Recensione: S. Paoli, Il sogno di Erasmo. La questione educativa nel processo di integrazione europea

Il volume di Simone Paoli costituisce una ricostruzione del tutto inedita del cammino compiuto dalla Comunità/Unione europea verso la definizione di una politica educativa, concorrendo in tal senso ad arricchire gli studi storici sulle politiche comunitarie, che rappresentano un settore di crescente interesse tra gli European Studies.

Incrociando numerose fonti archivistiche, diversi documenti ufficiali della Comunità e una ricca letteratura italiana e straniera, l’Autore delinea un quadro articolato che, ponendo come problematica storica la costruzione di uno spazio europeo dell’istruzione, fa luce sul contributo e sulle posizioni proprie, non solo ai governi nazionali e alle istituzioni europee, ma anche ad altri attori, come le Conferenze dei Rettori delle Università degli Stati membri, gli ambienti sindacali e imprenditoriali, le élites culturali vis-à-vis della nascita e dell’evoluzione di una politica educativa della CEE/UE. Tutto ciò è stato possibile grazie ad uno studio diacronico di longue durée nel quadro del processo di integrazione europea, approccio complesso ma particolarmente opportuno per affrontare in modo più incisivo il tema specifico senza perdere di vista il percorso all’interno del quale esso si origina e si sviluppa. La vicenda si snoda intorno a una questione certamente cruciale ovvero la disponibilità o le reticenze degli Stati dell’Europa comunitaria di fronte alla prospettiva delle progressive cessioni di “sovranità culturale” al fine di dotare la CEE di principi e strumenti necessari alla costruzione di una dimensione sovranazionale dell’istruzione. Si tratta di una materia indubbiamente sensibile per i governi tenuto conto dello stretto legame esistente tra le politiche formative e culturali e la costruzione dell’identità nazionale.

Istituzionalizzata all’articolo 126 del Trattato di Maastricht del 1992, la politica educativa della neonata Unione europea aveva affondato le proprie radici nel dibattito originatosi, fin dai negoziati sui Trattati di Roma, intorno alla proposta tedesca di creare un’Università dell’Europa dei Sei, alla quale si contrappose l’idea francese di dare vita a un Centro comune di ricerche nucleari, affiancato da scuole di specializzazione tecnica. Se per l’allora Segretario di Stato agli Affari esteri tedesco, Konrad Adenauer, un’Università europea avrebbe fornito, tra le altre cose, “cemento culturale ai patti d’integrazione europea” (p. 30), per il suo omologo francese, Maurice Faure, il tema non aveva invece rilevanza nella cornice istituzionale comunitaria. Pur giungendo a una mediazione – l’inserimento nel Trattato EURATOM di due articoli sulla prospettiva di una istituzione di livello universitario – il confronto franco-tedesco incise sull’avvio del dibattito comunitario in materia formazione. Collocata in una dimensione intergovernativa, la cooperazione educativa e culturale trovava espressione nel Trattato dell’Eliseo, firmato tra Francia e RFT nel 1963.

A riportare i termini della questione nell’ambito CEE concorse l’Italia per la quale la formazione professionale rappresentava un settore di primaria importanza. Infatti, “per il governo di Roma la richiesta di una politica comune di formazione professionale non fu solo un modo per rendere più esportabile la propria manodopera disoccupata ma anche uno strumento per avviare processi endogeni di crescita economica, di sviluppo sociale e di riequilibrio regionale, a partire dalla formazione industriale delle proprie masse contadine meridionali” (pp. 49-50). Oltre a ciò, unitamente alla Commissione e al Parlamento europeo, l’Italia diveniva sempre più convinta del fatto che “senza una complementare azione comune in materia di istruzione generale sarebbe stato non solo più difficile ma persino impossibile realizzare una efficace opera di formazione professionale dei lavoratori” (p. 62). Purtroppo però i tempi non erano maturi per far valere una definizione estensiva dell’articolo 128 CEE a favore dell’istruzione. Bisognerà attendere l’avvento dei processi di terziarizzazione che apporteranno dei cambiamenti significativi nelle necessità formative, sottolineandone l’importanza degli aspetti teorici e aprendo, tra le altre cose, la via alla nascita, nel 1972, dell’Istituto Universitario Europeo con sede a Firenze, fortemente sostenuta dal governo italiano.

A questo proposito, tra gli elementi di maggiore interesse che emergono dalla ricerca di Simone Paoli, vi è la posizione assunta dall’Italia che, facendosi portavoce delle proposte più coraggiose, si è affermata quale protagonista indiscussa del percorso di definizione della politica educativa della CEE/UE. Basti pensare all’impegno profuso per la creazione di una Università europea, alla prospettiva di dare vita a una politica giovanile comune, ben più ampia rispetto alla questione della formazione, alle battaglie per l’armonizzazione dei sistemi educativi, la cooperazione tra istituti di insegnamento superiore e, non da ultima, la scolarizzazione dei figli dei lavoratori migranti.

La nascita della politica educativa della CEE/UE, “intesa come volontà e capacità di offrire un indirizzo comune e di creare strumenti effettivi di cooperazione” (p. 71) è segnata dall’approvazione della «Risoluzione sulla cooperazione nel settore dell’istruzione» nel 1974: in essa veniva salvaguardato il principio della diversità dei sistemi educativi ed erano stati posti alcuni obiettivi comuni come lo snellimento delle procedure di riconoscimento dei diplomi e dei periodi di studio nonché il sostegno alla mobilità di studenti, ricercatori e docenti. A questo provvedimento seguirà un timido «Piano d’azione in materia di istruzione» volto ad offrire, tra le altre cose, sostegno ai giovani disoccupati. In tal senso, dalla metà degli anni Settanta la politica educativa veniva dotata di principi e risorse al fine di costituire «un fondamentale veicolo di assistenza e promozione sociale» (p. 123). Ferma restando l’edificazione dei pilastri sociale ed economico della politica educativa comune, sostenuta dalle crisi economiche, dall’avvento delle nuove tecnologie e dal completamento del Mercato unico, la cooperazione tra le Università europee si farà sempre più viva grazie ai «programmi comuni di studio», trampolino di lancio per i più importanti programmi in materia di cooperazione universitaria e mobilità studentesca avviati dalla metà degli anni Ottanta, primo fra tutti Erasmus.

Nell’Unione europea del Ventunesimo Secolo, del Trattato di Lisbona e della Strategia “Europa 2020” il tema formativo ed educativo vede confermato il suo duplice ruolo all’interno della costruzione europea. Infatti, se da un lato l’accento è posto sulla questione educativa come misura per aumentare la competitività e superare la crisi economica, dall’altro viene ribadito il contributo dell’istruzione al rafforzamento del senso di “identità europea” e, quindi, la sua potenziale forza ad arginare l’antieuropeismo, ad oggi più o meno latente ma diffuso.

In conclusione, il volume di Simone Paoli rappresenta un contributo storiografico originale che stimola numerose riflessioni e interrogativi. Si tratta, solo a titolo di esempio, dell’intreccio tra interessi nazionali e spinte europeiste nel processo integrativo, del contributo delle istituzioni comunitarie – e delle personalità che hanno operato al loro interno – all’approfondimento della CEE/UE, del ruolo dell’istruzione per l’affermazione della cittadinanza europea e, in primis, dell’apporto che l’educazione può fornire al compimento di quella “unione sempre più stretta tra i popoli europei” dell’attuale UE a Ventisette e che sin dagli anni Cinquanta ha rappresentato il faro guida dei padri fondatori dell’Europa comunitaria.

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