Il ruolo dell’Europa e le tematiche legate all’integrazione europea

Le elezioni dello scorso 24-25 febbraio 2013 si sono contraddistinte per aver catturato l’attenzione in un periodo relativamente lungo, che non si è limitato alla sola propaganda elettorale, ma è proseguito a causa delle notevoli difficoltà di insediare un governo capace di esercitare il proprio compito riguardo alle competenze nazionali e contemporaneamente in grado di saper interagire con la realtà sopranazionale, mettendosi a confronto e proponendosi con le diverse istituzioni europee.

 

La campagna elettorale delle politiche 2013 è stata definita la peggiore che l’Italia repubblicana abbia mai conosciuto, anche per questo ha offerto molta ispirazione ai media ripercuotendo gli effetti dei risultati in ambito europeo e ponendo interrogativi su quanto l’Unione europea abbia contribuito alla crisi italiana o viceversa.

“Le Monde”  a questo proposito ha pubblicato, il 1° marzo 2013, un articolo di Yves Bertoncini dal titolo eloquente “Imbroglio italien ou fiasco européen ?” al termine del quale si afferma “Si la responsabilité de l’UE est bel et bien engagée dans l’imbroglio italien, ce n’est pas une raison pour en faire un ‘bouc émissaire’ trop commode, dans un contexte de crise dont tous les Européens sortiront d’autant plus vite qu’ils agiront ensemble ”. Sullo stesso piano Isabelle Couet  su “Les Echos”, il 27 febbraio 2013, ha affermato come “Le scrutin italien révèle les failles du dispositif anticrise de l’Europe ”. Il 24 febbraio 2013 “Le Figaro”  con  “Italie : un scrutin sous étroite surveillance des marchés” di Alexandrine Bouilhet ha posto l’attenzione sul fatto che se il governo deciso dai risultati elettorali fosse apparso debole o fragile, il rischio conseguente sarebbe stato l’agitarsi dei mercati non solo in Italia, ma in tutta Europa e oltre. La stampa francese ha prevalentemente definito le elezioni politiche italiane alla stregua di uno “stress test ” sia per il Paese che per gli stati dell’intera Eurozona.

 

L’Italia del dopo Monti  non ha dimostrato di essere uscita da quella posizione che la collocava a fianco della Grecia e Cipro, vere minacce per la zona Euro.

La necessità di adottare delle riforme strutturali nella fase successiva  alle elezioni ha trovato d’accordo i paesi dell’Unione europea, i quali si sono espressi congiuntamente in modo assai determinato affermando che, nel caso in cui tali riforme avessero trovato difficoltà per la loro applicazione, l’Europa intera ne avrebbe subito serie conseguenze.

 

Se la fase pre-elettorale ha mostrato pessimi confronti tra i candidati, i risultati si sono mostrati deludenti per tutti gli elettori.

La sorpresa del successo ottenuto da Beppe Grillo con il suo MoVimento 5 Stelle non ha lasciato indifferente l’apparato politico istituzionale europeo, che lo ha definito come il vero vincitore pur non nascondendo lo stupore per il tipo di scelta operata da molti italiani. Ricordiamo che i “grillini” si sono assicurati un quarto dell’elettorato   assumendo il ruolo di “ago della bilancia” nello scenario politico italiano, provocando reazioni, non solo a livello europeo, di diffusa incertezza nei confronti della stabilità politica nazionale.

 

Nonostante le battute “bersaniane” nei confronti di Silvio Berlusconi, relative al “giaguaro da smacchiare” e le dichiarazioni di avvenuta vittoria già prima delle elezioni abbiano portato un po’ di ironia nella campagna elettorale, gli esiti delle elezioni hanno, per contro, mostrato un inaspettato risultato ottenuto dal Popolo della Libertà – PDL –, non minore al fenomeno Grillo. La stampa tedesca non ha risparmiato di esprimere una certa dose di sarcasmo definendo “bizzarro” il comportamento elettorale italiano.

 

La delusione maggiore per l’Europa, soprattutto per chi nell’ambito dell’Unione europea si trova ad operare, non solo a livello politico, ma anche istituzionale, è stata tuttavia quella del non voto a Mario Monti, già individuato come il vero rappresentante italiano del Partito Popolare europeo, soprattutto grazie alla sua dimostrata abilità tecnocratica.

La stima e l’apprezzamento per Monti da parte europea e, più in dettaglio, da parte del PPE, evidentemente fiducioso di un esito positivo ottenuto dalla lista “montiana”, ha trovato espressione attraverso l’ “accantonamento” della figura di Berlusconi.

In realtà la percentuale del 10% e il sorprendente successo del PDL, oltre allo stupore, ha provocato una notevole dose di delusione nel constatare l’inefficacia del supporto espresso da Bruxelles nei confronti del Professore.

Ciò che tuttavia ha causato preoccupazione a livello europeo, a seguito dei risultati elettorali italiani, è stata la difficoltà, ancor più significativa, di raggiungere una certa stabilità attraverso un governo capace di dimostrarsi affidabile e duraturo.

C’è chi, come il Vice Presidente del Parlamento europeo Gianni Pittella, ha affermato che le elezioni hanno rappresentato una vittoria contro la politica di austerità e il sistema politico in generale, sostenendo come “L’interferenza esterna dei poteri dell’UE insieme al potere dei mercati riescono ad “intossicare” l’atmosfera nazionale italiana, perché di fatto tale influenza non è vista dagli italiani come un fatto positivo e questo può rappresentare una minaccia non solo per l’Italia , ma anche per il resto dell’Europa”.

 

Il Partito Popolare Europeo, infine, ha preferito tacere di fronte allo scoraggiante risultato ottenuto dalla lista di Mario Monti, convinto che nuove elezioni saranno inevitabili e che la fine dell’austerità porterebbe l’Italia ad un inevitabile sconvolgimento.

Come emerso su più fronti l’Europa riguardo al dibattito politico nazionale in previsione delle elezioni, oltre che alla meraviglia per le scelte degli elettori, ha dimostrato un’attenta presenza sulle dinamiche pre e post elettorali  non solo attraverso la stampa, ma anche all’interno dell’ambiente politico istituzionale sovranazionale.

 

L’interesse nei confronti dell’Italia, paese tra i fondatori della Comunità europea, patria di Altiero Spinelli, non poteva essere debole, soprattutto a seguito di un periodo di governo tecnico in cui, come si diceva, un’autorevole personalità come quella di Mario Monti ha contribuito a ricostruire l’immagine nazionale  attraverso le politiche messe in atto, oltre che alle stesse modalità impiegate mediante le quali è stato possibile riconquistare un livello di rappresentanza che da tempo si rivelava seriamente compromessa.

Anche per questo l’Europa ha creduto in Monti e, a seguito dell’esito negativo ottenuto dalla sua coalizione, ha criticato la scelta degli elettori italiani i quali, secondo le opinioni circolanti a Bruxelles, hanno dimostrato di non avere voglia di accettare quella dose di austerità resasi inevitabilmente necessaria, per cercare di uscire insieme dalla grave crisi che non riguarda soltanto l’Italia.

 

Ciò che è emerso dagli orientamenti degli elettori pone degli interrogativi a tratti inquietanti. Quanto i cittadini comprendono l’importanza di rimanere nell’Unione europea? L’Unione rappresenta piuttosto un modo per complicare la vita agli italiani? Quanta volontà reale ha la politica italiana di impegnarsi per uscire da questo drammatico momento e quanto crede nell’Europa? Queste domande hanno provocato grande preoccupazione sia Strasburgo che a Bruxelles come a Francoforte.

L’espressione elettorale italiana ha indotto più che mai l’apparato politico burocratico europeo a ragionare di più sulla necessità di maggiore unione politica; non può essere soltanto l’interesse economico a tenere insieme i paesi dell’UE, perché quando, come in questi anni, la finanza prende il sopravvento sull’economia, i Paesi meno virtuosi rischiano moltissimo, ma divengono a loro volta un pericolo nei confronti dell’intera Unione.

 

Quanto  accaduto in Italia ha inoltre rafforzato la deriva di partiti antieuropeisti, i quali hanno trovato molti spunti per riproporre argomenti contro il permanere di alcuni Paesi all’interno dell’Unione. Tali “disfunzioni” politiche, in un momento di serio disorientamento popolare, potrebbero consentire ai temi “euro avversi” di far presa su un terreno già fragile e reso ancor più debole dallo stallo politico e istituzionale europeo e nazionale.

Mai più di adesso il ruolo europeo rappresenta l’orizzonte verso cui orientarsi per rafforzare la coesione e cercare ulteriori punti di convergenza tra i Paesi membri.

 

Se le devastazioni della seconda guerra mondiale sono state in grado di unire per ricominciare, occorre tener presente che il consolidamento dell’assetto politico istituzionale sovranazionale deve operare sempre più a garanzia di ciò che è stato possibile costruire.

La stampa europea ha mostrato, in occasione del periodo elettorale italiano, un atteggiamento partecipe, soprattutto ad elezioni avvenute, facendo emergere toni di preoccupazione oltre ad una sorta di “vicinanza” scaturita dalle inevitabili conseguenze che, le previsioni prima e i risultati dopo, avrebbero scatenato non solo in Italia. Questo è un aspetto affatto trascurabile.

 

Un altro degli aspetti maggiormente considerati dalla stampa estera è la dose di innovazione emersa dalle politiche 2013, durante l’intero periodo di svolgimento, in cui i temi europei non potevano essere trascurati.

Alcuni dei principali argomenti hanno ruotato attorno alle politiche che i candidati avrebbero intrapreso per affrontare direttamente l’Europa una volta eletti.

Il livello europeo dei partiti e i loro rappresentanti all’interno delle istituzioni europee ha giocato in molti casi un ruolo significativo. Le elezioni sono state seguite da vicino da molti stati membri al punto che molti leaders stranieri hanno perfino esternato alcune preferenze.

 

La consapevolezza di appartenere ad una organizzazione che dopo il Trattato di Lisbona ha assunto anche personalità giuridica, ha portato ad un maggiore coinvolgimento e ad una presa di coscienza nel comprendere che chi è in difficoltà può “contagiare” anche chi gode di ottima salute.

Proporre politiche di austerità può andar bene per evitare sprechi e il perdurare di privilegi che oggi appaiono quanto mai inopportuni, ma il rimettere ordine deve consentire anche di poter accrescere il benessere, in grado, a sua volta, di incoraggiare l’aumento dei consumi e di conseguenza far ripartire l’economia.

 

La sezione dell’Osservatorio politiche 2013 riservata al ruolo dell’Europa e le tematiche legate all’integrazione europea vuole offrire una serie di contributi della stampa italiana ed estera che mettono in evidenza le opinioni, i timori, le possibilità, le aspettative, i rancori, le proposte, le insoddisfazioni  che in un periodo complesso, non solo attinente alla campagna elettorale, ma andato ben oltre a causa degli inaspettati risultati, sono riusciti a tenere alta l’attenzione  degli attori politici,  degli studiosi oltre che degli opinionisti.

Tante affermazioni, smentite, promesse, ingiurie, sceneggiate hanno esercitato nel cuore e nella mente degli italiani un sentimento di velata ribellione espressa nelle preferenze per il MoVimento 5 stelle, dimostrando contestualmente disillusione per i partiti più conosciuti.

 

Se per la stampa estera la campagna elettorale italiana è stata maggiormente caratterizzata da un “comico” e un “cavaliere” – Beppe Grillo e Silvio Berlusconi – ciò che è uscito dalle urne non è stato di certo un risultato divertente.

Le conseguenze  sono riscontrabili nella rielezione del Presidente della Repubblica uscente, il quale dopo molte contestazioni, ha dovuto dimostrare la vera capacità di assumersi le responsabilità che la guida di un Paese impone.

 

Nel frattempo l’Europa ha continuato ad osservare, a controllare e a sperare che questo Paese, per molti aspetti straordinario al punto che “tutto il mondo ama l’Italia perché è vecchia ma ancora affascinante. Perché mangia e beve bene ma raramente è grassa o ubriaca. Perché è il posto in un’Europa super regolata, dove la gente ancora discute con la massima serietà che cosa davvero possa voler dire il rosso al semaforo”[i], riesca a riprendere il difficile cammino della risalita che ancora adesso si mostra alquanto accidentato.

 

I risultati delle elezioni politiche italiane confermano che la coesione dei Paesi appartenenti all’Unione europea ha bisogno di essere rafforzata per controbattere, oltretutto, la deriva antieuropeista che serpeggia mostrandosi più insidiosa che mai. Appare quanto mai condivisibile l’opinione espressa da Stefan Collignon su “Social Europe Journal” del 28 febbraio 2013 quando sostiene che “il paradosso europeo si manifesta con l’affidabilità esclusiva delle democrazie nazionali in un mercato europeo profondamente integrato che tuttavia  è diventato una minaccia per la sopravvivenza dell’Unione europea e del livello di welfare di cui la cittadinanza necessita in ciascun Paese membro;” “ma” – prosegue – “soltanto la democrazia può in definitiva salvare il progetto europeo. Ciò di cui c’è bisogno è una vera democrazia a livello europeo con vero potere e autorità capaci di implementare politiche adatte all’interesse dei cittadini. Niente altro”.

 

L’unione politica risulta oramai ineludibile al cospetto della fragilità della sola unione economica, questo è quanto emerso durante tutto il periodo preso in esame dall’Osservatorio politiche 2013.

Sebbene l’attuazione di politiche che possono adattarsi ai paesi dell’Unione europea rappresenti uno degli argomenti più ricorrenti negli ultimi anni, i risultati elettorali delle elezioni italiane lo hanno reso più che mai urgente, anche alla luce dei risultati che hanno deluso le aspettative più possibiliste.

Le considerazioni legate ai temi europei sembrano inoltre aver influenzato le scelte di degli elettori, soprattutto nell’ottica della politica del rigore “imposta” dall’Unione europea.

Tutto questo ha mutato la natura delle elezioni che si è trasformata in un importante momento nella vita politica europea.

Se ancora non è possibile valutare le conseguenze ad un livello sovranazionale, si può tuttavia essere colpiti dal fatto che “questo modello di europeizzazione riproduce evoluzioni avvenute nel corso delle elezioni svoltesi nel 2012 in Francia e in Grecia. Rimane da vedere se questa trasformazione del processo elettorale sarà vista come un risultato di un fenomeno occasionale, o piuttosto presagio di un profondo mutamento all’interno della competizione di partiti in tutta Europa”[ii].

 

La riconquista della fiducia da parte dell’Europa sarebbe sicuramente stata più semplice e più veloce, qualora gli esiti delle elezioni avessero consentito la formazione immediata di un governo responsabile e stabile, così non è stato e pertanto l’ “osservazione europea” continua la sua missione.

 


[i] James Blitz, corrispondente del Financial Times a Roma definì in questo modo il nostro Paese, la citazione viene riportata da Antonio Caprarica nel suo e-book Gli italiani la sanno lunga … o no?! Chi siamo e perché parliamo tanto male di noi, Sperling & Kupfer Editori S.p.A., Milano, 2008.

[ii] R. Dehousse, Europe at the polls lessons from the 2013 Italian elections, http://www.eng.notre-europe.eu/media/italianelections-dehousse-ne-jdi-may13.pdf

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