Recensione: Carlo Verri. Guerra e libertà – Silvio Trentin e l’antifascismo italiano (1936 – 1939)

Nella storia dell’opposizione al regime mussoliniano quello dell’antifascismo non comunista è forse uno dei campi di ricerca che, negli ultimi anni, sta dando i suoi frutti migliori e crediamo che questo successo passi in particolar modo da un rinnovato approccio alla forma biografica. Nel 2005 Carlo De Maria ci ha offerto un convincente ritratto di Camillo Berneri (Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano 2005) mentre solo l’anno precedente era stato tradotto il lavoro della svizzera Stefanie Prezioso su Fernando Schiavetti (Itinerario di un figlio del 1914: Fernando Schiavetti dalla trincea all’antifascismo, Lacaita, Manduria 204). Nel 2007 Andrea Ricciardi ha poi pubblicato un convincente percorso biografico dedicato al giovane Valiani (Leo Valiani, gli anni della formazione. Tra socialismo, comunismo e rivoluzione democratica, Franco Angeli, Milano 2007). Nel giugno del 2009 si è poi tenuto a Parigi un convegno coordinato da Eric Vial e da Alessandro Giacone dedicato ai fratelli Rosselli i cui atti sono stati da poco pubblicati (I fratelli Rosselli. L’antifascismo e l’esilio, Carocci, Roma 2011) e durante il quale si sono potuti confrontare alcuni tra i maggiori studiosi dell’antifascismo. Infine si deve ricordare anche il lavoro di bel Marco Bresciani su Andrea Caffi (La rivoluzione perduta. Andrea Caffi nell’Europa del Noveceto, il Mulino, Bologna 2009). Seguendo su questo filone storiografico crediamo sia più che legittimo inserirvi anche questo recente studio di Carlo Verri su Silvio Trentin.

 

 

Silvio Trentin, volontario durante le Grande Guerra e precoce antifascista, scelse la via dell’esilio in Francia già dal 1926 interrompendo così una brillante carriera accademica. Dopo aver vissuto nell’area parigina, nella seconda metà degli anni Trenta si traferì a Tolosa dove aprì e gestì una libreria. Repubblicano, nel 1929 partecipò alle fasi di organizzazione del movimento “Giustizia e Libertà” diventando uno dei più stretti collaboratori di Carlo Rosselli. L’itinerario di Silvio Trentin, così sommariamente sintetizzato, è in tutto e per tutto da considerarsi come comune a quello di molti suoi contemporanei e, proprio per questo, di assoluto interesse. Carlo Verri con questo lavoro riempie finalmente un vuoto che stava cominciando a farsi sentire; pur rivestendo un ruolo di primo piano all’interno del variegato universo antifascista italiano, sino ad oggi ed escludendo l’ormai datato lavoro di Frank Rosengarten (Silvio Trentin dall’interventismo alla Resistenza, Feltrinelli, Milano 1980), mancava infatti uno studio che facesse il punto su Silvio Trentin durante gli anni più “dinamici” nella storia dell’emigrazione antifascista. L’a. non decide quindi a caso di concentrarsi proprio sul triennio 1936 – 1939 con uno sguardo privilegiato verso l’azione di Trentin in sostegno della causa repubblicana durante la guerra civile spagnola.

Il saggio si apre con una necessaria premessa dedicata all’atteggiamento di Trentin, e di buona parte dell’antifascismo italiano, nei confronti dell’aggressione fascista all’Etiopia [pp. 29-44]: l’opposizione all’avventura coloniale mussoliniana registrò anche il primo tentativo dell’antifascismo italiano, dopo anni di divisioni, di trovare finalmente una sintesi comune. In quei mesi, sottolinea Verri, Trentin ebbe modo di far emergere pubblicamente una posizione convintamente unitaria, con un particolare interesse al dialogo con l’universo comunista (quello storicamente più restio ad intessere alleanze con altre forze). Queste pagine introduttive consentono al lettore di cogliere quella che sarà la chiave di lettura prediletta dall’a. nel corso di tutta la sua analisi: Verri si dimostra giuntamente interessato, costruendo un discorso attorno alla figura di Silvio Trentin, al dibattito sull’unità antifascista che si produsse durante sul finire degli anni Trenta.

La prima parte del libro [pp. 47 – 119] è dedicata al coinvolgimento di Trentin nelle vicende iberiche e diciamo subito che ci è sembrata, senz’ombra di dubbio, quella più innovativa. Silvio Trentin non partecipò mai direttamente al conflitto, nonostante GL fosse stata una delle prime forze ad intervenire e nonostante lui in quel periodo vivesse in uno dei crocevia (Tolosa) da dove passò buona parte dei volontari italiani; l’a. è stato ugualmente in grado di intuire l’importanza del ruolo rivestito dal Trentin tanto nella gestione dei rapporti tra le differenti forze antifasciste italiane quanto nel sapersi proporre come referente alle autorità spagnole. Essere tra i leader più conosciuti della comunità antifascista di Tolosa contribuì a fare del veneto uno dei punti di riferimento nella gestione dei rapporti franco-spagnoli durante tutto il corso della guerra civile. L’attenta ricostruzione di Carlo Verri si propone come un importante contributo alla conoscenza complessiva del volontariato antifascista in Spagna; sino ad oggi il ruolo rivestito dal giellista soprattutto durante prime fasi del conflitto se non lo si ignorava quanto meno lo si poteva solo intuire. Verri, dimostrandosi un attento interprete tanto delle carte di polizia quanto della letteratura secondaria, ci restituisce un’immagine inedita di Silvio Trentin, un’immagine con la quale chiunque d’ora in avanti voglia studiare il volontariato antifascista in Spagna sarà chiamato a confrontarsi. Inoltre, andando oltre l’analisi dell’impegno materiale di Trentin, l’a. è stato anche in grado di rintracciare l’esigenza di offrire il proprio contributo alla causa spagnola analizzando attentamente gli scritti “trentiniani” di quei mesi. Per Silvio Trentin, come per molti suoi compagni di lotta, quel conflitto trascese la penisola iberica (superfluo ricordare il rosselliano “Oggi in Spagna, domani in Italia”) e, almeno nelle sue prime fasi, fu interpretato come la prima concreta possibilità di realizzare un’unità del variegato fronte antifascista.

Nella seconda parte del saggio [pp. 123 – 202] l’a. analizza l’atteggiamento di Trentin nei confronti dell’UPI (formatasi nel marzo del 1937), cui collaborò fornendo solo un appoggio esterno, ma nella quale sembrò credere convintamente. Ed è proprio in questo contesto generale che durante il biennio 1937 – 1939 l’antifascista veneto lanciò numerosi appelli per un partito unico dell’antifascismo: “l’unità”, osserva Verri, “è lo strumento principale per Trentin attraverso cui l’antifascismo vincerà il prossimo decisivo scontro” [p. 153]. Fu in particolare dopo la morte di Rosselli che Trentin, seguendone in parte l’ideale, aumentò i propri sforzi nella campagna per l’unificazione dell’antifascismo: “il piano di Trentin per l’unificazione socialista”, nota sempre Verri, “si inscrive pienamente nell’area giellista, è presente l’idea rosselliana di una sintesi innovativa capace di superare le differenti tradizioni” [p. 167]. Nelle ultime pagine del lavoro l’a. si concentra in particolare sugli stretti rapporti che Trentin mantenne con l’universo comunista e socialista e sulla grande disillusione che seguì la sottoscrizione del celebre patto Molotov – Ribbentrop. Nell’estate del 1939 un determinato modello di antifascismo entrò improvvisamente in crisi e il risveglio fu tremendamente traumatico tanto per Trentin come per molti suoi compagni di lotta. “Comunque”, chiude Verri e con lui concordiamo, “una cultura unitaria si afferma anche se restano molte divergenze tra i soggetti che la condividono ed esse si perpetuano nel tempo. Dunque, il quadro tratteggiato presenta dei caratteri strutturali i quali fanno propendere per l’interpretazione avanzata da Franco De Felice. Secondo lo storico, la via d’uscita dalla crisi prefigurata dall’opposizione alla dittatura si configura attorno al principio di interdipendenza” [pp. 203 – 204]. Crediamo, in estrema sintesi, che il tentativo di Carlo Verri di presentare al lettore la nascita e l’affermazione di questa “cultura unitaria” attraverso l’analisi di un personaggio centrale come Silvio Trentin possa essere considerato come pienamente riuscito.

Dovendo muovere anche alcuni appunti crediamo che se ne possano individuare principalmente due, uno nei contenuti e uno nella forma. Per quanto riguarda i contenuti stupisce in parte che un movimento attivo e centrale dell’antifascismo come quello libertario rimanga relativamente a margine del discorso complessivo (anche in considerazione della comune partecipazione anarchica e giellista al conflitto spagnolo sotto le insegne della “Sezione Italiana della Colonna Ascaso”). Per quanto concerne la forma invece si deve invece segnalare la mancanza di un reparto bibliografico in appendice al volume (sarebbe stato molto utile considerata l’enorme mole di materiale consultata dall’a.) ed anche una certa confusione per quanto riguarda le note a piè di pagina (la scelta di “sintetizzare” le citazioni di una stessa pagina in una sola nota rende a volte frustrante la ricerca dei riferimenti bibliografici ed archivistici).

Tornando a quanto dicevamo in apertura, vale a dire alla fortuna della forma biografica per lo studio dell’antifascismo, crediamo che non si tratti di un fenomeno casuale. Dopo un lungo periodo durante il quale quella sull’antifascismo è stata una storiografia prettamente politica, la scelta di seguire le vicende tanto di conosciuti leader quanto di semplici militanti si sta rivelando quella giusta per provare a fare una nuova storia sociale dell’opposizione al regime mussoliniano, una storia nella quale quello politico non sia più un campo totalizzante piuttosto un elemento inserito all’interno di un contesto più ampio e complesso. Uno dei più grandi pregi della ricerca di Verri risiede, a nostro avviso, nella sua capacità di costruire un discorso che, pur avendo come architrave il pensiero politico di Trentin, non perda mai di vista le difficoltà e le ristrettezze cui l’esule fu suo malgrado costretto. Facendo una considerazione generale, crediamo che la scelta del campo antifascista, proprio se messa in relazione a queste difficoltà di “ordine quotidiano”, possa assumere un valore ancora più significativo rispetto a quanto non sia emerso sino ad oggi dalla storiografia più “tradizionale”.

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