Il riscatto di Paco del Molino: Réquiem por un campesino español

 

Quattordici anni sono trascorsi dalla fine della guerra civile spagnola quando Ramón J. Sender (1901-1982) pubblica Réquiem por un campesino español. Il romanzo, unanimemente riconosciuto dalla critica senderiana fra le migliori opere di uno tra i più prolifici scrittori dell’esilio spagnolo, è pubblicato per la prima volta in Messico con il titolo di Mosé Millán. Il testo, però, vive il momento di maggiore diffusione dalla sua pubblicazione negli Stati Uniti nel 1960, quando riceve il titolo che conosciamo, spostando così l’attenzione dal problema morale del parroco – Mosé Millán- alla tragedia individuale di Paco del Molino[1].

Il libro, che risponde ad un’incredibile economia interna, è lo spazio in cui Sender ricrea la sua «visión esencial de España y su pueblo de un modo especialmente eficaz»[2]. La trama, per la verità molto semplice, si incentra sul ricordo del percorso di vita compiuto da Paco del Molino, il campesino protagonista del libro. Spazio condiviso da un altro personaggio, il sacerdote, al ricordo del quale é affidato il compito di ricostruire il vissuto di Paco, nel breve lasso di tempo necessario per preparare la messa in sua memoria. Perché il contadino è morto, assassinato dai falangisti nel villaggio aragonese dov’era nato e dove aveva deciso di schierarsi dalla parte dei più deboli, giovane vittima del tradimento di quel parroco, padre putativo che tanto aveva influito nella sua formazione ma che, alla fine, non aveva saputo proteggerlo per pura vigliaccheria.

La ricreazione del mondo contadino degli anni ‘30, con le sue tradizioni e con le dinamiche che lo governano, vale a Réquiem por un campesino español l’inserimento nella categoria del romanzo sociale del post-guerra, una scrittura che, invero, non risponde a nessuna regola stilistica particolare ma che ha la sua ragione d’esistere proprio perché offre una rilettura della guerra. A questo riguardo Francisco Carrasquer nota come spesso, nella letteratura spagnola contemporanea, ci sia stata la tendenza ad accomunare romanzi anche diversi tra loro e pubblicati in un arco cronologico che va dall’apparizione de La familia de Pascual Duarte (1942) di Camilo José Cela a Tiempo de silencio di Luis Martín-Santos (1962), in ragione di un’impronta antifranchista[3]. Nonostante le sue debolezze[4], sarà proprio quest’ultimo libro a segnare il momento di frattura con quello che David Herzerberger definisce lo statico realismo sociale degli anni ‘50 e ‘60, per mezzo di un rinnovamento nel linguaggio e nelle tecniche narrative usati.

Molteplici le letture di Requiem por un campesino español, che vanno dall’analisi della complessa struttura del testo, fatta dall’alternanza del racconto costruito sullo stream of consciousness di Mosé Millán con il romance, all’interpretazione della componente religiosa o simbolica. Sebbene la maggior parte dei lavori sul romanzo verta sull’analisi della tragedia dell’individuo come riflesso della tragedia nazionale, non mancano osservazioni che si spingono oltre l’esplicita lettura storico-politica. È il caso di Campa Marcé, il quale sostiene che il tradimento di Mosé Millán, venuto meno al voto di castità, sia frutto di uno stratagemma del parroco attuato a livello incosciente. Attraverso un close reading, quindi, si dimostra come la vera protagonista del testo sia la tragedia psicologica del padre, disposto perfino ad uccidere il proprio figlio pur di cancellare la testimonianza vivente della colpa commessa[5].

Qualunque sia il punto di vista scelto per approcciare il Réquiem, il clima creato da Sender nel romanzo è ben lontano dal mondo oscuro e allucinante che aveva descritto la giovane Carmen Laforet in Nada, né ci sono tracce di quel linguaggio spesso duro che tende ad esasperare le asprezze vissute da chi, stremato da un’assurda guerra, vive ai margini della società raccontata dal tremendismo.

La vita di Paco, al contrario, scorre tra le pagine del libro con l’unico intento di dimostrare che è possibile tornare a credere in un mondo mitico. Ecco che allora Sender distrugge l’immobilismo dei valori di una chiesa collusa con i ricchi proprietari terrieri e con i settori conservatori della società, immagine di una tradizione che ormai non trova più nessun riscontro nella realtà spagnola che, al contrario, avverte il bisogno di riformarsi ma soccombe ai reiterati tentativi di realizzare quel rinnovamento definitivamente frustrato con la dittatura di Franco. Lo scrittore esalta i valori laici incarnati da Paco, che sin da ragazzino scopre la sua vocazione nei confronti dei più deboli:

 

 

Un día, Mosé Millán pidió al monaguillo que le acompañara (…) a las afueras del pueblo, donde ya no había casas y la gente vivía en unas cuevas abiertas en la roca. (…)

-¿Esa gente es pobre, Mosé Millán?

-Sí, hijo.

-¿Muy pobre?

-Mucho.

-¿Las más pobre del pueblo?

-Quién sabe, pero hay cosas peores que la pobreza. Son desgraciados por otras razones. (…)

Ventitrés años después, Mosé Millán recordaba aquellos hechos (…). Pensaba que aquella visita de Paco a la cueva influyó mucho en todo lo que había que sucederle después[6].

 

 

Da questo momento la strada è segnata, Paco viene arrestato per essersi opposto ad un provvedimento ufficiale. Il dialogo in carcere tra il parroco ed il ragazzo segna il passo del definitivo allontanamento tra l’uomo e padre Millán, eco dell’ormai insanabile distanza degli spagnoli dalla chiesa che «nell’inquieta stagione che seguì alla prima guerra mondiale, non offrì alcuna assistenza, non propose strumenti per alleviare gli eccessi della povertà, si schierò dalla parte del re negli anni venti e, quasi senza eccezioni, dalla parte di Franco nel 1936»[7]:

 

 

¿Pero tú crees que sin guardia civil se podría sujetar a la gente? Hay mucha maldad en el mundo.

-No lo creo.

¿Y la gente en las cuevas?

-En lugar de traer guardia civil, se podía quitar las cuevas, Mosé Millán.

-Iluso. Eres un iluso[8].

 

 

Paco, la cui desdicha[9] é rimarcata nelle prime pagine del testo, muore; ma ad un anno dal tragico evento, nella chiesa dove si svolge la commemorazione, paradossalmente ci sono solamente i suoi nemici[10]. D’altro canto, nonostante sia passato un anno, Sender presenta un Mosé Millán che si ostina a giustificare la morte del giovane uomo come una disgrazia, continuando pertanto a negare di aver avuto qualsiasi ruolo nell’assassinio. La necessità di autoassoluzione, inoltre, più forte di qualsiasi altro atto caritatevole e giusto che il ruolo di religioso gli imporrebbe, si scontra con la sua coscienza sporca: padre Millán organizza la messa senza avvisarne i compaesani e senza chiedere autorizzazione alcuna alla famiglia mai più incontrata, dato che «en un cajón del armario de la sacristía estaba el reloj y el pañuelo de Paco. No se había atrevido Mosé Millán todavía a llevarlo a los padres y a la viuda del muerto»[11].

Nella chiesa animata dalle voci di don Valeriano, don Gumersindo e del signor Cástulo che litigano per voler pagare la messa, improvvisamente entra il puledro che era stato di Paco e che dalla sua morte circola libero per il paese. Sender chiude il libro richiamando l’immagine del cavallo già usata in apertura. L’animale riesce a introdursi nel templo senza un’apparente spiegazione, il sindaco grida che è un sacrilegio, ma nessuno è in grado di fare uscire il potro che, quando circondato, «brinca (…) con alegre relincho»[12]. È evidente la rivincita di Paco. Scrive Calvino nelle sue Lezioni americane:

 

 

Il cavallo come emblema della velocità anche mentale marca tutta la storia della letteratura (…). La metafora del cavallo per la velocità della mente credo sia stata usata per la prima volta da Galileo Galilei (…) [e] in uno studio che ho fatto sulla metafora negli scritti di Galileo ho contato almeno undici esempi significativi in cui Galileo parla di cavalli: come immagine di movimento (…), come forma della natura in tutta la sua complessità e anche in tutta la sua bellezza, (…) come forma che scatena l’immaginazione oltre che nell’identificazione del ragionamento con la corsa: “il discorrere è come il correre”[13].

 

 

Il puledro che scorrazza a suo piacimento per il paese, contraltare all’immobilismo di Mosé Millán, rappresenta lo spirito di Paco che è riuscito a fare presa nelle coscienze della sua gente. Il campesino era sempre stato convinto che solo con l’impegno si sarebbe potuto porre rimedio alla condizione di povertà in cui versavano i suoi compaesani. Con il suo atteggiamento aperto ed attivo, dunque, si oppone ai simboli della tradizione e una volta eletto consigliere:

 

 

Paco el del Molino, se sintió feliz, y creyó por vez primera que la política valía para algo. «Vamos a quitarle la hierba al duque», repetía. (…)

-Vienen tempo nuevos, Mosé Millán.

-¿Qué novedades son ésas?

-Pues que el rey se va con la música a otra parte, y lo que yo digo: buen viaje[14].

 

 

Certamente l’uomo soccombe all’ordine precostituito ma il testo sottolinea la difficoltà di don Gumersindo e don Valerio, del signor Cástulo e dello stesso padre Millán nel catturare il potro, che lascia la chiesa solo quando vede un torrente de luz[15]. Quando l’animale esce e le porte si chiudono «el templo volvió a quedar en sombras»[16]. Sender configura ciò che Bachelard definì la dialettica del “dentro/fuori”, per cui il luogo di culto è ridotto ad un ambiente claustrofobico frequentato dai soli aguzzini di Paco del Molino.

Se James Joyce fa pronunciare a Buck Mulligan la formula introibo ad altare Dei in apertura del suo Ulysses (1922), in Réquiem por un campesino español queste stesse parole sono le ultime che il parroco pronuncia. Entrambi gli scrittori, dunque, stabiliscono un parallelo tra la storia degli ebrei perseguitati in Egitto (il salmo è una traduzione di San Girolamo dall’ebraico) e, rispettivamente, quella del popolo irlandese vessato dalla Gran Bretagna e quella del popolo spagnolo che sta per essere aggredito e violentato dal franchismo. Il romanzo di Sender manca di quell’ironia che sottende Ulysses, ma il Réquiem dialoga costantemente con il classico della letteratura del Novecento europeo, sia a livello tecnico (stream of counsciousness, discorso frammentato, alternanza di voci), sia a livello tematico (decostruzione dei miti nazionali, dei valori religiosi e tradizionali).

L’uomo è morto, ma tutto ciò che egli ha rappresentato in vita, il suo valore e le sue azioni, permangono radicati nella memoria di chi gli è sopravvissuto: «Un año había pasado desde todo aquello, y parecía un siglo. La muerte de Paco estaba tan fresca, que Mosé Millán creía tener todavía manchas de sangre en sus vestidos»[17].

 

 

Bibliografia:

 

 

Browne, Harry, La guerra civile spagnola, Bologna, Il Mulino, 2000.

Calvino, Italo, Lezioni americane, Milano, Oscar Mondadori, 1993.

Campa Marcé, Carlos, “Réquiem por un campesino español: La tragedia de la mala conciencia. (¿Mosé Millán, padre de Paco el del Molino?), in «Espéculo. Revista de estudios literarios», Universidad Complutense de Madrid (consultabile sul sito http://www.ucm.es/info/especulo/numero41/serequie.html).

De Van Praag, Jacqueline Chantraine, “Tiempos de silencio”: obra clave de la novelística de lengua española, in Actas del VI Congreso de la Asociación Internacional de Hispanistas (1997), http://cvc.cervantes.es/obref/aih/aih_vi.htm.

Maña Delgado, Gemma, Nueva aproximación a Requiem por un campesino español, in «Alazet: Revista de filología», 4, 1992.

Ramón J. Sender y sus coetáneos: homenaje a Charles L. King, M. J. Schneider e M. S. Vásquez (eds.), Huesca, Instituto de Estudios Altoaragoneses/Davidson, Carolina del Norte, Davidson College, 1998.

Rodríguez Gutiérrez, Borja, Reiteración y simbolismo en Réquiem por un campesino español de Ramón J. Sender, Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes, http://www.cervantesvirtual.com/servlet/SirveObras/12036180017831506210213/p0000001.htmp.

Sender, Ramón José, Réquiem por un campesino español, Barcelona, Ediciones Destino, 2009.

 

 

 


[1] G. Maña Delgado, Nueva aproximación a “Requiem por un campesino español”, in «Alazet: Revista de filología», 4, 1992, p. 163.

[2] M. J. Schneider e M. S. Vásquez, Entrevista a Charles L. King, in Ramón J. Sender y sus coetáneos: homenaje a Charles L. King, M. J. Schneider e M. S. Vásquez (eds.), Huesca, Instituto de Estudios Altoaragoneses/Davidson, Carolina del Norte, Davidson College, 1998, p. 193.

[3] F. Carrasquer, Luces y Sombras de la preguerra, Ivi, pp. 59-60.

[5]«Espéculo. Revista de estudios literarios», Universidad Complutense de Madrid, http://www.ucm.es/info/especulo/numero41/serequie.html.

[6] R. J. Sender, Réquiem por un campesino español, Barcelona, Ediciones Destino, 2009, pp. 33-40.

[7] H. Browne, La guerra civile spagnola, Bologna, Il Mulino, 2000.

[8] R. J. Sender, op. cit., pp. 51-52.

[9] Ivi, p. 8.

[11] R. J. Sender, op. cit., p. 105.

12 Ivi, p. 94.

13 I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 1993, p. 47.

14 R. J. Sender, op. cit., pp. 67-68.

15 Ivi., p. 95.

16 Ibid.

[17] Ivi, p. 104.

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