò. Il regime infatti aveva mal sopportato il successo ottenuto a Napoli e fu inviato a teatro un gruppo di gerarchi con l’unico intento di creare subbuglio in sala. Per cui, alla fine del primo atto, la commedia fu interrotta per motivi di ordine pubblico. Neanche la presenza di Emma Gramatica e della sua Compagnia bastò a frenare il dichiarato sabotaggio dello spettacolo, ratificato nei giorni successivi dai commenti negativi di giornali e riviste. Tutto ciò fu accompagnato dal veto alla rappresentazione di ogni lavoro dell’autore napoletano, che sparirà definitivamente dalla scena italiana.

Un certo interesse per lui rimase solo all’estero e nel 1931 I pazzi fu rappresentato in Argentina, mentre in diversi paesi europei molti si adoperarono per far espatriare l’autore con l’intento di proteggerlo dal fascismo. Ma le condizioni di salute precarie, unitamente al crollo psicologico, alle difficoltà finanziarie e a quelle oggettive di un possibile espatrio, convinsero Bracco dell’impossibilità di dar seguito ad ogni progetto di fuga. Ormai era e si sentiva un uomo stanco e solo. Al di là dell’affetto di Laura e di pochi amici rimastigli fedeli, intorno a lui ormai c’era il vuoto. Inoltre, la pochezza dell’ambiente intellettuale, che si era così drammaticamente piegato alla volontà del regime, lo convinse che non c’era più possibilità di risalita.

In un estremo tentativo tra il 1932 e il 1933, Bracco si recò a Milano perché si era profilata la possibilità di pubblicare la sua opera omnia con l’editore Mondadori. L’interferenza del regime, però, ancora una volta, impedì che ciò avvenisse. In pratica, «il faticoso viaggio a Milano non servì a niente, se non per convincersi che erano preclusi tutti i canali di comunicazione e di lavoro, almeno quelli più importanti, come lo era la Mondadori in quel periodo. Bracco si accordò poi con un piccolo editore di provincia, Gino Carabba di Lanciano, per pubblicare con molta difficoltà la sospirata opera omnia. Il progetto fu lungo (sette anni di lavoro per pubblicare 25 volumi) e molto costoso per l’autore che dovette sborsare una cifra considerevole»[2].

Per Bracco il viaggio a Milano significò la presa di coscienza definitiva del suo inevitabile tramonto di artista e di uomo. I successi teatrali ottenuti in passato nel capoluogo lombardo erano stati spesso anche superiori a quelli riscossi a Napoli. Inoltre, Milano era stato per lui il luogo dove aveva potuto vivere pienamente il piacere della mondanità, degli amici importanti a cominciare dal commediografo Marco Praga con il quale aveva costituito la SIAE di cui Praga, suicidatosi qualche anno prima, era stato presidente.

«Ora Bracco è solo. Trascorre le sue lunghe giornate come un turista qualsiasi nell’attesa di una soluzione che non verrà. Alloggia in un alberghetto di ‘3° ordine’ che tuttavia è, o gli appare carissimo. Vede di rado qualche amico, come quell’omonimo Roberto Bracco che di lì a poco lo disconoscerà per non urtare gli ambienti di regime, o come il caro Vittorio Spinazzola (‘vecchio quasi quanto me’) che sarà uno dei pochissimi a rimanergli fedele»[3].

Gli anni che anticiperanno la morte, avvenuta il 20 aprile del 1943, li trascorrerà con la fedele Laura più giovane di lui di quasi quarant’anni. Aurelia Del Vecchio[4] era infatti nata nel 1900 e fu l’unica donna alla quale si legò profondamente fino a sposarla. In precedenza, infatti, egli aveva avuto un’infinità di relazioni coltivate grazie alla sua frequentazione mondana e all’essere ritenuto uno dei massimi autori teatrali del periodo. Inoltre, il suo aspetto elegante e sorridente aveva contribuito a creare intorno a lui una folta schiera di ammiratrici tra cui figurarono anche Matilde Serao e Emma Gramatica.

Laura fu per Bracco un’àncora affettiva importante anche se all’inizio del loro rapporto egli evitò di parlare di letteratura o degli incontri avuti con i vari personaggi della cultura italiana e straniera. Il motivo, come traspare anche dalla loro fitta corrispondenza epistolare, raccolta da Pasquale Iaccio, era dovuto al basso livello di istruzione della donna che aveva interrotto gli studi abbastanza presto. Tuttavia, Bracco ebbe un’altissima considerazione di lei, ritenendola dotata di grande intelligenza e di un’istintiva capacità di valutare i testi letterari. Del resto, egli stesso era stato un autodidatta e sapeva che era possibile colmare questa condizione di iniziale inferiorità culturale, anche in considerazione della giovane età della donna.

E Laura fu la fedele compagna dei giorni tristi del tracollo, accettando di dividere con lui quegli ultimi sprazzi di vitalità che nel profondo del suo animo il drammaturgo napoletano riuscì a conservare sino alla fine della sua esistenza.

Un inconcepibile silenzio intorno alla sua opera continuerà a persistere anche nei giorni successivi al crollo del Fascismo e alla fine della guerra, ma non cancellerà la grande dignità umana che Bracco mostrò nell’opporsi al regime in maniera inflessibile.

 


[1] Ulteriori approfondimenti sulla cultura napoletana tra i due secoli in Mario Prisco, La città verticale. Napoli nella letteratura dalla fine dell’Ottocento al nuovo millennio, Salerno/Milano, Oèdipus, 2006.

[2] P. Iaccio, Introduzione a Lettere a Laura, Napoli, Franco Di Mauro Editore, 1994, pp. 29-30. Di Iaccio è fondamentale segnalare L’intellettuale intransigente. Il fascismo e Roberto Bracco, Napoli, Guida editori, 1992.

[3] P. Iaccio, Lettere a Laura, cit., p. 32.

[4] Era questo era il nome reale della donna che il commediografo preferiva chiamare Laura.

 

 

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    By: Mario Prisco

    Tra le sue recenti pubblicazioni ricordiamo: La città verticale. Napoli nella letteratura dagli ultimi decenni dell’Ottocento al nuovo millennio (Oèdipus, 2006), Finalista Premio Alvaro 2007, L’alfiere della scena. Il teatro di Roberto Bracco (Oèdipus 2011), Adorabile uragano. Dalle lotte risorgimentali alla “Miseria in Napoli”. La straordinaria avventura di Jessie White Mario (Stamperia del Valentino 2011). Collabora con la rivista torinese L/N.

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